Un terremoto come quello del 1693 si ripeterà: questa è una certezza (in dubbio c’è solo il ‘quando’) in un’area, la Sicilia sudorientale, ad altissimo rischio
Un terremoto come quello del 1693 si ripeterà: questa è una certezza (in dubbio c’è solo il ‘quando’) in un’area, la Sicilia sudorientale, ad altissimo rischio. Se l’intensità sarà la stessa, uguali gli effetti distruttivi perchè i centri storici sono stati ricostruiti con le tecniche e i criteri di allora: e la popolazione è molto più numerosa. Urgente svegliarsi per innalzare il livello di protezione antisismica e anteporre ad ogni scelta la salvaguardia della vita umana. Dal seminario di giugno scorso dell’Ingv a Ragusa (un sasso nello stagno) priorità e linee di intervento: un tavolo tecnico-scientifico permanente (già insediato), osservatorio sismico urbano, attenzione e intervento contro altri rischi incombenti. Sos per l’inquinamento da materie plastiche delle serre nella fascia costiera (salute in pericolo), intrusione salina nelle falde acquifere, in mare campi eolici galleggianti offshore
Ogni anno, l’11 gennaio, in Sicilia orientale – soprattutto a Catania, Siracusa e Ragusa – si rinnova la memoria del terremoto del 1693, il più forte e disastroso nella storia italiana.
Il prossimo, l’11 gennaio 2026, sarà l’anniversario n. 333.
Lo ricordiamo per mero adempimento di cronaca e non certo per stimolare diavolerie interpretative o tentazioni di cedimento a suggestioni numerologiche alle quali, chiunque volesse, ateo o credente, potrebbe dedicarsi da solo. Il numero 3, è noto, infatti è considerato sacro in molte culture e religioni simboleggiando la Trinità, cristiana e buddista, la perfezione (è il primo numero con inizio, mezzo e fine), e la completezza. Nella mitologia e in molte leggende di svariate culture, pur diversissime tra loro, rappresenta il ciclo vitale, l’equilibrio, il compimento.
Tutti conoscono la Trinità cristiana: padre, figlio e spirito santo, ma anche le tre virtù cardinali fede, speranza e carità; e quella buddista: Buddha, Dharma e Sangha; o l’eco di certe elaborazioni filosofiche come quella di Pitagora che considerava il 3 il primo numero veramente perfetto, rappresentando un ciclo di inizio, sviluppo e fine ed essendo visto come la sintesi degli opposti: il numero 1, maschile, e il 2, femminile, si uniscono a formare il 3. E gli esempi potrebbero continuare all’infinito, spaziando dalla cultura orientale a quella occidentale, dagli antichi Greci ai Celti, da Dante alla simbologia esoterica del numero 3, il ternario combinazione di tre elementi nella quale tanto il due separa quanto il 3 unisce, primo numero dispari (l’1 non sarebbe un numero) profondamente attivo e dotato di una grande forza energetica.
Lasciando queste suggestioni, proprie del particolare numero dell’anniversario incombente, a chi voglia tenerle in conto o assecondarle, mi soffermo unicamente sui dati di realtà non della ricorrenza ma del tema che essa pone e dei problemi del rischio che ci segnala: dati storici e scientifici innanzitutto.
Quanto ai primi, stando alle fonti – dalle quali, sia chiaro, non possiamo pretendere nulla relativamente al tempo antico che vada oltre il terremoto di Sparta del 464 a.C raccontatoci quattro secoli dopo, solo perchè provocò la rivolta degli Iloti, dallo storico Diodoro, siceliota di Agyrion, l’attuale Agira in provincia di Enna – sappiamo con certezza che il sisma più forte e disastroso della storia in Italia avvenne in due momenti principali, la sera di venerdì 9 gennaio del 1693 alle ore 21 con epicentro tra Melilli e Sortino, e la mattina di domenica 11 gennaio, alle ore 9, poi anche alle 10 e soprattutto alle 13.30 con la scossa più distruttiva, con epicentro in mare in prossimità del porto di Catania ed effetti paurosi da Malta alla Calabria.
