Modica, contribuenti inviperiti e riscossione allo sbando: l’appalto-tributi ha a Bagheria il suo marchio di fabbrica. Tutte le trame sulla gestione illegale di nomine, incarichi, promozioni lungo il filo che da Abbate-Cuffaro prosegue con Ficano-Monisteri… Ripasso utile sulla mafia iblea
Modica, contribuenti inviperiti e riscossione allo sbando: l’appalto-tributi ha a Bagheria il suo marchio di fabbrica. Tutte le trame sulla gestione illegale di nomine, incarichi, promozioni lungo il filo che da Abbate-Cuffaro prosegue con Ficano-Monisteri.
Il bagherese Tripoli dovrebbe fare da garante per il Comune ma chi l’ha visto? Gli intrecci clientelari, amicali, familistici, talvolta sessuali guidano l’ente, fuori controllo con una sindaca-burattina in mani esterne e oscure e una dirigente, Maria Di Martino, che di fatto è anche assessore al bilancio ‘a volto coperto’ e tanto altro.
Le manovre per piazzare un proprio uomo al posto di Paolino, il dirigente tecnico in fuga anticipata verso la pensione dopo la bufera giudiziaria.
Tutti i dirigenti sono illegittimi e chiunque può eccepire la nullità di ogni atto che abbia una loro firma: per esempio i contribuenti, vessati perchè è sparita la banca dati e la Creset spedisce ingiunzioni anche a quelli che hanno pagato.
Un disastro che parte dall’affaire-Nexus voluto da Ignazio Abbate per avere con un trucchetto mani libere su un ricco appalto. Un danno incalcolabile per la città e alla fine il Comune ha pagato un altro milione di euro, con una transazione sospetta firmata dalla commissaria Ficano per salvare due funzionari (soprattutto il solito Bella) dall’azione di responsabilità.
Che fine hanno fatto le banche dati che la transazione attesta essere state consegnate al Comune? E intanto sono andati in prescrizione tributi per 64 milioni, un’altra voragine nei conti del dissesto.
La ‘cuginanza’ con Bagheria è l’occasione per un piccolo viaggio nella storia della mafia e della presa ben stretta sul territorio ibleo, habitat naturale per i suoi affari e i suoi crimini.
Dai primi boss in soggiorno obbligato alle migliaia di ettari di terreni acquistati ad Acate e dintorni, ai rapporti con i protettori della latitanza di Bernardo Provenzano, alla matrice fascio-massonico-mafiosa di molte vicende ragusane, dal caso-Rimi durante le denunce di Giovanni Spampinato, al Golpe Borghese, alle industrie mafiose iblee al centro di Pizza Connection, dei segreti di Bruno Contrada e del fallito attentato dell’Addaura a Falcone.
L’inchiesta giudiziaria sul Comune di Modica? In questo momento solo la dignità delle persone indagate potrebbe consentire l’informazione cui i cittadini hanno sacrosanto diritto
Ciò che a giugno 2023 avevo definito Abbate-ter, da oltre quattro mesi ha cambiato pelle ed è divenuto un’amministrazione nuova e diversa da quella forgiata dal voto del 28 e 29 maggio di due anni fa quando Maria Monisteri, prima donna eletta al vertice del Comune, viene votata come tenutaria e mera esecutrice, appunto, del terzo mandato del ‘sempre sindaco’ Ignazio Abbate, nel frattempo, da settembre 2022, promosso deputato all’Assemblea regionale siciliana sulla spinta di un incredibile successo personale di preferenze, proprio nella città e sulla pelle della città che per nove anni ha palesemente disastrato e dissestato, oltre che cinicamente violato nei fondamenti sacri della sua dignità civile e della sua libertà democratica con l’arma, abilmente maneggiata, del ricatto intimidatorio e della merce corruttiva dello scambio.
Monisteri in quel momento e a tutti gli effetti è ‘tenutaria e mera esecutrice’ per ‘meriti’ acquisiti sul campo, in quattro anni di Abbate-bis a cui – quale assessora a sport, turismo, spettacolo, cultura e rapporti con le associazioni laiche e religiose – è sempre fedelissima e obbediente, complice e silente dinanzi ad ogni malefatta di quel politico pur – dinanzi a lei in apparenza tanto educata e gentile – così palesemente rozzo, sbrigativo e disinvolto nel trattare le casse del Comune come fossero le proprie tasche personali e ciò per beneficiare e compiacere migliaia di clienti pronti poi a ricambiare con la merce del voto i lucrosi vantaggi illeciti ottenuti.
Di tutto ciò Monisteri è per quattro anni totalmente complice. E su questa linea continua senza mai fiatare nei dodici mesi di gestione commissariale, assecondando la funzionaria, Domenica Ficano, spedita dalla Regione con il mandato di sostenere il salto a Palermo dell’ex sindaco il quale, nel momento della successione, punta sulla propria assessora per mantenere la presa sul Comune.
Insediatasi il 5 giugno 2023 a capo del Comune, per oltre un anno e mezzo Monisteri continua ad essere la protesi di Abbate, il suo braccio servente e disciplinato nell’esecuzione degli ordini che il suo capo impartisce, da Frigintini o da Palermo, per sostenere le sue imposture e alimentare quella rete di affari che, a spese dell’ente pubblico e dei contribuenti, fin da giugno 2013 sempre occupano il primo posto nella scala degli obiettivi della sua azione politica e amministrativa.
La cieca obbedienza della sindaca al suo maestro e predecessore muta solo a fine 2024 dopo che la Corte dei Conti, leggendo i numeri di bilancio e quantificando il debito-monstre, traccia un solco e pone un bivio dinanzi al quale Monisteri, e con lei un’altra fidatissima di Abbate, la dirigente Maria Di Martino, devono scegliere: o continuare a mettere la propria firma sugli atti falsi già sottoscritti a centinaia o, almeno da quel momento, sottrarsi alle evidenti responsabilità, anche penali, che altrimenti continuano ad assumere. Ovviamente il ‘divorzio’ da Abbate non assolve per il passato né Monisteri, né Di Martino, né tanto meno l’ex segretario generale ed ex dirigente del settore finanziario, Giampiero Bella, nonché tutti gli altri corresponsabili nel tempo per i fatti commessi e gli atti compiuti: amministratori, dirigenti, funzionari, terzi beneficiari.
Monisteri prima e dopo, lo spartiacque della dichiarazione di dissesto, la dorata exit strategy di Bella in Provincia grazie alla cacciata di un funzionario onesto e competente, le scorribande in coppia con Ketty Maria Martino
Il bivio eretto dalla Corte dei conti impone la via obbligata della dichiarazione di dissesto che in effetti, come lettrici e lettori di In Sicilia Report ben sanno, da molto tempo e ben prima ho indicato come un macigno ineludibile, per un motivo semplice: i numeri sono scritti nelle carte e bastava leggerli per smascherare già anni fa gli imbrogli e i magheggi portati avanti da lungo tempo da Abbate-Ficano-Monisteri con la complicità di Bella, capo settore finanziario da ottobre 2015 a maggio 2023 e segretario generale sino a fine gennaio 2024 quando lascia palazzo San Domenico per occupare una poltrona ancora più appetita che all’improvviso l’allora commissaria del Libero consorzio comunale Patrizia Valenti rende libera facendo fuori il segretario generale in carica Alberto D’Arrigo ‘colpevole’ di essere onesto e competente e, soprattutto, di non avere ‘padrini’ proprio perché, da persona per bene e da funzionario preparato e corretto, fida solo nelle proprie riconosciute qualità di merito: perciò …. non può competere con Bella.
Nel fare ciò Valenti obbedisce a Schifani che accontenta Cuffaro che favorisce Abbate.
Questa dorata exit strategy permette a Bella di restare fedele ad Abbate e di non dovere scegliere tra l’ex sindaco e la sua erede come in seguito dovrà fare la propria allieva – pupilla e molto altro allora – Maria Di Martino (Ketty in Comune e probabilmente per gli amici), allevata ad Acate e da qui spedita a Modica in quella precisa congiuntura in cui la città non è solo nelle mani di Abbate ma – per via degli appetiti elettorali regionali di questi e per effetto delle sue dimissioni da sindaco necessarie per potersi candidare all’Ars – anche in quelle della traghettatrice Domenica Ficano giunta da Bagheria in esecuzione di un preciso patto di scambio tra chi controlla fino a quel momento il Comune, Abbate, e chi per un anno, a causa della forzata assenza, può garantirgli continuità: non gratis, ma in cambio di un preciso e lucroso tornaconto, diretto e indiretto, sia del contraente-mandante che della mandataria esecutrice.
In questa programmata congiuntura Di Martino, assunta illegittimamente dalla Ficano, fin da quando s’insedia a palazzo San Domenico insieme alla sindaca il 5 giugno 2023 fa per Abbate tutto ciò che prima gli ha garantito Bella, ma solo fino a novembre 2024, quando quel bivio posto dalla Corte dei Conti prima si presenta sulla sua strada e poi, inevitabilmente, su quella di Monisteri, della sua giunta e della maggioranza consiliare forgiata nelle urne: uno squadrone di ben 21 consiglieri su 24.
Per alcuni di questi ventuno, esattamente quattro, la divaricazione in effetti si manifesta prima, a gennaio 2024, in occasione dell’approvazione del rendiconto del 2021, documento palesemente falso imputabile a quel gran furbo di Abbate che però lo lascia cadere lì come un affare che non lo riguardi, proprio quando taglia la corda: termine ultimo per l’approvazione da parte del Consiglio comunale è il 30 aprile ’22, ma lui lascia otto giorni dopo senza mai farlo approvare neanche dalla giunta. E così quel falso documento è redatto in una prima fase da Bella sotto la commissaria Ficano, poi modellato dalla subentrante Di Martino sotto la sindaca Monisteri, quindi approvato dalla sua giunta e trasmesso al Consiglio con deliberazione finale del 10 gennaio 2024 nonostante la sua palese falsità che la Di Martino in aula, mentendo e spergiurando, tenta di nascondere: ma le menzogne erano e sono così palesi e debordanti che solo chi ha finto di non vederle ha potuto votare sì: 17 consiglieri su 24.
In effetti l’arrivo della Di Martino in Comune non avviene il 5 giugno 2023 quando, in pratica insieme alla sindaca Monisteri, si insedia con l’altro dirigente Rosario Caccamo anch’egli assunto illegittimamente, mentre Francesco Paolino già in forza al Comune come funzionario, acquisisce, altrettanto illegittimamente, la qualifica superiore il primo giugno ’23. L’arrivo della Di Martino avviene prima, a gennaio ’23, per chiamata diretta della Ficano, di concerto con Bella il quale la conosce mentre egli occupa posizioni di comando in vari altri enti tra cui il Comune di Acate di cui Di Martino, quale ragioniera, da marzo 2002 e fino a dicembre 2023 è dipendente, con la qualifica, dal 9 settembre 2016 di responsabile dei servizi finanziari.
Sulla carta Di Martino prende il posto, a inizio gennaio 2023, di un’altra ‘esperta’ come lei, Adriana Sciortino di Bagheria, che la concittadina Ficano chiama a Modica per quattro mesi a settembre 2022, poco dopo l’insediamento. Sciortino è una commercialista come a Modica ce ne sono a centinaia e però la plenipotenziaria di palazzo San Domenico sceglie proprio lei, non da sola ma insieme al marito, Piervincenzo Tripoli, altro commercialista di cui si sconoscono virtù delle quali il Comune di Modica non possa fare a meno ma la cui nomina, arbitraria e senza alcuna motivazione, rivela ben presto il vero movente: realizzare per via fiduciaria e amicale l’appalto per la riscossione dei tributi, una gara (la ‘gara fuorilegge’ denuncia subito In Sicilia Report, ricordate?) da 9 milioni di euro che a fine 2023, con operatività a regime un paio di mesi dopo, insedia un nuovo sistema di esazione, affidato alla Creset Spa risultata vincitrice; un sistema nel quale gli interessi del Comune sono messi per ben cinque anni nelle mani di questo commercialista di Bagheria il quale, potendo operare anche dal suo ufficio personale o domiciliare e retribuito con 125 mila euro dei contribuenti modicani, è incaricato, quale Dec, direttore dell’esecuzione del contratto, di vigilare nell’interesse della città di Modica affinché la Creset operi correttamente nel rispetto di tutti i suoi doveri. Anche questo incarico, come tanti altri atti compiuti dalle amministrazioni Abbate-Ficano-Monisteri nel corso di dodici anni, è illegittimo ma pienamente operante: e così il Comune di Modica paga solo perché altri, a centinaia di chilometri, ne abbiano un vantaggio.
Lo strapotere della dirigente assunta illegittimamente e da quattro mesi di fatto ‘assessore’ a volto coperto al bilancio, programmazione e tributi: deleghe sulla carta della sindaca Monisteri che non è in grado di intendere nulla degli atti che firma. E Di Martino cominciò a maneggiare le carte del Comune di Modica già tre anni fa, senza alcun titolo oltre a quello dei suoi rapporti privati con Bella
Prima di proseguire sul dossier–Creset lungo il filo delle manovre politiche, affaristiche e familistiche che lo precedono e lo modellano, un breve focus sulla dirigente comunale Ketty Di Martino, all’anagrafe Maria, di Acate, va fatto.
Lei in effetti comincia ad avere in mano certe carte del Comune di Modica non da gennaio ’23 quando – funzionaria a tempo pieno del Comune di Acate – viene messa sotto contratto anche dal Comune di Modica con nomina ad personam per volere della commissaria Ficano. Ma – abusivamente, perchè non potrebbe in alcun modo – molto prima, diversi mesi prima, certamente da quando a palazzo San Domenico c’è la commissaria, con Bella segretario generale e capo del settore finanziario. Stesso incarico che Di Martino ricopre ad Acate dove ha al suo fianco proprio Bella, noto collezionista di poltrone. Sono i rapporti privati con Bella, peraltro ben noti e acclarati in municipio, non quelli di servizio, che pongono – illecitamente – nelle mani della funzionaria certi dossier del Comune di Modica.
Su Di Martino ho scritto ampiamente in diversi articoli precedenti, anche per riferire, doverosamente, le sue responsabilità primarie e dirette in ordine alle tante falsità di bilancio da lei attestate ed avallate e per raccontare di quella compagnia di giro che in uno scambio di ruoli ha gestito per il Comune di Modica, violando più volte precise norme di legge, appalti milionari, concorsi, promozioni, incarichi, premi, sicché non mi ripeto.
Qui però una cosa va aggiunta.
Da oltre due anni ormai, dal 5 giugno 2023, Di Martino – illegittimamente come è noto e come dovremo ancora rilevare – è a capo del settore finanziario e tributi del Comune. Ma non è solo una dirigente, peraltro la più costosa per il Comune (160 mila euro l’anno) ma molto, molto di più. Per capirlo bisogna innanzitutto evidenziare che la nuova giunta-Monisteri, oltre quattro mesi dopo l’insediamento, non ha un assessore al Bilancio e programmazione economica, Tributi, Contrasto all’evasione ed elusione tributaria locale: tutte deleghe che la sindaca, in teoria, tiene per sé. Per sé?
Maria Monisteri non sa nulla, non intende nulla, non è in grado di leggere e di comprendere nessuno degli atti amministrativi nell’ambito di queste deleghe trattenute: e a dire il vero è così per la quasi totalità dei settori in cui, anche ‘solo’ da sindaca, dovrebbe guidare l’amministrazione comunale.
Questo è un dato di realtà, ben noto a chiunque sia informato dei fatti e nelle stanze di palazzo San Domenico guardi, ascolti, osservi, e di conseguenza conosca la genesi di ogni singolo provvedimento, piccolo o grande che sia, con la sequenza di interlocuzione tra gli uffici e di raccordo con il vertice, la sindaca appunto.
Ed è un dato che per onestà intellettuale va posto nel giusto rilievo, perfino nell’interesse di Monisteri, quale possibile sua attenuante per le responsabilità giuridiche di merito di ogni provvedimento: tutt’altra cosa è la responsabilità politica che è piena, totale, semmai aggravata dalla scelta, consapevole e codarda, di rinuncia alle proprie prerogative e di delega irresponsabile in mani così poco sicure per la cosa pubblica, così poco sensibili alla tutela dell’interesse dei cittadini: una scelta criminogena e dolosa, anche solo – stante la sua totale incapacità di comprendere determinazioni e delibere – nella fattispecie del ‘dolo eventuale’.
Quello delle responsabilità, di vario tipo, della sindaca è un capitolo che meriterebbe uno specifico approfondimento, ma ora il tema è un altro e andiamo oltre.
L’avviso di indagini a palazzo San Domenico induce il dirigente Francesco Paolino (anche lui illegittimo e abusivo come gli altri) a tagliare la corda con un anno e mezzo d’anticipo. Per la sua successione la Di Martino tuttofare vuole imporre un suo uomo, Fabio Bellaera, con lei già ad Acate.
Da oltre quattro mesi quindi c’è un assessore al Bilancio, programmazione economica e tributi con il volto travisato: c’è ed esercita pienamente le deleghe ed anzi spesso sconfina oltre. E’ proprio Ketty Maria Di Martino di Acate che conta e decide, anche fuori dalle ‘sue deleghe’ molto più della sindaca, pur rimanendo ‘coperta’, pur agendo nell’ombra.
La sua pulsione al comando, unitamente a quella per i giochi di ruolo nutrita da rapporti privatissimi e traffici d’influenza, del resto si è manifestata apertamente anche nei primi venti mesi (Monisteri-uno o Abbate-ter che si voglia definire quella fase) come rivelano i tanti scontri con l’assessora al Bilancio Delia Vindigni, professionista giovane e qualificata: commercialista, revisore legale, tutor nell’insegnamento universitario in Economia, Gestione dell’Innovazione, Project Financing, esperienze in Scuole d’Alta Formazione e Master di primo livello. Il suo curriculum agli atti della nomina ad assessore a giugno 2023, a trent’anni appena compiuti, analizzato secondo standard convenzionali e messo a confronto con gli altri, fa impallidire i suoi colleghi di quella giunta e le tante figure (consiglieri comunali, dirigenti, burocrati, funzionari, consulenti, pubblicani e faccendieri) riconducibili a vario titolo a quella fase di cui non risulta alcuna scelta ‘meritocratica’ perfino negli ambiti in cui sono imposti per legge il rispetto di criteri oggettivi, determinazioni motivate, procedure trasparenti. Come quando, in certe finte selezioni, indette con la parvenza di un avviso per far vincere i nomi prestabiliti, con sorpresa generale talvolta emerga uno bravo che lo meriti: rara eccezione, capriccio della sorte o miracolo dell’infrequente coesistenza di requisiti di diverso impasto, ma ogni tanto succede. E a proposito di curriculum, c’è da dire che, fatte salve rare eccezioni come quella riferita, in molti casi esso viene redatto in difformità dalle norme, in modo ambiguo o ingannevole, o totalmente tenuto nascosto in violazione della legge che impone la pubblicazione sul sito istituzionale della pubblica amministrazione interessata.
Tornando al filo dei fatti, la dirigente Di Martino da oltre quattro mesi ha campo libero più di prima e non deve neanche confrontarsi con qualcuno per fare ciò che vuole. Vero è che non c’è più Bella, anche fisicamente, a sostenerla; ma la nuova segretaria generale, Giuseppa Puglisi, risulta ‘non pervenuta’ nel suo ruolo di garante della legalità degli atti del Comune a fronte delle scorribande illecite del gruppo di comando rispetto alle quali, da parte sua, risalta solo il silenzio acquiescente.
Quanto al potere incontrollato della Di Martino, tra le tante pieghe piò o meno nascoste nelle quali si annida il gioco del ‘sale-scende’ di tali forme di potere, attenzione alle manovre per la nomina del successore di Francesco Paolino, appena andato in pensione. Se il nuovo capo del settore tecnico si dovesse chiamare, anche solo in parte, come Bella (avendo con questi molto in comune) il dato sarebbe ben più che un indizio, ai fini della misurazione dello strapotere della dirigente-assessora.
