Telejato, una verità confiscata
L’altro volto dell’emittente epigona di Radio Aut e de I Siciliani tra manovalanza gratuita con promesse disattese, gestione dubbia di un bene confiscato e assegnazioni dirette sottosoglia. Nel nome dell’antimafia.
di Roberto Disma e Sara Cozzi
È necessario scindere i fatti personali dalle questioni di interesse pubblico, sempre. E metterle in chiaro. È un fatto personale che noi, Roberto Disma e Sara Cozzi, abbiamo lavorato per un anno a Telejato, la piccola e nota emittente antimafia della provincia palermitana che oggi, attraverso l’associazione Tele Jato ETS, gestisce un bene confiscato alla mafia nel Comune di Borgetto. È un fatto personale che non è stato riconosciuto quell’anno di lavoro, rischiando di compromettere l’iscrizione all’albo dei pubblicisti una volta conclusosi il biennio previsto di pratica giornalistica. Chiarita questa posizione, è una questione d’interesse pubblico che una testata giornalistica e un’emittente che rivendica costantemente la sua natura antimafia risponda editorialmente a un’associazione culturale, la Marconi, che non compare in alcun registro pubblico, neanche al ROC (Registro degli Operatori di Comunicazione) da cui risulta cancellata dal 2015. È una questione d’interesse pubblico che il direttore responsabile Riccardo Orioles – uno dei carusi di Pippo Fava – viva lontano e non abbia contezza di quanto accada in redazione, trasferita nella sua interezza all’interno del bene confiscato nonostante la funzionalità esposta nel progetto non sia quella di far trasmettere l’emittente. E ancora, è una questione d’interesse pubblico che il contenuto di questo progetto sia stato il motivo dell’assegnazione del bene confiscato a favore di Tele Jato ETS e che, tra le diverse discrepanze con la realtà dei fatti, in tre anni non sia stato attuato nonostante la scuola di giornalismo venga promossa sui social.
Non è una novità che Telejato promuova attività giornalistica per i più giovani, con vitto e alloggio a carico dell’emittente in cambio di un’esperienza in un territorio dove l’attività d’informazione assume spesso la definizione di “giornalismo di frontiera”. Fino agli stage di quindici anni fa non vigevano dunque formalità, documenti, progetti formativi o pretese. Questa iniziativa si è poi interrotta, forse perché nel 2016 Telejato è finita nella bufera mediatica di Kelevra, l’operazione dei Carabinieri del Comando di Monreale contro dei rinomati mafiosi di Borgetto. Insieme a questi, anche se stralciato quasi immediatamente e processato in un procedimento separato poiché estraneo a Cosa Nostra, è comparso il personaggio che dal 1999 ha preso le redini dell’emittente e la comanda ancora oggi, a prescindere dal ruolo che ricopre legalmente: Pino Maniaci. Noto per le sue stravaganze e per aver preso a parolacce i grandi latitanti quando erano a piede libero, ha attraversato nove anni di processo con due gradi di giudizio che lo assolvono con formula piena dal reato di estorsione e lo condannano per diffamazione ritenuta la continuazione tra i suddetti reati nonché la recidiva reiterata specifica contestata, si legge nelle motivazioni depositate il 14 marzo di quest’anno, dopo un anno dalla sentenza d’appello del 28 marzo 2025. Gli sviluppi di Kelevra e la storia giudiziaria di Pino Maniaci meriterebbero un approfondimento a parte, anche per definire il suo ruolo nella denuncia pubblica e nell’inchiesta sulla gestione spregiudicata dei beni confiscati della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, allora presieduta da Silvana Saguto. Ancora oggi, Maniaci tende a ricordare nelle sue esternazioni televisive che hanno tentato di incastrarlo e che la condanna della magistrata sarebbe merito suo, e lo ricorda quasi quotidianamente.
