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Strategie, rivelazioni e carriere: Il caso di studio Maniaci-2

I recenti fatti su Telejato e il suo front-man riaprono il dibattito su una ferita mai guarita: l’antimafia come professione, le sue nefandezze e i collegamenti con personaggi sommersi. Un racconto in tre parti per analizzare le strategie, l’evoluzione e l’affermazione di Pino Maniaci e Telejato nel panorama antimafioso.

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Inconsapevoli, fedeli e strumentalizzati – la verità alternativa

Quando invocare il complotto mafioso per sviare dalle irregolarità non basta, in soccorso arrivano le testimonianze. Che siano ignare o compiacenti, poco importa. Ciò che conta è perorare la causa con ogni mezzo a disposizione. Il tentativo è elevare la qualità delle proprie tesi con l’inganno dell’esperienza diretta non contestualizzata o, peggio, manipolata. L’interrogativo che guida la seconda parte dell’analisi si concentra su questo aspetto: in che modo un antimafioso contestato mobilita le testimonianze per produrre una verità alternativa?
La maestria di chi dirige sta nel reclutare due tipologie di testimoni: gli inconsapevoli e i fedeli.
Il caso di studio Telejato arriva in soccorso per facilitare la spiegazione: la tecnica, messa in pratica da Pino Maniaci nelle ultime settimane, si è resa necessaria per scongiurare mediaticamente le contestazioni sulla gestione della scuola di giornalismo, uno dei due tronconi del progetto con cui Tele Jato ETS aveva ottenuto l’assegnazione della Villa della Legalità. Il più importante, tanto che in quel documento del 2023, fra premessa e indicazioni operative, la scuola di giornalismo occupa dieci delle diciassette pagine totali. Il progetto è consultabile qui, insieme alla relazione annuale e alle controdeduzioni depositate da Tele Jato. In queste decine di pagine, l’ETS ammette di non aver eseguito il progetto – a tre anni dall’ingresso nel bene – che prevedeva formazione, pratica e tutte le attività utili ai fini dell’iscrizione all’Albo dei giornalisti pubblicisti.

Se con i documenti è la stessa Telejato a dichiarare di aver disatteso gli accordi con il Comune di Borgetto, la partita mediatica si gioca su un altro campo. Nelle scorse settimane l’emittente ha confezionato alcuni servizi su delle lettere inviate dai partecipanti alle iniziative di Telejato. Persone che seguono Maniaci da quindici anni e ragazzi che hanno frequentato di recente la redazione hanno indistintamente raccontato della loro esperienza positiva. Testimonianze intense, ma nessuna menzione ai percorsi previsti dal progetto. Insomma, fuori dal perimetro delle contestazioni. Lungi dal sentenziare sul vissuto, ciò che si preme sottolineare è come l’esperienza personale diventi uno strumento di Telejato per mescolare i fatti alle suggestioni.

Da TeleJunior a Scuola di Giornalismo

È palese che le esperienze positive non possano colmare le inadempienze gestionali dell’ente. Meno palese è la linea di demarcazione tra le attività di stage prima del 2023, anno dell’inizio della gestione del bene confiscato, e quelle che invece si sarebbero dovute condurre successivamente.
Sono decenni che Telejato impiega manodopera giovanile. Si è trattato di un accordo tra privati: l’emittente metteva a disposizione la strumentazione e gli spazi mediatici, offrendo la possibilità di fare esperienza del giornalismo di frontiera. In cambio, riceveva aiuto nello svolgimento delle attività lavorative quotidiane. Questo è stato lo stage di Telejato fino al 2023, rinominato Telejunior.
Con l’affidamento della Villa della Legalità, invece, sarebbe dovuta nascere la scuola di giornalismo: un programma di studi con lezioni frontali bisettimanali, seminari, focus group e attività pratiche per permettere ai partecipanti, alla fine del biennio previsto, di conseguire l’iscrizione all’albo dei giornalisti pubblicisti. Un cambio sostanziale non solo per l’articolata modifica delle attività. Dal 2023 è la natura della relazione tra l’ente e i partecipanti che muta drasticamente: da accordo tra privati, si trasforma in un rapporto vincolato dagli impegni sottoscritti per l’assegnazione del bene confiscato.