Accade che Di Martino voglia a tutti i costi rimpiazzare il dirigente in pensione con un suo uomo, Fabio Bellaera, architetto, già capo dell’ufficio tecnico del Comune di Acate. Per Bellaera, 48 anni, di Modica, diploma di geometra nel locale Istituto ‘Leon Battista Alberti’ e laurea nove anni dopo a Reggio Calabria in Pianificazione territoriale, pare che oggi l’obiettivo sia quello di sistemarsi a palazzo San Domenico, grazie ai favori della plenipotenziaria Di Martino che lo vuole con lei a tutti i costi, dopo averlo avuto con sé ad Acate. Qui Bellaera, dipendente a tempo indeterminato da aprile 2023, è stato prescelto con conferimento di ‘posizione organizzativa’: la cosiddetta dirigenza di fatto tanto gradita a nominatori e nominati. Bellaera ha però lasciato l’incarico a novembre 2023, insieme all’amica e collega di Martino che nello stesso periodo, già assunta il 5 giugno 2023 come dirigente del Comune di Modica, ha formalizzato ad Acate le sue dimissioni. Insomma insieme ad Acate, uniti anche nelle dimissioni, e ora, almeno nelle mire della più potente dei burocrati di palazzo San Domenico, insieme anche a Modica. Vedremo quale sarà l’esito di questa partita.
Di Martino per far venire a Modica con se Bellaera ha un ostacolo: superare il dato contenuto nei verbali della selezione, una delle tre indette nel 2023 dalla commissaria Ficano per nominare Caccamo, Di Martino e Paolino a capo dei rispettivi settori. In quella per l’area tecnica due risultano gli idonei, Paolino e Andrea Pisani, ingegnere in forza al Comune di Scicli. Oggi alla Di Martino (super-dirigente, assessora di fatto con la sindaca Monisteri propria prestanome, e tanto altro ancora) quel verbale non piace e non vuol saperne di riconoscere quel titolo di idoneità di Pisani ai cui servizi di ingegnere preferirebbe quelli di Bellaera, architetto, che conosce molto meglio.
Ciò ovviamente nulla toglie alla totale illegittimità e nullità di quelle tre assunzioni ma il Comune di Modica da tempo vive in aperta violazione delle norme e questo è un dato di sistema, il ‘Sistema-Abbate’ ormai radicato e collaudato al di là del fondatore e titolare del proprio copyright.
Per la cronaca Paolino è uno dei soli tre dirigenti in carica (gli altri sono Caccamo e, appunto, la Di Martino), tutti assunti illegittimamente dalla commissaria Ficano e illegittimamente – con doppia, nuova e ulteriore violazione di legge – tenuti in servizio dalla sindaca Monisteri, dalla sua nuova giunta, dalla segretaria Puglisi, tenuti in servizio anche da sè stessi parte in causa, dalla sera del 30 gennaio scorso, ovvero dal momento della dichiarazione di dissesto, nel quale immediatamente avrebbero dovuto cessare dall’incarico.
Paolino, rimasto in servizio con altra violazione di legge dopo il compimento del 67° anno ben prima che una norma successiva lo consentisse, aveva dichiarato di rimanere fino a 70 anni che compirà il 22 novembre 2026, ma appena intorno a palazzo San Domenico hanno preso corpo certe iniziative giudiziarie, con un anno d’anticipo ha preferito tagliare la corda: dal primo agosto sarà in quiescenza. Ed eccola la Di Martino pronta a cogliere al volo, nel buco d’organico che le si è aperto proprio nell’area ‘tecnica’, l’occasione di un’altra Bella opportunità, non come prima ma un’opportunità nuova e al tempo stesso molto simile: Bella-era il segretario generale ma ora non lo è più, mentre Bellaera, sulle cui prestazioni anche per il Comune di Modica lei ritiene di potere garantire, dovrebbe diventare il nuovo dirigente tecnico: così vuole la ragioniera di Acate che tra i possibili ostacoli non ha certo quello di convincere la sua ‘amica’ Maria, sindaca per caso e assessore al bilancio per finta.
Come lettrici e lettori di In Sicilia Report ben sanno, la doppiezza della super-dirigente è comprovata. Solo un esempio: lei oggi è dirigente, illegittimamente assunta e illegittimamente in carica dopo la dichiarazione del dissesto. Quando ad Acate ci fu una situazione analoga per la dichiarazione di dissesto lei, a capo del settore finanziario, si rifiutò di avallare la legittimità della permanenza in carica di suoi colleghi a tempo determinato, giustamente perché contra legem: infatti il sindaco è stato condannato dalla Corte dei Conti (situazione riferita in dettaglio nell’articolo del 15 febbraio scorso leggibile qui:.la parte interessata è introdotta dal paragrafo ‘Di Martino divenne capo settore ad Acate…’). Ora è lei a non potere rimanere in servizio per lo stesso identico motivo. E potremmo aggiungere che, quale ragioniera del Comune di Acate con vent’anni di servizio non può oggi e non poteva allora non sapere che il Comune di Modica nel 2023 la assunse illecitamente. Quell’operazione si chiama Bella-Fica!no. Che i due superburocrati (entrambi segretari comunali di cento poltrone ma la seconda, in questo caso, commissaria con i poteri di sindaco e giunta) non conoscessero il divieto di assunzioni da parte di un ente che non abbia approvato i bilanci non è possibile. E tale possibilità è esclusa anche per lei, diretta beneficiaria di quell’operazione condotta, appunto, dal tandem Bella-Ficano con il soccorso bagherese di Piervincenzo Tripoli, ben noto alla Ficano, come la Di Martino a Bella, e chiamato insieme alla moglie Adriana Sciortino per un interesse … comune ad alcuni ma non certo per un interesse del Comune di Modica.
A proposito dell’illegittimità, una delle tante, della permanenza in servizio dei tre dirigenti dopo la dichiarazione di dissesto, è la stessa Di Martino a dichiararla proprio nella determinazione da lei emanata il 21 maggio scorso relativa alla messa in quiescenza di Paolino. Fin dall’oggetto, e in ogni passo successivo in cui lei cita il ‘collega dirigente’, ne richiama il titolo di servizio: ‘art. 110 del decreto legislatvo 267 del 2000’, il famoso Tuel, testo unico degli enti locali. E’ lei stessa a dichiarare più volte che la nomina di Paolino a dirigente, e quindi anche l’assunzione contestuale sua e di Caccamo, hanno titolo nell’art. 110. Se mai ve ne fosse bisogno ciò conferma che le tre assunzioni non avvennero nell’ambito del Pnrr e per i progetti del Pnrr e come tali sottratte alla scure automatica azionata dal dissesto: sono normalissimi rapporti di lavoro a termine (peraltro illegittimi in un Comune privo dei bilanci e quindi nulli ab origine) perciò decaduti con effetto immediato la sera del 30 gennaio 2025, un attimo dopo la dichiarazione dello stato di dissesto.
Come abbiamo visto questo è un ulteriore motivo di nullità degli atti assunti dai tre dirigenti il quale si aggiunge a quello decorrente fin dall’insediamento. Dal primo giugno 2023 (Francesco Paolino) e dal 5 giugno 2023 (Rosario Caccamo e Maria Di Martino) tutti i loro atti sono nulli e non sanabili perché adottati da dirigenti non legittimi e quindi non legittimati ad emanarli.
Chiunque, a torto o a ragione nel merito, voglia abbattere un qualunque provvedimento del Comune ricadente nei macro-settori della triade ed emesso in oltre due anni, da giugno ’23 ad oggi, ha gioco facile: eccepirne la nullità perché firmato da un dirigente illegittimo.
L’appalto per i tributi (la gara fuorilegge) made in Bagheria, l’associazione Abbate-Cuffaro-Ficano-Monisteri e la coppia Bella-Di Martino che garantisce la ‘messa a posto’: oggi è il bagherese Tripoli a fare da garante-controllore degli interessi del Comune di Modica: chi l’ha visto?
Torniamo quindi all’affaire–Creset.
Non sappiamo se Piervincenzo Tripoli continui a rispondere a Domenica Ficano, cessata dalla carica due anni fa e in atto segretaria, tra l’altro, nei Comuni di Altavilla Milicia e Trabia. Ma è certo che fin dalla nomina, il 7 giugno 2022, della funzionaria a commissaria straordinaria la città di Modica diventa terra di scambio lungo un asse che, muovendo da Bagheria giunge nel cuore della contea passando per Acate. Per la cronaca il decreto di nomina della Ficano porta la firma del presidente della Regione Nello Musumeci e dell’assessore alle Autonomie locali Marco Zambuto, genero di Cuffaro e, ovviamente, ‘cuffariano doc’ tanto da scegliere come capo di gabinetto dell’Assessorato Silvio Cuffaro, fratello del più noto Totò, valvassore del valvassino Abbate che gli porta in dote il Comune di Modica.
Insomma la nomina della Ficano passa per le firme dell’assessore regionale-genero e del fratello burocrate del capo della Dc, il partito dell’ex sindaco che chiede strada da Modica a Palermo, con generosa tappa di sostegno e di servizio, ovviamente in conto a palazzo San Domenico, a certi affari nella Conca d’Oro.
Già il 16 gennaio 2023 ho tratteggiato questo filo che allora sembrava delineare un pittoresco e quasi innocente gemellaggio tra Modica e Bagheria (qui l’articolo). In effetti era molto di più, tant’è che ancora oggi e per cinque anni (uno e mezzo è già passato) si trova e opera a Bagheria colui che il Comune di Modica ha prescelto per tutelare i propri interessi contro la Creset e, come abbiamo visto, lo fa stando a Bagheria, nel cuore dei suoi interessi, delle sue relazioni e dei suoi affari. Questo è il risultato, fortemente voluto dall’associazione Cuffaro-Abbate-Ficano-Tripoli-Monisteri-Bella-Di Martino e funzionari comunali muti, compiacenti e obbedienti. Qui basta richiamare appena qualche cenno: tutti i dettagli nell’articolo del 20 aprile 2024 (leggibile qui).
Il 7 aprile ’23, in prossimità della scadenza del proprio incarico, Ficano indice una selezione per l’assunzione di tre dirigenti e nomina la commissione giudicatrice: sceglie il sempre prono Bella come presidente e mette tra i componenti il concittadino Tripoli il quale nel frattempo lavora come consulente con compenso di € 25.000 + iva, alla gara per la riscossione dei tributi, la famosa gara fuorilegge. Qui una domanada s’impone: ma i dipendenti comunali cosa fanno, visto che abbondano i titolari di posizione organizzativa, oggi Eq – incarichi di elevata qualificazione – prescelti da Abbate secondo il criterio di un solo requisito, quello della fedeltà, preteso evidentemente in forma così sovrabbondante da non lasciare spazio nei ‘malcapitati’ neanche ad un briciolo di altre doti, di competenza, moralità, rispetto di legalità negli atti, adempimento dei doveri propri di una pubblica amministrazione?
Abbiamo già detto di tale procedura di selezione di dirigenti e dell’assunzione, illegittima, dei tre vincitori. Uno di questi, per il settore amministrativo e finanziario, è Maria Di Martino la quale, in quel momento, viene dichiarata vincitrice dal presidente di commissione, Giampiero Bella che è anche il suo capo – lui segretario comunale, lei vice – nel Comune di Acate di cui è dipendente: suo superiore, suo amico e molto altro. Quando il 27 novembre ’23 Di Martino si dimette dal Comune di Acate (dimissioni efficaci l’11 dicembre) perché assunta sei mesi prima, il 5 giugno ’23, dal Comune di Modica, l’incarico di responsabile di ragioneria nel centro ipparino passa nelle mani di Bella che lo aggiunge a tutti gli altri. A sua volta Di Martino, a Modica, nell’incarico di dirigente del secondo settore, finanziario e tributi, subentra proprio a Bella che, pur essendo anche segretario e perciò supervisore dei dirigenti, lo ha retto per otto anni.
Appena un mese e mezzo dopo l’immissione in servizio a palazzo San Domenico, Di Martino, dovendo portare a termine il dossier sulla gara per la riscossione dei tributi, il 19 luglio 2023 nomina la commissione giudicatrice decidendo di presiederla lei stessa e di chiamare a farne parte Bella e uno dei dirigenti assunti, dichiarati vincitori dalla commissione presieduta da Bella, insieme a lei, Francesco Paolino; inoltre nomina consulente della commissione stessa per l’espletamento della gara Piervincenzo Tripoli il quale risulta così il primattore in tutte le operazioni che porteranno all’aggiudicazione, lungo un percorso costruito secondo una regìa, un copione e una sceneggiatura fin troppo chiara in ogni sequenza.
A gennaio 2024, l’ultimo atto della serie. Tripoli, che prima ha preparato la gara e poi ne ha accompagnato l’aggiudicazione, ora diventa anche il direttore dell’esecuzione del contratto, cioè colui che dovrebbe ‘fare le pulci’ all’impresa che egli stesso ha prescelto o concorso a scegliere. Ad affidargli questo incarico è, nuovamente, la dirigente Di Martino. Colei che è stata giudicata vincitrice dalla commissione di cui Tripoli fa parte, presieduta da Bella: per anni suo capo, al suo fianco anche fisicamente nel Comune di Acate prima e di Modica poi, in stretta sintonia di rapporti, di relazione e d’interessi.
Su come oggi funzioni, o non funzioni, il servizio affidato dal Comune a tale società tornerò più avanti ma a questo punto, un po’ di memoria può essere utile: memoria di fatti avvenuti e che avvengono a Bagheria, ‘Città delle ville’; memoria di pagine di storia sulle terre di Acate porta d’ingresso nel Ragusano di certi personaggi con tutto il carico dei loro affari.
Si tratta di storia, fino alla cronaca dei nostri giorni, che come tale s’impone alla nostra attenzione senza cedimento a pregiudizi né a suggestioni tendenziose. La mafia di Bagheria è la mafia di Bagheria e le responsabilità penali sono personali: e ciò vale anche ad Acate, come a Modica e in ogni luogo. Ma, fosse anche solo per mera curiosità o esigenza di completezza conoscitiva, base della conoscenza e dell’interpretazione logica della realtà, un veloce richiamo è opportuno.
Un po’ di storia aiuta a inquadrare intrecci, scambi, connessioni per capire la realtà. A Bagheria sono radicati i mafiosi Aiello e Guttadauro condannati con Totò Cuffaro: questi per favoreggiamento dei boss che proteggevano la latitanza di Bernardo Provenzano il quale infatti a Bagheria non fu mai trovato
Delle bellezze di Bagheria ho parlato all’inizio di uno dei primi articoli, il secondo sul ‘Sistema-Abbate’ per l’esattezza, pubblicato il 16 gennaio 2023 che (qui è leggibile per intero) cominciava così: <<Bagheria è una città piacevole con le sue tante ville barocche del ‘700, i palazzi esaltati dal grande cinema, le torri e la Conca d’oro dov’è adagiata…>>. Seguiva il doveroso richiamo a bagheresi illustri come Renato Guttuso, Ignazio Buttitta, Giuseppe Tornatore.
Ora è la volta di un’altra Bagheria, prossima a quella che le vicende raccontate due anni e mezzo fa quasi gemellavano alla città di Modica.
E poiché il tema – allora come ora – era ed è il ‘Sistema-Abbate’ e ciò che ne rimane, inevitabile partire dal capo della Dc, il partito di Abbate, Totò Cuffaro il quale è agrigentino di Raffadali ma che, in quanto pregiudicato per favoreggiamento della mafia, con personaggi e faccende di Bagheria ha molto a che fare.
Di Bagheria è Michele Aiello, mafioso, prestanome del boss Bernardo Provenzano durante la sua latitanza, arrestato – e poi condannato a 15 anni e 6 mesi per associazione mafiosa – nell’inchiesta ‘Talpe alla Dda’, la stessa per la quale a Cuffaro sono inflitti sette anni di reclusione. Il nome di Aiello compare la prima volta in un pizzino trovato in tasca a Totò Riina nel momento dell’arresto il 15 gennaio 1993. Si scoprirà in seguito che Aiello, imprenditore nell’edilizia e poi nel settore delle cliniche private, ha creato a Bagheria, la sua città, tra le centinaia di suoi dipendenti (a partire dalla segretaria personale la cui sorella è a lungo amante di Matteo Messina Denaro) una rete di complici con cui opera negli affari per conto di Bernardo Provenzano. Aiello riceve centinaia e centinaia di miliardi di lire dalla Regione, con contributi gonfiati in favore delle sue cliniche, grazie alla nomina di un suo fedelissimo a capo del distretto sanitario di Bagheria all’interno dell’Asp, l’Azienda sanitaria provinciale, di Palermo.
Michele Aiello, ingegnere, già presidente della squadra di calcio del Bagheria avversaria del Modica negli anni ’80, da giugno 2017 è un uomo libero avendo scontato la pena, anche ai domiciliari nonostante la condanna per associazione mafiosa: la prima volta succede quando il Tribunale di sorveglianza de L’Aquila risolve così il problema del favismo da cui il recluso è affetto: anziché ordinare la preparazione di un pasto per fabici nel carcere di Sulmona (così difficile?), o trasferire il detenuto in un’altra struttura dove qualcuno riesca … nell’impresa, il giudice pensa bene di mandarlo a casa!
Di Bagheria è anche Giuseppe Guttadauro, il chirurgo mafioso arrestato la prima volta nel 1984, divenuto capo del mandamento mafioso di Brancaccio dopo l’arresto dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, gli stragisti di Capaci e via D’Amelio custodi dei segreti sui mandanti occulti delle stragi del ’92 e ‘93.
Arrestato e condannato più volte fin dagli anni ’80, il suo peso nella mafia è ben noto quando il presidente della Regione Cuffaro gli fa arrivare la soffiata sulle cimici piazzate dalla Polizia nell’abitazione dove i suoi familiari trattano gli affari mafiosi mentre il chirurgo di Bagheria è in carcere. Peraltro, prima di scoprire di essere intercettato, Guttadauro viene registrato mentre descrive nei dettagli come la mafia abbia finanziato la campagna elettorale di Cuffaro nel 2001. Fratello del cognato di Matteo Messina Denaro, Guttadauro, condannato a 13 anni e 4 mesi di reclusione insieme all’attuale capo della Dc Cuffaro nell’inchiesta sulle talpe, scontata la pena, il 13 febbraio 2022 è nuovamente arrestato per mafia a Roma dove, in stretti rapporti con il jet set della capitale, viene colto dagli investigatori nell’organizzazione di un traffico di droga internazionale e in stretti rapporti con i vertici della famiglia mafiosa di Bagheria. Il 9 maggio 2023 è condannato a 5 anni con il rito abbreviato.
Bagherese – ma qui facciamo un salto indietro nel tempo – era anche Joe Aiello, boss di caratura internazionale tanto da guidare una delle bande che mettono a ferro e a fuoco Chicago, l’intero Illinois e altre contee degli Usa negli anni ’20 del secolo scorso. A capo dell’Unione siciliana (mafia a 24 carati) nella città dei ponti mobili, vuole il dominio assoluto e si ritrova Al Capone come rivale: dopo avere più volte tentato di farlo uccidere, nel 1930 è bersaglio dei suoi sicari. In quella guerra negli anni del proibizionismo capace di ispirare capolavori cinematografici entrati nella storia, Joe Aiello ha al suo servizio un’ala militare di centinaia di persone, la gran parte originarie dalla Conca d’Oro siciliana e dintorni, e molti sono suoi parenti, partiti da Bagheria e che a Bagheria tornano regolarmente.
Con lo stesso cognome, Aiello – il nome è Michelangelo – mezzo secolo dopo ritroviamo un sindaco Dc di Bagheria, noto alle cronache – ne scrivono Claudio Fava e Miki Gambino su I Siciliani a luglio 1984 – per l’arresto per truffa alla Cee a causa del finanziamento da 1 miliardo e 147 milioni di lire che la Cab, cooperativa controllata dal sindaco, riceve dall’assessore regionale all’agricoltura Giuseppe Aleppo, il politico acese Dc poi arrestato e coinvolto in Mani pulite, noto per essere nel governo regionale il riferimento dei ‘Cavalieri del lavoro’ di Catania: i ‘quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa nel memorabile editoriale di Pippo Fava nel primo numero della rivista i Siciliani a gennaio 1983.
Dell’assessore regionale Aleppo – membro, a causa del gioco perverso del peso delle correnti Dc, della giunta guidata da Piersanti Mattarella – si ricorda la spettacolare sconfessione che ne fa il presidente della Regione. Accade un anno prima della sua morte, nel 1979, durante la conferenza regionale dell’agricoltura: Pio La Torre punta il dito contro il sistema corruttivo dei contributi regionali nell’assessorato retto da Aleppo definito anche colluso con il sistema criminale che vi ruota intorno. Mattarella prende la parola scioccando un’aula gremita la quale si attende la difesa del ‘proprio’ assessore e invece esprime parole di consenso a Pio La Torre, allora responsabile nazionale del settore Agricoltura del Pci, e raccoglie il suo invito a cambiare quello stato di cose.