L’evento (o i due eventi distinti: in mancanza di dati tecnici rilevati il dubbio permane) ebbe una ‘magnitudo momento’ di 7.31: MMS, acronimo di moment magnitude scale, misura l’entità dei terremoti in termini di energia liberata, basandosi sul ‘momento sismico’ che è uguale alla rigidezza della terra moltiplicata per il momento medio di spostamento della faglia e la dimensione dell’area dislocata. Esso provocò la distruzione totale di oltre 45 centri abitati, interessando con effetti pari o superiori al XI grado della scala Mercalli, una superficie di circa 5600 km², quasi un quarto dell’intera Sicilia, causando un numero complessivo di oltre 60.000 vittime. Fu seguito da un maremoto che colpì le coste ioniche della Sicilia e lo Stretto di Messina e, secondo alcune simulazioni, interessò anche le Isole Eolie. Ben 97 i centri colpiti con effetti dal VII-VIII grado della scala Mercalli (Agrigento, Palermo, Lipari, Malta Reggio Calabria) al IX-X dei tanti centri distrutti, all’XI di Noto, Sortino, Cassaro, Ferla, Lentini, Carlentini.
Nella città di Catania i colpi più devastanti sulla popolazione: 16 mila morti su 20 mila abitanti, una percentuale dell’80%; in pratica quattro persone su cinque non ebbero scampo. A Ragusa Ibla, l’unica Ragusa allora esistente, le vittime furono più di metà degli abitanti (5 mila su 9.950), ad Occhiolà, l’antica Grammichle, il 52% (1500 su 2910), a Lentini il 40% (4 mila su 10 mila) a Militello il 30% (3 mila su 10 mila), a Siracusa il 24% (4 mila su 15.339) a Modica quasi un quinto (3.400 su 18.200). E in decine di altri centri colpiti la percentuale di morti è stimata tra il 15 e il 35% della popolazione, con punte anche superiori come a Buscemi e Palazzolo Acreide (41%).
Insomma intere città furono rase al suolo: valga per tutte l’esempio di Ibla di cui sopravvive solo il portale gotico dell’antica chiesa di San Giorgio edificata mille anni fa e, dopo il sisma che la distrusse, fatta rinascere a duecento metri di distanza nel Duomo barocco. A Modica dove, pure, morì ‘soltanto’ una persona su cinque, poche chiese, come quelle medievali del Carmine e di Santa Maria di Betlemme, rimasero in piedi.
Di almeno 60 mila morti il bilancio complessivo, ma documenti ufficiali credibili come quella dei Senatori di Siracusa al Consiglio supremo d’Italia a Madrid stimano 90 mila vittime in un’area che in tutto contava probabilmente 200-250 mila abitanti, con l’approssimazione del caso poiché non esistono dati certi né censimenti dell’epoca e fu praticamente nullo l’intervento di soccorso esterno e di interazioni conseguenti, a causa dell’isolamento politico e sociale della Sicilia del Seicento nella quale solo il re di Spagna e il vicerè di Sicilia venivano aggiornati su quanto accadeva nell’isola. Infatti del sisma del 1693 abbiamo solo cronache locali e nessuna cronaca straniera, a differenza, per esempio, dei terremoti di Lisbona del 1755 e di Reggio Calabria e Messina del 1783.
Passando dalla storia al presente, sappiamo per certo che i terremoti si ripetono ciclicamente nei luoghi ad alto rischio sismico perché le faglie geologiche accumulano energia e si rompono periodicamente, liberandola sotto forma di terremoti. La scienza attuale non può prevedere la data esatta, ma può fare previsioni statistiche basate sulla sismicità storica, ovvero la ricorrenza degli eventi in un determinato luogo. Nel cosiddetto ciclo sismico bisogna tenere presenti i seguenti fattori: accumulo di stress (le placche tettoniche si muovono e mettono sotto stress le faglie geologiche, accumulando energia), rottura (quando lo stress supera la resistenza della roccia, la faglia si rompe in modo improvviso, rilasciando l’energia accumulata e generando un terremoto); ricostruzione dello stress (dopo il terremoto, il processo di accumulo di stress riprende, innescando un nuovo ciclo che porterà a futuri eventi sismici).
