L’affaire-Quartarella: la denuncia di Piero Vernuccio su Dialogo, tra il 2015 e il 2019, riporta alla luce, attuale più che mai, un’altra vicenda-shock di eredità sottratte con l’inganno al nobile fine di un benefattore e alla comunità
E’ la fondazione San Francesco Saverio, nella parrocchia di Santa Margherita, per bambini bisognosi.
Nel 1934 il lascito di Giuseppe Cerruto, dagli anni ’50 la piena attuazione e fino agli anni ’90, grazie alla limpida gestione di figure come il deputato Dc Fedele Romano e l’avvocato Piero Biscari, un’incessante opera sociale di istruzione e assistenza ai fanciulli di famiglie povere.
Dopo la morte di Biscari, la responsabilità passa al sacerdote Giuseppe Sortino: nel 1999 (vescovo Malandrino) la prima aggressione al patrimonio.
Dieci anni dopo (vescovo Staglianò) l’incredibile vendita – una tenuta di oltre 62 mila metri quadrati con due edifici in contrada Quartarella – da parte di un tizio (che non è il proprietario) al nipote, per soli 70 mila euro: soldi fantasma che l’acquirente dichiara di avere versato in contanti oltre tre anni prima, quando non c’era obbligo di tracciabilità.
Decisivo l’avallo di un notaio che non accerta l’assenza del titolo in capo al ‘compare-zio’ che vende al ‘compare-nipote’.
E il sacerdote legale rappresentante dell’ente proprietario? E il vescovo che lo comanda e ne risponde? Per non dire dell’altro prete a caccia di donne sole e possidenti da circuire e a cui estorcere disposizioni testamentarie per sé.
Il ‘lascito’ di Piero Vernuccio: una vita spesa per la verità, il bene comune e la democrazia. E in quattro articoli la denuncia di questo-affaire, nell’inerzia della magistratura inquirente e nel silenzio del resto della stampa.
La morte prematura non gli consentì di seguirne gli sviluppi e di ottenere verità.
E’ dovere di tutti, dopo la recente inchiesta di In Sicilia Report sull’eredità ‘insanguinata’ e i quattro milioni spariti nella Chiesa Madre di Avola, far luce anche sul caso di Modica denunciato da Dialogo: siamo sempre nella Diocesi di Noto
La vicenda dell’eredità milionaria in favore di una parrocchia della Diocesi di Noto – la Chiesa Madre di Avola – e dei soldi spariti senza che sia stato realizzato niente di ciò a cui il lascito era destinato (qui il nostro articolo pubblicato il 27 maggio scorso) ha sollecitato e ravvivato il ricordo di una battaglia giornalistica condotta in solitudine dal compianto Piero Vernuccio, sul mensile Dialogo da lui rifondato nel 1976 e diretto fino alla morte la quale, sei anni fa, il 21 marzo 2020, ha troncato la sua esistenza fisica tutta votata alla dedizione per la verità, la democrazia e il bene della comunità, dopo 44 anni di ininterrotto servizio prestato ad una causa meramente ideale ed etica per la quale Piero combatté sempre a mani nude e con coraggio, al prezzo di rischi e sacrifici immani. Per fortuna questo percorso così benefico e profondo prosegue grazie al gruppo di Dialogo che, con il figlio Nele Vernuccio, con il direttore Paolo Oddo, la redazione, i collaboratori, i sostenitori, i lettori e tutti gli altri che ne hanno raccolto il testimone, tiene viva e alta l’eredità di impegno civile, sociale, politico e culturale iscritto nel Dna del periodico.
Purtroppo non tutte le ‘eredità’ conservano la stessa carica di limpidezza e di rispetto di chi le costruisce e le trasmette, nonché del valore di generosità filantropica delle volontà post mortem.
Come l’eredità che Piero Vernuccio – vox clamantis in deserto – raccontò in quattro importanti articoli, pubblicati con grande evidenza, tutti in apertura della prima pagina del mensile, tra il 2015 e il 2019.
Il primo nel numero del mese di maggio 2015; il secondo esattamente un anno dopo, a maggio 2016; il terzo a novembre 2018; l’ultimo a febbraio 2019.
Alla fine di questo breve testo introduttivo è possibile leggerli integralmente, attraverso i link di accesso ai quattro numeri del periodico ed anche ai pdf dei singoli rispettivi articoli messi cortesemente a disposizione dalla direzione e dalla redazione di Dialogo alle quali va il mio ringraziamento.
Qui le foto delle quattro prime pagine.