Bagheria porto sicuro del boss Provenzano grazie ad una rete capillare di fiancheggiatori nella Conca d’Oro. La mafia, il soccorso andreottiano e le connessioni ragusane con il Golpe Borghese quando il giornalista Giovanni Spampinato denunciava le trame nere in terra iblea pagando con la vita
A Bagheria, il 23 novembre 1989, avviene la strage delle donne: sono la sorella, la madre e la zia di Francesco Marino Mannoia, massacrate per vendetta dai sicari di Totò Riina perché il suo affiliato, raffinatore di eroina per Cosa Nostra, ha cominciato a parlare con Giovanni Falcone: circostanza segretissima ma le talpe della mafia sono ben piazzate in tutti gli organi dello Stato e Riina viene a saperlo. Mannoia inflessibile porta avanti la sua scelta di collaborazione con la giustizia, ripudiato dalla moglie che è nipote di mafiosi; fa rivelazioni preziose e decisive, tutte riscontrate e confermate, come quelle degli incontri di Giulio Andreotti nel 1979 e ’80 con il boss Stefano Bontade tramite il suo capocorrente in Sicilia Salvo Lima, allora europarlamentare Dc, dopo essere stato a lungo deputato alla Camera, più volte sottosegretario di Stato e sindaco di Palermo. Mannoia dice la verità su tutto: rivela il furto della Natività del Caravaggio da lui compiuto nel ’69; riferisce notizie decisive che consentono la riapertura delle indagini sulla morte del banchiere Roberto Calvi trovato impiccato a Londra sotto il Ponte dei Frati neri il 18 giugno 1982 dopo un colossale crac finanziario che coinvolge la finanza mafiosa di Michele Sindona, il suo strenuo protettore Giulio Andreotti, la P2 e il Vaticano; svela fatti precisi con date e nomi sull’uso da parte della mafia siciliana della Base di Sigonella per il traffico di eroina negli Usa.
Bernardo Provenzano è di Corleone ma, alla macchia per 43 anni, trascorre a Bagheria al sicuro gran parte della sua latitanza. Lo rivela già nel 1978 il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, bancario della Sicilcassa e del Banco di Sicilia, poi passato alla So.Chi.Mi.Si. (Società Chimica Mineraria Siciliana), società dell’Ems, l’Ente minerario siciliano di proprietà della Regione, grazie all’intervento del repubblicano Aristide Gunnella dopo una lunga appartenenza del mafioso alla Dc. Suo fratello Antonio è anche sindaco di Riesi, il padre Francesco e il nonno omonimo capi mafia di Riesi e del Nisseno per quasi mezzo secolo, con tanto di successione pubblica e bacio solenne da ‘Don Giuseppe’ senior al figlio Francesco davanti alla folla durante la festa di San Giuseppe, sopra la statua del patrono inchinata sotto la casa del boss.
Detto ‘la tigre’, Di Cristina prende il comando nel ’61, ultimo erede di questa famiglia mafiosa dominante per almeno tre generazioni: è marito di un’insegnante figlia di un dirigente del Pci che diventa anche sindaco. Testimoni di nozze Giuseppe Calderone, fratello di Antonino boss incontrastato di Catania e il senatore Graziano Verzotto, presidente dell’Ems, Dc, il partito dei Di Cristina da sempre, fino allo strappo finale a favore del Pri di Gunnella. Secondo Tommaso Buscetta (le cui rivelazioni, riscontrate, risultano vere) Di Cristina è coinvolto nell’assassinio di Enrico Mattei il 27 ottobre 1962 e, otto anni dopo, nel sequestro e omicidio del giornalista de L’Ora Mauro De Mauro che indaga sulla morte del presidente dell’Eni. Di Cristina è tra i mafiosi della cupola che incontrano Junio Valerio Borghese il quale chiede l’aiuto della mafia per il suo golpe poi fallito la notte dell’Immacolata del 1970. E’ contrario il capomafia di Cinisi Gaetano Badalamenti, mentre dice sì Natale Rimi, mafioso di peso e figlio del boss di Alcamo Vincenzo Rimi, condannato all’ergastolo insieme all’altro figlio Vincenzo e con questi detenuto (illegittimamente e per complice benevolenza verso i due mafiosi) nel carcere di Ragusa proprio mentre Giovanni Spampinato denuncia nella sua città i movimenti neofascisti di possibile preparazione di una delle stragi durante la strategia della tensione.
Del capomafia Vincenzo Rimi, Danilo Dolci denuncia a lungo l’intensa frequentazione con la Dc di Bernardo Mattarella a Castellammare del Golfo ma in quel periodo viene regolarmente negata l’esistenza della mafia sicchè non c’è niente su cui indagare. Fonti certe documentano comunque una pressione politica straordinaria per lasciare nel carcere di Ragusa, dove infatti contro ogni norma rimangono per ben 13 mesi, Vincenzo e Filippo Rimi, padre e figlio entrambi condannati all’ergastolo per omicidio e successivamente assolti dopo un incontro – riscontrato – di Gaetano Badalamenti, che di Filippo Rimi è cognato, con Giulio Andreotti. In questo contesto va rilevato che Natale Rimi (coinvolto o comunque interessato a partecipare al golpe Borghese del 7 dicembre 1970), dipendente del Comune di Alcamo, nel 1971 viene arrestato per il suo illegittimo trasferimento alla Regione Lazio, chiesto e ottenuto, con carte false, per impiantare una colonia mafiosa intorno alla capitale. Per questo affaire sono condannati il presidente della Regione Girolamo Mechelli, Dc, ed Italo Jalongo, consulente fiscale del boss italo americano Frank Coppola.
Tornando a Di Cristina, egli viene ucciso il 30 maggio ’78 dai sicari di Riina e Provenzano, dopo essere sfuggito ad un precedente agguato. Si ritrova nel mirino dei Corleonesi per avere compiuto diversi omicidi senza il permesso dei loro uomini nel territorio (come il capomafia di Canicattì Antonio Ferro, suocero dell’attuale sindaco di Palermo Roberto La Galla il quale assicura di non avere rapporti con la famiglia della propria consorte) e perché, vistosi braccato, comincia a rivelare ai Carabinieri – in un incontro nella casa del fratello Antonio, più volte sindaco Dc di Riesi, ucciso anche lui dieci anni dopo (Riina ha memoria lunga) – il nome di 14 spietati killers dei Corleonesi, dando indicazioni e dettagli su dove si nasconda Bernardo Provenzano latitante dal 1963, come si muova, con quale auto (una Mercedes bianca guidata da Bernardo Brusca): appunto a Bagheria. Per questa ragione Di Cristina viene fatto uccidere da Riina e Provenzano e tre mesi dopo stessa sorte tocca a Giuseppe Calderone, alleato catanese del mafioso di Riesi.
Successive indagini dei Carabinieri dimostrano che Provenzano sta effettivamente a Bagheria dove ha costituito, con diversi prestanome locali, varie società sotto la regìa del commercialista Giuseppe Mandalari, massone e politico del Msi. In seguito, del sempre efficiente sistema di protezione bagherese della latitanza di Provenzano, un sistema fascio-mafio-massonico, comincia a parlare agli investigatori il pentito Luigi Ilardo, ucciso il 10 maggio 1996 quando nessuno ancora sa, o dovrebbe sapere, della sua collaborazione con la Giustizia. Le dichiarazioni di Ilardo, incise in decine di ore di dichiarazioni registrate tre giorni prima, consentono l’operazione Grande Oriente con l’arresto di 47 favoreggiatori della latitanza di Bernardo Provenzano al tempo della sua tranquilla dimora nell’accogliente Bagheria dove non viene mai trovato: la cattura avviene solo nel 2006, nel nuovo covo nelle campagne di Corleone.
Tra i 47 suoi favoreggiatori arrestati nel ’96 almeno due vanno menzionati: Simone Castello e Vincenzo Giammanco.
Il mafioso bagherese Simone Castello e i suoi investimenti a Vittoria ed Acate. Un altro mafioso di Bagheria è Vincenzo Giammanco (cosca Ficano), nipote del procuratore omonimo di Palermo Pietro, vicino a Salvo Lima e persecutore dei giudici Falcone e Borsellino. Il nome di Vincenzo Giammanco nelle trame nere: il delitto Mattarella e l’intuizione di Falcone sui Nar Fioravanti e Cavallini
Il primo, Simone Castello, imprenditore agricolo, nato a Villabate e residente a Bagheria, condannato per mafia, è noto come il postino di fiducia di Provenzano. Ex esponente del locale Pci, subisce il sequestro di dieci milioni di euro e delle sue aziende di commercio, trasformazione e import-export di prodotti agricoli. Arrestato più volte, anche in Spagna, dove basa alcune sue imprese, è ritenuto l’anello di congiunzione tra i boss palermitani e quelli agrigentini, nonché figura centrale nelle alleanze mafiose oltreoceano. In un caso è assolto, a settembre 2011, nel processo che lo vede alla sbarra insieme a Massimiliano Ficano, esponente di spicco della mafia di Bagheria, condannato per l’occasione in appello a otto anni e otto mesi (12 in primo grado), mentre il fratello, Leonardo Ficano, condannato in primo grado, come Castello, è assolto in appello.
Non c’è dubbio che da tempo ormai Massimiliano Ficano sia il capo della famiglia mafiosa di Bagheria, della quale rivendica il primato nella mappa del potere di Cosa Nostra: <<Qui a Bagheria – dice, intercettato – comandiamo noi. Nella storia Palermo ha sempre fatto quello che diceva Bagheria. I palermitani si stessero a Palermo e se vogliono venire qui devono chiedere il permesso>>. Forte dell’avere sempre saputo garantire a Bagheria la latitanza di Provenzano afferma <<io sono uno di quelli che hanno fatto la storia…>>: quindi con orgoglio rivendica le sue origini mafiose e le sue condanne per associazione mafiosa.
Questo è uno dei tasselli dell’inchiesta Persefone sulla mafia di Bagheria, sulle attività criminose più redditizie, sulla gestione del clan che non ammette sgarri come quando viene ordinato l’omicidio di un ‘picciotto’ affiliato ma che fa di testa sua e rischia di nuocere agli affari della famiglia Ficano: si chiama Fabio Tripoli e, grazie all’intercettazione, i carabinieri fanno in tempo a salvarlo.
Castello, capo della rete dei fiancheggiatori bel boss Provenzano come dimostra l’inchiesta Grande Oriente, ad un certo punto espande le sue attività di commercio dell’ortofrutta nella Sicilia orientale e, in particolare, nel Ragusano. Uno dei maggiori provvedimenti di sequestro emessi nei suoi confronti per un valore complessivo di dieci milioni di euro colpisce le società Salpa Srl e Gaia Srl con sede a Villabate, ma anche una villa a Bagheria ed una lunga serie di immobili, beni aziendali e terreni nei comuni di Vittoria, Comiso e Chiaramonte Gulfi.
Vincenzo Giammanco, anch’egli di Bagheria, ritenuto prestanome di Bernardo Provenzano nella gestione dell’impresa edile Italcostruzioni Spa, è un altro dei fiancheggiatori del super boss arrestato nell’operazione Grande Oriente e figura in quell’elenco di <<uomini politici, massoni e imprenditori>> che Cosa Nostra consulta prima di compiere le stragi del 1992 e ’93.
Le responsabilità di mafioso di Vincenzo Giammanco assumono una valenza di maggiore rilievo per la sua parentela con Pietro Giammanco, il procuratore di Palermo, anch’egli di Bagheria, che il Consiglio superiore della magistratura a giugno ’90 preferisce a Giovanni Falcone e che regge la Procura fino a luglio ’92 quando, dopo le stragi, si dimettono per protesta contro di lui otto pubblici ministeri. Vincenzo Giammanco, prestanome del boss latitante, è nipote del magistrato in quanto figlio del cugino Nicolò Giammanco, capo dell’ufficio tecnico del Comune di Bagheria. Il figlio di questi, Vincenzo, a quel tempo detiene il 75% dell’Italcostruzioni Spa mentre il restante 25% è di Saveria Palazzolo, moglie di Bernardo Provenzano.
Tra i primi a parlare di questa parentela tra il nipote Enzo – rampollo di una famiglia che a Bagheria da sempre, fin dal ’63, offre protezione al boss latitante – e lo zio magistrato è Angelo Siino, il cosiddetto ‘ministro dei lavori pubblici’ di Cosa Nostra le cui rivelazioni consentono di squarciare uno strato di collusioni altrimenti impenetrabile. Su questa parentela allarmante Siino aggiunge: <<Mi veniva detto che doveva restare una cosa segretissima. Anzi, mi si specificava che era stata messa in giro una voce ad arte: che il procuratore non parlava con i suoi parenti di Bagheria>>. Insomma il magistrato parlava con i suoi parenti, eccome, ma voleva che, falsamente, si sapesse il contrario.
Prima di accennare brevemente ai dati oggettivi della figura e della carriera del procuratore, un ultimo dato sul nipote è necessario. Il suo nome compare nella lista dei presenti nei summit mafiosi di Enna tra ottobre ’91 e febbraio ’92 quando il gotha di Cosa Nostra si riunisce per pianificare le stragi. Gli investigatori trovano il nome Vincenzo Giammanco tra quelli delle persone che pernottano all’Hotel Sicilia di Enna la notte del 6 dicembre 1991: e c’è anche quello dell’esponente di Avanguardia nazionale Paolo Bellini, il terrorista nero di recente colpito dall’ergastolo quale quinto uomo – con Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini condannati da tempo – del commando della strage di Bologna che il 2 agosto 1980 uccide 85 persone. Da ricordare che secondo il giudice istruttore Giovanni Falcone, ad uccidere sette mesi prima a Piersanti Mattarella – erede di Aldo Moro e continuatore della sua apertura a sinistra – sono stati Cavallini e Fioravanti. Falcone indaga a lungo su quel delitto ‘politico’ prima che mafioso, studia attentamente il caso, approfondisce ogni dettaglio e conclude che a sparare è stato Fioravanti, assistito da Cavallini. Ma i due, quando Falcone non c’è più, per il delitto Mattarella saranno assolti. E quel delitto ancora oggi è senza esecutori: prova che non furono mafiosi a sparare perchè su ogni omicidio di mafia, grazie ai tanti collaboratori di giustizia che sapevano tutto degli affari interni a Cosa Nostra, si è fatta piena luce.
La condanna di Bellini quale quinto uomo della strage della Stazione di Bologna giunge solo il 6 aprile 2022 in primo grado e l’8 luglio ‘24 in appello perché a suo tempo il terrorista nero dei Nar dichiara che il 2 agosto 1980 non è a Bologna e fornisce un alibi familiare. Per la cronaca Paolo Bellini è figlio di Aldo Bellini, ex ufficiale della Folgore nostalgico del ventennio fascista amico del procuratore Ugo Sisti in carica a Bologna nel momento della strage. Grazie ad un video girato alla stazione di Bologna nel giorno della strage l’ex moglie nel 2019 lo riconosce facendo cadere il suo alibi. Paolo Bellini è arrestato il 29 giugno ’23 quando, in attesa della sentenza d’appello, progetta di uccidere l’ex consorte.
Tornando a Enzo Giammanco, il costruttore pregiudicato per mafia, prestanome e fiancheggiatore di Bernardo Provenzano nonché nipote del procuratore Pietro Giammanco, da rilevare che la notizia del suo pernottamento quella notte nell’albergo di Enna, dove si riunisce la ‘cupola’ che progetta le stragi, in seguito viene contestata: sarebbe un caso di omonimia. Un altro Enzo Giammanco, di due anni più giovane, sarebbe l’ospite dell’albergo quella notte. Ma di questo ‘omonimo’ non si sa nulla.
Il procuratore ‘andreottiano’ di Palermo Giammanco che nascondeva i suoi rapporti con i parenti di Bagheria, la guerra a Falcone e Borsellino, il dossier Mafia e Appalti affidato a Pignatone e fatto archiviare, il tritolo nascosto e quella telefonata agghiacciante la mattina della strage di Via d’Amelio
Ed ecco, ancora, un altro bagherese, Pietro Giammanco, il procuratore nominato a Palermo per neutralizzare e mettere ai margini Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che con il maxi processo hanno assestato alla mafia colpi formidabili.
Il magistrato è molto vicino all’andreottiano Mario D’Acquisto, presidente della Regione dal 1980 al 1982 prescelto dalla Dc per normalizzare il proprio potere dopo Piersanti Mattarella fautore della collaborazione con il Pci nel governo, in Sicilia e, in seguito a Roma dove, da futuro leader della Dc, avrebbe portato avati la politica di Aldo Moro.
Giammanco è forse ancora più vicino all’ancora più andreottiano Salvo Lima anello di congiunzione tra lo stesso Andreotti e la mafia alla quale, tramite il ‘sette volte presidente del Consiglio’, fino al ’91 riesce ad offrire favori giudiziari, riguardo e protezione.
Dopo la strage di Capaci, Borsellino confida ai collaboratori più stretti che vorrebbe arrestare il procuratore Giammanco e in quei giorni riempie pagine su pagine della sua agenda rossa che mani leste portano via dalle macerie fumanti di via D’Amelio.
Questi e tanti altri elementi sono nel fascicolo sul dossier ‘Mafia e Appalti’ nel quale oggi sono indagati magistrati i quali nel 1991 e ’92 optarono per l’archiviazione del procedimento che Falcone, lasciando la Procura di Palermo e andando a Roma, deve abbandonare perché costretto da Giammanco a non potere più fare il suo lavoro.
Se non fosse morto, nel 2018, tra questi magistrati indagati, Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli, ci sarebbe certamente il capo di quella Procura, Giammanco appunto <<istigatore di un disegno criminoso volto a favorire Cosa Nostra>>. Del resto il filo era collaudato: Riina e Provenzano ordinavano a Siino di agganciare Lima che, tramite D’Acquisto, faceva arrivare le richieste a Giammanco.
Peraltro un personaggio di grande caratura mafiosa, Pino Lipari, geometra di fiducia di Angelo Siino e con lui prezioso collaboratore di giustizia, in possesso dell’allora segretissimo dossier ‘Mfia e Appalti’ istruito da Falcone, dichiara che a passarglielo fu il procuratore Giammanco.
Con il successo straordinario del maxiprocesso, dopo la sentenza di primo grado emessa il 16 dicembre ’87 Falcone ha in mano gli elementi per il ko finale contro la mafia e l’intera zona grigia che la foraggia. Per questo contro di lui scatta un piano a tenaglia che, come vedremo, ha in Giammanco l’esecutore finale del piano di difesa della mafia dalla minaccia costituita dalle inchieste del giudice. Appena nominato a capo della Procura di Palermo, a giugno ’90, il magistrato di Bagheria rende la vita impossibile a Falcone caricandolo di fascicoli inutili per sottrarlo a quelli che la mafia teme.
Quando, a febbraio ’91, Falcone va via, raccomanda a Paolo Borsellino quel dossier di 900 pagine a lui tanto caro ma Giammanco impedisce a Borsellino, fino al giorno della strage di via d’Amelio, di indagare sulla mafia in provincia di Palermo e affida il dossier ad altri magistrati tra i quali il fedelissimo Giuseppe Pignatone. Dopo la morte di Falcone, l’amico Paolo cerca di proseguire il suo lavoro e di esaudire il desiderio di verità e giustizia su quel fronte scottante dei rapporti tra mafia e politica ma può solo limitarsi a stimolare i colleghi che hanno in mano il fascicolo: non può fare di più. E il 14 luglio ’92, cinque giorni prima di morire, riceve una delusione cocente quando per caso apprende che quei colleghi, senza neanche dirglielo, firmano la richiesta d’archiviazione: è il volere di Giammanco. E’ la missione dell’uomo in toga di Bagheria posto a capo della Procura di Palermo.
In quel mese di luglio ’92 Giammanco tiene all’oscuro Borsellino dell’informativa dei Ros (il Reparto operativo speciale) dei Carabinieri che segnala l’arrivo a Palermo del tritolo con cui il magistrato sarà ucciso. Il procuratore si limita a trasmettere la nota a Caltanissetta per le indagini di routine, essendo coinvolto un magistrato di Palermo. Non fa nient’altro e non sente neanche il bisogno di parlarne a Borsellino, un procuratore ‘aggiunto’, un suo vice, nello stesso ufficio. Come dire: tutto ok… il piano faccia il suo corso!
