Al congresso della European Society for Medical Oncology (ESMO) 2025, tenutosi a Berlino lo scorso ottobre, i riflettori sono stati puntati sui risultati a lungo termine (5 anni) dello studio internazionale NATALEE. Questa “doppia terapia” rappresenta un passo avanti cruciale per le donne con tumore al seno in stadio precoce (II e III), nello specifico per il sottotipo HR+/HER2- (il più comune). Ecco i punti chiave di questa novità.
La combinazione dei farmaci.
La terapia infatti, consiste nell’aggiunta di ribociclib (un inibitore delle proteine CDK4/6, che blocca la proliferazione delle cellule tumorali) alla classica terapia ormonale standard (inibitori dell’aromatasi).
I risultati principali raggiunti non lasciano dubbi. L’analisi a 5 anni ha confermato infatti dati straordinari che cambiano la pratica clinica: Riduzione del rischio: L’aggiunta di ribociclib riduce il rischio di recidiva del 28,4% rispetto alla sola terapia ormonale. Sopravvivenza libera da malattia (iDFS): A 5 anni, l’85,5% delle pazienti trattate con la combinazione è viva e libera da malattia invasiva, contro l’81% di chi ha seguito solo la terapia ormonale. Altro dato importante è l’effetto memoria: Il beneficio si mantiene nel tempo, anche dopo che le pazienti hanno terminato i 3 anni di trattamento previsti dallo studio.
Perché questa diventa una svolta importante? A differenza di altri trattamenti simili che sono limitati a pazienti ad altissimo rischio, lo studio NATALEE ha dimostrato l’efficacia del farmaco su una popolazione molto più ampia, includendo anche pazienti in stadio II senza coinvolgimento dei linfonodi, che finora avevano meno opzioni per prevenire il ritorno della malattia. Inoltre, il dosaggio utilizzato in questo studio (400 mg anziché i classici 600 mg usati nel metastatico) ha permesso una migliore tollerabilità, riducendo gli effetti collaterali senza perdere efficacia.
Praticamente questo è un risultato che vede l’Italia in prima fila, dato che molti centri oncologici del nostro Paese hanno partecipato attivamente alla sperimentazione.
La a scelta tra queste nuove terapie non si basa solo sulla loro capacità di ridurre la recidiva, ma anche sul “prezzo” che il corpo paga in termini di effetti collaterali e sulla durata della cura. Al congresso ESMO 2025, il confronto (indiretto) tra i due principali protagonisti, Ribociclib (studio NATALEE) e Abemaciclib (studio MONARCHEE), è stato uno dei temi più caldi trattati.

Alcuni dettagli:
1. Effetti Collaterali. Quali sono le differenze? I due farmaci appartengono alla stessa classe (inibitori di CDK4/6), ma “colpiscono” in modo leggermente diverso, causando fastidi differenti. Effetto Collaterale Ribociclib (NATALEE)Abemaciclib (monarchE) Diarrea Molto rara e generalmente lieve. Molto comune (circa l’80% delle pazienti), spesso gestita con farmaci o riduzione della dose. Neutropenia (calo globuli bianchi) Più comune, ma gestibile con la settimana di pausa prevista. Meno frequente rispetto al ribociclib. Tossicità Epatica Possibile aumento degli enzimi del fegato (transaminasi), monitorato con esami del sangue. Rara. Intervallo QT (Cuore). Richiede un monitoraggio con ECG (elettrocardiogramma) all’inizio della terapia. Non richiede monitoraggio cardiaco specifico. Nota sulla tollerabilità: Nello studio NATALEE è stato usato un dosaggio di 400 mg (invece dei 600 mg usati nelle fasi avanzate). Questa scelta è stata la chiave del successo: ha mantenuto l’efficacia riducendo drasticamente i casi di stanchezza estrema e calo dei bianchi.
2. Le differenze nella strategia di cura. Oltre agli effetti collaterali, cambia proprio il “calendario” della terapia: Durata del trattamento: Il Ribociclib si assume per 3 anni. L’idea è che una durata maggiore aiuti a “eradicare” meglio eventuali cellule dormienti. L’Abemaciclib invece si assume per 2 anni. Come schema di assunzione il Ribociclib prevede un ciclo di 3 settimane di compresse e 1 settimana di pausa. L’Abemaciclib viene assunto tutti i giorni, senza interruzioni. Questi dati posologici escono fuori da uno studio con diverse pazienti coinvolte: Il Ribociclib è stato testato su una platea più ampia (anche su stadio II però senza linfonodi colpiti, ma con altri fattori di rischio). L’Abemaciclib invece è storicamente indicato per pazienti a rischio molto alto (linfonodi positivi o tumori molto grandi/aggressivi). In sintesi, se una paziente soffre già di problemi intestinali, i medici tendono a preferire il Ribociclib. Se invece la paziente ha difficoltà a gestire i controlli frequenti (ECG o analisi del sangue per il fegato), o preferisce una terapia più breve (2 anni invece di 3), l’Abemaciclib può essere la scelta primaria più indicata. Una cosa è certa, cari amici lettori, da questo ottobre 2025, si è aperta non una strada, ma una nuova frontiera che si oltrepassa con più facilità e con maggiore fiducia grazie a questa nuova terapia, ma soprattutto tutto questo, permette di guardare con ottimismo alle future cure e guarigioni.