Timor di Stato. La storia invisibile di Gioacchino Basile – 2
Perché una semplice causa per diffamazione fa così paura ai sostenitori delle tesi sulle stragi di Capaci e via D’Amelio? (Seconda parte)
Nel 2003 avevo portato in procura qui, a Caltanissetta, una denuncia specifica in cui citavo le omissioni e la condotta del dottor Teresi. […] Ho rispetto nella magistratura, ed è questo rispetto che mi ha portato ad agire con determinazione. Non potevo arrendermi alle difficoltà umane di chi con le omissioni e le manomissioni uccide la speranza di fare emergere la verità sulla Strage di via D’Amelio, già ostaggio di clamorosi depistaggi istituzionali e da un vile monumento, signor giudice, un monumento contro la mafia posto in opera beffardamente dai fratelli Albamonte, compagni di merenda e servi dei Galatolo […] Un monumento contro la mafia, Fincantieri che paga la mafia! Tutto questo non può fare di me un condannato per diffamazione. Ho settantasei anni, è da cinquant’anni che inseguo un po’ di speranza: lasciatemi morire almeno con la fiducia nelle istituzioni!
La voce di Basile tuona nell’aula semivuota del Tribunale di Caltanissetta nell’udienza finale del 13 gennaio 2025, ma i ricordi e i fatti intrecciati sono talmente tanti che né quell’aula, né nessun’altra sede che rappresenta la Giustizia in Italia, è stata finora in grado di contenerli.
Il dettaglio sul protocollo d’intesa tra Fincantieri, ESPI e Regione Siciliana, trattato nel precedente articolo e che potrebbe rivelare un anello di congiunzione tra il caso Basile e mafia-appalti, emerge solo a dicembre 2024 e con poco risalto mediatico, un mese prima dell’udienza finale che antepone l’ex sindacalista all’ex magistrato Teresi. Ma in attesa dell’udienza c’è una novità a Caltanissetta: viene sostituita Nicoletta Frasca, la giudice che ha seguito il processo Basile sin dall’inizio, nonché figlia dell’allora Presidente della Corte d’Appello di Palermo Matteo Frasca.
È solo uno dei tanti passaggi di persone delle istituzioni che hanno contrassegnato la storia di Gioacchino Basile e che si susseguono almeno dal 1992, quando Paolo Borsellino è l’unico a conoscenza del fascicolo, oltre a Vittorio Teresi e a una terza persona che si è prestata a fare da tramite la sera del 25 giugno 1992 a Casa Professa. Com’è ben visibile dalle riprese di quella sera e che ancora oggi sono reperibili in rete, questa persona siede alla sinistra dello stesso Borsellino: Alfredo Galasso, avvocato e membro del CSM dal 1981 al 1986, deputato regionale del PCI dal 1989 al 1991 e deputato nazionale de La Rete dal 1992 al 1994. Protagonista di un battibecco con Giovanni Falcone sull’indipendenza della magistratura negli studi del Maurizio Costanzo Show dopo l’intervento polemico di Leoluca Orlando, negli anni successivi è autore di diversi libri. Nel 2017 ne scrive uno a quattro mani con Angelo Siino, Ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra e personaggio centrale nell’intreccio di mafia-appalti, che assiste legalmente dal 1997, quando Siino intraprende la collaborazione con la giustizia a sei anni dal suo arresto, cinque anni dopo che l’avvocato Galasso è apparso nella vicenda di Gioacchino Basile e Paolo Borsellino come un cameo di Hitchcock.
La ricostruzione di ogni fatto è in ritardo, in estremo ritardo, per quanto utile e opportuna per comprendere al meglio il percorso che ha condotto l’ultimo capitolo di questa storia a sfociare in una causa per diffamazione al Tribunale di Caltanissetta, dove Basile dichiara spontaneamente:
Fincantieri era la regina dei grandi appalti pubblici […] e agiva in quei tempi nella piena connivenza con i Galatolo, storica famiglia mafiosa dell’Acquasanta, a Palermo, mai indagata per la Strage di via D’Amelio.
Le due vite di Vito
È vero, i Galatolo non sono mai stati indagati per quella strage, ma Vito – figlio del patriarca ergastolano Vincenzo – testimonia nel 2015 proprio in occasione del processo Borsellino Quater sulla strage di via D’Amelio, accusando i fratelli Graviano e indicando l’ex capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera – deceduto nel 2002 – a libro paga dei Madonia. Me lo disse mio zio Giuseppe Galatolo dichiara, e si mantiene sul vago per quanto concerne l’eventuale coinvolgimento di soggetti terzi: io so che c’erano persone con contatti con servizi segreti ma se partecipavano a stragi non lo so dire.
