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Timor di Stato. La storia invisibile di Gioacchino Basile – 1

Perché una semplice causa per diffamazione fa così paura ai sostenitori delle tesi sulle stragi di Capaci e via d’Amelio?

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A.G.: L’indipendenza dei magistrati per me è un fatto molto concreto, di non dover rispondere a nessuno.

G.F.: E questo è il guaio! Chi è indipendente deve sempre rispondere.

(Alfredo Galasso e Giovanni Falcone, Maurizio Costanzo Show, 26 settembre 1991)

Cosa accadrebbe se qualcuno sostenesse che un magistrato è corresponsabile di una strage di mafia? È successo, è stato celebrato un processo per diffamazione e il querelato ne è uscito con quella che gli avvocati hanno definito “assoluzione procedurale”. Nessuna testata era presente quel lunedì 13 gennaio 2025 al Tribunale di Caltanissetta, ad eccezione della piccola emittente locale Telejato, per cui ho curato l’inchiesta tra il 2024 e il 2025. Solo Radio Radicale ha documentato la dichiarazione spontanea del querelato: Ho settantasei anni, è da cinquant’anni che inseguo un po’ di speranza: lasciatemi morire almeno con la fiducia nelle istituzioni! Sono le parole di Gioacchino Basile, ex sindacalista CGIL ai Cantieri Navali di Palermo, l’unico a denunciare le infiltrazioni mafiose nella Fincantieri negli anni Ottanta del Novecento. Licenziato, espulso dal sindacato, isolato, in un’epoca in cui la lotta alla mafia non è affatto di moda e il coraggio passa per incoscienza, soprattutto per chi ha famiglia. Ma lui insiste, non demorde e non cede a tutte le ritorsioni che subisce, perché il suo concetto di bene pubblico non è compatibile con l’idea di un’infiltrazione mafiosa. Perché la tessera di quel sindacato, per lui, rappresenta l’espressione di un’idea più forte di qualsiasi interesse. Per lui. Dopo anni di vera e propria resistenza, lo Stato gli dà finalmente ragione e lo conduce in una località protetta insieme alla sua famiglia. Dalla sua storia viene prodotta persino una miniserie Rai nel 2006, A voce alta, oggi irreperibile. Le cronache, già così avare nel trattare il suo caso, con quella fiction televisiva hanno l’autorizzazione morale di archiviare quella storia come se appartenesse al passato, una storia di mafia come tante altre dell’epoca. Ignorano gli sviluppi processuali di quegli anni e ignorano che nel 2010 Gioacchino Basile torna a Palermo. Entra in tribunale, il primo che incontra è il celebre Nino Di Matteo, gli consegna un volantino. Prosegue il volantinaggio, spiega le sue ragioni a chi gli chiede qualcosa ma non ha grandi occasioni per farlo. A quei volantini ha affidato la testimonianza della sua ultima lotta, quella che non è passata da nessun organo di stampa e tantomeno dalla considerazione dello Stato, e l’ha riassunta in una semplice ed efficace accusa: un noto magistrato antimafia ha tradito Paolo Borsellino; sostanzialmente, è corresponsabile della strage di via d’Amelio. È il magistrato che ha curato il suo caso sin dal primo momento che Basile ha messo piede in procura, ed è lo stesso che lo querelerà per diffamazione più di una volta negli anni successivi.

Il fascicolo

Vittorio Teresi, autorevolissimo volto antimafia della procura palermitana, ha ricoperto un ruolo in quasi tutti i principali processi per mafia celebrati nel capoluogo siciliano negli ultimi trent’anni e dal suo collocamento a riposo è presidente del Centro Studi Paolo e Rita Borsellino. Per la sua ultima querela contro Basile, il 7 ottobre 2022 presenzia al Tribunale di Caltanissetta in qualità di teste. È la sua unica apparizione in quel procedimento, in cui dichiara che quella con Basile è una conoscenza molto datata. Risale infatti a poche settimane dopo un incontro pubblico del 25 giugno 1992 a Palermo, organizzato da La Rete e MicroMega. Un evento passato alla Storia più recente di questo Paese, alla presenza di una folla accalcata a Casa Professa, tra i Quattro Canti e Ballarò, per ascoltare Paolo Borsellino. Col volto segnato dalla strage di Capaci e da una consapevole corsa contro il tempo, non usa mezzi termini nei confronti dei suoi colleghi:

Si aprì la corsa alla successione all’Ufficio Istruzione al Tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche giuda si impegnò subito a prenderlo in giro…

Gli applausi concitati lo interrompono, compresi quelli di Leoluca Orlando che gli siede accanto, lo stesso che il 26 settembre 1991 ha dimostrato una certa avversione nei confronti di Giovanni Falcone a reti unificate Rai e Fininvest, con l’accordo dei programmi Samarcanda e Maurizio Costanzo Show. Un giornalista segnala la presenza di Gioacchino Basile tra gli spettatori, gli dà la parola e parte l’applauso solidale di chi porta avanti una battaglia solitaria da troppo tempo. Gli applausi tuttavia scemano, quando Basile rilascia un commento quasi liberatorio:

Non ho visto i miei compagni in piazza, non li ho visti anche se i sindacati, quei sindacati che non rappresentano più veramente i lavoratori, li hanno chiamati alla lotta. Forse i miei compagni hanno risposto in modo sbagliato o, forse, hanno risposto in modo intelligente. Non sono andati dietro, non si sono fatti strumentalizzare in una battaglia che li vede, se non complici, almeno paurosi, li vede in qualche modo compromessi.

L’intervento è ancora oggi reperibile in rete, ed è ben visibile che Basile tiene sottobraccio un fascicolo. È il risultato di anni e anni di documentazione raccolta all’interno della Fincantieri per dimostrare lo strapotere dei Galatolo, promotori dell’idillio miliardario tra fondi pubblici e narcotraffico. Basile non è lì per ascoltare o per parlare in pubblico. È lì per incontrare Paolo Borsellino, per consegnargli personalmente quel fascicolo. Segue un breve confronto tra l’ex sindacalista e il magistrato che però, a causa di un noto ostruzionismo provocato dal procuratore capo Pietro Giammanco nell’affidamento degli incarichi, non può occuparsene personalmente. Ma Borsellino si interessa affinché Basile faccia un esposto e venga convocato da un magistrato di sua fiducia: è così che il 16 luglio 1992 avviene il primo incontro tra Gioacchino Basile e Vittorio Teresi, all’epoca trentanovenne. Due ore e mezza di colloquio e tre pagine di verbale portano a delle indagini, ma su stupefacenti e reati fiscali. Non viene scoperchiato nessun affare d’oro tra la mafia e lo Stato, solo una prima retata ai Cantieri Navali nel 1997 a firma di un altro magistrato – Luigi Patronaggio, poi trasferito – e nel corso del processo, intrapreso a ottobre 1998, Vittorio Teresi non produce neanche la relazione della Commissione Parlamentare Antimafia del 26 gennaio 1999.

Così Teresi commenta e riassume i fatti durante l’udienza a Caltanissetta del 7 ottobre 2022:

Basile mi accusa di non aver svolto bene le indagini e qua probabilmente ha ragione, nel senso che io ero già titolare di un procedimento che però non ritenni all’epoca che ci fossero sufficienti elementi per un rinvio a giudizio e chiesi un’archiviazione. Successivamente un altro collega, evidentemente… no, non evidentemente, sinceramente più preparato di me, anche avvalendosi del fatto che intanto erano venuti fuori dei nuovi collaboratori di giustizia, riaprì il caso. Lo riunì con due episodi di omicidio e quindi la cosa ebbe il risvolto del rinvio a giudizio presso la Corte d’Assise. Quel collega intanto venne trasferito ad altro ufficio e andai io, su indicazione precisa del dottore Caselli, a rappresentare l’accusa. Voglio abbreviare, il processo si concluse con le condanne ai Galatolo per le infiltrazioni mafiose ai Cantieri Navali, signora giudice, e io mi presi… anche perché in quel processo si intrecciavano questioni di stupefacenti, ma lasciamo stare. Le condanne dei Galatolo per le infiltrazioni e le imprese che a loro facevano riferimento le ottenni io. Però la Corte di Assise pronunciò sentenza di assoluzione nei confronti degli imputati per uno o due omicidi, non ricordo bene, e io non proposi appello.

Le sue dichiarazioni trovano corrispondenza con quanto accaduto a Luigi Patronaggio, trasferito in seguito a gravi minacce subite, anche nei confronti di sua figlia. E subentra nuovamente Teresi.