Da tali fattori derivano previsioni e stima del rischio. Le prime non possono essere mai deterministiche (impossibile prevedere con esattezza il momento, il luogo e la magnitudo di un terremoto), ma probabilistiche: consentono di calcolare la probabilità statistica che un terremoto di una certa magnitudo si verifichi in un’area, basandosi sulla frequenza degli eventi passati.
Le aree vengono quindi classificate in base alla loro pericolosità sismica (probabilità che si verifichino forti terremoti) e al rischio sismico (danno potenziale a persone ed edifici) influenzato dal fattore pericolosità sismica (la frequenza e l’intensità dei terremoti avvenuti in passato in una determinata area) e dal fattore vulnerabilità (la capacità degli edifici di resistere a un terremoto, che dipende dal tipo di costruzione e dal livello di manutenzione).
La Sicilia sudorientale è tra quelle a maggiore rischio in Italia e – con la Turchia, la Grecia, l’Albania e Montenegro – in Europa.
Quindi è fortemente probabile che l’area devastata nel 1693 torni ad essere nuovamente e duramente colpita da un sisma di possibile pari entità.
Le teorie probabilistiche ci inducono ad osservare i precedenti, in particolare quelli simili per natura, tipologia e gravità. E così troviamo il terremoto del 1542 nel Val di Noto: alle 4 del pomeriggio del 10 dicembre una scossa del IX-X grado MCS, con epicentro a Siracusa e molte repliche per quaranta giorni, distrusse totalmente i centri di Sortino, Melilli e Grammichele.
Meno di quattro secoli prima, il 4 febbraio del 1169, un sisma ancora più devastante, con epicentro in mare, lungo la costa tra Catania e Siracusa, sconvolse l’area: fu dell’XI grado della scala MCS, la scala Mercalli-Cancani-Sieberg che misura l’intensità di un terremoto, e i suoi effetti distruttivi su persone, oggetti e costruzioni, basandosi, a differenza della Richter, su osservazioni dei danni e non sull’energia rilasciata. Il numero complessivo di morti nella sola cittá di Catania oscillò tra i 15 e i 20 mila, i villaggi più importanti e le cittá del Vallo di Noto, della Piana di Catania e del Val Demone furono tutti seriamente danneggiati. Catania, Lentini e Modica furono totalmente distrutte. Messina fu raggiunta da un maremoto prodotto dall’evento sismico e l’onda di marea risalì per 6 km il corso del fiume Simeto, distruggendo il villaggio di Casal Simeto che non venne mai più ricostruito.
La storia, e la scienza che se ne avvale, devono dunque illuminarci e guidarci nel labirinto di un così grande rischio, mentre potremmo tranquillamente rinunciare alla retorica vuota e stantia degli anniversari e, semmai, rendere questi ultimi occasione buona per un vivido e lucido esercizio di memoria capace di tradursi in impegno concreto e in atti tangibili in ogni porzione di territorio ricadente in questo distretto – Catania, Siracusa, Ragusa – del grande rischio.
L’area iblea vi è pienamente immersa, per tutto quanto abbiamo visto e a causa del sistema di faglie Ibleo-Maltese.
Dopo quanto tempo, rispetto al terremoto del 1693 che come abbiamo visto ebbe magnitudo 7.31 (equivalente a circa 1,75 megatoni, energia paragonabile a quella di una bomba atomica di grande potenza) ci sarà un evento simile?
Tra l’ultimo e il penultimo passarono 149 anni; tra questo, del 1542, e il precedente, del 1169, trascorsero 373 anni.
Oggi siamo a 333 anni, da quel tragico 1693. Cosa spettiamo?
La domanda è seria, innanzitutto per un motivo: i centri storici in tutte le città allora colpite e distrutte furono ricostruiti, nella prima metà del secolo successivo (il meraviglioso tardo Barocco di cui ancora oggi ci fregiamo) esattamente con gli stessi criteri e le tecniche con cui erano stati realizzati gli edifici crollati. Nessuna protezione in più. Dunque, che aspettiamo?