Poi arriva la domenica del 19 luglio ’92. Alle sette e dodici del mattino, poche ore prima della strage di via D’Amelio, Giammanco telefona a Borsellino, che è a casa sveglio dalle cinque, per informarlo che finalmente, dal giorno dopo, potrà seguire le indagini di mafia anche a Palermo. Ma perché Giammanco sceglie, così insolitamente, quella domenica mattina, non solo una domenica ma proprio quella, per comunicare a Borsellino che finalmente ha deciso di accogliere la sua richiesta di occuparsi dell’inchiesta tanto cara a Falcone?
Falcone capisce tutto in anticipo: combattuto, emarginato, perseguitato, lascia la Procura di Palermo e da Roma diventa ancora più prezioso: mette fuori gioco l’ammazza-ergastoli inflitti ai mafiosi Corrado Carnevale. J’accuse di Salvatore Borsellino e le ultime sui depistaggi di Stato ad opera di La Barbera, Contrada e Tinebra: il procuratore massone, affiliato ad una loggia segreta erede della P2, mandato a Caltanissetta subito dopo Via D’Amelio per dirigere le indagini
Peraltro Falcone, fin quando può, riesce a bruciare i tempi e a capire tutto, ben prima di Mani pulite che a Milano parte il 17 marzo ’92 quando il giudice cui Giammanco lega le mani già da un anno è fuori ruolo, al Ministero della Giustizia e quando già da tempo ha predisposto inchieste solide e profonde.
Succede quattro anni prima, nel 1988, quando viene ucciso il mafioso Barbaro La Barbera per un contrasto tra cosche nella spartizione di appalti nei piccoli centri di Baucina, Ciminna, Ventimiglia di Sicilia, noti a lettrici e lettori di In Sicilia Report lungo i sentieri della carriera di segretaria comunale della bagherese Domenica Ficano, commissaria straordinaria per un anno del Comune di Modica.
Comuni piccolissimi ma nei quali, stranamente, si presentano grandi imprese nazionali e ciò non passa inosservato a Giovanni Falcone il quale può indagare in autonomia solo fino a quando, dopo Rocco Chinnici ucciso il 29 luglio 83, ha come capo dell’Ufficio Istruzione Antonino Caponnetto. Quando questi va in pensione il Csm, Consiglio superiore della magistratura, il 19 gennaio 1988 anziché Falcone (inviso alla mafia ma attaccato anche da Leoluca Orlando e osteggiato da Magistratura democratica con la sola eccezione del futuro procuratore Gian Carlo Caselli) sceglie Antonino Meli che smantella il pool antimafia. Vedremo i colpi durissimi che il lavoro e l’esempio di Falcone sono costretti a subire, fino a quando a giugno ’90 arriva Giammanco: dopo l’incubo che per la mafia si rivelano i vari Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la ‘cupola’ può festeggiare.
Da febbraio ’91 Falcone è a Roma dove, pur in un ruolo, di direttore degli Affari penali del Ministero della giustizia, per il quale viene deriso e ancora attaccato, riesce a mettere fuori gioco l’ammazza-sentenze Corrado Carnevale, altro andreottiano amico della mafia: lo fa escogitando la rotazione delle varie sezioni penali della Corte di Cassazione nella trattazione dei processi di mafia. E così gli ergastoli ai mafiosi finalmente resistono anche all’ultimo grado di giudizio.
Di Giammanco parla Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, alla Commissione parlamentare antimafia il 18 ottobre 2023, toccando anche il caso della famosa agenda rossa, simbolo dei più oscuri misteri italiani. Proprio in questi giorni la Procura di Caltanissetta sta vagliando un documento dal quale si evince che l’allora dirigente della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera il 20 luglio ’92, il giorno dopo la strage, l’avrebbe consegnata a Giovanni Tinebra, il procuratore di Caltanissetta insediatosi, quasi come per innesco di un diabolico timer, appena in tempo per avere in mano la direzione delle indagini sulla strage: indagini che andranno e non per caso in direzione opposta alla verità.
Difficile dire chi possa essere più credibile tra La Barbera e Tinebra. Il primo inventò il falso pentito Vincenzo Scarantino per depistare le indagini e, tra le tante altre cose, in seguito fu il dirigente che ordinò l’irruzione della polizia nella caserma Diaz di Genova dando vita nel 2001 a quella orrenda macelleria sociale, entrata nella memoria e nell’indignazione collettiva, contro persone pacifiche e inermi.
Tinebra invece è stato un massone di lungo corso, appartenente ad una loggia segreta dell’Ennese in tutto il tempo in cui, dal ’69 al ’92, resse la Procura di Nicosia. Appena arrivato a Caltanissetta proprio il 20 luglio 1992, fa la scelta assurda di affidare le indagini sulla strage di via D’Amelio, in violazione di precise norme di legge, ai servizi segreti di Bruno Contrada con i quali si rapporta La Barbera. Secondo atti giudiziari della Procura di Caltanissetta, Tinebra era affiliato del Terzo Oriente, la loggia costituita per proseguire l’opera della P2: non più, caduto i muro di Berlino, per sbarrare con le bombe la strada alla sinistra ma per creare luoghi di potere in totale illegalità al di sopra dei partiti e delle istituzioni.
Le parole di Salvatore Borsellino
Le parole di Salvatore Borsellino, il 18 ottobre 2023, alla Commissione parlamentare antimafia.
<<…. Sono stati, questi anni, anni di depistaggi, di mancate indagini, di sentenze spesso contraddittorie, in cui, se sono stati assicurati alla Giustizia forse alcuni di quelli che materialmente hanno ucciso Paolo Borsellino, la stessa cosa non è avvenuta per quelli che hanno agito nell’ombra, che hanno voluto la sua morte… Non sono stati neanche messi alla luce i veri motivi dell’accelerazione di questa strage che, se fosse stata messa in atto soltanto dall’organizzazione mafiosa, non sarebbe avvenuta soltanto 57 giorni dopo l’altra strage, quella di Capaci, che alla strage di Via D’Amelio io credo sia indissolubilmente legata… Paolo ha cominciato a morire il 23 maggio del 1992… I magistrati verso i quali bisogna puntare il dito, quel Giovanni Tinebra che avrebbe dovuto essere chiamato a rispondere di avere avallato un evidente depistaggio nel corso di ben due processi e quel Pietro Giammanco che Paolo Borsellino, così come Giovanni Falcone, ha ostacolato in ogni modo fino a concedergli la delega per indagare sui fatti di mafia a Palermo soltanto quando la macchina carica di esplosivo che avrebbe dovuto ucciderlo era già pronta davanti al portone di Via D’Amelio…. Questi magistrati, e mi pesa chiamarli così, avrebbero dovuto essere chiamati a rispondere del loro operato finché erano in vita e invece, per quanto mi risulta, è stato solo il mio avvocato, Fabio Repici, a chiamare in aula, inserendolo nella sua lista di testimoni nel corso del Borsellino Quater, Pietro Giammanco che poi in realtà non si presentò adducendo dei motivi di salute.
<<…Eppure su Pietro Giammanco il dito lo avevo già puntato, ma rimasi inascoltato, in un pezzo che scrissi in una domenica del Settembre 2008, e che fu pubblicato anche sulla rivista Micromega nel 2010. Si intitolava “Lampi nel buio” e in esso immaginavo Via D’Amelio come un set teatrale completamente immerso nelle tenebre dove però ogni tanto uno squarcio di luce dal cielo lluminava le scene di quella tragedia. Questo è il pezzo in cui, quasi quindici anni fa, e quando era ancora in vita, parlavo di Pietro Giammanco.
<<Ecco un altro lampo che squarcia le tenebre. Sono le 7 del mattino del 19 luglio, in via Cilea, e a casa del Giudice che è in piedi dalle 5, arriva una telefonata del suo capo, Pietro Giammanco.
Non gli ha mai telefonato a quell’ora, e di domenica, non lo ha avvisato di un rapporto del Ros in cui si rivelava che era arrivato a Palermo un carico di esplosivo per l’attentato al Giudice che ha potuto conoscere la circostanza per caso, all’aeroporto, incontrando il ministro Scotti, e che sui motivi di questa omissione con il suo capo, ha avuto un violento alterco.
Non gli ha ancora concesso, da quando è rientrato da Marsala prendendo le funzioni di Procuratore Aggiunto a Palermo, la delega per condurre le indagini in corso sulle cosche palermitane e, in conseguenza, la possibilità di interrogare senza la sua espressa autorizzazione, pentiti chiave come Gaspare Mutolo e Leonardo Messina. Ora, il 19 luglio, quando la macchina per l’attentato è già posteggiata davanti al numero 19 di via D’Amelio, gli telefona per dirgli che gli concede quella delega e gli dice una frase che, oggi, suona in maniera sinistra “così si chiude la partita”. La moglie del Giudice, Agnese, lo sente urlare al telefono e dire “no, la partita comincia adesso” e lo stesso giudice, qualche tempo prima, aveva confidato al maresciallo Canale, che lo affiancava nelle indagini, che “in estate avrebbe fatto arrestare Giammanco perché dicesse cosa sapeva sull’omicidio Lima”.Dal recarsi ai funerali del quale lo stesso Giammanco venne dissuaso solo all’ultimo momento da un altro procuratore>>.
Poi Salvatore Borsellino considera il peso dato ad alcune parole di Paolo e ad altre parole e circostanze riferite da sua moglie, Agnese Piraino. Parole pesanti, terribili, come quelle riferite ad avere appreso che il Generale Subranni era “punciuto” o sulla raccomandazione di chiudere le finestre perché qualcuno, da una postazione situata nel Castello Utveggio poteva spiarlo. Proprio da quel Castello Utveggio dal quale forse è stata condotta la regìa per l’operazione, concertata insieme con l’attuazione della strage, del furto dell’Agenda Rossa.
Forse è proprio da questa Agenda Rossa, la scatola nera della strage di Via D’Amelio, che si dovrebbe ripartire per arrivare davvero alla Verità, dal furto di quell’Agenda compiuto, ne sono certo, proprio da quelle stesse mani che hanno voluto la morte di mio fratello, e non sto parlando della mafia, ma di pezzi deviati dello Stato perché è certo che non siano state mani di mafiosi a portare a compimento quel furto.
Occorreva eliminare, e in fretta, chi rappresentava un ostacolo insormontabile per un disegno criminoso, teso, con l’ausilio anche dell’organizzazione mafiosa e dell’eversione nera, a cambiare gli equilibri di questo nostro disgraziato paese che da queste stragi, che io ho chiamato e continuerò sempre a chiamare stragi di Stato, è stato sempre segnato.
La chiave di questa accelerazione va cercata semmai nelle parole pronunciate da Paolo alla Biblioteca Comunale di Palermo il 25 di giugno, nel suo ultimo discorso pubblico.
Paolo chiede di essere sentito dalla Procura di Caltanissetta per dire quello che sa e che ha scoperto sulla strage di Capaci, e da quella strage sono ormai passati più di trenta giorni senza che Paolo sia ancora stato chiamato.
Paolo dice: “Questi elementi che porto dentro di me debbo per prima cosa assembrarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell‘evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone… per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi, se è il caso, ne parlerò in pubblico”
Dopo queste parole la convocazione di Paolo a Caltanissetta non può essere più rimandata, c’è il rischio che Paolo riveli in pubblico quello che i giudici non vogliono ascoltare, Paolo viene convocato a Caltanissetta per la settimana successiva al 19 luglio ma intanto parte il conto alla rovescia per l’attuazione della strage, per la sua eliminazione.
Paolo non arriverà mai a testimoniare in quella procura, in cui a collaborare alle indagini, verrà poi irritualmente chiamato quel Bruno Contrada sul quale Paolo sta raccogliendo le rivelazioni di Mutolo, verrà chiamato soltanto quando la sua morte è stata ormai decisa, quando il suo tempo è ormai arrivato.
… Sulla sparizione di quella Agenda Rossa non si è mai veramente indagato, non c’è stato mai un vero processo. Tranne quello in cui, in fase addirittura di udienza preliminare, e quindi senza alcun dibattimento, è stato assolto dall’accusa di avere sottratto l’Agenda , quel Capitano Arcangioli che è stato ripreso, fotografato mentre si allontana dalla macchina di Paolo ancora in fiamme portando in mano la borsa di Paolo in cui sicuramente l’Agenda era contenuta. Ma a chi è stata consegnata quella borsa prima di essere rimessa sul sedile della macchina che continuava a bruciare? Nel corso di questi anni abbiamo studiato a fondo ogni singolo fotogramma, ogni ripresa che ci è stata possibile ottenere girata in Via D’Amelio nell’immediatezza della strage. Abbiamo ascoltato e confrontato le diverse testimonianze, spesso discordanti, costellate di “non ricordo” di chi è venuto in qualche maniera in contatto con la borsa di Paolo che conteneva l’Agenda. Abbiamo individuato i fotografi e gli operatori, richiesti i rollini, alcuni ci sono stati dati, altri, specie quelli in possesso dei grandi organi di informazione, ci sono stati inspiegabilmente negati. Siamo andati, ogni 19 luglio, a rilevare le ombre del sole all’ora della strage, sui palazzi per mettere le foto e le riprese nella giusta sequenza. Abbiamo ricostruito i movimenti di chi è entrato in contatto con la borsa, abbiamo individuato personaggi presenti che non sono nemmeno mai stati sentiti come testimoni, abbiamo studiato le relazioni di servizio spesso soltanto tardivamente prodotte. Abbiamo individuato a chi, presente in Via D’Amelio subito dopo la strage, il capitano Arcangioli può avere portato la borsa dopo averla prelevata dalla macchina di Paolo e questo ufficiiale, oggi Generale, Borghini, non è stato mai sentito nemmeno come testimone. Il risultato di tutto questo lavoro è stato inserito in un documento audiovisivo e questo è stato presentato in udienza alla Corte, nel corso del Borsellino Quater il giorno dell’arringa finale del mio avvocato, per dare il nostro contributo alle indagini che altri, con ben altri mezzi, avrebbero dovuto portare avanti. Il risultato di tutto questo è stato che i PM, presenti in aula all’inizio dell’udienza, appena iniziata la proiezione del documento, si sono alzati e sono andati via senza poi più tornare in aula nel corso dell’intera giornata.
Ed alla raccomandazione della Corte, contenuta nella sentenza, di approfondire le indagini sulla sparizione dell’Agenda Rossa non è stato dato fino ad oggi alcun seguito.
… Il Borsellino quater – scrive ancora Salvatore Borsellino – era stata una svolta, mi aveva fatto sperare di vedere, finalmente, almeno un barlume di Verità, un miraggio di Giustizia, ma poi sono arrivate una serie di sentenze contraddittorie, per l’ultima delle quali aspettiamo ancora la motivazione, che hanno fatto quasi del tutto svanire la mia speranza. Nella prima, quella d’appello, si assolvono gli imputati dello Stato perché “il fatto non costituisce reato”, nell’altra quella in cassazione, si assolvono tutti “per non avere commesso il fatto”. Ma “Il fatto” c’è, la strage c’è stata, Paolo e i suoi ragazzi sono stati uccisi e dopo quella strage altre ne sono state compiute ed altre vittime innocenti hanno perso la vita. Quello che manca, e ormai sono quasi sicuro di non vedere nel corso di quel residuo di vita che mi resta, sono una Verità e una Giustizia che forse pochi, troppo pochi, in questo paese, vogliono davvero>>.
La carriera spettacolare di Giuseppe Pignatone, l’allievo nel cuore del procuratore Giammanco, testimonia quanto sia rimasta inossidabile l’Italia dei veleni e dei misteri, dei miasmi fascio-masso-mafiosi e delle stragi del ’92 e ’93
Morto Giammanco sette anni fa senza mai essere sfiorato da un’indagine (non hanno alcun rilievo procedimenti aperti pro forma come atto dovuto in seguito alle rivelazioni, pur comprovate, di Angelo Siino e prontamente archiviati) di quel trattamento riservato al dossier Mafia e Appalti caro a Falcone e Borsellino oggi sono chiamati a rispondere gli allora sostituti Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone.
Questi, legatissimo a Giammanco, dopo una lunga permanenza a Palermo è promosso procuratore a Reggio Calabria per poi salire ancora più in alto, a Roma. Quindi dopo la pensione, a richiedere i suoi preziosi servigi è il Papa che lo pone alla guida del Tribunale Vaticano fino all’età massima consentita, i 75 anni compiuti nel 2024. Non sappiamo se tra i titoli acquisiti sul campo vi sia, quando è a capo della Procura di Roma, lo stop da lui imposto al suo vice Giancarlo Capaldo nelle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi – dossier ultrasensibile Oltreveteve – nel 2015 quando il Pm sta lavorando su un filo nuovo di intrecci e sviluppi promettenti ma Pignatone gli toglie l’inchiesta e la chiude subito egli stesso oscurando quel varco di luce nel quale con pazienza Capaldo cerca di ricomporre i fili della verità sempre negata.
Tornando agli anni ’90-92, Pignatone, fedelissimo di Giammanco, prende in mano il dossier Mafia e Appalti, forse una sorta di scatola nera delle stragi, nonostante dovrebbe astenersi. Infatti in esso compare la Sirap, azienda amministrata dal padre Francesco Pignatone, potente politico Dc, deputato alla Camera dal 1948 al ’58, poi per 25 anni, dal ’68 al ’93, presidente e per altri cinque, fino al 1998, amministratore unico straordinario, dell’Espi, Ente di sviluppo per la promozione industriale, il super-carrozzone regionale che ha in pancia centinaia d’imprese, come appunto la Sirap coinvolta per appalti da mille miliardi di lire nelle indagini di mafia affidate da Giammanco proprio a Pignatone, peraltro accusato direttamente quando Angelo Siino racconta collusioni, soffiate e coperture che lo chiamano in causa insieme a Giammanco, a Guido lo Forte e Ignazio De Francisci: indagini poi archiviate con la sempre utile motivazione ‘impossibilità di riscontri’. In quel contesto viene in rilievo il personale interesse del magistrato rispetto al ruolo del padre a capo dell’Espi e del fratello Roberto Pignatone, avvocato dello Stato e consulente dell’Assessorato ai lavori pubblici della Regione, proprietaria dell’Espi.
Quelli di luglio ’92 sono giorni di lotta contro il tempo e di grande sofferenza per Paolo Borsellino il quale si sente ‘un cadavere che cammina’. Giammanco affida a Vittorio Aliquò (padre di Angelo Aliquò, futuro direttore generale dell’Asp di Ragusa in anni recenti) la direzione delle indagini di mafia in provincia di Palermo, ne tiene alla larga Borsellino e consegna ai fidati Pignatone e Guido Lo Forte il dossier caro a Falcone. Borsellino, nonostante solleciti cura e attenzione verso quel dossier, è tenuto all’oscuro e scopre a cose fatte, cinque giorni prima di essere ucciso, della frettolosa richiesta d’archiviazione firmata dai ‘colleghi’: va su tutte le furie, capisce ancora di più che sta per toccare a lui e accelera la sua corsa, solitaria e disperata, contro il tempo.
Su queste circostanze Pignatone, chiamato il 26 novembre 2021 a testimoniare a Caltanissetta nel processo sul depistaggio delle indagini relative alla strage di via D’Amelio, è incerto, confuso, omette, balbetta, non ricorda, viene smentito, si contraddice spesso.
Dal 2000 al 2008 Pignatone è procuratore aggiunto a Palermo e, dal 2008 al 20012, procuratore capo a Reggio Calabria, ufficio nel quale può avvalersi della collaborazione di un privato cittadino dalla biografia ingombrante e inquietante, Diego Di Simone Perricone, ex poliziotto divenuto in quegli anni capo della sicurezza di Confindustria, condannato l’8 luglio 2022 a cinque anni di reclusione dalla Corte d’Appello di Caltanissetta (6 anni e 4 mesi in primo grado) come complice dell’ex icona antimafia Antonio Calogero Montante e – proprio in quegli anni come accerta il processo – figura chiave nel suo sistema criminale.
