La disfatta del capolavoro
La storia del Palazzo della Legalità di Caltanissetta non ha un lieto fine per nessuno e le beffe non si contano.
Il patrimonio di Zummo viene dissequestrato, ritrovandosi sul groppone milioni di euro da pagare e un palazzo da completare, ma poi viene sequestrato nuovamente. Forse, per la prima volta, un mafioso avrà tirato un sospiro di sollievo a fronte di un sequestro. Si spera non sia una prassi frequente, questa dei sequestri e dissequestri a singhiozzo, più che altro perché in caso di innocenza dell’imprenditore non è altro che una tortura aggiuntiva e, in caso di colpevolezza, potrebbe rivelarsi un ottimo espediente per sollevare la mafia dall’imbarazzo di fronteggiare eventuali debiti accumulati.
Viene sequestrato anche il patrimonio di Elio Collovà, dal valore di tre milioni di euro; dunque, l’amministratore giudiziario si ritrova sotto amministrazione giudiziaria.
L’A.G. Sinergie srl, l’impresa di Collovà frutto della fusione di quelle sequestrate, finisce in liquidazione giudiziale e ancora oggi è sotto procedure concorsuali. Al catasto risulta intestataria di quattordici immobili.
La narrazione finisce qua, interrotta bruscamente come se la penna del sadico autore si fosse spezzata, ma in realtà è solo sintomo di una storia parzialmente taciuta.
Uno dei dettagli mai emersi rivela che l’amministratore unico della Palmintelli srl, la società del gruppo Di Vincenzo che ha venduto l’area all’A.G. Sinergie, è stato lo stesso sia prima che dopo il sequestro. La compravendita è dunque maturata con questo nuovo personaggio, su cui non risultano disavventure giudiziarie note e pertanto si ritiene corretto non citarne il nome. Collovà compare nella notifica di sequestro, inserita nella nota di modifica nei riferimenti statutari, a firma del giudice delegato Dr. Walter Turturici in accoglimento dell’istanza dell’amministratore giudiziario Dott. Elio Collovà. La notifica riporta la data del 12 gennaio 2012, molti anni dopo il sequestro, con la precisazione in chiusura:
Nota Bene: Le informazioni sopra riportate erano state inserite in data 21/11/2006 giusto decreto n. 146/2006 del Tribunale sez. Misure di Prevenzione ma, per motivi tecnici, sono state eliminate in data marzo 2009.
Dunque, i documenti della Palmintelli srl non avrebbero riportato indicazioni inerenti al sequestro per quasi tre anni, in un periodo che sembra coincidere perfettamente con quello delle operazioni immobiliari antimafia. Non è dato sapere se questa coincidenza abbia influito negli sviluppi del progetto immobiliare, nelle relative autorizzazioni, né se costituisca ulteriori criticità nella ricostruzione dei fatti. E resta un mistero quali fossero questi motivi tecnici a cui fa riferimento la nota perché, al tentativo di rintracciare Elio Collovà, la risposta è stata un’irreperibilità per motivi personali. La storia collaterale a quelle di Saguto e Montante, due mondi dell’unico sistema solare dell’antimafia considerati tuttavia come due casi distinti e separati, resta dunque priva di chiarimenti.
Il capolavoro si ferma, ma l’antimafia continua
Elio Collovà, l’amministratore giudiziario di questi due mondi, nel 2014 aveva pubblicato un libro sulle sue imprese – in tutti i sensi – antimafia, ma non risultano sequel malgrado gli avvincenti sviluppi e le sue velleità da scrittore. In compenso, in quel libro racconta candidamente la sua conoscenza e collaborazione professionale con Gaetano Cappellano Seminara, il principale amministratore giudiziario del cerchio magico di Silvana Saguto. Nel 2020 Collovà ha pubblicato un nuovo libro, stavolta sulla mafia, presentato insieme all’ex magistrato Leonardo Agueci – magistrato antimafia è stato scritto in locandina – e a Vito Lo Monaco, presidente emerito del Centro Studi Pio La Torre. Nel numero del 10 ottobre 2011 di A Sud’ Europa, settimanale realizzato dal Centro Studi, un articolo è intitolato Dalle «ceneri» di due holding vicine alla mafia a Caltanissetta apre il cantiere della legalità, con una foto del palazzo in costruzione alle spalle di un cartello: Qui si costruisce la legalità. Da questo elemento e dal vanto a mezzo social network dello stesso Collovà, appare evidente uno stretto e datato rapporto con questa nota onlus antimafia che, negli ultimi quindici anni, ha beneficiato di oltre un milione di euro di contributi pubblici. In un video di recentissima pubblicazione sul canale YouTube della onlus, datato il 6 marzo 2026, Elio Collovà è definito consulente della Procura Antimafia e membro del Centro Studi Pio La Torre.
