Pavol e Michaela, attivisti instancabili per la verità e per la giustizia, sono in pericolo. La loro storia riguarda tutti noi
Hanno già patito le ritorsioni del potere che non sopporta di non essere lasciato libero di calpestare le norme e, con il sopruso e l’abuso, pretende il silenzio.
La sequenza delle pressioni subìte fa scattare l’allarme rosso. Un allarme che nessuno può considerare lontano.
L’Austria è Paese membro dell’Ue, di cui condivide ogni obbligo in tema di rispetto dei diritti individuali, di garanzie inderogabili, di trasparenza degli atti amministrativi. Inoltre confina con otto Stati nel cuore dell’Europa, come l’Italia con cui la sua storia è profondamente intrecciata.
E poi la vicenda dei due reporter globali dell’Antimafia civile interpella le coscienze di tutti gli individui del mondo, dovunque verità, giustizia, diritti fondamentali dell’uomo e rispetto delle leggi che ne derivano abbiano un senso
Nella realtà distorta, così come modellata dal potere che abbatte con prepotenza i confini e si fa autoreferenziale ed eversivo dei limiti posti dallo Stato di diritto, la storia che vi raccontiamo sarebbe irrilevante, quasi insignificante, una sorta di ‘non notizia’. Ma ciò solo perché in tale realtà distorta il diritto è calpestato, il potere legittimo ridotto ad arbitrio, le vittime costrette all’impotenza espropriate di fatto di tutte le ragioni che nello spirito delle leggi e nel loro dettato autentico appartengono loro.
Ma questa stessa vicenda, la quasi ‘non notizia’ secondo i canoni del potere che tradisce la sua ratio e la propria fonte di legittimazione, nel linguaggio della verità e nella coscienza dell’onestà, anche intellettuale, è invece una storia enorme, sconvolgente, una notizia da prima pagina nel giornalismo che sa ancora distinguere il bene dal male, la verità dalla menzogna, le ragioni dai cavilli, le risposte trasparenti dai trucchetti e dagli imbrogli. Una notizia il cui titolo può essere ‘tentato omicidio politico-mafioso e disastro ambientale’.
Succede in Austria ed è il sequel – purtroppo non è cinema ma la cruda realtà – della drammatica vicenda già raccontata ad agosto 2023 e riguardante Pavol Pribela e Michaela Povalová (qui l’articolo). Per comprendere questo articolo suggeriamo ai nostri lettori, sempre attenti e sensibili al valore della verità e della giustizia, di consultare il sito di Pavol e Michaela (qui).
Da allora Pavol e Michaela – reporters per la giustizia e la verità non per scelta (certo, anche, dopo) ma per necessità in quanto vittime di un potere oscuro protetto da un muro di gomma difficile da scalfire – non solo non hanno viste riconosciute le loro ragioni né riparati i torti ricevuti, ma sono stati sottoposti a nuove, gravissime, azioni persecutorie che hanno messo e mettono a rischio la loro vita. La lettura dei fatti in sequenza e il contesto che emerge fanno credere che tutto ciò derivi dal fatto che Pavol Pribela e Michaela Povalová siano testimoni chiave in un’indagine di corruzione e criminalità ambientale che coinvolge alte sfere della politica e della polizia austriaca (Stiria).
Ecco in sintesi i fatti più importanti in sequenza, riassunti e ricostruiti anche con la testimonianza in prima persona di Pavol e Michaela contenuta nell’imponente ricostruzione documentale che abbiamo potuto visionare e sottoporre a verifica.
Il Caso: “Tchernobyl-Schanz” e la Rete di Potere.
Pavol e Michaela hanno scoperto e documentato una discarica abusiva di amianto situata sopra una conduttura idrica ad alta pressione a Fischbach. Le indagini indicano che questa operazione potrebbe essere protetta dalla sindaca locale, Silvia Karelly, e da un gruppo criminale guidato da Herbert Holzknecht (Hallein).
Cronaca degli ultimi attacchi. Tortura e Sabotaggio Medico
La polizia di Ratten ha sequestrato Pavol, un paziente oncologico (metastasi al fegato) affetto da BPCO II, trattenendolo per 5 ore in un’auto al gelo senza riscaldamento. Questo atto deliberato ha causato un grave peggioramento clinico (PCR salita da 1.67 a 17) e gli ha impedito di presentarsi a una Risonanza Magnetica (RMN) vitale per la diagnosi del tumore. La RMN è stata posticipata di un mese: una condanna a morte di fatto.
Incursione armata
Mentre Pavol era ricoverato d’urgenza in ospedale (LKH Weiz), le telecamere di sicurezza hanno ripreso quattro uomini, tra cui poliziotti e civili armati di pistole, che hanno invaso illegalmente la loro proprietà privata. La scena documentata rivela un possibile atto di intimidazione mafiosa avente anche il fine di verificare se i testimoni fossero stati “neutralizzati”.
Falsificazione di Atti giudiziari
Sono stati notificati mandati di comparizione (Ladung) manipolati, emessi senza il consenso della Procura, per criminalizzare le vittime attraverso accuse infondate legate al loro sito di denuncia antimafia.at. La Procura Generale ha già confermato il trasferimento dei fascicoli alle procure di Linz e Graz per abuso d’ufficio.
Perizia tossicologica shock
Il Prof. Leoluca Criscione (nominato per il Nobel) ha confermato che la coppia è stata vittima di un avvelenamento sistematico con 1,2-dicloroetano (160 volte sopra i limiti), orchestrato dal gruppo Holzknecht per liquidarli fisicamente.
Appello ai Media internazionali
Le autorità locali della Stiria stanno tentando di insabbiare il caso. Il muro di pietre costruito sopra la discarica di amianto serve a nascondere le prove prima dell’ispezione tecnica ordinata dal distretto di Mürzzuschlag.
Pavol e Michaela chiedono protezione internazionale perché c’è il rischio che la polizia locale sia parte o non sia estranea a questa struttura criminale.
Stiamo vivendo un momento estremamente difficile, sia dal punto di vista umano che legale. Negli ultimi mesi si è creata una sequenza di eventi molto pesante: dopo che abbiamo segnalato alcune irregolarità, sono seguite diverse misure che hanno inciso su tutti gli aspetti della nostra vita.
Ci hanno tolto la mobilità, sono iniziate pressioni legali e amministrative, e poco dopo Michaela ha perso il lavoro.
È importante guardare il contesto generale: emerge una pressione costante e crescente, anche a livello politico, affinché noi lasciamo questo posto.
Purtroppo, in mezzo a tutto questo, è successo anche qualcosa di molto doloroso. Due giorni dopo aver ricevuto la disdetta dell’affitto, il nostro cane Riki è morto tra le mie braccia. Non ha retto più alla pressione e alla situazione che stavamo vivendo.
E non è finita lì. Subito dopo la morte di Riki, Michaela ha chiamato il suo responsabile alla posta mentre era ancora al lavoro, per informarlo che doveva interrompere il servizio per questa grave situazione personale. La risposta è stata il licenziamento immediato.