Quindi, dal 2012 al 2019, il magistrato nisseno è al vertice della procura della capitale. Da quando nei primi anni duemila Montante, nato come il padre, Francesco Pignatone, a San Cataldo – centro di 22 mila abitanti nel Nisseno – comincia a scalare Confindustria, il magistrato ne è sodale e assiduo frequentatore. Montante ha un eccellente rapporto con l’Eni, la multinazionale colosso di Stato di cui Roberto Pignatone, fratello del procuratore e tributarista, è consulente e ha relazioni strettissime con il grande corruttore Piero Amara che gli affida incarichi e addirittura lo cita come teste a propria difesa in giudizio. Amara appare a lungo ben coperto in diverse procure ma a Roma contro di lui invoca la linea dura il pm Stefano Rocco Fava le cui richieste però sono bocciate da Pignatone che gli toglie il fascicolo e il sostituto si ritrova anche sotto processo. Fava ha il ‘torto’ di rilevare che il procuratore non si astenga da inchieste che coinvolgono il fratello Roberto (ancora lui, a Palermo come a Roma nei decenni!) e investono i rapporti di questi con Piero, Amara grande corruttore di magistrati e crocevia di traffici illeciti nel sottobosco Eni, al pari del procuratore aggiunto Paolo Ielo, a capo del pool reati finanziari, in sintonia con Pignatone e, come questi, avente un fratello, Domenico, avvocato, beneficiario di incarichi da parte di Amara.
Per dire chi sia, o sia stato, Pignatone basti rilevare che Luca Palamara, il grande tessitore delle nomine in Csm secondo scambi di potere e traffici d’influenza, è intoccabile fino a quando porta avanti le nomine gradite a Pignatone. Appena se ne discosta viene colpito e affondato. E il trojan che lo inchioda è … intelligente: smette di funzionare quando in certe riunioni intercettate c’è Pignatone di Caltanissetta, territorio a lungo feudo di Montante e città natale, tra gli altri, di Nicolò Pollari, il capo dei servizi di cui ci sarebbe tanto da raccontare ma qui non c’è spazio. Solo un accenno: Pollari è il capo del Sismi dal 2001 al 2006, nominato da Berlusconi sotto l’ala protettiva di Gianni Letta che in materia ha pieni poteri; è coinvolto, salvato dal segreto di Stato, nel rapimento di Abu Omar, nonchè nello scandalo del dossieraggio con Pio Pompa contro giornalisti e avversari politici (salvato dalla prescrizione); è lui a pagare l’agente Betulla, alias il giornalista Renato Farina.
Tutti gli intrecci dell’alleanza tra mafia, massoneria segreta ed eversione nera nel caso dei mafiosi ergastolani Rimi che investe Ragusa. L’approdo ad Acate dei cugini Nino e Ignazio Salvo, le denunce di Cesare Terranova e Pio La Torre, il reportage a giugno ’84 di Claudio Fava e Miki Gambino su I Siciliani
Insomma, a Bagheria – la Città delle Ville nel cuore della Conca d’Oro che due anni e mezzo fa, dinanzi alle connessioni create dalla commissaria del Comune di Modica, la bagherese Domenica Ficano, abbiamo definito città gemellata a quella della Contea – di cose ne sono successe e ne succedono.
Del mafioso bagherese Simone Castello, ex Pci esperto di cooperative, sono noti, come abbiamo visto, i suoi investimenti e i suoi affari mafiosi nel Ragusano. Ma egli non è certamente il primo ed anche quel breve cenno alla detenzione nel carcere di Ragusa bei mafiosi ergastolani, Vincenzo e Filippo Crimi, boss di Alcamo, va letto in questa chiave.
Come sottolineato nel 2010 da Giorgio Caccamo in Diacronie, Studi di storia contemporanea <<il 1969 può essere considerato l’anno in cui comincia la penetrazione di Cosa Nostra nella provincia più meridionale dell’Isola>>.
E lo si comprende anche dall’affaire-Rimi. Il capo mafia ottiene di restare in carcere a Ragusa con il figlio sulla carta per trenta giorni (comunque un permesso non consentito dalle norme) in effetti per tredici mesi, da febbraio ’70 a marzo ’71, e ciò per due motivi: perché dall’anno prima centinaia di ettari di terreni tra Acate e Vittoria sono diventati terra di caccia e di business dei mafiosi, favoriti anche da provvedimenti ad hoc di assegnazione in queste zone in soggiorno obbligato. E perché proprio in quel periodo l’area iblea è teatro di svariate attività di addestramento e di finanziamento dell’eversione nera – denunciate puntualmente dal giornalista Giovanni Spampinato, perciò ucciso – le quali nei traffici lungo la costa incustodita trovano terreno fertile, in sinergia con la mafia di Vittoria e il suo capo Giuseppe Cirasa che si schiera con l’ala vincente di Cosa Nostra, quella sanguinaria dei Corleonesi e, per questa ragione, il 9 settembre 1983 viene ucciso dalle cosche gelesi e vittoriesi che rivendicano autonomia e vogliono lanciare un segnale a Riina e Provenzano.
In ogni caso, rimanendo ancorati alle fonti documentali, quel permesso speciale di trenta giorni ai Crimi dura tredici mesi e ciò <<viola ogni regolamento ministeriale e penitenziario, ma le coperture istituzionali emergono sin da subito. Funzionari, sottosegretari e magistrati intervengono in prima persona per spalleggiare tutti i ritardi e le contraddizioni dell’amministrazione carceraria di Ragusa sul trasferimento dei Rimi, oltretutto qualificati come individui mafiosi pericolosissimi. Dallo stesso Ministero di Grazia e Giustizia – documenta Diacronie in La mafia a Ragusa – giungono indicazioni inequivocabili che chiedono, anche ufficialmente, di prorogare la permanenza dei boss di Alcamo nella casa circondariale di Ragusa. Da qui i Rimi possono tenere i contatti con la cosca e gestire facilmente il proprio potere, tessere nuove alleanze e organizzare operazioni all’esterno del carcere, agevolando dunque le infiltrazioni mafiose nella provincia di Ragusa. Il Ministero degli Interni è consapevole invece della pericolosità dei due ergastolani e chiede perentoriamente che vengano trasferiti lontano dalla Sicilia. Solo nel settembre 1971 il presidente della commissione Antimafia, Francesco Cattanei, denuncia l’illegalità della situazione. Vincenzo e Filippo Rimi vengono dunque finalmente destinati ad altri istituti di pena, ma la loro lunga permanenza a Ragusa ha già dato i suoi frutti. L’aspetto certamente più grave, che connota quasi tutti i fatti di mafia nel Ragusano, è l’aperta complicità e connivenza delle istituzioni, anche centrali e non solo locali. Ne è ulteriore testimonianza la misteriosa scomparsa di quattordici fascicoli allegati agli atti dell’Antimafia, aventi ad oggetto vicende ragusane. I fascicoli non sono mai stati pubblicati nei volumi che raccolgono gli atti della commissione parlamentare. In questo modo si è contribuito ad alimentare ancora l’immagine della provincia tranquilla e della zona franca immune dai comportamenti mafiosi del resto della Sicilia. La criminalità ha potuto invece muoversi con facilità in questa zona>>.
Questo spiega come e perché per tanto tempo venga nascosta la mafia a Ragusa, nonostante essa in realtà sia forte, estesa, capace di aggredire nell’ombra e volgere dalla propria parte i centri di potere e i settori più redditizi, grazie ad un’oculata sinergia tra pezzi della politica e dello Stato, massoneria coperta, finanza, spinte autoritarie e neofasciste: è la borghesia mafiosa che nel Ragusano prende forma in anticipo rispetto ad altre aree della Sicilia.
Del resto in quegli anni – scrive ancora Diacronie – <<la presenza di “poteri occulti” non si limita all’estrema destra eversiva. Nello stesso decennio, infatti, la loggia P2 controlla la sanità iblea, tramite l’avvocato Salvatore Bellassai, plenipotenziario di Licio Gelli per la Sicilia orientale e commissario governativo degli Ospedali Riuniti di Ragusa>>.
Tornando ai mafiosi propriamente detti, sulla scia del bagherese Castello, che Angelo Siino in un verbale definisce il ‘ministro dell’agricoltura di Cosa Nostra’ (lui lo era dei ‘Lavori pubblici’), troviamo nel Ragusano e in particolare ad Acate, ben piazzati, membri della famiglia bagherese Aiello e figure importanti di Cosa Nostra come i cugini Salvo, mafiosi di prima grandezza, esattori delle tasse in Sicilia grazie alle complicità mafiose in Regione.
I cugini Ignazio e Nino Salvo, figli di due esponenti della famiglia mafiosa di Salemi, politici Dc sempre al seguito di Andreotti, dopo la fine della Giunta-Milazzo (formata nel ’58 da Pci, Msi e Dc ribelli) che prima sostengono e poi combattono, ottengono la riscossione delle tasse con un aggio smisurato tra il 7 e il 10% che non ha eguali in Italia né altrove. Cerca di osteggiarli il presidente della Regione Giuseppe D’Angelo, della sinistra Dc a capo nel ’61 di un’inedita giunta di centro sinistra (primo caso in Italia che precede l’ingresso del Psi di Pietro Nenni nel governo nazionale) ma viene fatto fuori. <<I Salvo sono più potenti della Montedison>> (allora potentissima) osserva.
Mafiosi al seguito del boss Stefano Bontade, dopo il sequestro e l’uccisione di Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo (forse opera di Totò Riina per abbattere il potere di Bontade) passano con i Corleonesi e diventano il livello mafioso più prossimo a quello politico grazie ai loro contatti frequenti e diretti con Andreotti e la mafia siciliana di prossimità. Rocco Chinnici il 30 luglio 1983 paga con la vita le sue indagini sui cugini Salvo i quali chiedono a Riina di eliminare il giudice, mentre Falcone, un anno e mezzo dopo, a novembre ’84, riesce ad arrestarli, grazie alle rivelazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno. A gennaio ’86, quando sta per iniziare il primo maxiprocesso, Nino Salvo muore in una clinica svizzera (o inscena la morte per fuggire in Brasile: dubbio irrisolto), mentre il cugino Ignazio è assassinato il 17 settembre ’92 dai sicari di Riina, colpevole, come Lima, di non avere saputo proteggere la mafia dalle sentenze di condanna: Falcone non solo ottiene 19 ergastoli e 2665 anni di carcere per 346 mafiosi (e sarebbe solo l’inizio) ma, estromesso dalle indagini antimafia e costretto a lasciare Palermo, come abbiamo visto riesce, dal ministero di Giustizia, a neutralizzare l’ammazzasentenze, Corrado Carnevale, altra pedina della galassia mafiosa andreottiana.
Tornando indietro, i nomi dei due potenti cugini compaiono la prima volta nel 1976 nella relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia presentata dai deputati del Pci Pio La Torre e Cesare Terranova, quest’ultimo ucciso dalla mafia il 25 settembre ’79 quando, dopo il mandato parlamentare, rientrato in magistratura si appresta a guidare l’Ufficio istruzione di Palermo dove quindi andrà Rocco Chinnici, anch’egli ucciso quattro anni dopo, il 29 luglio 1983, su richiesta dei Salvo. Dei quali in quella relazione Terranova-La Torre si denuncia l’aggio abnorme concesso loro dalla Regione nell’esazione delle imposte.
Solo in seguito, dei due potenti cugini si parla anche quali proprietari di migliaia di ettari di terreno ad Acate: a giugno ’84 Claudio Fava e Miki Gambino, cinque mesi prima che Falcone li faccia arrestare, per primi scrivono i loro nomi su I Siciliani, sei mesi dopo l’assassinio del fondatore Pippo Fava: <<… Ragusa – Da queste parti le chiamano “le ville dei palermitani”: sono le più grandi della zona ed hanno quasi sempre i cancelli sbarrati e le finestre chiuse. In una di esse, poco fuori Vittoria, fu scoperta tre anni fa una base operativa di Girolamo Teresi, boss dell’eroina. Tre anni fa a Vittoria circolava solo qualche spinello, oggi il centro di recupero per i tossicodipendenti, creato in clima d’emergenza, ha in cura ogni anno 400 ragazzi, solo una parte dei mille circa (uno ogni cento abitanti) che ogni sera escono da casa per procurarsi la dose.
A qualche chilometro da Vittoria c’è Acate, 7500 abitanti, 102 chilometri quadrati di terreni coltivati a viti e arance. Di Acate si è occupato l’anno scorso l’Alto commissario per la lotta alla mafia Emanuele De Francesco… L’intero paese – furono le conclusioni – è stato acquistato senza badare a spese da alcune famiglie palermitane. Così a Comiso e Gela.
<<Lavorava, De Francesco, su intuizioni non sue: era stato il generale Dalla Chiesa, 23 giorni prima di essere ucciso in via Carini, a presentare all’allora ministro degli Interni Rognoni il suo rapporto sulla nuova mappa della mafia. Vi erano contenuti nomi, cifre e alcune personali riflessioni: secondo Dalla Chiesa la massiccia presenza delle famiglie palermitane nella provincia di Ragusa non era altro che la “contropartita” a quello che lui stesso, parlando a “Repubblica”, aveva definito l’assalto dei catanesi a Palermo. Uno scambio di favori, insomma, dettato dalla necessità di allargare e frazionare, rendendoli quindi meno individuabili, i molteplici interessi in gioco. E le campagne di Acate, Vittoria e Gela erano senza dubbio investimenti tanto redditizi quanto insospettabili: chi sarebbe mai andato, prima dell’arrivo a Palermo di Dalla Chiesa, a cercare la mafia nella Sicilia “babba”?
<<Ad aprire la strada allo sbarco palermitano in provincia di Ragusa era stata, d’altra parte, la stessa giustizia italiana: ad Acate venivano spediti agli inizi degli anni ’70 i mafiosi in soggiorno obbligato. Fra questi Gaspare Gambino, nipote del grande Joe di “Cosa Nostra”, fu il primo ad intuire le possibilità offerte da questa provvidenziale misura di prevenzione che gli era stata inflitta: finito di scontare il soggiorno obbligato, Gambino acquistò 40 ettari di terreno agricolo e si stabilì ad Acate con tutta la famiglia. Un esempio, il suo, seguito da molti altri. Nomi poco noti per i non addetti ai lavori, come i Lo Cicero, i Rallo, i Girgenti e gli Amoroso, ma anche personaggi di rilievo, in confidenza col mondo politico e grandi conoscitori dei meccanismi che regolano l’erogazione dei contributi pubblici. Niente, però, di paragonabile agli interessi ragusani dei cugini Salvo, gli esattori di Salemi. La “Finanziaria Immobiliare” di Nino Salvo possiede ad Acate circa 600 ettari di terreno coltivati a vite, e altri 250 ettari di agrumeto. Un vero e proprio impero agricolo gestito secondo modernissimi criteri aziendali. Ed altre centinaia di ettari di terreno i Salvo li possiedono nel territorio di Vittoria. Ma molte altre società sono venute in forze da Palermo alla conquista delle terre del Ragusano; e per molte De Francesco ha disposto capillari accertamenti, affidandoli alla Guardia di Finanza (uno dei più recenti riguarda, ad esempio, la “Acanto S.p.a.”, di cui è presidente il cavaliere Salvatore Martorana). Secondo i responsabili della CNA di Ragusa, negli ultimi quattro o cinque anni sono stati registrati 135 trasferimenti fondiari dal Palermitano alla zona di Ragusa, per la maggior parte attuati da personaggi in qualche modo legati alle “famiglie” palermitane già presenti nella zona. Da calcoli approssimati per difetto si deduce che in mano a famiglie palermitane sono ormai 10.000 ettari di terreno, tra Acate, Vittoria, Gela e Comiso, per un valore di circa 50 miliardi>>.
Il reportage prosegue con l’emergenza di quel periodo, la base missilistica installata a Comiso l’anno prima e operativa dal 30 giugno 1983, capace, fin dall’annuncio del suo insediamento, di scatenare gli appetiti mafiosi nell’area circostante: cavallo di battaglia delle denunce di Pio La Torre e Pippo Fava: uccisi a distanza di venti mesi l’uno dall’altro.
Tanti mafiosi (nomi pesanti) di Bagheria e dintorni dagli anni ’70 s’insediano ad Acate e nel Vittoriese, il soggiorno dei boss e i loro investimenti in decine di migliaia di ettari di campagna iblea, gli appalti a Cosa Nostra negli anni ’80 targati Azasi e quelli per la Ragusa-Catania e il porto di Pozzallo
Poi ci sono i verbali di Angelo Siino, rivelatosi ad ogni riscontro dichiarante veritiero, ad illuminarci sulla storia dei mafiosi di casa ad Acate e dintorni fin dalla fine degli anni ’60.
Secondo Siino i cugini Salvo avevano in mano l’intero paese di Acate <<liberi di fare ciò che volevano>>. Per questo Provenzano a fine anni ’70, dopo un soggiorno di 15 anni a Bagheria e dintorni, trascorre anche ad Acate periodi di latitanza, ben protetto nelle distese dei due potenti esattori. Per questo ancora prima il boss palermitano Stefano Bontade, al culmine del suo potere mafioso, ci va spesso, anch’egli proprietario di terreni affidati alla cura del fratello Giovanni che in terra iblea è di casa. E quando il boss arriva, si fa festa con grande ostentazione pubblica di potere: … nella provincia in cui la mafia non c’è.
Nello stesso periodo, inoltre, soggiorna ad Acate il palermitano Gaspare Gambino, nipote del capomafia newyorchese Joseph ben noto all’Fbi americana e alla Criminalpol. Eppure Gambino può muoversi indisturbato, trasferirsi in terra iblea con la famiglia e le sue attività economiche dopo il soggiorno obbligato. L’amore di questi mafiosi per la zona comincia fin dal carcere: quello di Ragusa, almeno per loro, detenuti eccellenti e potenti, vale l’appellativo di ‘Hotel Bristol’.
Tra Vittoria e Acate acquistano terreni e aziende agricole anche Salvatore Montalto, mafioso di spicco a Villabate e Bagheria nonché membro della commissione di Cosa Nostra, la famosa ‘cupola’, e Giuseppe Guttadauro, il chirurgo di Bagheria cognato del fratello di Matteo Messina Denaro. Anche questi, ultimo dei superlatitanti, soggiorna con certezza, come Provenzano, ad Acate in alcuni periodi. Dai riscontri operati sulle dichiarazioni di Siino emerge che circa 22 mila ettari di terreno tra Acate (il cui territorio totale è di poco più di 10 mila ettari, 102 Kmq), Vittoria e Gela finiscano in mani mafiose, per un valore attuale di svariate centinaia di milioni di euro. Quando vanno ad Acate i mafiosi – tutti, anche i non proprietari – in effetti vanno … a casa, nella tranquilla provincia di Ragusa: tranquilla per loro.
Siino racconta anche la matrice o l’influenza di Cosa Nostra negli appalti per grandi opere pubbliche realizzate nell’area iblea negli anni ’80, come la Ragusa-Catania, il ponte ‘Costanzo’ sull’Irminio e il porto di Pozzallo, appannaggio dei suoi soci Vincenzo Agnello e Cataldo Farinella, l’imprenditore mafioso al quale, mentre è latitante, il Consorzio Asi (Area di sviluppo industriale) di Ragusa affida a trattativa privata un appalto da 15 miliardi di lire: lo scrissi io nel 1990 sul quotidiano Gazzetta del Sud e per questo fui denunciato ma l’inchiesta giudiziaria che ne seguì sfociò nell’arresto e nell’incriminazione dell’intero direttivo consortile.
La scoperta delle verdi distese di Acate e Vittoria da parte di Cosa Nostra a fine anni ’60 apre la strada ad una più massiccia infiltrazione anche in altri settori dell’economia e della produzione, sia per investire capitali illeciti che per acquisire, con il metodo mafioso della violenza o con la corruzione, lucrosi appalti.
Il boss Giuseppe Ercolano, cognato di Nitto Santapaola capo della mafia catanese alleata con i Corleonesi, ottiene ad esempio consistenti appalti dall’Azasi (Azienda asfalti siciliani) uno dei tre enti economici regionali, con sede a Modica anziché a Palermo, proprietario di decine di aziende, alcune decotte e mero strumento di corruzione e clientele, altre attive e quindi utili per destinare soldi e pilotare appalti.
Inoltre cresce e si sviluppa in territorio ibleo un fenomeno di espansione dell’edilizia ricettiva e turistica dietro il quale si scorge la presenza netta di intrecci politico-affaristici e, in secondo piano più discreti e nascosti, gli investimenti della mafia con capitali provenienti anche da fuori provincia.
<<Le inchieste delle procure locali e della magistratura antimafia – riporta ancora Diacronie – rivelano che l’intervento della “mafia dei colletti bianchi” nell’economia legale è finalizzato principalmente al riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite. Nel territorio di Modica, per esempio, sorgono in pochi anni numerose attività commerciali riconducibili a gruppi catanesi>>.