Far finta di niente e sperare che non tocchi a ciascuno di noi, o dei nostri figli o nipoti o persone care di qualsivoglia natura, non serve a niente e non ci salverà in caso di evento catastrofico.
Sappiamo di essere in un’area ad altissimo rischio; sappiamo che un nuovo terremoto, distruttivo come quello del 1693, certamente avverrà in tale area; non sappiamo quando ma sappiamo che sono trascorsi 333 anni, più di altri intervalli analoghi; sappiamo infine che i centri storici – e una parte rilevante di tutto il restante patrimonio edilizio dove vive una popolazione che è di almeno 6-7 volte superiore a quella di tre secoli fa – hanno un livello di protezione antisismica non molto diverso da quello travolto nel 1693.
Eppure sembra che un pericolo così grave e incombente non riguardi chi ha la responsabilità di agire: altrimenti non saremmo così scoperti, nell’anno 2025, dinanzi ad un’evenienza distruttiva di tale portata.
In questo vuoto inerziale qualcosa si muove ma è necessario far seguire i fatti alle parole.
Una pietra lanciata nello stagno è il seminario “Scenari di rischio nel sistema territoriale ibleo” svoltosi a Ragusa il 9 e 10 giugno scorsi per iniziativa dell’Ingv, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia nel suo 25° anniversario (ah, il potere degli anniversari!): non un semplice convegno né solo un qualificato simposio scientifico, ma la prima ‘scossa’ capace, si spera con l’infinità salutare di tutte le repliche necessarie, di suonare la carica alle orecchie di enti e organismi titolari di competenze e pertanto pubblicamente investiti della responsabilità di fare tutto il possibile per innalzare al massimo livello la protezione contro un rischio così immane per l’intera comunità e la vita di ciascun individuo. E’ stato un seminario di studio e di confronto, nel segno della scienza applicata al servizio del territorio, con uno sguardo attento alle sfide ambientali e tecnologiche del futuro al fine di rafforzare il dialogo tra ricerca, amministrazioni e comunità locali, con un focus sui principali rischi naturali e ambientali che interessano l’area: sismicità, intrusione marina, inquinamento e gestione sostenibile del territorio.
Una volta tanto, calato il sipario, il fervore operativo non è scemato, grazie al pungolo costante del motore dell’iniziativa, Francesco Venerando Mantegna, direttore generale di Maris Ricerca, esperto tecnico scientifico del Ministero dell’Università e della Ricerca, già presidente del Comitato Istituzionale per la Sorveglianza sismica in Sicilia e isole minori (realizzate oltre 200 stazioni di
monitoraggio sismico e geochimico), coordinatore del seminario e del tavolo tecnico-scientifico.
E così cinque mesi dopo il cantiere è aperto, alcune iniziative sono avviate ed è tempo che ogni ente e istituzione coinvolta nel territorio, a partire dal Libero consorzio comunale di Ragusa, faccia tutto ciò che serve.
Dal seminario sono emerse alcune linee essenziali d’intervento.
In primo luogo, la necessità di una revisione normativa in materia di conservazione del patrimonio edilizio, tenendo conto della pericolosità sismica fortemente differenziata nei territori. La salvaguardia della vita umana, ha scandito più volte Francesco Venerando Mantegna, deve essere il primo criterio ineludibile nella regolamentazione urbanistica, al quale ricondurre ogni forma di
rigenerazione urbana, pur nel mantenimento dell’integrità tipologica architettonica originaria.
In secondo luogo, un Osservatorio Sismico Urbano (OSU) da realizzare a Ragusa, dotato di una rete di sensori di ultima generazione, così come proposto dal dirigente di ricerca dell’Ingv Domenico Patané; una rete espandibile nei comuni classificati in zona sismica 1. A Ragusa, tra l’altro, il geologo Saro Ruggieri ha evidenziato la situazione delle latomie di Cava Confalone sottostanti parti abitate del centro urbano, ove sono presenti fratturazioni delle volte con il rischio di collassamento in caso di forte evento sismico.