Riki
Questo libro è una testimonianza di un essere che non parlava come noi, ma la cui presenza mi dava la forza di andare avanti.
Ho sempre cercato di proteggere Riki dal mondo esterno e non volevo che perdesse la sua intimità, il suo ritmo di vita, per qualche immagine su internet.
Le circostanze descritte però lo hanno logorato così tanto che alla fine è morto tra le mie braccia.
Tentativi di omicidio, cause legali di tipo SLAPP, lo sfratto dalla casa in cui amava vivere. Tutto questo ha creato una pressione immensa che ci ha portato via il nostro barboncino Riki.
In proposito merita di essere letto d’un fiato, per la forza e la genuinità della testimonianza, questo libro di Pavol (qui il Pdf) dedicato al suo amico Riki travolto dal dolore prodotto da un’empatia profonda.
Di seguito il Link: https://drive.google.com/file/d/1B_Xp_O7tip-fjwbzlsyT5lr4RR2lOfBr/view?usp=sharing
Nuovi sviluppi molto preoccupanti.
Abbiamo ricevuto la risposta ufficiale della BH Weiz riguardo al caso delle targhe sequestrate il 04.03.2026. Nel documento viene affermato che la polizia avrebbe visto più volte la nostra auto “nel territorio”. Il problema è che viviamo completamente isolati e l’auto si trova dietro la casa, nascosta tra gli alberi e praticamente invisibile dalla strada. Questo solleva per noi domande molto gravi.
Nel documento vengono inoltre citate ripetutamente le pattuglie della PI Ratten e della PI Kindberg, cioè proprio le stesse pattuglie che si fermano regolarmente dalla persona che continua a presentare denunce contro di noi. Esistono anche messaggi nei quali questa persona scrive apertamente di aver “chiamato la polizia” e che per noi sarebbe diventato “molto scomodo”.
Il poliziotto che ci ha sequestrato le targhe ha inoltre omesso fatti fondamentali: che siamo andati volontariamente in stazione di polizia dove era noto il grave stato di salute di Pavol, che sapeva dell’esame MRI urgente fissato per il giorno successivo e che l’auto era stata acquistata e già regolarmente immatricolata in Austria con tutte le tasse pagate.
A causa del sequestro delle targhe, Pavol non ha potuto sottoporsi all’esame medico urgente.
Successivamente lo stesso agente ha nuovamente cercato e controllato Pavol mentre Michaela si trovava volontariamente in stazione per consegnare ulteriori documenti. Durante quel controllo ha persino fatto riferimento a una foto pubblicata su Facebook, dando l’impressione che monitorino anche i nostri social network.
Nel frattempo utilizziamo un’altra auto con targhe austriache perfettamente regolari, ma continuiamo comunque a subire controlli dallo stesso agente.
Già nel gennaio 2026 avevamo informato il BAK (Bundesamt zur Korruptionsprävention und Korruptionsbekämpfung) dopo che il nostro proprietario di casa, il professor Hermann Wolf, aveva espresso forti timori per la nostra sicurezza e parlato di un possibile attentato contro di noi.
Nonostante queste comunicazioni, nessuna misura di protezione è stata adottata. Al contrario, la pressione contro di noi continua ad aumentare. Abbiamo inoltre comunicato a Petra Reski che la nostra denuncia presso la Commissione Europea è stata ufficialmente registrata con il numero CPLT(2026)01577 e che il caso sta iniziando ad essere esaminato.
Nel frattempo Michaela ha perso anche il suo secondo lavoro presso la posta, pochi giorni dopo la morte del nostro amatissimo cane Riki, crollato dopo mesi di enorme stress psicologico.
Dalla nostra prospettiva, l’intera sequenza degli eventi forma ormai un quadro estremamente chiaro e coerente.
Nel 2023 iniziano acquisti strategici di terreni nell’area Schanz/Fochnitz. Successivamente, tra il 2024 e il 2025, vengono approvate modifiche urbanistiche e cambi di destinazione d’uso direttamente collegati alla stessa area. Dai documenti GIS emerge inoltre che parte del territorio è classificata come “Sondernutzung im Freiland für Sportzwecke” (“spo”), cioè utilizzo speciale in area libera per finalità sportive, all’interno del territorio soggetto alla Convenzione delle Alpi.
Parallelamente esiste un diritto di prelazione (“Vorkaufsrecht”) a favore di Marlene Krenn sui terreni interessati, mentre Harald Kaiser compare nel Gemeinderat Fischbach ed è contemporaneamente collegato alla Schanz Sonnenlift GmbH.
Nel 2024 il gruppo attorno alla sindaca Silvia Karelly ha inoltre effettuato una modifica urbanistica che, dal nostro punto di vista, appare puramente formale (“pro forma”). Le persone che rischiano di perdere i propri terreni o il valore delle loro proprietà non sarebbero state realmente informate sulle conseguenze concrete di tali modifiche.
In questo contesto abbiamo iniziato a segnalare: la preparazione di un progetto di tipo edilizio; possibili interessi economici dietro le modifiche urbanistiche; sospetti di interramento di materiale edilizio; possibili residui contenenti amianto; rischi ambientali e per le acque nell’area della Alpenkonvention.
Successivamente la pressione contro di noi – raccontano Pavol e Michaela – è aumentata in modo evidente.
Un elemento estremamente importante riguarda la comunicazione ufficiale dell’Abteilung 13 del Land Steiermark, ricevuta il giorno successivo all’avviso giudiziario di sfratto, dopo circa cinque mesi senza sviluppi significativi. In quel documento compare improvvisamente e in modo esplicito il riferimento a:
“geplante Umwidmung des Grundstückes samt Errichtung eines Penthouses” (cioè una prevista modifica urbanistica con costruzione di un penthouse).
Questo punto è fondamentale, perché tale informazione non era pubblica. Nonostante ciò, compare direttamente nella comunicazione ufficiale dell’autorità regionale. Successivamente, però, lo stesso documento afferma che non sarebbe stato possibile accertare che: la modifica urbanistica fosse il motivo dell’intervento delle autorità; oppure che esistesse formalmente una procedura edilizia aperta per un penthouse.
Ma proprio qui emerge la contraddizione centrale. Noi non abbiamo mai sostenuto che esistesse già un permesso edilizio definitivo per un penthouse (attico), mentre è evidente come sia avvenuta un’operazione strategica di acquisto di terreni, per fini speculativi ai quali è stato subordinato il rispetto delle regole e dei diritti .
Il racconto, vero e drammatico, di Pavol e Michaela
Tutto è iniziato con una domanda tanto semplice quanto dolorosa. Che cosa mi ha distrutto la salute? Niente rabbia, niente accuse. Solo la necessità silenziosa di capire. Perché il corpo non mente. I polmoni non mentono. Il respiro che si accorcia anno dopo anno non mente.