Infine due cenni sono necessari prima di chiudere questo capitolo che, partendo da Bagheria, ci ha accompagnati lungo le vie di penetrazione della mafia nell’area iblea. Due vicende con un nome per ciascuna: Oliviero Tognoli e Nicolino Burriesci.
Nei primi anni ’80 due aziende metalmeccaniche iblee nel cuore della mafia: l’Almer e la Fas. Opera del bresciano Tognoli che mentre fa l’industriale ragusano gestisce in Svizzera i milioni di dollari del narcotraffico internazionale della mafia siculo-americana scoperto dall’inchiesta Pizza connection.
La prima è quella che vede nascere, a Ragusa e a Pozzallo, due grandi aziende mafiose, per iniziativa di un imprenditore bresciano che, come in una spy story mozzafiato (ma è solo e tutta verità documentale) è al centro del più grande traffico internazionale di droga mai scoperto, sfugge alla cattura grazie ad una soffiata di Bruno Contrada, compare nel fallito attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone, nel frattempo sposta tranquillamente dalle banche svizzere un fiume di milioni di dollari secondo le direttive del boss Tano Badalamenti e tutte le altre famiglie mafiose siculo-americane associate in affari nel traffico di eroina, comprese quelle che hanno radici nelle campagne di Acate come i Gambino il cui capostipite mafioso Carlo, incontrastato fino alla morte, avvenuta per cause naturali nel 1976, ispira il personaggio di Vito Corleone nella trilogia de Il Padrino di Francis Ford Coppola.
E’ nelle trame di questa spy story che va cercato il perché della scelta del territorio ibleo come sede degli investimenti, innestati su società fallite, che danno vita all’Almer Spa (Alluminio Mediterraneo) di Ragusa e all’acquisto della Fas Spa di Modica, realizzata nell’area industriale vicina a Pozzallo con contributi europei.
L’investimento è opera di una famiglia di Concesio, il piccolo comune di 15 mila abitanti nel Bresciano, noto per avere dato i natali a Giovanbattista Montini, il cardinale poi Papa con il nome di Paolo VI che, forse senza volerlo, anche per la parentela di una sua segretaria, apre le porte del Vaticano al banchiere mafioso Michele Sindona e alle sue scorribande criminali con la complicità dello Ior, l’Istituto delle opere di religione, che il Pontefice affida al vescovo criminale Paul Marcinkus. Ma questa è un’altra storia.
La nostra invece, di due aziende mafiose iblee, comincia quando Luciano Tognoli, industriale bresciano del tondino, si stabilisce o soggiorna spesso a Ragusa con il figlio Oliviero per dare il via all’Almer, mentre è già consolidata la presenza di una rete mafiosa nel territorio grazie alle misure di soggiorno obbligato e alle relazioni di affari e interessi che ne scaturiscono. Quando comincia l’avventura iblea, il giovane Oliviero ha appena sposato Marianna Matassa cugina del potente boss mafioso siculo americano Joe Matassa (appartenente all’ancora più potente famiglia mafiosa di Joe Bonanno), poi condannato nel processo Pizza Connection cui dalla Sicilia dà un contributo prezioso Giovanni Falcone sgominando una rete di traffici che in Oliviero Tognoli ha il fulcro finanziario. Testimone di nozze del bresciano trapiantato a Ragusa è Leonardo Greco, di Bagheria, mafioso di alto rango, capo mandamento nella Conca d’Oro, imprenditore metalmeccanico titolare della Icre di Bagheria fornitrice della Italcostruzioni Spa di cui è titolare Vincenzo Giammanco, nipote del magistrato ma anche prestanome di Bernardo Provenzano. Per la cronaca il già citato Siino fa mettere a verbale che l’Icre è sede di riunioni di mafia e anche luogo in cui vengono uccisi i mafiosi rivali.
Il mafioso di Bagheria Leonardo Greco e Oliviero Tognoli sono soci in affari anche in terra iblea e qui portano avanti, indisturbati, le loro attività: l’Almer a Ragusa e la Fas a Modica, che hanno complessivamente settecento dipendenti e diverse centinaia di miliardi di fatturato, sono un grande scudo protettivo e un canale di riciclaggio.
L’Almer viene fondata – inglobando la Tu.Rag. Spa – nel 1983 da Luciano Tognoli e da due uomini di sua fiducia, Ezzelino Zanetti anch’egli di Concesio e Mario Giacomelli. Già l’anno dopo è travolta dall’inchiesta Pizza Connection, una delle più imponenti della storia sul traffico internazionale di droga che parte dal Medio oriente, fa tappa in Sicilia e approda in America.
Il 12 aprile 1984 Oliviero Tognoli, direttore dell’azienda, scompare all’improvviso. E’ Giovanni Falcone a spiccare quel giorno un mandato di cattura nei suoi confronti. La polizia lo cerca a Ragusa, a Modica dove dirige anche l’altra azienda siderurgica Fas, a Concesio nel Bresciano ed anche a Palermo, ma invano. Come riferito dal suo autista e collaboratore di fiducia Salvatore Tumino, con lui dal giorno prima, l’11 aprile, in missione a Palermo, la mattina del 12 Tognoli confabula con due persone misteriose, quindi si allontana dall’albergo con una scusa dicendo a Tumino di aspettarlo nell’azienda del cliente che avrebbero dovuto raggiungere insieme. Quindi gli telefona dicendogli di compiere da solo le visite programmate e che si sarebbero visti il giorno dopo a Ragusa. Invece di lui nessuna traccia.
L’inchiesta dell’Fbi scopre la natura mafiosa degli affari di Luciano Tognoli e dei figlio Oliviero e Mauro (questi non sfugge alle manette), costringendo il patron a disfarsi della proprietà per evitare il sequestro già in arrivo. In effetti l’impresa, rimasta nelle mani di Zanetti, che a Concesio risiede nella stessa via di Tognoli, e di altri fidati prestanome, va avanti esattamente come prima. Lo stesso Oliviero Tognoli, anche molto tempo dopo quando nel 2006 l’Almer diventa Metra Spa, ci torna spesso, sempre accolto e accompagnato in auto dal collaboratore di fiducia di sempre, il dipendente in pensione Salvatore Tumino. La nuova vita dell’azienda, con la sigla Metra dal 2006, vede al comando il solito Zanetti con un familiare, un altro conterraneo di Concesio e Maria Poidomani, nota commercialista di Modica che figura nel board di importanti società.
Il 1983, l’anno in cui viene fondata l’Almer, è anche l’anno in cui a Vittoria viene ucciso il capo mafia Giuseppe Cirasa che si è schierato con i Corleonesi di Riina mentre, lontano da Palermo, da Agrigento a Vittoria, c’è una mafia locale emergente che chiede spazio e autonomia.
La sua eliminazione è annunciata da una lunga sequenza di omicidi a fine ’82. I suoi stessi gregari, i Gallo, i Sansone, i Piscopo, non gradiscono che il boss locale vecchio stampo, per inchinarsi ai vincenti, svenda la tradizionale autonomia e cada nelle braccia dei Corleonesi che hanno fatto fuori tanti loro amici. Il 9 settembre ’83 Cirasa viene ucciso. Al suo posto coloro che ne hanno deciso la morte: i fratelli Carbonaro, i Piscopo, i Dominante, i Sansone, i Gallo e quel suo affiliato atipico Biagio Gravina, ‘il professore’. Cirasa è stato il boss che 10-15 anni prima governava sulla costa incustodita varie attività di contrabbando e il traffico di reperti archeologici da cui traevano sostegno finanziario anche le trame nere denunciate da Giovanni Spampinato: mafiosi vittoriesi, intercettati in carcere, sanno che il loro capo gode della protezione del procuratore di Ragusa Francesco Puglisi, sarà vero? Sono anche gli anni del delitto di Angelo Tumino del quale la Procura di Ragusa fa di tutto per non scoprire nè autori, nè movente: ed è qui che le inchieste di Giovanni Spampinato con la loro carica di verità diventano una minaccia per quel sistema fascio-masso-mafioso che, come scrive il giornalista, ‘sta preparando qualcosa a Ragusa’. Perciò quel sistema, che gode di forti protezioni istituzionali, lo uccide.
Tornando alla presa di Cosa Nostra sul territorio ibleo nel corso dei decenni, le scelte compiute da certi mafiosi di peso fin dai primi anni ’70 sono di lungo corso, come quelle dei fratelli Gambino, Gaspare e Salvatore – parenti della famiglia del boss siculo-americano già citato Carlo Gambino, anch’essa coinvolta in Pizza Connection – molto influenti a Villabate e Bagheria e inviati in soggiorno obbligato ad Acate. L’adempimento dell’obbligò più che un dovere per loro si rivela un piacere e una fortuna, tanto che, conclusa l’esecuzione della misura, i due scelgono di restare nel Ragusano.
Per tornare ad Oliviero Tognoli e alle due aziende, l’Almer di Ragusa e la Fas di Modica, fondate e acquistate per riciclare il fiume di danaro proveniente da un colossale traffico di droga da distribuire alle varie famiglie mafiose, va detto che egli è stato condannato sia in Italia che in Svizzera e le sue responsabilità risultano certe e riconosciute.
Il livello delle sue imprese criminali e la scelta di Ragusa e Modica per l’investimento-chiave al servizio della mafia vanno lette alla luce dei numeri dell’inchiesta Pizza Connection senza della quale non avremmo forse mai scoperto la vera identità, i veri interessi e il movente dell’insediamento nel Ragusano dei suoi affari.
Pizza Connection, nome dovuto al fatto che la droga veniva smerciata in pizzerie e ristoranti, ci racconta che in quegli anni oltre un terzo di tutta l’eroina destinata agli Stati uniti proviene dalla Sicilia: qui arriva la morfina spedita dalla Turchia e acquistata dalle famiglie mafiose a 13 mila dollari al chilo; qui viene raffinata, quindi confezionata e inviata negli Usa dove le famiglie di Cosa Nostra la commerciano in pizzerie e ristoranti. I soldi per acquistare la materia prima e quelli di ritorno per l’incasso dei proventi transitano per alcune banche di Lugano e di Zurigo. I responsabili del riciclaggio sono mafiosi del calibro di Alfonso Caruana, Pasquale Cuntrera, del bagherese Leonardo Greco i quali si avvalgono di insospettabili mediatori finanziari come Oliviero Tognoli del quale Greco diventa testimone di nozze a suggello di un’alleanza piena e duratura.
Quello scaturito dall’inchiesta Pizza Connection e durato due anni è, ancora oggi, il più lungo processo della storia giudiziaria degli Usa che, con 250 testimoni, disegna la mafia siciliana e siculo-americana come mai accaduto prima, grazie ai primi grandi ‘pentiti’ come Buscetta e Contorno. E’ questi per esempio a raccontare di avere partecipato nel 1980 a Bagheria ad una riunione tra le più importanti famiglie mafiose per organizzare il traffico di droga: chi puntò 200 milioni – spiega – si ritrovò 200 miliardi. Certo, ogni tanto l’imprevisto può succedere, come quando a Cedrate, frazione di Gallarate nel Varesotto nei pressi di Malpensa, viene trovato e sequestrato un carico di 40 Kg di eroina pura nascosta nelle custodie dei dischi di Esmeralda Ferrara, una cantante di Bagheria che fa frequenti viaggi negli Usa per conto di Emanuele Adamita della famiglia mafiosa dei Gambino di New York, la stessa di cui abbiamo visto le diramazioni iblee.
Se è fuori dubbio il peso criminale nella più potente mafia capace di guadagnare negli anni ’80 miliardi di dollari con il traffico internazionale di droga, ancora più sorprendente è l’aggancio del direttore dell’Almer e della Fas con alcuni nodi cruciali per cui passano certi grandi misteri italiani.
Mentre è a Ragusa, ma in missione a Palermo, Tognoli sfugge al mandato di cattura di Giovanni Falcone grazie a Bruno Contrada. Lo racconta al giudice e l’affaire entra nel fallito attentato dell’Addaura. Qui un artificiere di nome Tumino chiamato per disinnescare l’ordigno distrugge le prove: fu un errore?
Oliviero Tognoli il 12 aprile ’84 sfugge all’arresto ordinato da Falcone ma in seguito si fa mettere le manette ai polsi in Svizzera. Qui va ad interrogarlo lo stesso Falcone insieme alla giudice elvetica che collabora all’inchiesta Carla Del Ponte. A loro Tognoli racconta che a salvarlo dall’arresto è stato Bruno Contrada, poliziotto di lungo corso e di grande carriera, allora quotato e insospettabile dirigente del Sisde dopo essere stato a capo della Criminalpol siciliana e della Squadra mobile della Questura di Palermo.
Tognoli fa il suo nome ma al momento di metterlo per iscritto si rifiuta per paura come dichiareranno sotto giuramento Falcone e Del Ponte.
Un altro snodo importante è il fallito attentato a Falcone, all’Addaura. Il 21 giugno 1989 sugli scogli dinanzi alla casa del giudice, proprio nel giorno in cui, in tutta segretezza, ospita i colleghi svizzeri Carla del Ponte e Claudio Lehmann, viene trovata una borsa con 58 candelotti di dinamite. Falcone ha invitato i due giudici elvetici per parlare con calma e riservatamente degli interrogatori in corso in quel periodo nell’ambito del processo Pizza Connection tra i quali quello di Tognoli con la clamorosa rivelazione sul conto di Contrada. Ad agosto ’89, due mesi dopo il fallito attentato, L’Espresso pubblica un articolo su quella ammissione di Tognoli, poi ritrattata, dei favori avuti dal dirigente del Sisde.
Contrada sarà arrestato solo tre anni e mezzo dopo, il 24 dicembre ’92, grazie ai riscontri delle rivelazioni di Gaspare Mutolo, il pentito che il procuratore Giammanco fa di tutto perché non parli con Borsellino e che consegna alla giustizia verità sconvolgenti e comprovate: ovviamente solo dopo la strage di via D’Amelio e la fuga da Palermo, con approdo dorato in Cassazione, del magistrato bagherese amico di Lima e dei mafiosi. Ma già a giugno ’89, subito dopo il fallito attentato, Falcone pensa a Contrada, numero tre del Sisde, quale maggiore responsabile, come <<con gli occhi di fuori racconta a Borsellino>> secondo la testimonianza del collaboratore di questi Carmelo Canale.
Del resto Falcone non ha bisogno di pensarci troppo per dichiarare subito pubblicamente che dietro quel borsone con 58 candelotti di dinamite pronti per esplodere ci sia <<lo zampino di menti raffinatissime>>. Le quali vogliono lanciare un messaggio potente e scioccante o semplicemente falliscono l’obiettivo di quella strage di giudici tutti impegnati nell’inchiesta Pizza Connection e nelle implicazioni dell’incauta denuncia di quell’imprenditore complice della mafia sul conto del dirigente dei Servizi segreti?
La verità logica propende per la seconda ma la certezza non l’avremo mai perché a impedirla per sempre ci pensa un artificiere dei Carabinieri avente un cognome ragusano, Tumino, Francesco Tumino, il quale quella mattina, chiamato dopo la scoperta della bomba, giunto con quattro ore di ritardo, fa detonare il timer e – ripreso dalle telecamere – distrugge l’innesco rischiando di compromettere, o forse volendo compromettere, la possibilità di stabilire se l’ordigno sia stato predisposto per uccidere o solo a scopo dimostrativo. Peraltro dichiara una serie di falsità, si contraddice e alla fine ammette di essersi inventato tutto, tanto da essere imputato e condannato in un procedimento, mentre in un altro patteggia la pena.
Interessante la dichiarazione del giudice di Cassazione Antonio Esposito che rigetta l’assoluzione per il fallito attentato all’Addaura di Nino Madonia, il mafioso più vicino ai Servizi segreti, condannato a sette ergastoli per gli agguati e gli attentati che uccidono Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, nonchè per le stragi dei carabinieri sulla circonvallazione e quella di Pizzolungo contro il giudice Carlo Palermo. Coinvolto, Madonia, anche nel delitto Mattarella, tra i più ‘politici’ degli omicidi di mafia e perciò ancora avvolto nel mistero: infatti condannati solo i mandanti mafiosi (per i quali un ergastolo in meno o in più cambia poco) mentre è mistero sugli esecutori dai quali si potrebbe desumere un ulteriore livello di mandanti esterni a Cosa Nostra. In proposito abbiamo visto quanto solide fossero le prove raccolte da Falcone sul conto dei terroristi neofascisti Gilberto Cavallini e Giuseppe Valerio Fioravanti che però, in quanto assolti, non potranno mai più essere accusati del delitto che secondo Falcone, e secondo numerosi elementi concordanti, con ogni probabilità hanno commesso.
Ecco le parole di Esposito il quale ottiene poi la condanna di Madonia per il fallito attentato dell’Addaura: <<Francesco Tumino, l’artificiere che ha fatto brillare l’ordigno nella villa a mare del giudice Falcone è stato condannato a un anno e mezzo per calunnia, per aver attestato falsamente la presenza del funzionario di polizia Ignazio D’Antone sul luogo del fallito attentato. Tumino che avrebbe dovuto disinnescare la bomba all’Addaura giunse con quasi quattro ore di ritardo dalla richiesta di intervento. Operò sul posto – continua Esposito – e danneggiò fortemente il comando di attivazione della carica esplosiva. Fu sottoposto a procedimento penale per falso ideologico e false dichiarazioni al Pm, patteggiò la pena e rimase in servizio nei Carabinieri per ricomparire in via D’Amelio dopo l’attentato a Borsellino…>>. Esposito aggiunge: <<Incomprensibile il motivo per cui il colonnello Mori dichiarò all’autorità giudiziaria: “…un consistente numero di chili di esplosivo messo lì senza alcuna possibilità di deflagrare era una minaccia molto relativa… io ho pensato a un tentativo intimidatorio più che ad un attentato mirato ad annientare Giovanni Falcone”. Viceversa le perizie diedero la certezza – conclude Esposito – che il congegno era pronto ad esplodere non appena avesse ricevuto l’impulso e che l’esplosione avrebbe avuto un esito mortale nel raggio di 60 metri>>.
Da concordanti fonti documentali sappiamo comunque con certezza che quel fallito attentato <<fu opera di Cosa Nostra ma sotto direttive ed indicazioni di “eminenze grigie” interne alle istituzioni. A chi, tra i boss, chiedeva informazioni sull’attentato da fare nella villa dell’Addaura contro Giovanni Falcone, il capomafia Totò Riina faceva dire: “Abbiamo le spalle coperte”>>.
Un attentato fallito che, però, se lascia in vita Falcone lo azzoppa pesantemente nel suo potere di combattere la mafia. Infatti apre la strada all’estate dei veleni delle lettere del ‘corvo’ del palazzo di giustizia di Palermo con cui inizia l’isolamento del giudice accusato di avere organizzato una messinscena, costretto quasi a doversi giustificare per non essere morto, e così, attaccato ed emarginato: cinque mesi prima, a gennaio 1988, il Csm gli ha preferito Antonino Meli a capo dell’ufficio istruzione e il primo risultato è lo smantellamento del pool antimafia creato da Chinnici e difeso da Caponnetto. Il mese dopo, a luglio 89, nonostante la sua caratura interazionale nella lotta al crimine e il successo del maxiprocesso, a Falcone viene preferito Domenco Sica a capo dell’Alto commissariato antimafia. Nel ’90 è bocciato per via elettorale dai suoi colleghi anche quale membro del nuovo Csm che, appena insediatosi, a giugno nomina Giammanco nuovo procuratore. Contro Falcone sono schierati il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e i suoi seguaci, nonché la corrente di sinistra della magistratura che siede nel Csm, con la sola eccezione, come abbiamo visto nella nomina di Antonino Meli, di Giancarlo Caselli che diventerà procuratore di Palermo nel giorno della cattura di Totò Riina, otto mesi dopo la strage di Capaci.
La valenza dirompente del fallito attentato dell’Addaura è chiara. Ne scrive il Gip Daniela Tornesi, che ipotizza <<una matrice del movente più ampia e complessa rispetto a quella propriamente mafiosa e che vi siano causali concorrenti frutto della convergenza degli interessi dell’organizzazione mafiosa con quella di settori deviati delle istituzioni>>. Insomma è nell’89 che Falcone comincia ad essere ucciso. E’ nell’89 che cominciano le prove tecniche di questa alleanza criminale tra mafia e uomini delle istituzioni che porterà alle stragi del ’92 e del ’93.