La Villa della Legalità
Concluso il primo grado del Processo Maniaci l’8 aprile 2021, il Comune di Borgetto emette il 14 ottobre un verbale di consegna di un immobile confiscato alla mafia a favore di Telejato. Si tratta di una villa sulla strada provinciale tra Partinico e Montelepre, nel territorio di Borgetto, ed è proprio in questo comune che vengono sollevate polemiche e perplessità per le caratteristiche dell’assegnazione: si tratta infatti di un affidamento diretto, seppur temporaneo, ma non scoppia lo scandalo e la notizia non dilaga oltre il comprensorio. Nel 2022 Pino Maniaci fonda l’associazione Tele Jato ETS insieme a sua figlia Letizia – legale rappresentante – e sua moglie Patrizia Marchione, con l’obiettivo ben preciso nello statuto di gestire beni confiscati alla mafia. Nel 2023 l’ente beneficia dell’assegnazione dello stesso bene, una villa confiscata sulla strada provinciale tra Partinico e Montelepre, stavolta tramite un bando vinto con la presentazione di un progetto dal nome lungo e ambizioso: Scuola di Giornalismo e Centro di documentazione del fenomeno mafioso. In prossimità dell’estate 2024 Pino Maniaci lancia il nuovo stage di giornalismo, i ragazzi arrivano a frotte per esperienze che non superano i due mesi e Maniaci si barcamena tra la trasmissione dei servizi al telegiornale e le udienze del processo d’appello. In una di queste, il 17 settembre di quell’anno, tutti gli stagisti assistono al processo. Nelle udienze successive – ad eccezione del 30 ottobre, quando il procuratore generale ha richiesto la condanna – assistono solo in quattro: sono gli ex stagisti che su proposta di Maniaci sono rimasti, con l’impegno di trasformare l’esperienza in una collaborazione funzionale all’abilitazione giornalistica da pubblicista. Non è mai stato sottoscritto l’impegno, ma per il percorso da pubblicisti non è necessario: sono sufficienti novanta articoli in un biennio e una minima sindacale di 450 euro lordi a semestre. Inoltre, la presenza nell’orbita dell’emittente di forze dell’ordine, politici e persino un ex presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia è rassicurante. Dopo la sentenza, con Maniaci rinvigorito dall’assoluzione per estorsione, prendono il via i preparativi per l’inaugurazione del bene confiscato in pompa magna: il 30 aprile 2025 viene tagliato il nastro alla presenza del prefetto di Palermo, alti ufficiali delle forze dell’ordine, amministratori comunali del comprensorio e molte altre figure istituzionali. Dopo quella data, resta un mistero il motivo per cui il percorso intrapreso per diventare pubblicisti sia sfumato. I mesi passano con l’arrivo di molti meno stagisti rispetto all’anno precedente, e sempre per brevi permanenze come in origine. Non resta traccia delle ambizioni prospettate da Pino Maniaci prima della sua riabilitazione a paladino della legalità, una parola a cui tiene così tanto da averla usata per battezzare il bene confiscato: Villa della Legalità. Una villa assegnata in virtù di un progetto che prevede esplicitamente il percorso per l’abilitazione da pubblicista, nell’ambito di una scuola di giornalismo non riconosciuta dall’Ordine dei Giornalisti ma che vive della fama di Maniaci.

Il progetto e la realtà
La consapevolezza del contenuto di questo progetto non è dovuta a un atto di trasparenza di Telejato, ma dall’istanza di accesso agli atti presentata dal giornalista partinicese Daniele Viola, che da mesi contesta i modi di Pino Maniaci e accusa il suo collega di diverse anomalie e irregolarità. Nel progetto si legge:
La struttura organizzativa dell’associazione può contare su diversi soggetti professionisti volontari, che di seguito si indicano e di cui si allegano i curriculum, i quali realizzeranno il progetto e le sue finalità.
Un gruppo di formatori e organizzatori del piano didattico che avrebbero prestato le proprie competenze a titolo gratuito per lezioni di otto ore settimanali in un semestre da alternare alla pratica, in un percorso complessivo biennale. Dopo l’elenco degli stessi, il progetto prosegue:
I predetti soggetti si occuperanno della gestione delle attività del centro e della scuola attraverso la predisposizione di un piano d’offerta formativa di tipo trasversale e costituiranno il comitato tecnico-scientifico del centro e della scuola.