Le risposte non sono arrivate dalle emozioni. Sono arrivate dai documenti. Da una mappa urbanistica che indica chiaramente che l’edificio in cui abitavamo non era destinato alla vita umana. Da atti ufficiali che parlano di produzione di droga nello stesso stabile. Da misurazioni dell’aria che registravano sostanze che lì non dovevano esistere. E infine da un referto medico di un’istituzione statale che, con calma burocratica e senza dramma, annota nella mia anamnesi: in quell’edificio c’erano emissioni, il paziente vi abitava, lo stato di salute è coerente con questo fatto.
Così si presenta la verità. Silenziosa. Ufficiale. Impersonale. Eppure è la storia di una salute distrutta.
Si potrebbe pensare che, a questo punto, il sistema si muova. Che quando si uniscono un luogo, sostanze chimiche e polmoni danneggiati, qualcuno dica: “Qui è successo qualcosa di grave. Qui abbiamo fallito. Qui dobbiamo intervenire.” Ma non è successo.
Ogni ufficio ha preso il proprio foglio. Uno si occupava della zona urbanistica, un altro della droga, un altro ancora dei polmoni. Nessuno ha messo quei fogli sullo stesso tavolo. E così la verità si è frammentata in pratiche separate.
E quando abbiamo iniziato a ricomporla noi, siamo diventati il problema. Nel frattempo, nella stessa area, si discutevano legami, reti di persone, strani rapporti di locazione, diritti particolari sugli edifici. Si indagava. Si parlava. Ma le vittime che vivevano dentro quel sistema restavano fuori dal quadro. La rete era interessante. La salute distrutta no.
Poi abbiamo fatto qualcosa che, evidentemente, non si perdona. Abbiamo chiesto ufficialmente allo Stato un risarcimento per quanto accaduto. In modo formale. Scritto. Oggettivo. Ed è in quel momento che le cose hanno iniziato a muoversi. Non verso la verità. Ma verso di noi.
Improvvisamente compaiono denunce anonime. Nuove perizie. Persone che non hanno nulla a che fare con il luogo originario della vicenda, ma che entrano nella nostra vita da un altro comune, da un altro contesto, con lo stesso scopo: mettere in dubbio, destabilizzare, logorare. Come se i lunghi tentacoli di un sistema sapessero esattamente dove trovarci.
Fischbach.
Un luogo che non avrebbe mai dovuto avere nulla a che fare con la nostra salute diventa improvvisamente teatro di pressioni, procedimenti, interferenze. E testimoni parlano di comunicazioni, di contatti, di collegamenti che meritano solo una cosa: essere verificati.
Non come scandalo. Come dovere. E c’è un altro aspetto di cui si parla pochissimo. La protezione dei testimoni. L’abbiamo chiesta. L’abbiamo implorata. Abbiamo segnalato che la pressione aumentava, che non riguardava più solo noi. La risposta è stata il silenzio.
Ed è qui che una democrazia perde le persone più coraggiose. Quelle che si sono trovate a opporsi al male non per scelta, ma perché non avevano più spazio per indietreggiare.
L’ex procuratore speciale slovacco Daniel Lipšic ha scritto parole che risuonano con forza anche in questa storia: «I mafiosi e i colletti bianchi stanno dalla parte del crimine e della corruzione. Non mi sono mai aspettato nulla di buono da loro. Politici, giudici, procuratori e poliziotti hanno giurato fedeltà alla legge quando hanno assunto le loro funzioni. Quelli che hanno tradito questo giuramento e si sono alleati con i criminali sono, per me, peggiori dei mafiosi e dei delinquenti».
Non è un grido. È un monito. Questa storia non è una caccia ai colpevoli sui giornali. È la presa di coscienza di qualcosa di profondamente doloroso: che il danno più grande non viene da ciò che fanno i colpevoli, ma dal silenzio dello Stato che li copre. Quando i fatti vengono divisi in modo che non formino mai un quadro completo. Quando chi cerca la verità diventa un problema da zittire. Quando le conseguenze sulla salute vengono messe in dubbio invece di cercarne la causa. Eppure, in tutto questo, resta qualcosa che non può essere distrutto. L’umanità. E il bisogno di onestà.
Perché alla fine di questa storia non ci sono la politica, né gli uffici, né le reti di persone. Alla fine c’è una domanda semplice che ognuno dovrebbe porsi: se fosse successo a voi, vorreste che qualcuno mettesse finalmente tutti i documenti sullo stesso tavolo e dicesse la verità?
E forse un’ultima domanda, ancora più dolorosa: tutto questo è accaduto anche perché io non sono nato in Austria, mentre chi è coinvolto porta sul proprio certificato di nascita due parole, ‘Repubblica d’Austria’?
Quando le denunce riguardano persone comuni, il sistema reagisce immediatamente. Quando invece toccano figure istituzionali o soggetti con potere, le indagini non iniziano nemmeno.“
Il fallimento più grave dell’essere umano non è soltanto quello di fare del male a un altro essere umano, ma soprattutto il momento in cui viene messo a tacere qualcosa di completamente innocente, qualcosa che non sa difendersi, non sa parlare, non sa mentire né manipolare – un animale che vive solo di fiducia e di dedizione.
Un cane ama senza condizioni, senza aspettative, senza calcoli, e quando sente che il suo umano è in pericolo, non reagisce con la ragione, ma con il cuore, con un istinto che lo porta a proteggere anche a costo della propria vita. Riki era esattamente così.
Per diciassette anni è stato parte della nostra vita, della nostra famiglia, dei nostri giorni e delle nostre notti: un compagno silenzioso che non aveva bisogno di parole per esprimere tutto ciò che provava. Era con noi in ogni momento, anche quando il nostro mondo ha iniziato a cambiare, quando nella nostra vita si è insinuata lentamente una pressione, una tensione e una paura che non si potevano spiegare con un singolo evento, ma che crescevano giorno dopo giorno, fino a diventare parte della quotidianità.
Lui non capiva le parole, non ne conosceva il significato, ma ne percepiva il peso, il tono, la tensione che non si può nascondere. Sentiva che qualcosa non andava. Sentiva più di quanto noi stessi fossimo pronti ad ammettere.
Era con noi quando venivano pronunciate parole che nessuno dovrebbe mai sentire, quando l’atmosfera cambiava, quando la casa smetteva di essere un luogo di pace e diventava qualcosa di diverso, qualcosa di pesante, qualcosa che non si può definire ma nemmeno ignorare.
E ha portato tutto questo con noi, senza possibilità di allontanarsi, senza possibilità di capire, solo con quella fedeltà che non conosce limiti. Fino a ieri.
È morto tra le nostre braccia. In silenzio, senza resistenza, come se in quell’ultimo momento avesse dato tutto ciò che gli restava. Questo dolore non si può descrivere a parole, perché non si tratta solo di una perdita, ma di qualcosa di molto più profondo: la consapevolezza che qualcosa di innocente è stato trascinato in una realtà che non gli sarebbe mai dovuta appartenere. E non avrebbe mai dovuto costargli la vita. Ed è proprio per questo che questa storia non può rimanere in silenzio.