Anche in questo caso, però, documenti e narrazione mediatica differiscono.
Telejato non ha mai messo a conoscenza i giovani frequentatori della Villa della netta distinzione tra il prima e il dopo 2023. Differenze ben specificate nei documenti, ma dissipate tra le pieghe della gestione di Tele Jato ETS. I video promozionali pubblicati a partire da aprile 2024 parlano della scuola di giornalismo come un’opportunità per fare pratica, per conoscere il mondo di Telejato. Nessuna menzione alle lezioni frontali, né al riconoscimento dell’attività giornalistica. Una scuola che si presenta come il solito stage estivo di Telejato in versione bene confiscato, con tanto di telo per le firme dei partecipanti con la scritta Telejunior. 

Aprile 2025: uno dei video promozionali della “scuola di giornalismo” pubblicati dal 2024 sui canali social di Telejato e Pino Maniaci

I partecipanti non hanno mai fatto esperienza diretta del progetto proposto da Telejato al Comune di Borgetto, oggi oggetto di contestazione . È forse questo il motivo per cui Pino Maniaci ha deciso di coinvolgerne alcuni nella campagna a sostegno delle posizioni dell’ente.

La causa scatenante di queste richieste riguarda non soltanto l’iter di revoca del Comune di Borgetto. La ricerca di appoggio da altri stagisti si muove a seguito di una denuncia pubblica portata avanti da me e Roberto Disma. Lo scorso febbraio alla trasmissione “Fatti e Opinioni” di Angelo Di Natale abbiamo esposto la vicenda: Telejato, a seguito dell’anno di lavoro presso l’emittente, non ha regolarizzato la nostra posizione. Nei fatti, Pino Maniaci ha richiesto a quattro degli stagisti dell’estate 2024 di restare per intraprendere la pratica per il conseguimento del tesserino da pubblicista. Ha poi però deciso di non corrispondere la minima sindacale di 900 euro annuali necessaria per l’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti.

Come già precisato in altre occasioni, la mia posizione, quella di Roberto Disma e degli altri due collaboratori richiamati a Telejato, è diversa da quella degli altri stagisti estivi.
Per comprendere meglio la situazione, è utile suddividere in tre momenti la vita della scuola di giornalismo sulla base delle informazioni condivise da Telejato e delle loro promesse, ad oggi disattese.

  1. aprile – settembre 2024: alle decine di ragazzi che hanno aderito alla scuola di giornalismo – compresi i quattro richiamati successivamente – era stata prospettata la possibilità di sperimentare la vita di redazione e il giornalismo di frontiera. La durata dell’esperienza variava da qualche giorno a qualche settimana. Vitto e alloggio a carico dell’ente. Nessuna menzione al progetto. Nessuna collaborazione a lungo termine. Nessun tesserino.
  2. ottobre 2024 – giugno 2025: quattro dei ragazzi che avevano partecipato all’esperienza estiva vengono ricontattati per una collaborazione a lungo termine. Vitto, alloggio e adempimenti per l’iscrizione all’albo dei pubblicisti a carico dell’ente. Nessuna menzione al progetto.
  3. luglio 2025 – oggi: due dei quattro collaboratori (io e Disma), a seguito della chiusura del rapporto lavorativo con Telejato, richiedono che l’anno di lavoro venga riconosciuto esclusivamente ai fini dell’iscrizione all’albo dei giornalisti pubblicisti, come da accordi e da progetto.

La gestione di un bene confiscato costruita sui principi di verità, legalità e corretta informazione che non esprime con trasparenza gli obiettivi e le modalità per raggiungerli è un fatto grave, ma non è la novità nel panorama antimafioso moderno. Telejato però ha fatto di più. Ha privato i partecipanti della conoscenza di un progetto che prevedeva un percorso finalizzato al conseguimento del tesserino. Nega gli impegni formali e gli accordi con i quattro collaboratori. Lo ha fatto finora attraverso perifrasi pericolose nei confronti della Segretaria firmataria del procedimento di revoca – chi ha da pagare, pagherà. Di questo ne può stare tranquilla. Io godo di ottima salute.

Pino Maniaci durante il servizio “La verità dei ragazzi che hanno partecipato allo stage di Telejato, sulle accuse mosse da persone che gentilmente sono state allontanate”, 16 maggio 2026.

Lo fa ancora, impiegando l’esperienza di quei partecipanti che hanno aderito a Telejato, persuasi dal messaggio positivo che l’emittente era stata in grado di veicolare. Molti di loro oggi sono colpevoli solo d’ignoranza, intesa nel suo significato letterale: mancanza di conoscenza. Altri – pochissimi per fortuna – hanno permesso che la loro conoscenza venisse distorta, piegata agli scopi di Telejato. Per comprendere appieno, occorre proseguire l’analisi dei fatti partendo dal servizio andato in onda lo scorso 16 maggio: tre ex frequentatori sono stati intervistati. A tutti sono state poste più o meno le stesse domande: quando hai chiesto di fare stage a Telejato, ti è stato promesso un compenso economico? Ti è stato promesso un tesserino? Sei stato sfruttato, lavoro nero?