Mentre per l’ultimo periodo di festività pasquali è stata sollevata la polemica per il permesso premio di suo fratello Raffaele, che non ha mai collaborato, il percorso di Vito Galatolo ripercorre le tappe di sua sorella Giovanna, che ha accusato il padre Vincenzo della strage di Pizzolungo ed è stata definita da Libera strada luminosa di speranza e di futuro. Certo, c’è una bella differenza tra una testimone di giustizia e un collaboratore, ma Vito Galatolo dichiara di aver fatto a tutti gli effetti una scelta etica ed è sostenuto da sua moglie sin dal primo momento, quando il 14 novembre 2014 racconta di un progetto di attentato ordito da Cosa Nostra contro il magistrato Nino Di Matteo. Così dichiara all’udienza sulla Trattativa Stato-mafia il 7 maggio 2015:
Mi sentivo che potesse succedere qualcosa di molto grave perché, mentre ero fuori io, siamo stati avvicinati da persone che volevano fare un attentato al dottor Di Matteo. […] Non volevo che potesse succedere una cosa del genere. Mi sentivo la coscienza sporca.
Quel giorno, a chiedergli le ragioni della sua collaborazione e ricevere questa risposta, è il procuratore Vittorio Teresi. Il magistrato gli chiede: E poi ha ricoperto anche ruoli di vertice nel mandamento? E Galatolo risponde: Dopo la mia scarcerazione nel 2012, dopo quasi dieci anni e mezzo di carcere, ho preso anche il ruolo di capomandamento di Resuttana. Allora Teresi domanda: Su designazione di chi? E Galatolo fa il nome di Girolamo Biondino in quanto portavoce di Matteo Messina Denaro che, a sua volta, avrebbe risposto a ordini superiori non specificati. È parente di quel Biondino… chiede Teresi, e Galatolo risponde subito: Fratello, era il fratello. Il Biondino a cui fa riferimento Teresi è Salvatore Biondino, identificato come l’autista di Totò Riina e arrestato insieme a quest’ultimo il 15 gennaio 1993. È effettivamente il fratello di Girolamo e viene citato anche in un verbale del 22 gennaio 1993, oggetto di alcune controverse dichiarazioni di Alberto Lo Cicero – considerato oggi il riferimento principale della pista nera, seppur deceduto da tempo. Qui per un approfondimento – interrogato dallo stesso Vittorio Teresi.
Vito Galatolo parla anche della Fincantieri: Gestivamo tutto quello che volevamo dentro i Cantieri Navali, dichiara quel giorno. Elenca le ditte sotto il loro controllo, fa nomi e cognomi dei suoi parenti e degli altri affiliati, dichiara limpidamente è casa nostra là, abitavamo a duecento metri. Nient’altro, nessun riferimento ad altri interessi o ad altre circostanze, tantomeno riferite alle stragi, la cui responsabilità del clan dell’Acquasanta resta dunque priva di riscontro giudiziario. Eppure, ricorrendo allo stesso metodo esplicativo secondo cui definisce i Cantieri Navali “casa sua” poiché a duecento metri dall’abitazione di famiglia, la casa di suo fratello Raffaele in via Aloisio Juvara dista a trecento metri dal garage di via Villasevaglios dove fu caricato il tritolo nella Fiat 126 che esplose il 19 luglio 1992 in via D’Amelio. Nessuno chiede, nessuno spiega, né a Palermo né a Caltanissetta. I Galatolo non sono indagati per la strage di via D’Amelio e Vito Galatolo è considerato dagli inquirenti uno dei collaboratori di giustizia più attendibili del panorama giudiziario.
A prescindere dalla condanna del 12 giugno 2025 per il reato di istigazione alla corruzione di un pubblico ufficiale, il suo pentimento rappresenta ufficialmente una vera e propria trasformazione di quel Vito Galatolo che negli anni Novanta entra persino nel merito della battaglia legale di Gioacchino Basile contro la Fincantieri, intrapresa dal suo licenziamento del 13 novembre 1990 e che comprende anche una causa contro il dirigente Antonino Cipponeri. All’ultima contestazione manifestata da Basile, a cui l’ingegnere Cipponeri non reagisce, è infatti Vito Galatolo a farsi portavoce la sera dell’8 marzo 1995:
Ancora non sei contento? Non sei contento di quello che hai avuto? Scrivi ancora letterine? Vuoi scrivere anche a me una letterina? Guarda che questa è stata l’ultima!