Nella realtà dei fatti, non sono mai state eseguite lezioni. Solo una pratica continua, priva di orari o pause designate per far fronte all’enorme mole di lavoro – 298 servizi di Disma, 135 di Cozzi – con cui portare avanti l’attività giornalistica di un’emittente televisiva. Oltre al telegiornale, nel periodo invernale viene prodotto su iniziativa di noi collaboratori ex stagisti il programma d’inchiesta Quello che conta – chiddu ca cunta, interrotto subito dopo la sentenza malgrado la programmazione fosse prevista fino a maggio.
I professionisti indicati nel progetto sono i seguenti.
Antonio Ingroia, noto ex magistrato della Trattativa Stato-mafia, ex candidato politico e attualmente avvocato. Legale di Pino Maniaci nel processo per estorsione e diffamazione, tra giugno 2024 e aprile 2025 ha fatto visita al bene confiscato solo una volta, intorno a novembre, in cui si è intrattenuto in una chiacchierata coi collaboratori ex stagisti e ha rilasciato due interviste. Nessuna lezione.
Bartolomeo Parrino, avvocato di Maniaci per la stragrande maggioranza delle cause penali, inclusa quella per estorsione e diffamazione insieme a Ingroia. Rispetto al suo collega, è certamente un volto più frequente nella Villa della Legalità in quel periodo, presente per raccordare strategie difensive, rilasciare interviste e intrattenersi in appassionanti chiacchierate con gli stagisti. Nessuna lezione.
Ismaele La Vardera, deputato regionale e giornalista, ex inviato de Le Iene. Ha fatto visita al bene confiscato intorno a novembre 2024, in cui ha rilasciato diverse interviste poi trasmesse nei giorni successivi. Ha manifestato disponibilità e interesse per l’inchiesta sulla cooperativa sociale Cristo Pantocratore – è possibile leggere qui un approfondimento al riguardo – ed è stato presente alla pronuncia della sentenza. Nessuna lezione.
Gaetano Pecoraro, giornalista professionista, inviato de Le Iene. Mai visto né sentito in quel contesto. Nessuna lezione.
Salvo Vitale, professore e giornalista, compagno di lotte di Peppino Impastato e Radio Aut, nonché volto storico di Telejato e motivo per cui quest’emittente è stata a lungo considerata l’erede di quell’impegno antimafia privo di fronzoli e derisorio nei confronti dei mafiosi. La sua presenza in quel periodo si concentra soprattutto tra giugno e luglio 2024, in cui ascoltava con interesse gli sviluppi dei vari servizi. Nei mesi successivi è stato possibile incontrarlo casualmente in altri contesti, fuori dal bene confiscato, o in occasione di sporadici incontri di un gruppo di appassionati di poesia. Nessuna lezione, anche se in questo caso è opportuno sospendere ogni giudizio per le sue condizioni di salute sempre più cagionevoli che hanno infine condotto alla sua dipartita ad agosto 2025.
Riccardo Orioles, giornalista, uno dei carusi di Pippo Fava e attuale direttore de I Siciliani, nonché direttore responsabile di Telejato. Mai visto né sentito in quel contesto, solo una telefonata ad aprile 2025 per invitarlo all’inaugurazione del bene confiscato a cui non ha presenziato. Nessuna lezione.
Cristofaro Ricupati, segretario comunale, già direttore del Consorzio Trapanese per la legalità e lo sviluppo dei beni confiscati. Conosciuto tra un servizio e l’altro nei vari comuni del comprensorio, disponibile nel limite delle sue mansioni per eventuali necessità di raffronto sui comuni di propria pertinenza, non si ha memoria della sua presenza nel bene confiscato oltre al giorno dell’inaugurazione. Nessuna lezione.
Sotto l’elenco dei professionisti compare tra parentesi la dicitura VEDASI Curricula allegati, ma nell’istanza evasa a Daniele Viola non c’è alcun curriculum.