Il ’92 è anche l’anno in cui Oliviero Tognoli, l’imprenditore trapiantato a Ragusa – che senza delle indagini di Falcone con le rogatorie svizzere non sarebbe mai stato scoperto – viene condannato in Italia definitivamente a sei anni e otto mesi di reclusione per associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti con l’aggravante di avere agito come capo, in concorso con numerosi esponenti mafiosi di Cosa Nostra già condannati.
In Svizzera invece rimedia una condanna a tre anni e mezzo di reclusione per concorso nel finanziamento del narcotraffico e cinque anni di bando dal Paese.
Un’altra presenza mafiosa in terra iblea è Nicolino Burriesci, l’uomo di fiducia del latitante Bernardo Provenzano nel settore dei rifiuti. Nel ’98 Giovanni Mauro presidente della Provincia lo porta a Ragusa: le tangenti, le prove, le ammissioni, i patteggiamenti. Quando Burriesci riacquista la libertà, muore nel 2000 per uno strano presunto infarto: nella città iblea in cui ‘la mafia non c’è’
Infine Nicolino Burriesci, un ingegnere di Polizzi generosa (piccolo centro di 2.700 abitanti nel Parco delle Madonie, nel Palermitano), arrestato, allora cinquantenne, per associazione mafiosa e corruzione, il 7 luglio 1998 nell’ambito dell’inchiesta Trush della Procura di Palermo perché ritenuto <<il progettista di fiducia delle imprese collegate alle cosche mafiose che fanno capo al boss latitante Provenzano>>. Secondo Angelo Siino, Burriesci <<è un professionista particolarmente introdotto in seno alle pubbliche amministrazioni, in particolare in quelle di Trapani e Palermo. Di questi agganci si sarebbero serviti gli imprenditori Romano Tronci e Vincenzo Virga, capomafia di Trapani, per aggiudicarsi gli appalti di opere progettate dallo stesso Burriesci nel settore dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani e ospedalieri>>.
Il dato che qui più ci interessa è che in quel periodo l’uomo di fiducia del boss latitante Bernardo Provenzano nel settore dei rifiuti, lavora anche per la Provincia di Ragusa retta da quattro anni, dal 28 giugno 1994, dal forzista Giovanni Mauro.
Vittoriese, cresciuto nella Dc, corrente andreottiana, consigliere provinciale dal ’90 e capogruppo nel ’93, Mauro, passato a Forza Italia e in rapporti molto stretti con Gianfranco Miccichè – per quasi trent’anni capo indiscusso di Fi in Sicilia grazie ai suoi legami con Dell’Utri e ai segreti sul primo Berlusconi – nel ’94 viene eletto presidente della Provincia e quattro anni dopo, questa volta al primo turno, fa il bis. Ma poco più di un mese dopo, il 3 agosto 1998 viene arrestato insieme a due suoi collaboratori e a sei professionisti per associazione per delinquere e corruzione. E’ accusato di avere percepito più di mezzo miliardo di lire di tangenti in cambio di incarichi professionali. L’accusa è sostenuta dalla prova documentale dei passaggi di danaro, da intercettazioni inequivocabili e dalla stessa ammissione giudiziaria dei complici i quali patteggiano la pena. Mauro il 22 luglio 2003 è condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi di reclusione nonché all’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici. Nel frattempo nel 2001 è eletto deputato alla Camera e, con notevole sorpresa, da parlamentare in carica, sostenuto da Miccichè che per lui si batte con ogni mezzo, viene assolto dalla Corte d’Appello di Catania. Il che gli mantiene aperta la strada della carriera politica, sempre da fedelissimo dell’ex agente di Publitalia eternamente nel cuore di Dell’Utri e Berlusconi. E così Mauro è eletto senatore due volte: nel 2006 in Sicilia con Fi, e nel 2013 in Campania con Grande Sud del solito Miccichè il quale può permettersi di aprire fronde tra i berlusconiani, di fondare e chiudere partiti senza mai perdere il sostegno del capo di Forza Italia che con lui, come con Dell’Utri, non può rompere mai.
Qui però è di Burriesci, uomo di fiducia del superboss latitante Bernardo Provenzano, che dobbiamo occuparci. E’ in carcere, dove è rinchiuso dal 7 luglio 1998, che il 2 agosto successivo la Polizia gli notifica il nuovo ordine di custodia cautelare emesso nell’ambito dell’inchiesta che fa scattare le manette per Mauro e i suoi complici.
Infatti Mauro, il presidente della Provincia di Ragusa, lo ha nominato consulente nella gestione dei rifiuti.
Burriesci, uomo di Bernardo Provenzano e suo prestanome negli affari mafiosi dei lucrosi appalti per lo smaltimento, è il consulente prescelto dall’incensurato politico Dc Giovanni Mauro per l’Amministrazione provinciale iblea. Sembra impossibile a credersi, ma questa è la realtà delle cose.
La consulenza frutta intanto lucrose tangenti ma questo sarebbe solo l’antipasto se non intervenisse l’inchiesta della Procura iblea, non per propri ‘meriti’ ma quale atto minimo dovuto in seguito alle denunce provenienti dall’interno della cricca del presidente, alle quali gli investigatori, con in testa l’allora dirigente della Squadra Mobile Giuseppe Bellassai, oggi questore di Catania, trovano tutti i riscontri: gli incarichi professionali per il Piano territoriale provinciale e la bonifica delle discariche (il vero-affaire di Burriesci e i suoi interessi mafiosi) in cambio delle tangenti, i pagamenti con tutti i passaggi di danaro sui conti correnti, la piena confessione dei complici. Insomma da una parte prove schiaccianti e puntuale ammissione dei corruttori; dall’altra una difesa non nel merito dei fatti, ma buttata in caciara politica al grido ‘toghe rosse’ (che invece più bianche e pallide non potrebbero essere) da parte del presunto corrotto Mauro e del suo aitante tutore Miccichè, plenipotenziario di Berlusconi in Sicilia.
L‘atto finale di questa storia è ancora più inquietante.
Quando Burriesci riacquista la libertà, torna a Ragusa.
Una di queste volte, nel 2000 – siamo ancora lontani dalla conclusione del processo di primo grado che giunge tre anni dopo – viene trovato morto, in un’abitazione privata, dove, pare, si sia intrattenuto con un’amica o fidanzata o amante. Il referto medico di routine, in mancanza di un’inchiesta, dice che sia stato un infarto ad ucciderlo ma ad alcuni, almeno a coloro che hanno visto da vicino quelle trame e quei personaggi, il dubbio rimane.
Dopo questo tuffo in mezzo secolo di storia tra Contea e Conca d’Oro, ecco gli affari di oggi sull’asse Modica-Bagheria: del commercialista Tripoli, prescelto dalla Ficano per controllare la Creset e garantire il Comune non risulta nessun atto. I contribuenti vessati sono inviperiti e la sindaca-burattina è muta
Uscendo da questo veloce bagno di storia e di memoria, mi torna in mente uno dei bagheresi illustri da me citati due anni e mezzo fa, Renato Guttuso, il quale a soli sei anni si trovò ad assistere, dal balcone di casa a Bagheria, ad un delitto di mafia: esperienza rimasta viva nella sua maturazione di uomo e nel suo percorso d’artista.
Molto più umilmente, spero che le varie vicende appena ricordate servano solo ad aiutarci a comprendere la realtà.
Dopo questa divagazione fra storia e cronaca, devo ricordare a me stesso che tema di questo articolo è il Comune di Modica due anni dopo l’avvio dell’Abbate-ter divenuto nel frattempo un’amministrazione M&M, Minardo&Monisteri, con quest’ultima, la sindaca, rimasta – esattamente come prima – mera foglia di fico di personaggi che fuori e dentro il Comune tramano nell’ombra: prima Abbate passato all’opposizione, più del Pd, ma sempre pronto ad ogni mossa che gli appaia utile; adesso altri, alcuni dei quali aventi causa nel vuoto determinato dalla totale inadeguatezza della sindaca.
Se il tema è questo, bisogna ripartire dal servizio di riscossione dei tributi gestito dalla Creset.
Il primo dato è che Piervincenzo Tripoli, l’uomo di Domenica Ficano retribuito dal Comune di Modica come controllore e garante dell’interesse dei propri cittadini, più che una figura impegnata in tale attività pare un fantasma o un oggetto – pardon! soggetto – misterioso.
Il suo ruolo è quello di Dec, direttore dell’esecuzione del contratto tra Comune e Creset Spa per conto e nell’interesse del primo ma non risulta un solo atto compiuto, una relazione sull’andamento della riscossione o sul grado di adempimento delle obbligazioni della concessionaria. Questi atti non ci sono o sono tenuti nascosti?
Quale che sia la risposta, la situazione è ugualmente molto grave, anche perché migliaia di cittadini sono giustamente inviperiti per lo stato disastroso del servizio, e ciò per responsabilità che sono innanzitutto del Comune e dell’amministrazione-Abbate fin dal 2013, per i motivi più volte denunciati: la mancanza di una banca dati veritiera e aggiornata, il vuoto di direzione del settore per l’esclusione dei funzionari competenti perché non disponibili ad assecondare ogni pretesa, spesso illegale, dell’allora sindaco e per la nomina al loro posto di soggetti inadeguati per difetto di qualità etiche e professionali ma aventi la ‘virtù’ della fedeltà personale; la conseguente incapacità del Comune di organizzare il servizio, di assicurare anche una funzionalità elementare e l’inevitabile disordine gestionale in totale carenza di basi documentali minime per ogni attività seria e convincente.
Rispetto a tutto ciò nulla è cambiato negli ultimi tre anni, ovvero dall’8 maggio 2022 quando Abbate cessa dalla carica: nel primo anno perché la Ficano patteggia anche con lui alcune scelte, nel bilanciamento delle rispettive esigenze e dei rispettivi affari di parte. Nei diciotto mesi successivi perché Monisteri è sua burattina. Negli ultimi sei infine perché la sindaca, finalmente non più Succuba del suo Incubo (metaforica citazione dalla mitologia, da non intendersi alla lettera in tutto e per tutto) non ha neanche il senso della funzione che dovrebbe svolgere e quando cerca di fare qualcosa sceglie o crea altri ‘Incubi’, siano essi esterni, potenti e ingombranti, o interni alla sfera del suo potere nell’ente: gli uni e gli altri non di rado mossi da arrivismo, affarismo, clientelismo, traffico d’influenze familistiche o sessuali, spesso con la spavalderia di approfittare del vuoto offerto loro a fini particolari o personali, comunque privati.
Riscossione tributi. Prima della Creset lo sciagurato affaire-Nexus voluto da Abbate, un trucchetto per avere mani libere in tanti appalti milionari, tutti senza gara e allo stesso ‘vincitore’. Un disastro per il Comune che alla fine deve pagare un altro milione di euro per salvare due funzionari, Bella e Blanco, dall’azione di responsabilità: i dubbi e le ombre della transazione firmata Ficano
Nel novennio propriamente abbatiano si inserisce la parentesi sciagurata del rapporto con la Nexus, altro atto illegittimo voluto dal sindaco nel 2015 e chiuso dalla commissaria Ficano nel 2023 con una transazione che al Comune costa un milione, solo in danaro versato, ma in effetti molto di più. Basti considerare la situazione in cui si trova oggi il servizio: migliaia di richieste di pagamento e ingiunzioni inviate alla cieca, spesso abusivamente e illecitamente anche a contribuenti che hanno pagato. Questo dato incontrovertibile scaturisce dalle tante verifiche rese possibili dal fatto che i malcapitati abbiano conservato le ricevute e dalla circostanza che, comunque, molte richieste siano poi state annullate. Insomma il Comune oggi, attingendo alla documentazione in proprio possesso, non sa chi abbia pagato, non sa chi possa validamente invocare la prescrizione, e brancola nel buio. Il che farebbe ritenere che l’ex concessionaria non abbia consegnato, all’atto della cessazione del rapporto, la documentazione in proprio possesso e, in particolare, le relate di notifica che, interrompendo la prescrizione, avrebbero dovuto tenere in vita la possibilità del Comune di riscuotere i tributi relativi.
Ma mentre questo dato di fatto appare evidente nella realtà materiale delle cose di ogni giorno, gli atti amministrativi dicono tutt’altro.
Basta leggere la deliberazione della commissaria Ficano del 9 febbraio 2023, adottata con i poteri della giunta, da cui si evince che: il 23 dicembre 2019, già al quinto e ultimo anno di riscossione della Nexus (il contratto è stipulato il 27 novembre 2015), <<il Comune contesta al Consorzio stabile Nexus S.c.a.r.l.” ed alla Consorziata “Studi e Servizi alle imprese S.r.l.” le attività che non risultavano espletate secondo la previsione contrattuale, rilievi che non sono mai stati riscontrati puntualmente>>; il 19 giugno 2020 comunica la risoluzione del contratto dal 19 dicembre 2019 con obbligo di consegna delle banche dati; di contro il 4 febbraio 2021 la ‘Studi e servizi’ cita il Comune per l’illegittimità della risoluzione consensuale invocando la risoluzione per inadempienza dell’ente per € 2.799,939,21 oltre all’importo di € 756.926,82 per aggi e spese maturati e non pagati; le due società – la Nexus, già allora in liquidazione, e la sua consorziata – citano inoltre per responsabilità personale due funzionari del Comune, il segretario generale Giampiero Bella e il responsabile del settore Tributi Giovanni Blanco e appena si fa strada l’idea di una transazione, le prime chiedono la somma di € 1.774.184,98 mentre il Comune propone € 909.434.
Il 20 gennaio 2023 la Ficano e il segretario-dirigente Bella, personalmente interessato in quanto citato a giudizio, offrono un milione di euro del bilancio comunale: tre giorni dopo la controparte accetta purché l’ente paghi subito, e così avviene. Da rilevare che quando il Comune, ovvero Ficano-Bella, lancia la sua offerta da un milione, da pochi giorni a fianco di Bella, anche fisicamente, c’è l’amica e collega Ketty Maria Di Martino giunta appositamente dal Comune di Acate di cui è dipendente, come ‘esperta’ della commissaria e di fatto dello stesso Bella, retribuita dal Comune di Modica.
Ma è utile fare un passo indietro e prestare attenzione ai tempi: è sotto l’amministrazione Abbate, novembre 2019, che scoppia il contenzioso, mentre è tre anni dopo, a fine novembre 2022, con la commissaria in carica da quattro mesi, che scatta la voglia di transazione, appena a palazzo San Domenico viene notificata la citazione a giudizio di Blanco e Bella destinatari di specifica azione di responsabilità e dei quali si chiede la condanna. E’ tale citazione a indurre il Comune ad aprire i cordoni della borsa? E perché questa azione così pesante contro Bella e Blanco prende corpo solo quando lo scontro legale è in atto già da tre anni e quasi due anni dopo la citazione contro l’ente? Insomma, con Abbate il contenzioso va avanti due anni e mezzo senza esito, mentre poi all’improvviso, quando è in carica la commissaria, tutto si risolve: scatta la citazione per Bella e Blanco e la controparte accetta, purché subito, un milione di euro, invece della cifra ben più alta rivendicata. Ma siamo sicuri che anche questo milione sia dovuto?
Il servizio, affidato incautamente – o cautamente, per motivi ben precisi – nel 2015 dal sindaco Abbate a questo consorzio di imprese, secondo la testimonianza di funzionari comunali e di diversi contribuenti, si rivela un fallimento. Peraltro la Nexus, già all’affiorare del contenzioso nel 2019, è in liquidazione. Insomma, con la finta parvenza di un ombroso ‘acquisto in convenzione di servizi di supporto alla riscossione’ il Comune dà luogo, senza alcun rispetto delle norme, a quello che nei fatti è un vero e proprio appalto, riproducendo in fotocopia un cliché lucroso e vantaggioso per coloro che lo hanno congegnato. Una vera e propria combine, smascherata dall’Anac, l’Autorità Nazionale Anticorruzione, che però ha solo il potere di fornire pareri, mentre la Procura di Ragusa in quel periodo archivia il procedimento relativo. Ne prende atto purtroppo la stessa Anac, allora retta da un magistrato integerrimo e capace come Raffaele Cantone.
E così questa cordata, allestita nel Messinese e con base a Roccalumera, attraverso una gara, una sola, indetta una sola volta e con un solo concorrente, la Nexus appunto, mette le mani su decine di appalti milionari, uno dei quali è quello del Comune di Modica per cinque anni. Cinque anni è anche il ciclo di vita del consorzio che prima ancora di completare il periodo di servizio è già in liquidazione, pronto a riscuotere e arraffare tutto ciò che può. Dentro questa fase si colloca il contenzioso con il Comune di Modica che, dopo due anni e mezzo in cui sembra dormiente, all’improvviso la commissaria Ficano prende in mano e chiude con una transazione che procura sollievo a Bella e Blanco, riempie le casse della Nexus già in liquidazione e sottrae al Comune una somma importante, un milione di euro.
In proposito sarebbe interessante sapere se vi siano altri beneficiari, in qualunque forma, per quali cifre e secondo quali dinamiche, formali o meno. Purtroppo, fatti salvi i più recenti atti d’indagine che in quel momento non vengono compiuti in modo adeguato dall’Autorità giudiziaria, la vicenda si chiude con il bonifico di un milione di euro eseguito dal Comune di Modica sul conto corrente, attivo in un’agenzia bancaria di Roccalumera, della Studi e servizi Srl, società facente parte del consorzio Nexus e titolare dell’autorizzazione a riscuotere tributi, requisito di cui invece è sprovvisto dall’origine il contraente originario, unico concorrente e vincitore di una gara fasulla che gli porta in dote decine di appalti illegittimi.
Per il Comune, oltre alla Ficano come massima responsabile dell’ente, firmano anche Bella e Blanco, beneficiari privati e diretti del salasso milionario delle casse comunali in quanto, grazie al pagamento, cade contro di loro l’azione civile di responsabilità.
Per Nexus e per la consorziata Studi e servizi alle imprese a firmare è un soggetto solo, Andrea Tomaselli, liquidatore della prima e rappresentante legale della seconda.
Nella transazione è scritto nero su bianco che nel 2020 la Nexus ha consegnato al Comune banche dati, posizioni debitorie e notifiche interruttive della prescrizione. Ma se fosse così, perchè tanti contribuenti che hanno pagato vengono perseguitati e molte cartelle annullate? Un disastro anche la prescrizione di tributi per 64 milioni: altra voragine nei conti del dissesto
Dicevamo del palese contrasto tra il modo in cui il Comune, con la Creset concessionaria da un anno e mezzo, sta operando, in pratica alla cieca, senza banche dati e senza la documentazione minima per comunicare e, se del caso, agire correttamente nei confronti dei contribuenti; e ciò che troviamo scritto nella transazione firmata dalla commissaria Ficano. In essa il Comune dà atto che <<la ‘Studi e servizi alle imprese Srl’ ha proceduto: in data 19 novembre 2020 alla consegna dell’archivio informatico delle posizioni tributarie consegnate e gestite nel corso di validità del contratto di servizio; in data 14 ottobre 2020 all’estrazione della banca dati; in data 28 dicembre 2020 alla consegna della documentazione cartacea relativa alle attività di notifica contenuta in 66 scatole su 67, con riserva di completare la consegna come specificato nel verbale in data da concordare e non ancora definita>>.
Ma se a tra ottobre e dicembre 2020 il Comune – ne dà atto la commissaria Ficano – torna in possesso dell’intera documentazione, ovviamente poi messa a disposizione della nuova concessionaria Creset, perché oggi quest’ultima agisce come se tale documentazione non ci sia?
Infatti non vi è alcun dubbio che la riscossione sia nel caos: anche i cittadini che hanno pagato regolarmente sono stati raggiunti da richieste di pagamento e intimazioni; inoltre molte di queste richieste sono state annullate e, soprattutto, la gran parte di questa mole di tributi è caduta in prescrizione senza che, caso per caso, se ne abbia contezza: difficile immaginare che qualcuno si diverta ad inviare intimazioni di pagamento a chi non è tenuto per avere pagato o per intervenuta prescrizione. La spiegazione più logica è che questo qualcuno non sa chi debba pagare e chi no: a dimostrazione ulteriore ci sono le tante cancellazioni successive (non si trova la relata di notifica e si prende atto della prescrizione) e le tante proteste assistite da documentazione di avvenuto pagamento cui, anche in questo caso, segue l’annullamento della cartella.