 

La matrioska

In quell’udienza del 7 ottobre 2022, la difesa chiede a Teresi come mai non abbia mai ritenuto di convocare Basile come teste, ma la pm Maria Luisa Butticé solleva l’obiezione e la giudice Nicoletta Frasca la accoglie; non è dunque spiegato il motivo di questa condotta ancora oggi. Su molte altre domande, invece, l’ex magistrato risponde di non ricordare, ma quando viene detto: Lei ebbe modo di ascoltare il signor Basile durante l’inchiesta mafia-appalti… Teresi corregge prontamente la difesa: Mafia-appalti no. Se per mafia-appalti lei intende… storicamente alla Procura di Palermo si va per titoli, l’inchiesta mafia-appalti è un’inchiesta differente…

In quella circostanza non viene spiegato neanche questo accostamento a mafia-appalti, la monumentale inchiesta partita dall’informativa dei ROS condotta dagli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno, smembrata in più procedimenti tra varie procure e sostanzialmente archiviata. Quell’inchiesta che solleva responsabilità sui magistrati che lavoravano a Palermo nell’epoca in cui Borsellino definiva la procura palermitana un nido di vipere e negli anni successivi, proprio in merito alla gestione dei relativi procedimenti. Mafia-appalti viene posta come contraltare alla tesi della pista nera e, negli anni precedenti, alla tesi della Trattativa Stato-mafia – che ha visto coinvolti proprio Mori e De Donno, fino alle assoluzioni di massa del 2023 largamente contestate – per trovare un movente valido delle stragi di Capaci e via d’Amelio. Ma da qualche anno si tratta anche di un’inchiesta polarizzata sul fronte politico che, com’è ovvio, rischia di avere ben poco a che fare col perseguimento della verità. La deriva della contrapposizione dei due fronti può essere sintetizzata in un semplice quesito: a tradire Falcone e Borsellino sono stati rappresentanti delle forze dell’ordine e politici, come sostengono la Trattativa e la pista nera, o anche i loro colleghi magistrati come sostiene mafia-appalti? Non è questa la sede per trovare una risposta, che spetterebbe agli inquirenti, è tuttavia innegabile che stupisce il silenzio intorno al caso Basile e soprattutto al suo ultimo processo che, in realtà, è una vera e propria matrioska. La prima bambola è l’ultima querela di Teresi nei suoi confronti, la seconda è la genesi dell’incontro tra i due con l’interesse di Paolo Borsellino nel 1992, la terza è la denuncia di Basile sulle infiltrazioni mafiose ai Cantieri Navali, e la quarta – che contiene tutte le altre – è il dubbio di un nesso tra il caso Basile e la stagione delle stragi. Ma esiste anche una quinta bambola, più nascosta rispetto alle altre, emersa con l’inchiesta che ho curato a cavallo tra il 2024 e il 2025: la legge regionale n.27/1987, che prevedeva uno stanziamento di fondi di 107 miliardi e 300 milioni di lire per interventi sul bacino di carenaggio a Trapani e Palermo, sull’ente portuale di Messina e sul fondo gestione separata dell’ESPI, Ente Siciliano per la Promozione Industriale, l’azienda pubblica che siglò un protocollo d’intesa nel 1989 con la Regione Siciliana e la Fincantieri per i bacini di carenaggio della Sicilia. Le somme di quest’operazione vengono riprese in una seduta della Regione del 23 maggio 2000:

La Fincantieri, partner della Regione, non solo non ha rilasciato il settore delle riparazioni navali, ma ha avuto a disposizione i cantieri per l’intero anno pagando soltanto per i pochi giorni dell’utilizzo. La Regione ha corrisposto alla Fincantieri oltre 50 miliardi [di lire, ndr] per la manutenzione dei bacini di carenaggio e ha fatto sì che partecipasse per il 50% a una società la quale la Fincantieri ha portato 1 miliardo e la Regione ha portato tra capitale e contributi oltre 60 miliardi che, sommati ai precedenti 50, sono oltre 110 miliardi di lire.

La Fincantieri ha dismesso tutti i cantieri di riparazione in ogni parte d’Italia, mantenendo solo quello di Palermo, in quanto non solo non le costava nulla, ma ne traeva profitto, dimostrando in pratica di non avere nessuna vocazione per le riparazioni navali.