Non viene punito chi fa il male, ma chi lo denuncia:
è il manuale del Truth-telling punishment
Già nel 2023 avevamo raccontato un caso che aveva sconvolto non solo l’Austria, ma anche l’opinione pubblica internazionale, inclusa quella italiana. Un caso che dimostra che non si tratta di un semplice conflitto tra due parti, ma di un problema che tocca le fondamenta stesse dello Stato di diritto.
Gli ultimi anni ci hanno insegnato che quando singoli individui segnalano possibili illegalità, spesso si ritrovano in una posizione in cui, invece di essere protetti, vengono sottoposti a pressioni. La società ricorda i nomi di giornalisti e persone che hanno pagato il prezzo più alto per aver cercato la verità, ed è proprio per questo che ogni caso simile dovrebbe generare una reazione immediata, non il silenzio.
Il caso di Pavol e Michaela non può essere ridotto a una vicenda privata. Si tratta di una situazione in cui due persone, che affermano di aver segnalato irregolarità, sono esposte a una pressione costante, mentre i procedimenti che avrebbero dovuto fornire risposte rimangono incompleti o privi di un esito chiaro. Ciò che preoccupa maggiormente è il modello che si ripete: le persone che segnalano il problema finiscono gradualmente sulla difensiva, mentre l’altra parte assume il ruolo di vittima. Questo rovesciamento dei ruoli è un fenomeno che richiede un esame approfondito e una risposta trasparente da parte delle istituzioni.
E oggi non si tratta più solo del passato. Si tratta del presente. E soprattutto del futuro. Come può lo Stato garantire che chi segnala possibili illegalità non venga sottoposto a pressioni, ma venga invece protetto? Come può assicurare che le indagini siano condotte in modo imparziale, indipendentemente dal ruolo o dalla posizione delle persone coinvolte? E come può evitare che casi come questo si concludano con la perdita della salute, della dignità – o peggio? Perché oggi non si tratta più solo di Pavol e Michaela. Si tratta di capire se il sistema è davvero in grado di proteggere chi sceglie di parlare.
Nell’agosto del 2024 siamo arrivati a Fischbach, ad Auf der Schanz, a oltre 1200 metri di altitudine, con un obiettivo completamente diverso da quello che oggi raccontiamo. Non siamo arrivati per fuggire, ma per ricominciare.
Volevamo creare uno spazio che avesse un senso. Un luogo dove le persone che avevano attraversato il dolore potessero fermarsi, respirare e sentirsi al sicuro. Non solo sopravvivere, ma tornare a provare quella pace che era stata loro tolta.
Quel giorno, quando siamo arrivati, ho preso Riki, l’ho guardato e gli ho detto una frase che doveva essere il simbolo di un nuovo inizio: “Da oggi hai solo una vacanza per tutta la vita.”
Dopo tutto quello che avevamo vissuto, quello doveva essere il luogo senza stress, senza pressione, senza paura. Un luogo dove la vita potesse rallentare, dove ci fosse finalmente spazio per il silenzio. Ma ciò che ci aveva portato lì non era una storia ordinaria.
Nel 2020 si è verificato un evento che ha inciso profondamente sul mio stato di salute e ha cambiato il corso della nostra vita. Le conseguenze non sono state solo fisiche, ma profondamente personali. Dopo esserci temporaneamente trasferiti dai miei genitori, abbiamo iniziato a capire che ciò che pensavamo fosse finito, non lo era affatto. Anzi, stava assumendo una nuova dimensione.
È iniziata una pressione che non era casuale. Situazioni che facevano pensare che alcune persone avessero interesse a farci scomparire da quello spazio, a impedire che ciò che sapevamo venisse alla luce. La paura della giustizia è un potente motore.
Ed è proprio questo che, dal nostro punto di vista, ha alimentato l’escalation degli eventi. Per questo abbiamo deciso di andarcene.
Non in città. Ma in un luogo isolato. Un posto dove pensavamo di poter trovare pace e distanza da tutto. Ma la realtà è stata diversa.
Anche lì, dove avremmo dovuto essere soli, soli non eravamo. Le persone che cercavamo di lasciarci alle spalle hanno trovato il modo di arrivare fino a noi. Non direttamente, non apertamente, ma attraverso pressioni, eventi, un lento e costante deterioramento della vita che stavamo cercando di ricostruire.
Ed è qui che inizia una storia che non riguarda più solo la fuga.
Ma il fatto che da certe cose non si può scappare. Nel contesto di queste indagini sono emersi ripetutamente anche temi legati a possibili influenze politiche o sistemiche, inclusi interrogativi sul condizionamento delle indagini e sul flusso delle informazioni nei casi più delicati, questioni che sono state oggetto dello stesso esame parlamentare.
Ed è proprio in questo contesto che sono emerse figure che hanno cercato di andare controcorrente, di dare un nome alle cose e di portare avanti le indagini.
Non tutti ce l’hanno fatta. Sono emerse informazioni su pressioni, minacce, tentativi di rallentare o bloccare determinate linee investigative. Situazioni in cui le decisioni non erano solo tecniche o professionali, ma influenzate da fattori che non venivano dichiarati pubblicamente.
Poi è arrivata una notizia che ha scosso anche chi osservava questi processi da lontano. La morte di una persona legata a questi temi.
Ufficialmente chiusa. Ma, nel contesto di tutto ciò che l’aveva preceduta, per molti è rimasta una domanda aperta.
Non perché esistano risposte semplici. Ma perché la sequenza degli eventi, le pressioni e le circostanze di cui si parlava disegnavano un quadro che non poteva essere ignorato. Ed è proprio in quel periodo che noi cercavamo un luogo dove poter vivere in pace. Con distanza. Lontano da tutto.
Ma ci sono cose che non finiscono semplicemente perché si decide di lasciarle alle spalle. Nel tentativo di difenderci attraverso gli strumenti legali, abbiamo fatto ricorso anche a ciò che lo Stato di diritto mette a disposizione, presentando una richiesta di risarcimento per i danni e gli interventi che ritenevamo ingiustificati e documentabili. Non è stata una decisione emotiva.
È stato un passo naturale per chi si rivolge alle istituzioni con l’aspettativa che i fatti vengano valutati in modo oggettivo, imparziale e basato su elementi concreti. La risposta è arrivata. Breve. Definitiva. Sulla base delle verifiche effettuate, è stato stabilito che non esistono indizi di comportamento illecito o colposo da parte degli organi dello Stato, e pertanto la richiesta di risarcimento viene respinta.
Senza una motivazione dettagliata. Senza una spiegazione punto per punto. Senza una risposta alle circostanze concrete che avevamo esposto.
Solo una conclusione. Tradotto in termini semplici, significa una cosa sola: secondo il sistema, ciò che è accaduto… non è accaduto. E in quel momento una persona si trova in una situazione che è forse ancora più difficile degli eventi stessi.