Dagli atti ufficiali disponibili (quelli che ogni tanto il Comune si ricorda di dovere pubblicare) e da nostre verifiche documentali incrociate si evince che con certezza assoluta il Comune ha – colpevolmente – mandato in prescrizione tributi per quasi 64 milioni di euro (esattamente € 63.718.334,8) dal 2014 al 2021, ovvero per fatti imputabili al periodo di gestione della Nexus e/o per l’omissione successiva che, come abbiamo visto, con ogni probabilità si deve all’indisponibilità di una banca dati veritiera e affidabile che pure risulta consegnata dal contraente al Comune all’atto della transazione.
Il dato di quasi 64 milioni si ottiene dalla somma delle seguenti voci: IMU anni pregressi € 10.714.240,62; ICI anni pregressi € 1.940.219,53; IMU diversa da abitazione principale € 5.711.943,51; Imposta di soggiorno € 9.081,00; TASI anni pregressi € 1.169.623,06; Tasi servizi indivisibili € 877.424,36; Nuovi accertamenti tari € 9.995.458,63; Quota provinciale tari € 808.616,94; TARI € 32.491.727,15. Totale € 63.718.334,8
Sono cifre da considerare approssimative per difetto, risultanti dai residui attivi 2022, quali somme iscritte nei bilanci relativi agli anni 2019 e precedenti. Tutte somme in relazione alle quali, per le ragioni che abbiamo visto, il Comune non dispone di atti interruttivi della prescrizione.
Se è così – e purtroppo risulta difficile immaginare che non lo sia – questi 64 milioni concorreranno ad aumentare il disavanzo con un danno ulteriore rispetto a quello accertato dalla Corte dei conti.
Perciò la Creset, al di là di proprie possibili responsabilità, si trova nella situazione di non sapere chi tra i contribuenti abbia effettivamente pagato i vari tributi e chi no, né chi oggi sia tenuto a farlo a causa del disastro di gestione che ha comportato, nel periodo di riscossione diretta sotto Abbate 2013-2015, nonché nel quadriennio successivo con la Nexus fino al 2019, l’omissione massiccia di comunicazioni e notifiche, in un disordine colossale che è esattamente l’opposto di ciò che una persona dotata di un minimo di onestà e diligenza farebbe con i propri conti personali o di famiglia e con quelli della propria azienda. Con l’enorme aggravante che in questo caso tutto ciò avviene in una pubblica amministrazione, tenuta allo scrupoloso rispetto di norme nel compimento di ogni singolo atto tra le centinaia che si trova ad espletare ogni giorno.
L’effetto di questa situazione è duplice: la persecuzione dei contribuenti adempienti, costretti a recuperare (cosa spesso impossibile) ricevute di molti anni prima per dimostrare di avere pagato o a doverlo fare una seconda volta; l’impossibilità per il Comune di intimare efficacemente il pagamento ai morosi e il danno di dovere rinunciare al relativo gettito senza del quale l’ente non può assolvere alle proprie funzioni: un fattore questo che, con molti altri, di matrice dolosa, concorre nello stato di dissesto in atto.
In questo contesto sorprende l’assenza assoluta o il silenzio del Dec, il noto Piervincenzo Tripoli di Bagheria, su questa materia: al di là delle responsabilità pregresse, certe ed enormi, del Comune, come si sta comportando la Creset? Chi sta vigilando sull’osservanza dei suoi obblighi e sulla qualità delle sue prestazioni che al Comune costano cinque milioni di euro? Per l’esattezza 5.091.696,20 stando al valore finale della gara e al costo stimato del servizio prestato dalla concessionaria, ma, con ciò di cui si è dimostrato ‘capace’ l’ente, bisogna seguire l’andamento e gli sviluppi futuri per conoscere i numeri veri di questo-affaire concepito nella Conca d’Oro.
Un costo – quale che esso sia – che il Comune di Modica avrebbe potuto benissimo risparmiare se avesse scelto di curare la riscossione in modo diretto come sotto l’amministrazione-Buscema la quale, affrontate le gravi criticità di quel periodo, proprio a fine mandato mette a regime e consegna uno stato del servizio efficiente grazie a funzionari capaci che Abbate, insediatosi, emargina appena capisce che avrebbero obbedito alle leggi anziché ai suoi ordini e avrebbero curato l’interesse dell’ente anziché i suoi affari personali.
Le ombre che oggi si addensano sull’operato-fantasma del commercialista di Bagheria ingaggiato dalla commissaria sua concittadina per architettare la ‘gara fuorilegge’ e poi assunto dall’amministrazione-Monisteri per vigilare sul rispetto del capitolato, sono le stesse che aleggiano fin da quando Domenica Ficano ai primi di settembre 2022, mentre Abbate è disposto a tutto in cambio di voti per la sua elezione, ‘scopre’ di avere bisogno a Modica di quei due coniugi amici e concittadini per allestire la macchina che porterà all’appalto della riscossione dei tributi.
Peraltro mentre si ignorano atti o tracce di presenza a Palazzo San Domenico di Piervincenzo Tripoli intento a curare i suoi affari a Bagheria più che ad attendere agli impegni di Dec per il Comune di Modica, c’è chi lo vede negli uffici della Fire Group Spa a Messina, la capogruppo che ha assorbito la Creset Servizi e Tecnologie Spa prescelta come impresa vincitrice all’esito della gara imbastita da Tripoli su mandato di Ficano e con i buoni uffici della coppia Di Martino-Bella sostenuta in commissione da uno dei dirigenti, Francesco Paolino, illegittimamente promosso dalla Ficano e come abbiamo visto tenuto dalla sindaca Monisteri in servizio oltre i limiti di legge.
A che titolo la presenza attiva e costante, durante la gestione commissariale, nelle stanze dei vertici istituzionali del Comune di Modica, dell’ex sindaco di Baucina Ciro Coniglio, ex presidente GAL? E’ il marito della Ficano, ma questo può bastare? L’anno scorso si è candidato a Bagheria con il sindaco, rieletto, Tripoli, sostenuto dal Pd e ora passato con la Dc di Cuffaro
Per un verso dunque c’è da registrare quest’assenza anomala, di Tripoli il quale, pur pagato più di un dipendente comunale, può ‘lavorare’ anche da casa: cui prodest? Al Comune non di certo.
Per un altro verso c’è da registrare invece una presenza, forse ancora più anomala, che nei dodici mesi di gestione commissariale non passa inosservata a palazzo San Domenico: quella di Ciro Coniglio, ex sindaco di Baucina, uno dei comuni ormai noti a lettrici e lettori di In Sicilia Report, non solo di questo articolo ma anche dei precedenti lungo i sentieri del cursus honorum della segretaria comunale divenuta commissaria straordinaria del Comune di Modica.
Ciro Coniglio non è solo ex sindaco di Baucina in carica per vent’anni, ex presidente di un GAL nel territorio, nonchè candidato al Consiglio comunale di Bagheria lo scorso anno: è anche compagno di vita di Domenico Ficano.
Nei dodici mesi di amministrazione straordinaria il privato cittadino signor Coniglio è a Palazzo San Domenico quanto la propria consorte, non come spettatore silente e passivo al pari di un autista-collaboratore, bensì come protagonista, interlocutore di molteplici figure della politica e dell’amministrazione comunale, nelle stanze dei massimi vertici istituzionali dell’ente, come se anche lui esercitasse una funzione. Ma quale funzione? Quali affari e quali dossier passano per le sue mani? Di cosa parla con le tante persone con cui si intrattiene mentre la propria compagna firma determinazioni e delibere, convoca funzionari, dispone servizi e ordina pagamenti in nome e per conto del Comune di Modica?
Abbiamo visto come, secondo le risultanze investigative e gli atti giudiziari, il capomafia di Bagheria in questi anni si chiami Massimiliano Ficano, ma ciò non vuole dire nulla perché le omonimie nella ‘Città delle Ville’ sono molto più diffuse e frequenti della media. Sappiamo che la parentela giuridicamente riconosciuta si ferma al sesto grado: due cugini aventi lo stesso nonno sono parenti di quarto grado, mentre cugini aventi in comune il bisnonno lo sono, appunto, di sesto, ultimo grado di parentela di rilievo legale. Ma il cognome comune rimane anche oltre questo ambito nel quale diventa solo omonimia. E a Bagheria, per singolare casualità, sono così tanti i Tripoli, i Ficano e gli Sciortino che risulta difficile inseguire le parentele.
Per la cronaca Massimiliano Ficano, oggi cinquantenne, da quattro anni, dal 2021, è considerato, sulla base di precise inchieste giudiziarie, il nuovo capomafia di Bagheria, dopo l’arresto di Onofrio Catalano, grazie al sostegno del boss ergastolano Onofrio Morreale e con il placet dell’allora capo mandamento Francesco Colletti poi catturato e divenuto collaboratore di giustizia. Massimiliano Ficano, pregiudicato per associazione mafiosa, e con qualche omonimo tra i propri gregari, si vanta delle sue condanne definitive e rivendica la propria iniziazione ad opera dei fedelissimi di Bernardo Provenzano capaci di proteggerne a Bagheria una latitanza senza rischi. E’ con loro che egli, giovanissimo, diventa il fidato postino del superboss, attento ad ogni sua esigenza: è lui che gli compra la macchina per scrivere con cui Provenzano redige i famosi pizzini, non a penna ma, appunto, dattiloscritti. Nella sua cerchia figura anche l’imprenditore Carmelo Ficano, imprenditore edile arrestato per mafia e ritenuto prestanome di uno storico padrino bagherese, l’ergastolano Leonardo Greco, di casa ad Acate e testimone di nozze di Oliviero Tognoli di cui abbiamo ricostruito le avventure imprenditoriali iblee.
Tornando a Ciro Coniglio, del quale ci occupiamo per dare conto della sua stabile e attiva presenza nelle stanze di vertice del Comune di Modica durante i dodici mesi di amministrazione straordinaria, ecco qualche notizia utile.
Nato a Baucina 65 anni fa, geometra, dipendente della Camera di commercio di Palermo, sindaco del suo piccolo comune dal 1995 al 2005, poi consigliere comunale, quindi nuovamente sindaco per altri due mandati dal 2008 al 2018: inizia il secondo quando a Modica s’insedia Ignazio Abbate con il quale il ‘collega’ geometra condivide la passione per i GAL, i Gruppi d’Azione locali di concezione europea che offrono agli enti pubblici intraprendenti tanti soldi e, soprattutto, mani libere per spenderli. In quest’ultimo dei suoi quattro mandati Coniglio tiene per sé le deleghe Politiche Comunitarie, Programmazione Fondi strutturali, Programmazione negoziata (Patto Territoriale, Gal, Consorzio Metropoli Est), Polizia municipale ed Annona.
Coniglio diviene sindaco per l’ultima volta, nel 2013, per il rotto della cuffia: appena 32 voti in più del suo avversario. Quattro mesi prima, nelle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio, è in lizza per la Camera, nel proporzionale con il Centro democratico, il partitino dell’ex Udc Bruno Tabacci che raccoglie appena lo 0,49% utile però per l’elezione di sei deputati: ma tra questi non c’è Coniglio.
Quindi tenta la carriera politica a Bagheria dove nel 2019, dopo la sindacatura di Patrizio Cinque (M5S), viene eletto sindaco Filippo Maria Tripoli, un passato nell’Udc e un presente di sedicente civico. Ecco al suo fianco Coniglio come presidente del GAL Metropoli Est, carica ricoperta a lungo, anche dopo la cessazione del mandato di primo cittadino.
L’8 e 9 giugno 2024, quando Tripoli fa il bis, Coniglio è con lui: candidato nella lista Uniamo Bagheria che elegge ben quattro consiglieri, racimola appena 161 preferenze e arriva solo nono.
Quando Tripoli conquista il suo secondo mandato è dirigente di Italia Viva, sostenuto anche dal Pd (senza simbolo), da Sud chiama Nord di Cateno de Luca, da Azione e da candidati sparsi dall’estrema destra alla sinistra.
La Dc di Cuffaro sostiene un’altra candidata, eletta cinque anni prima in consiglio comunale con Filippo Tripoli.
Corsi e ricorsi, passaggi di campo, scambi e affari, ricerca delle offerte migliori, zero idee e molti interessi, di qua o di la non fa differenza. E così il 13 giugno scorso Filippo Maria Tripoli entra nel partito di Cuffaro che lo accoglie con calore ed egli, con altrettanto calore, ringrazia.
Il sindaco di Bagheria e l’ex sindaco di Modica, la cui ambizione di spiccare il volo a Palermo stringe le due città, sono ora nello stesso partito. E che partito!
Ancora un cenno, infine, al disastro-riscossione, con ulteriori notizie sull’affaire-Nexus, concepito da Abbate il quale quando deve scegliere come trattare gli affari del Comune e valutare se e come possa trarne vantaggio personale, con ogni mezzo e a tutti i costi, ha le idee chiare e nessun dubbio.
In proposito abbiamo già pubblicato la delibera della giunta-Buscema del 2013 che consegnava al successore Abbate gli strumenti per una gestione sana e ordinata con un alto tasso di esazione.
Ma Abbate, appena può adagiarsi sull’agognata poltrona, caccia i funzionari onesti e competenti che ha la fortuna di trovare al posto giusto e li rimpiazza con quanti sono o si fanno suoi tirapiedi (purtroppo non in … Modica quantità tra i dipendenti comunali), gettando al vento anche quel piano appena predisposto che avrebbe garantito una riscossione efficiente, ordinata e trasparente. I suoi fedelissimi, posti a capo di un ufficio così prezioso e delicato, sono palesemente inadeguati e senza competenze: egli lo sa bene come ben sa quale danno smisurato stia procurando alla città ma la cosa non lo interessa affatto perché il sindaco, noncurante del costo supplementare e della rapina di risorse che infligge ai contribuenti, crede di avere una soluzione utile per sé. Dopo due anni in cui il malmesso ufficio oscilla tra il vivere di rendita grazie al know-how ricevuto in dote dall’amministrazione precedente e il suo progressivo e inesorabile depauperamento, dovuto a incuria e incapacità miste ad una buona dose di incoscienza, sceglie una colossale impostura dietro la quale, oltre al disastro inevitabile del risultato, si celano oscuri interessi e foschi affari come risulta dalla fitta documentazione che racconta, anche nelle aule giudiziarie, la conclusione di questa avventura spericolata attraverso il colpo finale da 1 milione di euro: un ‘colpo’ appunto.
L’inchiesta della Procura di Ragusa sul Comune di Modica e la seconda parte di questo articolo: pubblicazione prevista sabato 5 luglio.
Per forza di cose questo articolo-inchiesta deve fermarsi qui ma quella che avete letto è solo la prima parte. Tante altre vicende e dossier di particolare gravità e tanti fatti nuovi in merito al Comune di Modica, totalmente allo sbando e fuori controllo, meritano adeguata trattazione, in una seconda parte la cui pubblicazione è programmata tra una settimana, sabato 5 luglio.
L’elenco dei temi che saranno affrontati è lungo: qui basta accennare alla truffa dell’indennità attribuita sui terreni di proprietà della famiglia-Abbate in seguito alla tromba d’aria del 2021, lo svelamento dei trucchi nell’affaire-Nexus, una lunga sequenza di nuovi atti illegittimi del Comune di Modica, la situazione gestionale dopo la dichiarazione di dissesto, la valutazione dei dirigenti (vedremo se e come funzionino gli organismi di garanzia), lo stato della città in queste condizioni e tanto altro.
Nel frattempo, da mesi si susseguono voci di indagini in corso su figure titolari di ruoli di responsabilità nell’amministrazione e nella gestione dell’ente.
Da molti anni a dire il vero reparti e vari gruppi operativi di polizia giudziaria acquisiscono mole di documenti, ma finora non c’è mai stata alcuna iniziativa da parte della Procura competente, quella di Ragusa.
Di recente però ci risulta per certa un’intensa attività inquirente, ancora però in fase di indagini preliminari, quella fase cioè nella quale solo gli indagati, se vogliono, possono dare notizia delle indagini cui sono sottoposti e dei fatti di cui sono chiamati a rispondere.
Trattandosi di fatti comunque commessi nell’esercizio di pubbliche funzioni in relazione a ruoli istituzionali o rapporti di servizio con la pubblica amministrazione, gli indagati potrebbero (a mio avviso dovrebbero) avere la dignità di comunicare tempestivamente le notizie relative che non riguardano – solo – loro e i loro interessi, ma innanzitutto la comunità e l’interesse generale eventualmente leso dagli stessi fatti oggetto d’indagine. Così ha fatto di recente il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto relativamente al procedimento per corrruzione che lo coinvolge: è stato lui il primo a parlarne. A Modica invece tutte le persone indagate nascondono le notizie sul conto di atti, e delle relative accuse, compiuti nell’esercizio di funzioni per le quali devono rispondere ai cittadini: che siano politici eletti o funzionari stipendiati dai medesimi cittadini.
La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Ragusa interpellata da In Sicilia Report non ha fornito alcuna notizia, come è inevitabile in questa fase fino a quando l’inchiesta non giungerà ad un punto conclusivo tale da rendere possibile una comunicazione ufficiale nel rispetto di norme che di recente hanno fortemente limitato la possibilità dei cittadini di essere informati.
In Sicilia Report va a cercare le notizie dovunque esse si trovino, purchè veritiere e relative a fatti di pubblico interesse. Ma in merito all’inchiesta giudiziaria sul Comune di Modica esse, a parte la magistratura cui il legislatore vieta in questa fase di comunicarle, si trovano solo nella disponibilità degli indagati i quali purtroppo – pur essendo amministratori della cosa pubblica e dirigenti della pubblica amministrazione – mancano totalmente della dignità minima necessaria per avvertire il bisogno di non nascondersi e di non rubare alla comunità la conoscenza dei fatti cui essa ha diritto.
Ovviamente tutto ciò non ci impedisce e non potrà mai impedirci di raccontare i fatti così come possiamo conoscerli attraverso le nostre ricerche e le nostre inchieste, a prescindere da quelle dell’autorità giudiziaria che esercita una funzione ben diversa.
Fine prima parte (segue) –
La seconda e ultima parte di questo articolo-inchiesta sabato 5 luglio 2025
Gli articoli precedenti
In Sicilia Report ha pubblicato articoli, sul ‘Sistema Abbate’ e temi collegati, il 12 dicembre 2022 (qui); il 16 gennaio 2023 con riferimento soprattutto ad una gara ‘fuori legge’ da otto milioni di euro (qui); il 17 gennaio 2023, su richiesta di molti lettori, per precisare e chiarire in dettaglio il tipo di favoreggiamento offerto da Cuffaro alla mafia (qui); il 6 febbraio 2023 sull’inquietante lascito di Abbate (qui); il 15 febbraio 2023 ancora sul ‘sistema’ e su affari connessi (qui); il 26 maggio 2023 su un ‘vero e proprio manuale’ del voto di scambio (qui); il 9 giugno 2023 sulla nuova amministrazione definita ‘Abbate ter’ (qui); il 23 dicembre 2023 (qui) e il 5 gennaio 2024 (qui) sul ruolo del segretario comunale Giampiero Bella in quasi nove anni d’attività a Palazzo San Domenico; il 20 aprile 2024 (qui) su una transazione da 13 milioni di euro che raddoppia i costi del Comune, altre gravi illegittimità e l’avvio del nuovo regime di riscossione dei tributi; il 3 ottobre 2024 su una serie di ulteriori casi di illegittimità, violazioni di legge, disastro dei conti pubblici e sugli intrecci relativi allo strano strapotere di un funzionario comunale (qui); il 20 novembre 2024 sull’Istituto professionale di Stato Grimaldi e sulla scuola privata Esfo piegati dal ‘sistema-Abbate’ ai propri interessi privati di potere clientelare, invasivo e opprimente per il tessuto democratico della città (qui); il 19 dicembre 2024 sul dissesto del Comune già in atto e sulla probabile incandidabilità per dieci anni di Ignazio Abbate e dei responsabili (qui); il 15 febbraio 2025 sui contraccolpi del dissesto, su altri dossier segreti e sui tanti atti illegittimi di un Comune allo sbando e fuori controllo (qui).
Affrontano vicende riguardanti il ‘Sistema Abbate’ e il Comune di Modica anche quelli concernenti l’attacco alla libertà di stampa, pubblicati il 9 maggio 2023 (qui) e il 15 giugno 2023 (qui).