È un dato di fatto che centinaia di miliardi di lire di fondi pubblici sono stati stanziati nello stesso periodo in cui i Galatolo facevano da padroni sulla Fincantieri e gestivano i proventi del narcotraffico di Cosa Nostra.

Un interesse talmente alto che rasenta l’alibi della ragion di Stato, tanto in voga nella Prima Repubblica, e che Basile rischia di compromettere con la sua denuncia. Il Presidente dell’ESPI, all’epoca della legge regionale e del protocollo d’intesa, era Francesco Pignatone. Ex deputato democristiano e promotore del milazzismo, era il padre del magistrato Giuseppe Pignatone, inizialmente operativo presso la Procura di Palermo e poi capo delle procure di Reggio Calabria e di Roma, infine Presidente del Tribunale del Vaticano, attualmente indagato per favoreggiamento a Cosa Nostra proprio nell’intricatissima vicenda mafia-appalti. A questo nesso bisogna aggiungere che l’informativa dei ROS indirizzata a Giovanni Falcone nel 1990 era denominata SIRAP, come una delle società controllate proprio dall’ESPI.

Alla luce di questi dettagli, l’inchiesta passata alla Storia e alle attuali cronache come mafia-appalti non sarebbe più una semplice pista, ma l’analisi di un sistema nazionale e l’individuazione di un canale finanziario internazionale mai scandagliato. Questo motiverebbe maggiormente il possibile interesse di Paolo Borsellino all’inchiesta, soprattutto all’indomani della strage di Capaci. Resta tra gli interrogativi irrisolti il titolo con cui Borsellino stesse indagando nonostante l’assenza di delega dalla procura, ma il saggio del 2005 L’Italia vista dalla CIA di Maurizio Molinari e Paolo Mastrolilli, che hanno visionato i documenti desecretati degli archivi federali statunitensi, riporta un dispaccio dell’ambasciatore USA in Italia Peter Secchia indirizzato al suo governo, in cui informa che l’allora Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli il 30 maggio avrebbe inviato Liliana Ferraro [capo dell’ufficio Affari Penali del Ministero, ndr] a Palermo per gestire il passaggio dell’intera indagine nelle mani di Paolo Borsellino, viceprocuratore locale e vecchio collaboratore di Falcone. La motivazione della nomina di questo magistrato è che lui sta già indagando sui complotti mafiosi di cui l’attentato di Capaci è parte. Un’indagine riservata, dunque, probabilmente su delega ministeriale e con evidente interesse degli Stati Uniti. Un fatto che sembra passare in sordina per sedici anni dalla pubblicazione del libro, poi analizzato in un articolo de Il Dubbio del 7 settembre 2021. L’ex ministro Martelli, tuttavia, in un’intervista del 5 giugno 2022 rilasciata a Felice Manti de Il Giornale commenta: Mi sembra una colossale bufala. Io non ho mai incaricato la Ferraro di qualcosa di assurdo. Nel tentativo di formulare un’ipotesi valida alle indagini riservate, aggiunge: Borsellino poteva collaborare con Caltanissetta, cosa che sicuramente avrà fatto.

L’allora ambasciatore Peter Secchia è venuto a mancare nel 2020, non è quindi possibile effettuare ulteriori riscontri sulla veridicità del dispaccio. È comunque lecito ipotizzare che l’origine di questo presunto interesse estero deriverebbe da un’ulteriore pista mai battuta dalle aule di tribunale, approfondita qui. La matrioska diverrebbe in questo modo la metafora più appropriata ma, soprattutto, con un’ulteriore quantità di bambola nascoste che motiverebbero ulteriormente la chiusura totale di fronte al caso che il 13 gennaio 2025, nell’udienza finale del suo processo, rilascia una dichiarazione spontanea con questo incipit:

Questo processo è una storia semplice, che parte dal 10 maggio 1987 con un esposto sottoscrittomi da ben centoventi compagni di lavoro, e proseguito poi con una denuncia documentata ed argomentata nell’esposto del 29 giugno 1992, che la sera del 25 giugno in via ufficiosa ebbi modo di consegnare al dottor Paolo Borsellino, contro un’importante azienda di Stato: Fincantieri. […] Ho trovato questa foto fra le mie cose e volevo mostrarla a lei, perché si vede proprio l’opuscolo che io diedi al dottor Borsellino la sera del 25 giugno ’92…

Fine prima parte