Non perché la risposta sia negativa. Ma perché, di fatto, non è una risposta. Nonostante tutto ciò che accadeva intorno a noi, non abbiamo rinunciato a ciò che è più essenziale: il tentativo di costruire una vita normale.
Abbiamo iniziato a ristrutturare una casa che si trovava in condizioni che non erano il risultato delle nostre azioni, ma la conseguenza di anni di abbandono e di danni causati da utilizzi precedenti. Non si trattava di piccoli difetti. Ma di problemi strutturali: umidità, muffa, impianti non funzionanti, strutture danneggiate, carenze igieniche che dovevano essere affrontate immediatamente se si voleva rendere l’abitazione anche solo minimamente vivibile. Fin dal primo giorno abbiamo comunicato in modo chiaro, trasparente, cercando di affrontare ogni problema in collaborazione con i proprietari, informandoli regolarmente sullo stato della casa, proponendo soluzioni e dichiarandoci disponibili a sostenere anche parte dei costi per stabilizzare la situazione.
Ma non siamo rimasti alle parole. Abbiamo agito. Abbiamo progressivamente sistemato l’impianto elettrico, il riscaldamento, le criticità sanitarie, eliminato la muffa, riparato i pavimenti, organizzato lo smaltimento dei rifiuti, affrontato problemi alla rete fognaria e altre carenze tecniche che rendevano la casa non solo scomoda, ma potenzialmente pericolosa. Abbiamo investito risorse economiche proprie, organizzato lavori, acquistato materiali, coinvolto professionisti, per riportare la casa a uno stato dignitoso. E tutto questo nonostante uno stato di salute compromesso. Una diagnosi di BPCO di secondo stadio comporta limitazioni che una persona sana difficilmente può comprendere: capacità fisica ridotta, difficoltà respiratorie, necessità di dosare ogni energia.
Eppure siamo riusciti a fare ciò che molti, nella stessa situazione, non avrebbero nemmeno iniziato. Non abbiamo creato problemi. Abbiamo risolto problemi. Non abbiamo evitato responsabilità. Le abbiamo assunte, per qualcosa che non avevamo causato.
Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più profonde di tutta questa vicenda. Perché, mentre esistono prove concrete del fatto che stavamo riparando la casa, comunicando e cercando di stabilizzare la situazione, parallelamente si costruiva un’immagine completamente opposta, quella di un problema da eliminare.
Proprio nel momento in cui questo documento anonimo ha iniziato a circolare nelle istituzioni, generando conseguenze concrete, il suo contenuto è stato portato anche all’attenzione del nostro locatore. La sua reazione è stata immediata. Lo ha definito qualcosa che non aveva mai visto in quella forma. Non come un semplice osservatore. Ma come un medico, un professore universitario, una persona con una conoscenza diretta dello stato di salute di Pavol Pribela.
Dal suo punto di vista, l’affermazione secondo cui si trattasse di una simulazione della malattia era insostenibile.
Non a livello di opinione, ma a livello di valutazione professionale. E in quello stesso momento è stata pronunciata un’altra considerazione che aggiunge un ulteriore livello a tutta la situazione. Ha espresso la convinzione che esistessero collegamenti tra il contesto locale e persone operanti nell’area di Hallein.
Non come un’accusa, ma come la valutazione di chi disponeva di sufficienti informazioni per formarsi un proprio quadro della realtà. Ed è proprio in questo momento che la storia smette di apparire come una sequenza di eventi isolati.
Perché un documento anonimo che contiene dettagli concreti della vita privata, atti giuridici con gli stessi motivi ricorrenti e dichiarazioni provenienti da ambienti diversi iniziano a comporre un quadro che pone una domanda semplice: da dove arrivano queste informazioni e a chi servono? Nello stesso periodo in cui, sulla base di questo anonimo, è nato un tentativo reale di revocare la pensione d’invalidità, si è verificato parallelamente qualcosa che ha inciso in modo decisivo sulla nostra posizione nello spazio pubblico. È apparso un attacco mediatico.
Un articolo che ci presentava come un problema, non come persone che cercavano di segnalare fatti concreti, riprendendo in modo unilaterale le affermazioni dell’altra parte senza considerare le nostre prove e i nostri documenti.
Le conseguenze sono state immediate. Si è creata un’immagine che ci dipingeva come persone non credibili, conflittuali e pericolose, con un impatto diretto sul nostro nome, sulla nostra posizione e sulla nostra capacità di difenderci. Ed è proprio qui che risiede il problema fondamentale. Perché nel momento in cui affrontavamo un tentativo di intervento sul nostro stato di salute basato su una denuncia anonima, ci trovavamo contemporaneamente sotto una pressione mediatica che rafforzava indirettamente quella stessa narrazione. Non come una coincidenza, ma come una convergenza di eventi che si completavano a vicenda. Da un lato un anonimo che mette in dubbio lo stato di salute. Dall’altro lo spazio pubblico che mette in dubbio la credibilità.
E nel mezzo una persona che cerca di difendersi. Nello stesso periodo, mentre si tentava la revoca della pensione e si sviluppava l’attacco mediatico, è entrato in gioco anche un terzo livello. Il tribunale. In particolare, la giudice che si è occupata del caso e i cui atti oggi sono oggetto di impugnazione da parte della controparte. Ed è qui che il quadro si chiude.
Tutti i fatti, le sequenze, le connessioni della reazione ritorsiva del potere a chi
denuncia violazioni e reclama diritti in nome della verità e della giustizia
Da un lato un anonimo che mette in dubbio lo stato di salute. Dall’altro i media che mettono in dubbio la credibilità. E su un terzo piano un procedimento giudiziario in cui viene messa in discussione anche l’imparzialità della decisione. Non eventi isolati. Ma tre linee parallele che si sviluppano nello stesso momento e producono un effetto comune. Pressione. A questo punto, però, il caso entra in una dimensione in cui non è più possibile parlare di semplici
“affermazioni”. Perché ciò che è stato definito falso o inventato esiste in una forma reale, fisica. In un’area situata nelle immediate vicinanze di una fonte idrica sono documentati riporti di terreno e materiali che presentano caratteristiche tipiche di rifiuti edilizi: una miscela di pietra, terra e altri residui depositati senza una chiara spiegazione sulla loro origine e sulle modalità di collocazione.
Non si tratta di interpretazioni. Si tratta di una condizione visibile, documentabile e verificabile. Ed è proprio qui che emerge una contraddizione fondamentale che va oltre il conflitto personale. Da un lato esiste una realtà fisica: interventi sul terreno, riporti, sospetti di contaminazione, supportati anche da analisi di laboratorio dell’acqua che indicano la presenza di metalli pesanti. Dall’altro esistono affermazioni che negano questi fatti o li definiscono non veritieri. In questo momento non si tratta più di opinioni, ma di capire perché la realtà e le conclusioni ufficiali divergano.