I quattro articoli di Piero Vernuccio vanno letti per intero, sicché si possano conoscere tutti i dati della storia e ricavarne i necessari elementi di giudizio.
Non mancano le analogie con la vicenda dell’eredità insanguinata: non per il sangue, ma per … tutto il resto.
Nel caso trattato da In Sicilia Report troviamo milioni di euro ricevuti da una parrocchia di Avola e vincolati, dal vescovo all’atto di deciderne l’accettazione, alla totale destinazione in opere sociali. E invece, 24 anni dopo, nessuna opera sociale; le case, le ville e le macchine – tra cui anche Ferrari – tutte vendute; ma i soldi, stimati in quattro milioni, totalmente spariti, senza uno straccio di inventario o di rendiconto da parte del sacerdote, o dei sacerdoti, che li hanno maneggiati, né dei vescovi che – con o senza maneggio diretto di tale danaro – ne sono responsabili come organo di vertice della diocesi da cui la parrocchia dipende.
Nel caso sollevato, documentato, denunciato, ricostruito da Piero Vernuccio la vicenda si svolge invece a Modica: qui abbiamo un benefattore, limpido e senza macchia, il quale nel 1934 lascia tutti i suoi beni ad una fondazione – in via Santa Margherita 66, annessa alla Chiesa di San Francesco Saverio, nella parrocchia di Santa Margherita – per l’educazione e l’istruzione dei bambini poveri e l’assistenza dei bisognosi. Quell’uomo buono e generoso, Giuseppe Cerruto, per essere sicuro che i suoi beni siano effettivamente destinati alla causa, nomina esecutore testamentario il vescovo pro tempore della Diocesi di Noto. Quale garanzia migliore per un credente onesto e sincero il quale vede il mondo con i suoi occhi e non immagina neanche che sincerità e onestà possano mai mancare nel mondo della fede e delle istituzioni che ne custodiscono l’esercizio?
In effetti negli anni Cinquanta, dopo la morte delle tre sorelle alle quali il de cuius riserva l’usufrutto dei beni, l’Opera Pia San Francesco Saverio prende corpo e realizza le sue finalità, donando a molti bambini poveri un futuro di liberazione e di riscatto in totale parità con quelli delle famiglie dotate di mezzi economici.
Grazie a quel lascito generoso e alla corretta gestione che si sviluppa per circa quarant’anni, migliaia di fanciulli poveri e di famiglie bisognose ricevono un aiuto decisivo in un quartiere importante nella struttura urbana e sociale della città: è il cosiddetto ‘quartiere Vignazza’ dove si trovano la Chiesa di Santa Margherita, ‘sorella minore’ della Chiesa di Santa Maria di Betlemme cui è molto vicina fisicamente e strettamente legata, e la Chiesa della Madonna della Catena, in un angolo di rara bellezza scandita da un suggestivo dedalo di viuzze, allora popoloso e vitale. Per la cronaca, la Chiesa di Santa Margherita, edificata nel Cinquecento e ricostruita, due secoli dopo, in seguito al terremoto del 1693, così cara a quel devoto e limpido credente di nome Giuseppe Cerruto, rimasta chiusa per lavori di restauro negli anni del Covid, proprio a dicembre scorso è stata riaperta al culto.
Tornando dunque alla vicenda del lascito del 1934 e alla sua lineare attuazione fin dagli anni ’50 (l’Istituto per l’educazione della Gioventù San Francesco Saverio è eretto in Ente Morale con decreto del Presidente della Regione Siciliana in data 10 maggio 1951), per oltre quarant’anni tutto procede bene, grazie all’onestà, alla rettitudine morale e all’impegno di due figure di garanzia: Fedele Romano – deputato all’Ars per la Dc per due legislature, dal ’47 al ’55 – nominato procuratore vescovile dal vescovo Angelo Calabretta; successivamente, fino a metà degli anni ’90, Piero Biscari, avvocato di alta levatura non solo professionale ma anche morale, primo presidente e legale rappresentante, per lungo tempo in carica, dell’ente titolare dell’eredità. Alla morte di questi, avvenuta il 27 febbraio 1995, la carica di presidente dell’Opera Pia – che gestisce tutti i beni lasciati da Cerruto e vincolati alla finalità indicata – passa al parroco pro tempore della chiesa di Santa Margherita.