Questa minaccia e il relativo contesto che coinvolge inevitabilmente i vertici della Fincantieri è solo uno dei tantissimi elementi racchiusi nelle relazioni della Commissione Parlamentare Antimafia del 26 gennaio 1999 che Vittorio Teresi, per ragioni mai chiarite, non ha ritenuto opportuno produrre.
Passaggi significativi, ieri come oggi
La relazione conclusiva, di trentadue pagine, contiene interventi particolarmente incisivi e soprattutto emblematici, una rara testimonianza di un pluralismo antimafioso che negli anni è venuto meno.
Il senatore Roberto Centaro, ad esempio, tocca un vero e proprio nervo scoperto della vicenda:
Rilevo che qualche ombra è scesa anche sull’attività dei sindacati, i quali in un primo momento, per le ragioni più varie, hanno ostacolato la denuncia di Basile, muovendo dal presupposto che volesse creare un sindacato autonomo. In realtà, con l’isolamento di Basile (voluto o no: non voglio indagare sulle ragioni di tale isolamento) essi hanno di fatto agevolato l’attività dell’organizzazione mafiosa. […] il sindacato non può scendere in piazza a manifestare contro la mafia quando poi nel concreto comunque consente questa attività lavorativa, girandosi dall’altra parte ed isolando coloro che eroicamente cercano di porre in atto un’attività di contrasto e denunciano.
Nel suo intervento menziona anche l’audizione di Vittorio Teresi:
L’audizione del dottor Teresi, che si occupa dell’inchiesta, ci ha offerto uno spaccato disperante dell’attuale situazione nei cantieri navali di Palermo: nella sostanza non è cambiato assolutamente nulla. Questo è gravissimo.
Un intervento dissonante proviene invece dal senatore Beppe Lumia, all’epoca nel pieno della sua ascesa nel nome dei movimenti antimafia e destinato ad essere uno dei suoi principali rappresentanti politici. Vorrei sottolineare che il contesto è un po’ cambiato sostiene in principio, e spiega il perché:
Oggi invece abbiamo una Commissione, parte importante di questo Stato e del suo Parlamento, […] abbiamo delle forze dell’ordine e una magistratura che intervengono in tempo reale […] abbiamo anche la possibilità di avere delle interlocuzioni forti in una prefettura che si fa carico anche di queste questioni.
Significativa questa sua visione ottimista delle istituzioni, soprattutto considerando le strategie politiche – sempre antimafia, ovviamente – adoperate negli anni successivi. Ancora più significativi sono i punti finali che solleva come monito per il futuro:
Nessuno può entrare o uscire, nessun altro può organizzare lavoratori e controllare i materiali se non istituzioni legali. Dobbiamo nello stesso tempo chiarire il rapporto tra la Fincantieri nazionale e l’indotto locale che è vitale, decisivo, per il futuro produttivo della Fincantieri a Palermo, ma che deve essere ricondotto ad una logica di legalità e di sviluppo […] il protocollo di legalità è uno strumento cui la Commissione parlamentare antimafia dà una grandissima importanza. La Commissione è presente durante la sua articolazione, la sua approvazione e la sua gestione, per stabilire una metodologia di lavoro che potrà servirci in altri contesti e realtà aventi caratteristiche simili […] C’è infine la questione, molto importante, di Basile. Siamo partiti da lui, ma oggi non è più solo, ci sono le istituzioni e la stessa realtà sindacale ha preso coscienza dei gravissimi errori commessi, al punto che ne ha fatto un suo dirigente. È necessario che la sua vicenda sia spogliata dei caratteri di eroismo che lo espongono nei confronti di «cosa nostra» e che sia assunta, da parte nostra, la cultura e l’attenzione che Basile ha saputo porre in questa vicenda.
Questi passaggi, in relazione agli eventi futuri dell’antimafia contrassegnati dall’associazionismo spudorato al cosiddetto sistema Montante, sono oggi più che mai significativi per comprendere appieno un disegno politico che da trent’anni a questa parte si impegna a dipingere le crepe della Sicilia con vivacissimi colori della legalità. L’eroismo non può appartenere a Basile, è uno status riservato in via esclusiva a chi appartiene all’ambiente antimafia certificato, riconosciuto da quel movimento che già all’epoca riscuote parecchio successo, istituisce fanclub e influenza numerosi equilibri sociali.