Testimoni inconsapevoli

Quale miglior modo per perorare la propria causa se non facendo intervenire persone che nulla hanno a che vedere con l’oggetto delle contestazioni? Pino Maniaci, da saggio prestigiatore, chiama a testimoniare sul banco della difesa due stagisti che hanno frequentato la Villa della Legalità nell’estate del 2024. Christian e Aldo hanno partecipato alla scuola di giornalismo estiva per come veniva raccontata: Telecamera, microfono e pedate nel culo. E l’hanno riportato: vitto, alloggio ed esperienza diretta. Nessun tesserino. Questo è ciò che possono raccontare loro, come altre decine di ragazzi passati di là tra giugno e settembre 2024. Questo basta a Maniaci per legittimare la sua versione dei fatti. La “verità senza se e senza ma” di cui Telejato si fregia, oggi pone le sue basi sull’inconsapevolezza di giovani chiamati a rispondere su una vicenda la cui estraneità è stata prima costruita e, poi, sapientemente strumentalizzata. Cosa risponderebbero quegli stagisti e tutti gli altri se gli fosse chiesto: Sei a conoscenza della distinzione tra Telejunior e la scuola di giornalismo? Sei a conoscenza dell’esistenza di  un progetto strutturato per la scuola di giornalismo? Se sì, da quanto? Quante ore al giorno eri impegnato in lezioni teoriche? E quante in attività pratiche? Sei mai stato coinvolto o hai conosciuto altri ragazzi impiegati in attività estranee al lavoro redazionale e alla cura dello spazio personale? Sapevi che alcuni ex-stagisti erano stati richiamati in redazione? Conosci il motivo?

I fedeli

La terza testimonianza è quella di Lucrezia Carmazzi. Anche Lucrezia ha partecipato alla scuola estiva di giornalismo, nel periodo in cui nessuno – tranne Tele Jato ETS – era a conoscenza del progetto che formalizzava gli impegni circostanziati, puntuali ma mai rispettati. Ecco il pezzo di intervista che la riguarda:

Intervista Lucrezia Carmazzi (collaboratrice di Telejato) andata in onda il 16 maggio 2026 su Telejato

Ti è stato detto che qui guadagnavi dei soldi? Chiede Maniaci. Lucrezia risponde: no, mai. È vero, nessuno a Telejato ha mai parlato di retribuzione. La domanda, però, è tendenziosa se posta per confutare la richiesta di corrispondere la minima ai fini dell’iscrizione all’albo. Pare infatti necessario puntualizzare che la richiesta di novecento euro a fronte dell’anno di lavoro a Telejato, avanzata da me e Roberto Disma, non afferisce ad una pretesa di retribuzione. D’altronde, novecento euro per un anno di lavoro – concretizzati in 298 servizi a firma di Disma e 135 a firma mia – equivarrebbero a 75 euro al mese di stipendio. Sarebbe come valutare l’attività svolta alla stregua di un prezzario da caporalato. Piuttosto, la richiesta è dovuta alle direttive dell’Ordine dei Giornalisti per l’accettazione della domanda di iscrizione all’Albo dei Giornalisti pubblicisti. Senza questi versamenti non si può fare domanda. E Pino Maniaci lo sa. Ma preferisce cambiare le carte in tavola.

L’intervista continua: Ti è mai stato promesso un tesserino o l’iscrizione all’albo dei giornalisti? dice Maniaci. Non è mai stato promesso, dice Lucrezia, che precisa: solo vitto, alloggio e la possibilità di imparare il mestiere. In sostanza, quanto dichiarato dai due precedenti intervistati.
C’è però una differenza fondamentale: Lucrezia è rimasta a Telejato per un anno. Non ha soltanto aderito alle iniziative dell’estate. Lei, insieme a me, Roberto Disma ed un quarto collaboratore, è tornata a Telejato su esplicita richiesta di Pino Maniaci. Lucrezia è tra le persone a cui era stato garantito che le attività necessarie all’iscrizione all’albo dei giornalisti sarebbero state svolte. Ora però lo nega.
Ha rinunciato a rivendicare un suo diritto, sancito non solo dagli accordi privati ma dal progetto che permette a Tele Jato ETS di svolgere attività nella Villa della legalità. Una scelta personale, che ha spinto me e Disma a non menzionare mai né il suo nome né quello del quarto collaboratore nelle denunce pubbliche. Quando però la menzogna è funzionale alla delegittimazione della verità, riportare il focus sui fatti diventa necessario.
Dopo l’intervista, ho inoltrato a Lucrezia un vecchio vocale:

Appena puoi, mandami alcuni pezzi che hai scritto per Telejato. Li salvo tutti in una cartella che il 31 Pino va all’Ordine e li deve portare. 