E’ in questa fase che le cospicue proprietà della fondazione intitolata a San Francesco Saverio, frutto del lascito di Cerruto, vengono aggredite, sottratte al legittimo titolare, vendute da chi non ne ha alcun titolo, con l’incredibile avallo di un notaio che non accerta neanche tale vizio radicale, consentendo così che un tizio, semplice affittuario e non proprietario, venda a suo nipote un terreno di oltre sei ettari, per l’esattezza 62.350 metri quadrati, con due edifici al suo interno, in contrada Quartarella (uno dei quattro cespiti dell’asse ereditario) per la cifra di 70 mila euro, a fronte di un valore reale di oltre mezzo milione di euro secondo le stime documentali minime: in effetti molto di più.
Questo avviene a luglio 2009 quando da quattro mesi a capo della Diocesi di Noto c’è Antonio Staglianò il quale, interpellato da Piero Vernuccio, oppone per anni un muro di silenzio e quando, nel 2019, finalmente trova la parola, sarà per dire di non averne saputo niente fino al 2014. In effetti, già nel 2015 Dialogo scrive che da lungo tempo (Staglianò si insedia a capo della diocesi il 19 marzo 2009) un gruppo di fedeli chiede ripetutamente conto al vescovo ma riceve solo risposte generiche, rassicuranti e di rinvio ad esami approfonditi che non producono mai una parola chiara di verità.
Per la verità il problema non nasce sotto Staglianò, ma dieci anni prima il suo arrivo. Risale al 1999, quando, da un anno, è vescovo Giuseppe Malandrino, il primo atto di spoliazione dell’Opera Pia. In questo caso il ‘furto’ non avviene ad opera di due ‘compari’ variamente spalleggiati, ma per mano della diocesi stessa che vende uno dei beni, una bottega sita a Modica in via Di Stefano, poi vico Cerruto: gli altri tre sono la già citata ampia distesa di oltre 62 mila metri quadrati con due immobili in località Quartarella, un altro terreno in contrada San Marco ed una casa in via Mazzini. Infatti è la Diocesi di Noto a vendere – incredibilmente, senza esserne proprietario – tale bottega che appartiene invece, come tutto il resto, all’Opera Pia di cui, dal 27 aprile 1998, è legale rappresentante il sacerdote Giuseppe Sortino.
Se questa vendita, illegittima e fraudolenta, del 1999, un anno dopo l’arrivo del vescovo Malandrino, va giustamente considerata, non v’è dubbio alcuno che il secondo atto, dieci anni dopo, quando da quattro mesi si è insediato Staglianò, costituisca l’apice criminale di un affaire concepito – dopo la morte di un presidente specchiato come Biscari – sotto la gestione del sacerdote successore.
Infatti il vero ‘colpo’ è quello che si consuma a luglio 2009 quando vescovo è Staglianò e va in scena una vicenda surreale, da spy story o manuale criminale. Un notaio (Luca Giurdanella, secondo quanto riporta Dialogo) non accerta che chi si presenta da lui per vendere non è proprietario e non ha alcun titolo sui beni. Il professionista pubblico ufficiale (delegato dallo Stato a garantire la legalità e l’autenticità degli atti giuridici, avendo il potere di attribuire “pubblica fede” a ciò che viene firmato in sua presenza, rendendo l’atto una prova legale) dirà poi, quando i buoi nella stalla non ci sono più, di essersi fidato di un amico molto noto in città che glielo ha segnalato: <<fu un suo caro amico (non precisando nome e cognome) molto conosciuto a Modica a presentargli il cliente>> scrive Piero Vernuccio a maggio 2015, dando atto che il notaio in una memoria prodotta dopo lo scandalo non dica il nome di questo misterioso amico del quale, per una vendita di così enorme valore in contrada Quartarella, si fidi così tanto da tradire i doveri primari della professione e del sigillo di fede pubblica cui per conto dello Stato i notai sono tenuti: è per questo che in Italia sono la categoria professionale nettamente più ricca, più dei top manager e dei medici specialisti maggiormente richiesti. Eppure accadono fatti come questo.
Allora come ora sarebbe interessante sapere chi sia il caro amico così degno di fede per un affare in contrada Quartarella (degno non sappiamo se per ethos o per census), fermo restando che neanche l’ultimo dei passanti sarebbe giustificabile per un abbaglio o un garbuglio, comunque una truffa, così colossali: figurarsi un notaio nell’esercizio delle funzioni che misteriosamente avalla quello che a tutti gli effetti appare un atto di rapina.