In terzo luogo, il “Centro provinciale di monitoraggio interdisciplinare dei rischi naturali e antropici” e il Tavolo tecnico-scientifico permanente già insediato e operativo (ne va dato atto alla presidente del Libero consorzio comunale Maria Rita Schembari): ne fanno parte i dirigenti di ricerca dell’Ingv, gli esperti locali e i competenti dirigenti tecnici del LCCR.
In proposito l’ente è impegnato nella possibile acquisizione a titolo gratuito dell’immobile di impronta circolare situato nel centro direzionale dell’ex Consorzio ASI di Ragusa, da parte della Regione, che accoglierebbe il Centro Provinciale di Monitoraggio con l’Osservatorio Sismico
Urbano e lo stesso Tavolo tecnico-scientifico. Una struttura mirata a divenire sede periferica dell’Ingv e come tale di interesse della Regione, aperta alle componenti tecniche degli assessorati regionali coinvolti, alle Università siciliane e altri centri di ricerca. Il percorso avviato ha posto all’attenzione la molteplicità degli scenari di rischio: da quello sismico a quello idrogeologico evidenziato dal dirigente di ricerca Ingv Massimo Chiappini, a quello dell’innalzamento del livello del mare e dei cambiamenti climatici evidenziato da Marco Anzidei, dirigente di ricerca Ingv, agli altri evidenziati da Sergio Gurrieri, dirigente di ricerca della Sezione Geochimica Ingv di Palermo, e dagli esperti Giovanni Randazzo dell’Università di Messina, Antonio Megna agronomo specializzato in nutrifisiologia vegetale e, tra l’altro, autore della prima enciclopedia agraria multimediale. Il Centro provinciale di monitoraggio sarà anche punto di riferimento didattico per i docenti scolastici e gli studenti, oltre ad ospitare stages e masters post-laurea.
In quarto luogo, ma con l’urgenza delle priorità primarie, è stato posto il problema dell’inquinamento da materie plastiche nella fascia agricola trasformata ed estesa per migliaia di ettari di colture protette, perché l’impatto sulla salute prodotto dai residuati plastici della serricoltura nel territorio costiero è di grande entità. Nell’arco dei decenni i residuati dei teli plastici si sono trasformati in microplastiche che attraverso il consumo del pescato giungono all’uomo. Recenti studi hanno riscontrato una correlazione tra la presenza di microplastiche nelle placche aterosclerotiche e un aumento del rischio di infarto e ictus: il Mediterraneo è il mare più inquinato del mondo con l’apporto di 570 mila tonnellate di materie plastiche ogni anno.
Peraltro, l’enorme quantità di acqua estratta per soddisfare la necessità di irrigazione sta facendo aumentare l’ingresso di acqua marina nelle falde acquifere costiere, con la conseguente salinizzazione dei suoli, la riduzione della resa, la potenziale perdita di colture sensibili al sale,
contribuendo ai processi di desertificazione delle aree a rischio. Il fenomeno, già indagato dalla Fondazione Mediterranea negli anni ’90 con risultanze allarmanti, è ora oggetto di monitoraggio da parte del Tavolo tecnico-scientifico coordinato da Venerando Mantegna, con la previsione di una rete di stazioni di monitoraggio che sarà realizzata progressivamente dal Libero Consorzio, con il
supporto dei suoi dirigenti e responsabili tecnici.
Last but not least, ci sono le problematiche indotte dai campi eolici galleggianti offshore, frutto di due concessioni approvate in prossimità delle acque territoriali della costa ragusana, per una superficie marina di 350 kmq e l’impianto di 100 grandi pale eoliche, con turbine per la produzione di 1645 MW. Considerata l’enorme estensione, i due campi eolici produrranno impatti in termini di inquinamento acustico ed elettromagnetico (cavidotti), aggravando quelli già presenti per l’inquinamento petrolifero causato dal traffico navale e dalle piattaforme, con effetti negativi sulle risorse di pesca già in forte regressione. Impatti che saranno generati sin dalla fase di realizzazione dei campi eolici flottanti con incrementi progressivi negli anni futuri e conseguenze di rilievo in vari ambiti a partire dalla navigazione commerciale, turistica e da diporto.