Già nel gennaio 2026 abbiamo deciso di non attendere passivamente l’evoluzione della situazione, ma di agire secondo quanto previsto in uno Stato di diritto, rivolgendoci direttamente alle autorità competenti.
Il 15 gennaio 2026 abbiamo presentato una denuncia ufficiale al Bundesamt zur Korruptionsprävention und Korruptionsbekämpfung (BAK), nella quale abbiamo descritto in dettaglio gli eventi fino ad allora registrati e richiesto l’immediato avvio di un’indagine.
In tale segnalazione non abbiamo avanzato supposizioni generiche, ma indicato fatti concreti: nomi di persone ritenute coinvolte, sospetti di abuso di potere da parte di funzionari pubblici, possibili falsificazioni di documenti ufficiali e collegamenti tra i diversi attori che, a nostro avviso, non potevano essere casuali.
Abbiamo inoltre richiesto espressamente la raccolta e l’analisi delle comunicazioni tra queste persone, al fine di verificare in modo oggettivo l’eventuale esistenza di un’azione coordinata. Parte integrante della segnalazione era un elemento che non poteva essere ignorato. Abbiamo riferito di minacce ricevute nel nostro immediato contesto, incluse parole e comportamenti che lasciavano intendere un possibile rischio fisico, chiedendo un’immediata verifica alla luce del potenziale pericolo per la nostra vita e la nostra sicurezza.
Queste preoccupazioni non si basavano solo sulla nostra percezione, ma anche sugli avvertimenti del nostro locatore, professore universitario e medico, che aveva ritenuto la situazione sufficientemente grave da invitarci personalmente alla massima cautela.
Abbiamo inoltre informato che gli stessi fatti erano già stati segnalati ad altre istituzioni, incluse autorità regionali e la procura, sottolineando come, nonostante il tempo trascorso, non vi fosse stata alcuna risposta concreta né informazioni sullo stato dei procedimenti. La nostra segnalazione non era quindi il primo passo.
Era un tentativo di fermare un processo che stava progressivamente peggiorando. Abbiamo chiesto una sola cosa: che i nostri sospetti fossero verificati in modo serio e indipendente, che le prove fossero messe in sicurezza e che la situazione fosse valutata prima che si verificassero conseguenze irreversibili. La risposta ricevuta, tuttavia, non era una risposta a queste domande.
E soprattutto non era una reazione in grado di fermare ciò che è seguito. A seguito di questi sviluppi, non si è trattato più solo di comunicazione formale, ma di azioni concrete da parte delle autorità. È stato disposto il controllo del sistema di approvvigionamento idrico, non solo sotto il profilo amministrativo, ma anche tecnico, includendo l’esecuzione di sondaggi e verifiche sullo stato reale del terreno.
Una delle questioni centrali da chiarire era come fosse possibile che una nuova costruzione, realizzata dopo il 2020, fosse collegata a una fonte idrica privata, quando l’ultimo registro disponibile relativo a tale sistema risaliva al 1990. Una circostanza che solleva interrogativi fondamentali sulla legalità, sui controlli e sulla continuità della gestione idrica.
Le verifiche non si sono limitate alla qualità dell’acqua. Hanno incluso interventi fisici sul territorio, in particolare sondaggi nel terreno, anche in un’area in
pendenza dove esisteva il sospetto della presenza di materiali che non avrebbero dovuto trovarsi lì, inclusi potenziali rifiuti pericolosi come l’amianto.
Questo non è più il piano delle ipotesi. È il piano in cui lo Stato stesso riconosce la necessità di verificare cosa esiste realmente sul territorio. In questa fase non si trattava più di incomprensioni o di differenze di opinione, ma di una serie di azioni concrete che seguivano una direzione chiara.
Le iniziative provenienti dalla sindaca, le sue dichiarazioni davanti al tribunale e le misure amministrative parallele iniziavano a delineare un quadro con un unico obiettivo: allontanarci dalla casa a qualsiasi costo, indipendentemente dalla realtà, dai fatti e dalle conseguenze.
Allo stesso tempo esiste però una linea temporale documentata che non può essere ignorata. Per primi siamo stati noi – come cittadini – a presentare segnalazioni, a evidenziare possibili violazioni, rischi tecnici e ambientali. E queste segnalazioni non sono state rese pubbliche, né mediatiche: sono state indirizzate esclusivamente alle autorità competenti, esattamente quelle che la legge prevede.
Solo successivamente sono iniziate le verifiche ufficiali, con il coinvolgimento di istituzioni come il BAK, la Procura generale, i dipartimenti per l’ambiente e il territorio e le autorità distrettuali, chiamate a esaminare decisioni concrete, lo stato tecnico e le procedure nella zona. Ed è proprio in quel momento che avviene la svolta.
Non una soluzione. Non la protezione di chi segnala. Ma un attacco. Viene presentata una denuncia penale contro di noi, che ci identifica come responsabili, nonostante la sequenza dei fatti sia chiara: prima le segnalazioni, poi le verifiche, e solo dopo l’accusa. Questa sequenza non è casuale. Al contrario, disegna il profilo di uno strumento utilizzato per mettere a tacere chi ha sollevato il problema.
A questo si aggiungono dichiarazioni che, invece di chiarire la situazione, relativizzano i fatti e includono avvertimenti rivolti ai media affinché non “pubblichino informazioni false”, sottolineando quanto rapidamente possa essere danneggiata una reputazione. Questo è un passaggio cruciale.
Perché, invece di affrontare la sostanza del problema, l’attenzione si sposta sul controllo della narrazione: su ciò che può essere detto e su ciò che deve essere taciuto.
Parallelamente, la pressione nella realtà continua. Tentativi di sfratto, interventi amministrativi, procedimenti che producono un unico effetto concreto: espellerci dallo spazio in cui vivevamo. Ed è in questo momento che emerge una domanda che non è più personale, ma sistemica: dove si trova il BAK quando emergono sospetti sul comportamento di funzionari pubblici? Dove si trova la Procura generale quando sono in gioco i diritti dei cittadini?
Dove si trova lo Stato quando gli strumenti della giustizia diventano strumenti di pressione? Dove sono i principi costituzionali che affermano che tutti sono uguali davanti alla legge? Perché, se queste domande non hanno risposta, non si tratta più di un singolo caso. Si tratta di un precedente. Il 3 marzo 2026 abbiamo ricevuto nella cassetta postale una convocazione per un interrogatorio fissato al 19 marzo.
Nonostante il tempo previsto dalla legge, abbiamo deciso di agire immediatamente. Non come indagati. Ma come persone che credono nella giustizia.
Ci siamo presentati volontariamente alla polizia di Ratten per consegnare all’investigatore oltre 150 pagine di prove, che dimostravano come la denuncia contro di noi fosse strumentale, configurando un’azione di tipo SLAPP e mostrando che, in realtà, stavamo segnalando gravi violazioni.