Interessante è poi – come attentamente documentato da Piero Vernuccio – che l’acquirente-compare, nipote del venditore zio-compare, poche settimane dopo abbia già frazionato la proprietà e in un battibaleno torni dal notaio per rivenderne una parte al medesimo zio. Nel breve tempo, meno di un mese, del doppio passaggio, passa di mano anche il reggente della parrocchia, che è anche il presidente dell’Opera Pia così platealmente depredata di tutti i suoi beni: al sacerdote Giuseppe Sortino, in carica dal 27 aprile ’98 (è lui quindi il presidente dell’Opera Pia in carica sia il 22 marzo 1999 che il 9 luglio 2009, quando avvengono le vendite), subentra, a cose fatte secondo quanto risulta dai documenti, il sacerdote Antonio Forgione.
Tra le ‘perle di legalità’ riscontrabili negli atti notarili, Vernuccio scova anche la dichiarazione dello zio-venditore di avere ricevuto oltre tre anni prima, dal nipote-compratore, la somma di 70 mila euro, a saldo dell’acquisto (… misteri della fede). Per la precisione avrebbe ricevuto tale somma in data anteriore al 4 luglio 2006, che è la data di entrata in vigore del decreto legge 223/2006, il cosiddetto decreto Bersani-Visco su concorrenza, liberalizzazioni, professioni, contenente anche l’introduzione di misure di tracciabilità dei pagamenti e contro l’evasione fiscale. Previdente e lungimirante, il compare-nipote versò in contanti, ma oltre tre anni prima, al compare-zio, quei 70 mila euro fantasma che servono a depredare di un bene del valore oltre dieci volte superiore l’Opera Pia retta dal parroco della chiesa di Santa Margherita.
Del notaio abbiamo detto. E del sacerdote che dire?
Quale il suo ruolo? Quali le sue relazioni con la banda? Quali i rapporti con il vescovo cui deve render conto? Questo sacerdote fa tutto da solo, anche nel senso di – da solo – lasciar fare tutto alla banda dei compari o è aiutato, guidato, protetto, garantito in una qualsiasi delle tante forme possibili?
I quattro articoli-inchiesta di Vernuccio vanno letti tutti, sicché non mi soffermo oltre su ulteriori dettagli.
Può essere utile però qui un brevissimo cenno alle vicende di quell’altro prete che va a caccia di eredità da ‘estorcere’ per sé, sapendo scegliere oculatamente le sue vittime: fedeli devoti alla Chiesa e proprietari di beni, preferibilmente donne sole, fragili, avanti negli anni e prive di parenti con diritto alla legittima (coniuge e figli), di cui con l’inganno acquisire la fiducia facendo credere di curare i loro interessi e in questo modo farsi dare le chiavi di casa, l’accesso ai risparmi e ai conti correnti e, con la frode, millantare un’empatia capace di carpire volontà testamentarie a proprio totale favore. Nell’articolo pubblicato nel numero di maggio 2016 Piero Vernuccio tratteggia meticolosamente le imprese di questo sacerdote modicano abile truffatore e procacciatore seriale, per sé, di ricche eredità.
Sotto il profilo delle analogie con il caso del lascito plurimilionario in favore della Chiesa Madre di Avola, da rilevare anche il muro del silenzio opposto pervicacemente dai vertici della Diocesi alle domande di spiegazioni e di verità. Per mera coincidenza, frutto del caso o di certe misteriose dinamiche di contesto, è pressoché identico il periodo temporale critico nelle due vicende: i 24 anni trascorsi dal 2002 ad oggi nell’affaire dell’eredità-Guastella, i 27 anni trascorsi da quel 22 marzo 1999 quando, incredibilmente, la diocesi, senza averne alcun titolo, vende il primo dei beni dell’Opera Pia.
Il vero scassinamento della cassaforte con il prelievo criminoso del suo contenuto avviene però dieci anni dopo, ma per dovere di cronaca è giusto, come fece Piero Vernuccio, partire da questo primo campanello d’allarme: vero è che la proprietà della bottega venduta nel ’99 era dell’Opera Pia ed è vero che rappresentante legale ne fosse, purtroppo dopo la morte dell’avvocato Biscari, il parroco pro tempore di Santa Margherita cui la Diocesi è sovraordinata. Ma in ogni caso il titolo di proprietà era nelle mani dell’Opera Pia e proprio il vescovo della Diocesi di Noto, esecutore testamentario, avrebbe dovuto garantire esattamente il contrario: ovvero mantenere tutti i beni nella sfera di destinazione e della finalità decisa dal testatore.