Lucrezia è l’autrice di questo vocale: una registrazione di quattordici secondi che mi aveva inviato il 14 dicembre 2024 per avvisarmi che si stava occupando della raccolta della documentazione relativa alla mia attività giornalistica “da portare all’Ordine”.
Non ho la certezza che Maniaci si sia recato a questo appuntamento di cui Lucrezia mi parlava. L’unica cosa certa è che lei, come me, Roberto Disma e l’altro collaboratore, sapeva ciò che Pino ci raccontava: interlocuzioni, incontri e scambi frequenti con l’Ordine per la buona riuscita del nostro praticantato. E quindi, l’iscrizione all’albo.

Si può immaginare quanto sia corposa e variegata la messaggistica privata di due colleghe che hanno condiviso lo stesso percorso per un anno. E da ciò si può dedurre quanti altri scambi e confronti sul tema del tesserino siano presenti in questa messaggistica. Il punto però era riportare anche lei sui fatti e chiederle una spiegazione in merito a questa presa di posizione opposta alla verità. Cosa ci guadagni? È stata la mia domanda. Non ho ricevuto risposta. Anche dopo averla informata che avrei parlato di questa vicenda, Lucrezia non ha ritenuto di rilasciare una dichiarazione di replica.
Rispettare il suo silenzio è un obbligo morale. Assecondare le sue menzogne, no.

Strumentalizzati

Dopo aver approfittato degli inconsapevoli e concordato versioni con i fedeli, Telejato, per non farsi mancare nulla, ha strumentalizzato i contestatori.

30 aprile 2026. Sull’emittente modicana Video Regione va in onda Che serata! TALK, il programma d’intrattenimento condotto da Massimo Minutella. Ospite della settimana Pino Maniaci. Tema della puntata – si riporta testualmente la descrizione sul sito web – il bene confiscato alla mafia, oggi Villa della Legalità. Il racconto appassionato di chi lavora quotidianamente per denunciare la criminalità organizzata. All’apertura, Minutella precisa i motivi dell’ospitata: ho ricevuto una mail che mi chiedeva “Ma che fine ha fatto Pino Maniaci?”. Allora ho detto “Sai che c’è? Lo invitiamo!”.
È singolare che la gente si chieda “che fine ha fatto Maniaci” nel pieno della bufera mediatica sulla Villa della Legalità. Ancora più singolare che Minutella decida di ospitarlo proprio per parlare del bene confiscato, senza mai fare riferimento all’avvio del procedimento di revoca. Arrivano subito, invece, le allusioni. Maniaci fa riferimento ai suoi 73 anni. Portati malissimo! Risponde Minutella. Eh, lo so, chiude Pino, mi sfruttano! Mi sfruttano!

Pino Maniaci (a sinistra) e Massimo Minutella (a destra) durante la puntata di “Che serata! TALK” del 30 aprile 2026.

Il conduttore sembra informato sui progetti di Telejato: Pino forma prossimi giornalisti. Ci sono dei ragazzi che vengono a fare degli stage, dice. Maniaci interviene descrivendo le attività. Minutella ribatte: senti, ma ho letto che qualcuno diceva che i ragazzi vengono sfruttati, che vengono trattati male.
Trattati male? – Risponde Maniaci – sai benissimo che nella massa c’è sempre qualcuno che esce fuori dalle righe anche con le dichiarazioni. Noi queste accuse le lasciamo a margine perché sono oggetto di querele, quindi ci sono dei giudici che se ne occuperanno.