Solo due giorni dopo, il 5 marzo, dovevo sottopormi a un esame MRI vitale, indicato come urgente dai medici a causa del sospetto di una patologia metastatica.
Non si trattava di un controllo ordinario. Era un momento decisivo, che poteva influenzare l’intero percorso terapeutico. Quando eravamo in stazione di polizia, Michaela è salita al primo piano per parlare con gli agenti. Ha mostrato loro l’SMS con la data dell’esame, i referti CT e la documentazione medica che
confermava la gravità della situazione. Gli agenti si sono chiusi in una stanza per circa dodici minuti. In quel momento credevamo ancora che, una volta esaminati i fatti, avrebbero compreso la situazione. Non è successo.
Invece di acquisire le prove, invece di rispettare lo stato di salute e l’urgenza medica, hanno trattenuto il passaporto di Michaela e successivamente ci hanno tolto le targhe del veicolo. Non si è trattato di un atto amministrativo. È stato un intervento che ci ha immediatamente privati della possibilità di muoverci. Ed è proprio da questo momento che ha inizio una catena di eventi con conseguenze dirette sulla salute.
Nonostante le ripetute richieste, nonostante avessimo spiegato che senza auto non avremmo potuto raggiungere l’ospedale, nonostante gli agenti avessero in mano prove di una grave patologia oncologica e di un esame urgente programmato, tutto questo è stato ignorato. Siamo stati lasciati senza possibilità di andarcene. Esposti al freddo, allo stress, a una totale impotenza.
Secondo la documentazione medica, si è verificata una de-compensazione acuta dello stato di salute, causata dalla combinazione di stress fisico estremo e pressione psicologica, con un’esposizione di oltre cinque ore a temperature prossime allo zero senza possibilità di riparo. Questo ha portato a un peggioramento dei parametri oncologici e respiratori, documentato anche da una successiva ospedalizzazione.
Un intervento che era iniziato come un controllo di polizia ha prodotto, nei fatti, l’interruzione di una diagnosi vitale, il peggioramento dello stato di salute e l’esposizione diretta al rischio per una persona gravemente malata.
Ed è esattamente ciò che avevamo detto in quel momento. Abbiamo implorato. Abbiamo spiegato. Abbiamo avvertito che togliendoci la possibilità di muoverci avrebbero messo a rischio la nostra vita. Nessuno ha ascoltato. E questo è esattamente ciò che è accaduto. Nel momento in cui la situazione si aggravava, non ci siamo rivolti solo alle autorità locali, ma direttamente alle più alte istituzioni dello Stato.
Abbiamo scritto al BAK. Abbiamo scritto alla Procura generale. Abbiamo presentato ripetute segnalazioni, chiedendo una sola cosa: che il nostro status processuale fosse rivisto, che non fossimo mantenuti artificialmente nel ruolo di responsabili, ma che venisse riconosciuta la realtà: che eravamo noi a segnalare le violazioni. Non si trattava di una formalità. Era una richiesta di protezione. Era una richiesta di giustizia. Era una richiesta di riequilibrio in un procedimento in cui, pur fornendo prove e collaborando, ci trovavamo nella posizione di chi subiva le conseguenze.
Questo paradosso è stato espresso in modo chiaro: chi porta prove non può essere, allo stesso tempo, trattato sistematicamente come imputato. La reazione del sistema ha però rivelato qualcosa di ancora più grave. La Procura generale ci ha informato che non conduceva né verificava direttamente l’indagine e che
la nostra segnalazione era stata semplicemente inoltrata altrove, senza alcun intervento, senza fermare la situazione e senza una reale valutazione al livello istituzionale a cui ci eravamo rivolti.
Allo stesso modo, anche un’altra segnalazione è stata nuovamente trasferita tra diverse procure, senza una risposta concreta nel merito, senza affrontare la nostra posizione e senza fornire la protezione richiesta. E così il tempo è passato.
Non giorni. Non settimane. Ma quasi due mesi. Due mesi durante i quali ci siamo trovati in una condizione paradossale: da un lato presentavamo
prove e chiedevamo verifiche, dall’altro subivamo una pressione che aumentava giorno dopo giorno. Senza risposta. Senza protezione. Senza intervento.
“Quando la giustizia viene trasferita da un’istituzione all’altra senza che nessuno se ne assuma la responsabilità, smette di esistere.”
No, questo non è più un problema di lentezza del sistema. È una questione di selettività. Perché nel momento in cui si tratta di un cittadino comune, il sistema sa agire e sa farlo immediatamente, con precisione, senza esitazioni e senza dubbi. Le decisioni arrivano nel giro di pochi giorni, le sanzioni vengono applicate senza ritardi e gli interventi hanno conseguenze reali e immediate sulla vita delle persone.
Basta osservare una decisione amministrativa del 5 marzo 2026, basata su un fatto del 4 marzo, che ha portato a una sanzione immediata e a conseguenze legali dirette.
Allo stesso modo, anche il destino lavorativo di una persona può essere deciso con la stessa rapidità: nonostante condizioni di salute compromesse, difficoltà oggettive e il tentativo di continuare a lavorare, arriva un licenziamento senza che vengano considerate le circostanze più ampie.
Qui il sistema non esita. Qui il sistema non attende mesi. Qui il sistema non agisce con cautela. Qui il sistema agisce subito. Ed è proprio per questo che la domanda non può più essere evitata. Perché la stessa rapidità, la stessa precisione e la stessa determinazione scompaiono quando i casi riguardano persone con posizione, influenza o protezione politica?
Perché, dove si tratta di un cittadino comune, si agisce senza esitazione, mentre dove è in gioco il potere, i procedimenti si diluiscono nel tempo, vengono trasferiti tra uffici e perdono un esito chiaro?
Perché il problema non è che il sistema non funziona. Il problema è che funziona. Ma non per tutti allo stesso modo. Poi è arrivata la fase finale. Non come una coincidenza. Non come una serie di eventi isolati. Ma come il risultato preciso di tutto ciò che era accaduto nei mesi precedenti.
Prima sono arrivate le segnalazioni. Poi gli attacchi anonimi. Poi gli interventi sul lavoro, sull’abitazione, sul nome, sulla salute.
E ogni volta che cercavamo di difenderci, ogni volta che presentavamo una richiesta o evidenziavamo fatti, seguiva quasi immediatamente una nuova reazione del sistema. Un altro passo. Un’altra pressione.
Non un singolo organo. Non una singola decisione. Ma una serie di azioni che si concatenavano con una logica temporale precisa, formando un unico processo continuo. La svolta è arrivata all’inizio di marzo 2026. Il 4 marzo ci sono state tolte le targhe del veicolo. Non come un semplice atto amministrativo, ma come un intervento che, nei fatti, ci ha privati della mobilità, della possibilità di spostarci, di raggiungere un medico, di vivere normalmente.
Le conseguenze sono state immediate.
Non siamo stati in grado di sottoporci agli esami medici programmati, fondamentali in quel momento per l’evoluzione dello stato di salute. Ma non è stato tutto. Pochi giorni dopo si è verificato un episodio che non può più essere considerato parte di un normale conflitto legale o di vicinato.