Per comprendere questa discrepanza tra la realtà dei fatti e il progetto che ha comportato l’assegnazione del bene, sono stati contattati due membri di questo comitato, entrambi giornalisti: Gaetano Pecoraro dichiara di non sentire Pino Maniaci né tantomeno frequentare Telejato da diversi anni, di non essere a conoscenza del progetto e tantomeno del suo coinvolgimento; Ismaele La Vardera, invece, ha dichiarato che Pino Maniaci gli ha proposto in passato di partecipare e tenere lezioni per la scuola di giornalismo che avrebbe avviato, ma di non aver poi ricevuto alcun riscontro in tal senso.
Sono trascorsi tre anni dall’assegnazione ed è evidente che la scuola di giornalismo prevista nel progetto non sia stata avviata malgrado la promozione social, l’impegno di Maniaci nel perseguire, comunque, l’obiettivo dell’abilitazione giornalistica da pubblicista per i collaboratori ex stagisti, e malgrado il cronoprogramma della relazione tecnica – in cui si parla di “ditta Telejato” – prevedesse la messa in esercizio entro aprile 2024. Forse per questa ragione lo stage è stato comunque avviato nel mese di giugno. Inoltre, nel progetto è dichiarato:
Il progetto sarà avviato entro i termini di cui all’avviso pubblico.
E l’avviso pubblico del Comune di Borgetto, firmato il 29 novembre 2022, è chiaro nei termini indicati:
I tempi di avvio del progetto, in ogni caso non superiori a tre mesi, a pena di decadenza.
Intorno al bene confiscato
Per tre anni l’assegnazione non è decaduta. Tre anni in cui Telejato compare in diverse assegnazioni di carattere economico da parte di alcuni comuni del comprensorio, rigorosamente dirette e sottosoglia. A titolo esemplificativo, la beneficiaria Associazione Culturale Marconi, titolare dell’emittente televisiva Telejato compare in un documento del Comune di Terrasini del 16 maggio 2022, con Letizia Maniaci in qualità di rappresentante legale e una delega dichiarata a Ditta Marchione Patrizia; il 10 agosto 2023 compare Emittente televisiva Tele Jato con sede a Partinico, via Empedocle n.30 in un documento del Comune di Capaci; il 7 maggio 2024 compare invece Radio Nuova Telejato TJ – Associazione Culturale Marconi, con dichiarazione del bonifico alla legale rappresentante Marchione, titolare dell’emittente televisiva Telejato in un documento del Comune di Terrasini; infine, sempre dallo stesso comune, l’11 giugno 2025 è la volta di Emittente Nuova Telejato TJ – Associazione Culturale Marconi con liquidazione a ragione sociale Benedetta Patrizia Marchione e il 16 settembre 2025 di Emittente radiotelevisiva Nuova Telejato TJ – Associazione Culturale Marconi con partita iva intestata a Patrizia Marchione.
Che siano errori di trascrizione o altro, con una verifica dei codici fiscali e delle partite iva, è indubbio che le realtà coinvolte siano l’Associazione Culturale Marconi fondata a febbraio 2001, un’altra associazione omonima fondata ad agosto 2022, una ditta individuale intestata a Patrizia Marchione e che, soprattutto, queste operazioni siano avvenute nello stesso periodo della partecipazione al bando, dell’assegnazione e della gestione del bene confiscato da parte di Tele Jato ETS, ente fondato e composto dai tre soggetti coinvolti nelle stesse. Un ente che ha pubblicato i bilanci solo di recente, dopo mesi di denuncia pubblica – qui sono reperibili gli ultimi sviluppi – condotta da Daniele Viola. Le entrate e le uscite risultano estremamente irrisorie. Con quali risorse viene gestito il bene confiscato?