Ma nel 1999 è ancora possibile controbattere a questa visione senza essere additati come mafiosi o conniventi, infatti il deputato Filippo Mancuso risponde:
Non so di quali tempi reali si sia illuso l’onorevole Lumia, quando di ciò ha gratificato l’attività non so se passata o presente della magistratura nel contesto di questo cantiere navale. Dalla relazione, dalle audizioni e dai documenti risulta ben poco e risulta ben poco in una materia – ripeto – che non è finita in se stessa, cioè cantieri navali e malaffare mafioso. È un aspetto integrativo dell’affare mafioso che interamente investe la realtà palermitana e siciliana. Dobbiamo sapere perché la procura di Palermo, il cui attivismo trabocca dagli uffici ai giornali, non si sia fatta così attiva, solerte, produttiva al di fuori di qualche caso, tutto sommato marginale e in realtà pregresso. È possibile considerare assolvibile una carenza di questa misura in questa materia, in questo contesto, in questo ambiente?
In ventisei anni, dal dubbio in Commissione Parlamentare Antimafia se le responsabilità della Procura di Palermo fossero assolvibili, la cultura dell’intoccabilità dell’antimafia sembra abbia invertito le parti e condotto Gioacchino Basile al banco degli imputati. Più che per diffamazione, per una sorta di hybris di quell’olimpo che il fenomeno antimafioso ha costruito intorno a sé. Chissà se il deputato Mancuso ha già percepito all’epoca cosa accadrà negli anni successivi e, forse, per questo motivo chiude l’intervento con un vero e proprio schiaffo morale:
Onorevole Lumia, la società ha bisogno di eroi, di simboli, di coscienze attive che si porgono a pagare il prezzo delle ignavie degli altri, anche dei magistrati quando accade.
Un finale tardivo e frettoloso
Il 13 gennaio 2025, la nuova giudice Lorena Santacroce pronuncia la sentenza in trenta secondi: viene dichiarata decaduta la recidiva e sentenziato il non luogo a procedere. A fronte dei dati emersi si tratta di un vero e proprio K.O. tecnico a favore di Gioacchino Basile, l’unica via per non condannare una ricostruzione storica valida e, allo stesso tempo, per non sollecitare l’apertura di un nuovo capitolo potenzialmente devastante per la Storia dell’antimafia e di quei magistrati di Palermo che nel 1992 sedevano accanto a Falcone e Borsellino. Il non luogo a procedere, definito dagli avvocati “assoluzione procedurale”, è stato l’ideale per sottrarsi dall’impiccio.
Da allora è passato oltre un anno, ma ancora non sono state depositate le motivazioni. E Basile, nonostante abbia chiesto alla Commissione Parlamentare Antimafia presieduta da Chiara Colosimo di essere sentito, non ha ancora ricevuto alcun riscontro. Non è chiaro il motivo, dato che questa commissione appare particolarmente interessata al filone mafia-appalti e una storia del genere, se esaminata, in caso di accoglimento costituirebbe un’effettiva svolta oltre ogni opinione storica finora espressa e ogni posizione politica sbandierata. È altrettanto misterioso perché sulla questione taccia anche il fronte opposto, dal momento in cui i fatti del caso Basile si intersecano perfettamente con molti elementi sostenuti per la tesi della Trattativa Stato-mafia, assumendo tuttavia una connotazione molto diversa.
In conclusione, sul fronte mafia-appalti il caso Basile sarebbe un ampliamento di vedute, sul fronte Trattativa sarebbe un cambiamento sostanziale. In entrambi i casi, sarebbe uno squilibrio nella suddivisione dei personaggi. I cattivi non avrebbero più l’esclusività del ruolo dei cattivi, i buoni apparirebbero molto meno buoni, le sfumature di grigio inonderebbero gli ultimi quarant’anni della Storia d’Italia e, chissà, forse si aprirebbero nuovi scenari del passato e certamente nuove responsabilità del presente. Il copione dei pupi dell’antimafia è stato già scritto all’indomani del 1992 e questa integrazione, che stravolgerebbe ogni certezza, arriva forse a un’ora troppo tarda e buia. Come quella in cui Gioacchino Basile lascia il Tribunale di Caltanissetta il 13 gennaio 2025, con gli occhi lucidi per l’esito non sperato e per il disinteresse generale nei confronti di quella causa che ha messo nero su bianco una pagina di Storia, nuova e vecchia allo stesso tempo, paradossale come il termine “stragi di Stato”. Una pagina che l’antimafia finora non ha avuto il coraggio di leggere e che, talvolta, tenta di strappare via.