Quelle vendite, soprattutto la seconda con l’affaire-Quartarella, azzerano il patrimonio e decretano la morte della nobile missione finanziata da quell’uomo buono e magnanimo. Infatti nel 2016, un anno dopo il primo articolo di Piero Vernuccio (inascoltato, ma ancora si era in tempo) le Suore Carmelitane che fin dall’inizio negli anni Cinquanta hanno assicurato l’attività di educazione e assistenza ai bambini bisognosi sono costrette a chiudere, a smantellare tutto e a interrompere il servizio.
Non aggiungo altro perché nei quattro articoli di Dialogo c’è tutto. Purtroppo Piero, peraltro malato per mesi, muore appena un anno dopo l’ultimo dei quattro articoli nei quali – è giusto ricordarlo – fin dal 2015 batte sempre su un tasto, il muro di gomma opposto dal vescovo Staglianò le cui parole, quando finalmente arrivano, egli considera una presa in giro soprattutto nella parte in cui scaricano sul vicario foraneo Umberto Bonincontro il dovere di spiegazioni che il sacerdote, la cui limpida rettitudine a Modica nessuno mette in discussione, non può dare.
A Maggio 2016, del vescovo Staglianò, Vernuccio scrive: << …Il problema si pone circa il dove sono andati a finire gli introiti dalle vendite, …di certo non all’Opera Pia. Sulla intrigata questione si trovano in contrapposizione da una parte un gruppo di fedeli modicani che non sono riusciti a ‘digerire’ la vendita ed il mancato introito all’Opera Pia e dall’altra parte il vescovo di Noto, in qualità di esecutore testamentario. E’ facile ipotizzare che l’autore di codesta ‘impresa’ sia stato un sacerdote modicano; e pur tuttavia, l’attuale vescovo – informato ripetutamente ed invitato ad intervenire onde fornire gli opportuni chiarimenti e far sì che gli immobili rientrino nella disponibilità dell’Opera Pia – si trincera nel più totale silenzio. Anche se a noi sono note le sue esibizioni canore (leggi articolo “Il Vescovo poeta e canterino” apparso su DIALOGO, aprile 2015), dobbiamo constatare il suo dualismo comportamentale: in alcune occasioni è altisonante cantante, in altre diventa silenzioso opportunista. E’ probabile che nell’ambito della Curia vescovile di Noto si sia arrivati alla determinazione più logica: allungare i tempi più possibile, in attesa del decesso naturale di quel sacerdote (già in avanzata età) e così cancellare ogni prova testimoniale di quanto accaduto…>>.
Certo è che se Piero Vernuccio non fosse stato fermato dalla morte prematura sarebbe andato avanti, magari seguendo gli sviluppi del procedimento civile intentato obtorto collo dalla diocesi, per merito di Dialogo e non certo del bisogno di verità avvertito dai vertici e dagli uffici episcopali. Ma poteva mai andare diversamente confidando unicamente (Piero lamenta giustamente l’inerzia della giustizia penale italiana e il silenzio della stampa) nell’iniziativa delle stesse persone che – quali che siano le responsabilità e la loro ripartizione – nel 2009 non sanno impedire quel furto-truffa compiuto nella loro totale acquiescenza, decisiva nel compimento del crimine in danno dell’ente morale proprietario dell’eredità-Cerruto? Le stesse persone che per anni non rispondono alle domande e poi – per quanto riguarda il vescovo, massima autorità della diocesi – dicono di non saperne niente e, solo perché compulsate da Dialogo, incaricano un legale perché faccia qualcosa e lo cambiano due volte in poco tempo?
Ecco perché Vernuccio fa di tutto per sollecitare l’attenzione della magistratura, rivolgendo ad essa un appello esplicito e inviando in Procura anche i numeri di Dialogo contenenti gli articoli. Ma non risulta alcuna iniziativa dell’autorità giudiziaria penale. Solo un piccolo fuoco di paglia in sede civile quando Staglianò, più per costrizione che per convinzione, assume l’iniziativa alla quale consegue la fissazione di un’udienza, il 24 aprile 2019, che Dialogo annuncia ai lettori.
Ma non succede niente e comunque Piero, che seguirebbe con la tenacia di sempre gli sviluppi futuri, non ha più tempo.
Però la verità da lui raccontata – contro imbroglioni, furboni e delinquenti di ogni risma – rimane un lascito alla comunità del quale fare tesoro.
Dialogo Maggio 2015: qui l’intero numero – qui il testo del singolo articolo.
Dialogo Maggio 2016: qui l’intero numero – qui il testo del singolo articolo.
Dialogo Novembre 2018: qui l’intero numero – qui il testo del singolo articolo.
Dialogo Febbraio 2019: qui l’intero numero – qui il testo del singolo articolo.