Non è certo l’unico dubbio che sorge nell’ultimo periodo. Infatti, dalle motivazioni della sentenza depositate il 14 marzo 2026, Pino Maniaci risulta con domicilio eletto a Borgetto in via Benvenuto Cellini n.11, lungo una strada di campagna dove le case si alternano ai terreni. Non è una proprietà di Maniaci – sembra sia nullatenente – né uno studio legale, l’indirizzo coincide con quello della sede operativa della cooperativa sociale Strada Facendo di Partinico. Non sono evidenti eventuali nessi con l’attività di Maniaci o con la sentenza, non è dato sapere se la condanna a un anno e cinque mesi faccia cumulo con altre del passato. Il presidente della cooperativa sociale è Baldassare D’Amico, comparso nella relazione del 20 maggio 2025 della Commissione Parlamentare Antimafia presieduta da Chiara Colosimo in merito all’ordinanza-sentenza dell’8 novembre 1985 del procedimento n.2289/82 contro Abbate Giovanni + 706: il Maxiprocesso di Palermo.
Nei confronti di Baldassare D’Amico venne emesso ordine di cattura 30/83 dell’8 febbraio 1983 per il reato di cui all’art.416 bis C.P., essendo stato egli coinvolto nelle indagini concernenti il riciclaggio di denaro proveniente da delitti nella Enologica Galeazzo S.p.A., la cui effettiva proprietà’ era di Antonino Vernengo.
Ha sostanzialmente ammesso di aver fatto da prestanome al Vernengo, con la cui figlia Rosa si era fidanzato, simulando un esborso di capitale da parte sua per divenir socio della impresa, voluta esclusivamente dal futuro suocero. Troncato il fidanzamento aveva receduto dalla società’.
Del D’Amico si occupa la parte della sentenza, cui si rimanda, dedicata alla scoperta della raffineria di droga di via Messina Marine, che diede origine a procedimento cui venne riunito anche quello concernente l’Enologica Galeazzo S.p.A..
E si ricorda che in quella sede si e’ rilevato che l’imputato, assumendo la fittizia qualità’ di socio nella predetta impresa, il cui capitale venne significativamente costituito tutto in contanti, si presto’ sostanzialmente al riciclaggio di denaro di illecita provenienza di pertinenza del gruppo Vernengo. Ma si e’ altresì’ osservato che gli elementi raccolti non consentono di ritenere il D’Amico affiliato ad organiszazione mafiosa bensi’ ricettatore nella forma di intermediazione ricettatoria, reato per rispondere del quale va rinviato a giudizio, cosi’ modificata l’originaria imputazione di cui al capo 11 dell’epigrafe.
La vicepresidente è invece Adriana Canestrari, nel 2025 commissaria cittadina del partito Nuova Democrazia Cristiana, vicina a quel Totò Cuffaro che, in un’epoca remota e priva di assegnazioni di beni confiscati o progetti, Telejato non esitava ad attaccare con un irruento e irriverente modo di fare. Quando quella televisione rappresentava per molte persone l’ultimo avamposto di una resistenza antimafia, forse frutto di una nostalgia della condotta antipotere dimostrata da Mauro Rostagno, Pippo Fava e Peppino Impastato, quell’antimafia che si distingueva dalle istituzioni perché era mossa solo da un sentimento popolare. Non inaugurava una villa in pompa magna, non trasmetteva da un bene confiscato ottenuto con un progetto su una scuola di giornalismo, non faceva uso di manovalanza gratuita nel nome dell’antimafia. E negli ultimi anni, in bilico tra la condanna e l’assoluzione, Pino Maniaci ha cercato di mantenere intatta l’impressione di una paradossale autenticità che potesse incarnare le qualità di un guerriero solitario colpito dalla mafia che opera dentro e fuori le istituzioni. Anche se le evidenze parallele alla narrazione ufficiale della sua storia lasciavano trapelare che quel valore perduto nell’ambiente dell’antimafia non gli appartenesse, malgrado la fierezza con cui lo rivendicava ieri e lo ribadisce oggi, a tratti è riuscito a convincere e forse a convincersi di essere ciò che non è, finché la maschera non è caduta con uno sfarzoso taglio di nastro alle porte del più prezioso bene confiscato: la verità. Forse, come l’inevitabile farsa con cui si ripete la Storia, quel valore non c’è mai stato nei pressi di Telejato se non nel cuore dei giovani che ci hanno creduto e che, si spera, lo porteranno avanti.
Roberto Disma e Sara Cozzi