Se ancora oggi può fregiarsi della qualifica di consulente della procura, il buonsenso impone presumere che sia stato disposto il dissequestro del suo patrimonio e che le sue eventuali responsabilità siano state valutate estranee al disastro della legalità oltre ogni ragionevole dubbio. Ma a fronte di questi episodi, sembra che il dubbio sia stato destinatario di un divieto di dimora nell’antimafia, nella sua manifestazione paradossale, e con esso anche il buonsenso è destinato a levare le tende.
Non si può rimanere silenti davanti a uno scenario così penoso dichiara Collovà nelle sue dissertazioni pubbliche a sostegno del No per il referendum costituzionale sulla Giustizia, fiero componente di un fronte che in questi mesi di campagna referendaria ha visto tra le fila dei suoi sostenitori anche chi ha incrociato nelle proprie funzioni la genesi e la disfatta del Palazzo della Legalità, come Lia Sava, Sergio Lari e Roberto Scarpinato, tre magistrati accomunati anche dalle attenzioni di Antonello Montante. I nomi dei tre magistrati compaiono in tre cartelle del mastodontico archivio rinvenuto dagli inquirenti, ma non solo. Nell’agenda del paladino della legalità condannato per corruzione, Lia Sava compare ventidue volte tra cene, pranzi e viaggi programmati, talvolta in compagnia di altri noti dell’antimafia come Antonio Ingroia e Rosario Crocetta. Emblematico l’appunto del 14 marzo 2014:
Ore 17,09 sms ric. Lia Sava [recapito telefonico] “Mi ha detto Sergio Lari che stai male, mi dispiace. Ci vediamo al prossimo convegno, buona guarigione, Lia.
Sergio Lari compare solo nove volte in agenda, come nell’appunto del 21 novembre 2014 in cui Montante dichiara di aver ricevuto il curriculum del figlio, di un uomo della sua scorta e di aver proseguito la conversazione in aeroporto, con la chiusa: Poi abbiamo chiamato Morvillo.
Non c’è da stupirsi, il nome completo di Alfredo Morvillo compare quindici volte in quell’agenda, escludendo quelle in cui compare solo il cognome. Ma, oltre ogni cifra finora riportata, Roberto Scarpinato conta ben quarantacinque citazioni, tra appuntamenti in procura e in casa, nonché e-mail con l’incipit “Caro Cavaliere” per chiedere a Montante di dare risalto a un documento sul Sole 24Ore o per trasmettergli una relazione per Bruxelles. L’appunto più significativo è senz’altro quello del 3 maggio 2012:
Scarpinato mi consegna composizione del Consiglio CSM con i suoi scritti per nuovo incarico… Procura Generale Palermo + DNA…
Senza soffermarsi ulteriormente sulla questione, è opportuno ricordare che le indagini sui rapporti tra i magistrati e Antonello Montante sono state archiviate sotto il profilo penale e disciplinare, rispettivamente dalla Procura di Catania e dal CSM, e la Commissione Regionale Antimafia presieduta da Claudio Fava ha tentato di convocarli senza successo. Al contempo, è altrettanto opportuno ricordare che anche una buona parte di magistrati e professionisti del cerchio magico di Silvana Saguto non ha subito alcuna ripercussione e, anzi, ha fatto carriera.
Anche Elio Collovà non è caduto di certo in disgrazia: oltre alle settantasei cariche aziendali ricoperte nel tempo, di cui sette ancora presenti a gennaio di quest’anno, conta l’intestazione di otto immobili; bazzecole rispetto a sua moglie, che ne ha intestati ventuno nella sola provincia di Palermo ed è titolare di una casa vacanze a Bologna. Inoltre, a riprova della sua irrefrenabile penna, ha firmato un articolo del 30 dicembre 2025 su Antimafia Duemila, in cui sferra una lunga critica alle riforme del governo Meloni nei confronti dell’apparato giudiziario, senza risparmiare termini come “colletti bianchi” e “impunità”.
Ed è forse questo il miglior modo per concludere l’approfondimento su congiunzioni e convergenze antimafiose, ammantate da un principio di legalità che basta e avanza per sentirsi dalla parte giusta sempre e comunque, per pretendere di rappresentare il bene, a prescindere da ogni cosa.
Così volge al termine – per adesso – la storia di Elio Collovà, l’amministratore giudiziario dei due mondi che parla delle impunità.
2 – fine