Tra un siparietto in cui vengono mostrati faldoni di documenti e una digressione sulla sostenibilità economica della Villa che si discosta da quanto dichiarato nei bilanci, la discussione prosegue senza battute d’arresto. Maniaci chiede di leggere una lettera:

Cara Letizia, mai chiudere gli occhi. E come potremmo, con te come esempio? Perché tu ci costringi a guardarci attorno, a riconoscere le contraddizioni. Ma ci insegni anche a vedere la bellezza. Quella che resiste, quella che nasce dal basso. Quella che oggi vive tra queste pareti che non sono più simbolo di sopraffazione, ma di riscatto e rinascita. Questa sede è la prova del tuo impegno che oggi ufficializza la sua trasformazione in laboratorio di libertà, dove le idee prendono forma, dove sbagliare è concesso ma restare indifferenti no. È la dimostrazione che le cose si possono cambiare davvero. Che è possibile trasformare un bene nato nell’illegalità in un presidio di cultura, in una casa per le libere parole, in un luogo dove si coltiva la curiosità, la responsabilità, il coraggio.

Chi l’ha scritta? Chiede Minutella quasi sovrastando la voce di Maniaci, come se conoscere l’identità del mittente fosse necessario a legittimare le belle parole. L’ha scritta Sara Cozzi – chiude Maniaci – che è una di quelle che oggi, tu mi dici che mi attacca.

È necessario scindere i fatti personali dalle questioni di interesse pubblico, sempre. Lo avevamo già precisato e continuiamo a ribadirlo. Quando però le vicende personali, prive di interesse pubblico e valenza narrativa, vengono strumentalizzate per insinuare inaffidabilità e colpire la legittimità di chi racconta, chiarire la vicenda diventa essenziale.
La lettera scritta da me e firmata anche a nome dei ragazzi dello stage di Telejato è privata, indirizzata a Letizia Maniaci e condivisa per conoscenza soltanto con gli altri giovani che hanno partecipato all’esperienza estiva nel 2024. È stata consegnata in una busta a Letizia, unica legittima destinataria, e non prevedeva nessuna condivisione pubblica per l’intimità delle parole e dei pensieri espressi. A seguito della divulgazione da me non autorizzata, mi trovo costretta in autotutela a pubblicarla integralmente per evitare distorsioni. Per via dei tentativi di strumentalizzazione sono inoltre obbligata a contestualizzare la vicenda, che non avrebbe meritato alcuno spazio mediatico.

Questa lettera porta la data del 30 aprile 2025, giorno in cui è stata inaugurata la Villa della Legalità, e nasce da una riflessione: durante gli affannanti giorni dedicati agli allestimenti, e nella scaletta della manifestazione, nessuno si era premurato di dedicare anche solo un minuto di gratitudine a Letizia Maniaci, nonostante il bene fosse formalmente affidato a lei. Nel mese di preparativi per l’inaugurazione era insieme a me, a sua madre, a Roberto Disma e ad altri due amici della famiglia Maniaci a spolverare, lavare, rassettare gli interni e gli esterni del bene confiscato. Da quello che avevo visto e conoscevo al 30 aprile 2025 non c’era motivo di dubitare della bontà delle sue azioni, della buona fede nel suo impegno e della genuinità del progetto che aveva deciso di rappresentare. Anzi. Trovavo ingiusto che neanche suo padre, forse preso dall’euforia dell’evento, avesse pensato di dedicarle un momento di gratitudine. Ecco perché decido di scrivere, di farlo a nome mio e di tutti quelli che, anche solo per pochi giorni, avevano preso parte all’iniziativa. E decido di scrivere una lettera – non un discorso da palco, non un pezzo da mandare in onda – per rispettare la sua nota volontà di stare al centro dell’attenzione il meno possibile. Un gesto di gratitudine genuino, senza i condizionamenti che la divulgazione pubblica poteva comportare alla stesura. Insomma, una lettera di cuore. Questa era, ed è ancora, quella lettera. Il contenuto di quella paginetta di speranze e riconoscenza è l’essenza di ciò che pensavo prima di non riuscire più a distinguere Telejato dall’antimafia di cartone che tanto criticava. Prima di non veder riconosciuta la minima sindacale per l’anno di lavoro. Prima di leggere il progetto d’assegnazione, in cui l’accordo a voce per il conseguimento del tesserino diventa impegno formale, sottoscritto per ottenere l’assegnazione del bene confiscato. Prima di leggere, in quello stesso progetto, di un comitato tecnico-scientifico mai esistito. Prima di conoscere i bilanci di Tele Jato ETS.  Prima di vedere che a contestazioni precise, circostanziate e documentali, Pino Maniaci abbia preferito rispondere con confusione, delegittimazione e talvolta menzogne. Prima di approfondire la storia, i legami dell’emittente con certa antimafia. Prima di vedere fin dove può spingersi un antimafioso contestato nella costruzione di una verità alternativa.

2 – continua

Fine seconda parte

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