Il 9 marzo 2026, sul nostro terreno sono apparse persone non chiaramente identificate. Dalle registrazioni delle telecamere si vede che si muovevano intorno alla casa senza un tentativo standard di contatto o notifica, e il loro comportamento non corrispondeva a quello di un normale intervento ufficiale.
In uno dei video è visibile che almeno una persona portava con sé un oggetto che, per forma e posizione, poteva essere interpretato come un’arma, collocato all’altezza della cintura. Questo momento è stato per noi decisivo. Non perché si trattasse di un atto di violenza confermato. Ma perché, nel contesto di tutto ciò che era accaduto – minacce, pressioni, interventi sulla nostra vita, sulla salute e sull’abitazione – rappresentava un rischio percepito come reale.
La polizia era presente e ha fatto cessare l’episodio. Ma il fatto stesso che esso sia accaduto resta parte integrante del quadro. Nel frattempo, la pressione continuava altrove. Nel lavoro, dove la presenza era diventata oggettivamente impossibile. Nei procedimenti legali, dove le decisioni venivano prese senza un reale confronto con le nostre prove. Nella comunicazione pubblica, dove venivano diffuse affermazioni senza possibilità di difesa. Poi è arrivato un altro passo. Il licenziamento. Non come una decisione isolata, ma come una conseguenza diretta degli interventi precedenti: perdita della mobilità, stato di salute compromesso e pressione accumulata che si trasferiva nella vita quotidiana.
Tutto si incastrava, passo dopo passo. Decisione dopo decisione. Senza spazio per una difesa reale. E infine la pressione ha raggiunto un punto in cui non si trattava più solo di diritto. Ma di sopravvivenza. Siamo stati costretti a chiedere protezione, perché avevamo motivi concreti per ritenere che l’obiettivo non fosse più solo un contenzioso legale, ma una distruzione fisica ed esistenziale: perdita della casa, della salute, della sicurezza. Guardando oggi l’insieme, non si tratta di coincidenze.
È una sequenza di eventi, in cui ogni fatto ha prodotto una conseguenza, e ogni conseguenza è diventata un ulteriore passo verso un punto finale. E quel punto non era il tribunale. Non è stata una decisione. Non è stata un’esecuzione. Quel punto è stato il momento in cui il nostro cane Riki – un animale che per tutta la vita ci ha protetto e amato senza condizioni – ha percepito la tensione, la paura e la pressione intorno a noi in modo così intenso da dare tutto ciò che gli restava per proteggerci. Ed è morto tra le nostre braccia. Non perché fosse vecchio. Ma perché ha portato su di sé ciò che il sistema non è stato in grado di sostenere – le conseguenze delle proprie decisioni.
Appello alla Repubblica d’Austria, Stato membro dell’Ue
Sulla base di tutte le prove presentate, delle perizie tecniche e delle conseguenze sanitarie documentate, ci rivolgiamo alla Repubblica d’Austria con una domanda chiara: chi protegge le vittime? In questo caso è stato dimostrato che l’esposizione prolungata alla sostanza tossica 1,2-dicloroetano
ha avuto gravi conseguenze sulla salute delle persone coinvolte, inclusi danni ai polmoni e al sistema nervoso centrale.
Nonostante l’esistenza di misurazioni, conclusioni tecniche e una chiara correlazione temporale tra le attività svolte sotto l’abitazione e lo stato di salute delle persone colpite, non si è verificato alcun intervento efficace, nessuna protezione e nessuna valutazione equa della situazione.
Al contrario, le persone coinvolte si sono trovate in una condizione in cui:
– le loro prove non sono state adeguatamente considerate
– le indagini sono state ripetutamente deviate
– i fatti rilevanti sono stati messi in dubbio o ignorati
– e le persone verso cui si indirizzavano i sospetti hanno continuato le loro attività senza conseguenze significative
Questa situazione crea un precedente pericoloso. Un precedente in cui è possibile danneggiare la salute di una persona, distruggere le sue condizioni
di vita e poi trovarsi di fronte a un sistema che, invece di proteggere la vittima, esercita pressione su di essa.
Per questo chiediamo: come è possibile che, in presenza di conseguenze sanitarie così gravi, non sia stata garantita una protezione immediata alle persone colpite? Perché tutte le prove non sono state valutate in modo indipendente, senza l’influenza della posizione o del ruolo delle persone coinvolte?
Perché un sistema che dovrebbe garantire l’uguaglianza davanti alla legge dà l’impressione di una protezione selettiva?
L’uguaglianza davanti alla legge non può essere una dichiarazione. Deve essere una realtà. Se lo Stato non è in grado di proteggere le persone in situazioni in cui esistono prove di un rischio per la salute e la vita, allora fallisce nella sua funzione fondamentale. Non chiediamo privilegi.
Chiediamo ciò che dovrebbe essere ovvio: protezione, verità e uguaglianza davanti alla legge.
Questo caso non dura giorni, né mesi. Dura da 9 anni. Nove anni durante i quali non si è trattato solo di una disputa legale, ma di una progressiva
distruzione della vita. Della perdita della salute, documentata da prove tecniche. Della disgregazione delle famiglie. Della sistematica distruzione della dignità di persone che hanno scelto di non rimanere in silenzio. Della ripetuta ignoranza di fatti che avrebbero dovuto essere alla base della giustizia. Ma il culmine di questo caso non è solo il fallimento del sistema. Il culmine è che è stato messo a tacere un testimone innocente. Non una persona che poteva parlare.
Non qualcuno che poteva manipolare. Ma un essere che non aveva voce. Un cane. Un essere la cui morte, oltre al fatto grave in sé, reca messaggi tetri e minacciosi.
La sua morte non è solo una tragedia personale. È una conseguenza. La conseguenza di un ambiente in cui la pressione cresce, gli avvertimenti vengono ignorati e la giustizia non arriva in tempo. È il simbolo di ciò a cui può portare un sistema che non protegge i più deboli. Che non reagisce. Che permette che chi segnala un problema venga esposto alla pressione invece di essere protetto.
E per questo oggi non poniamo più soltanto domande. Oggi tracciamo un limite. Dove si trova lo Stato quando le persone sono esposte a un rischio concreto per la salute? Dove si trova la giustizia quando le prove esistono ma non portano a protezione? Dove si trova l’uguaglianza davanti alla legge quando il sistema agisce rapidamente contro i deboli, ma esita di fronte al potere?
Se in questo caso non esiste un momento in cui dire “basta”, allora quel momento deve nascere adesso. Non chiediamo eccezioni. Non chiediamo vantaggi.
Chiediamo ciò che dovrebbe essere alla base di ogni Stato di diritto:
– protezione delle vittime
– verità basata sui fatti
– uguaglianza davanti alla legge, valida per tutti
Per chi può ancora parlare.
E per chi non ha più voce.