La nomina del nuovo amministratore di Iblea Acque Spa Stefano Guccione porta ad Enna dove c’è la tariffa più alta d’Italia frutto di una gestione inquinata da commistioni letali: i sindaci zittiti dall’assunzione di amici e parenti, gli utenti vessati da bollette salatissime e da pessimo servizio
In Sicilia l’acqua pubblica è sorgente solo di affari privati.
La nomina del nuovo amministratore di Iblea Acque Spa Stefano Guccione porta ad Enna dove c’è la tariffa più alta d’Italia frutto di una gestione inquinata da commistioni letali: i sindaci zittiti dall’assunzione di amici e parenti, gli utenti vessati da bollette salatissime e da un pessimo servizio
Violazioni, truffe, inadempienze reiterate con la compiacenza dell’Ati diretta da Guccione, nonostante le continue denunce di attivisti tenaci a cui si deve il processo penale in corso per inquinamento che vede alla sbarra i vertici della società di gestione Acquaenna: due soli Comuni hanno chiesto di essere parte civile
Tutto nasce nel 2004 da una gara viziata che ribalta il risultato per escludere il gruppo Di Vincenzo. Il problema è denunciato subito dal sindaco Ardica (An): una strana proroga dei termini consente la costituzione del raggruppamento avversario, vincitore dopo avere perduto la gara. Subito dopo Ardica, sfiduciato, si dimette. A gennaio 2005 lo scrive Centonove, il settimanale che sarà bersaglio di una violenta persecuzione giudiziaria
Anche l’imprenditore Di Vincenzo è vittima di furente persecuzione giudiziaria ad opera di vertici delle forze dell’ordine complici del falso paladino antimafia, l’ormai pregiudicato Antonio Calogero Montante: a Caltanissetta concertava le sue strategie con il procuratore Francesco Messineo e il questore Filippo Piritore arrestato il 25 ottobre per avere fatto sparire il guanto del killer di Piersanti Mattarella
A Ragusa sulla scia della nomina di Guccione (che conserva anche l’incarico a Enna dove ha uno stipendio più che doppio), ci sono Giancarlo Migliorisi e il suo tutore Gianfranco Miccichè; Raffaele Lombardo e i fedelissimi ennesi Colianni padre e figlio; i sindaci iblei di Fi, soprattuto Cassì e Monisteri. Ecco tutti i retroscena della selezione dei 29 sfociata nella scelta incredibile di un candidato privo dei requisiti essenziali.
La storia degli attacchi a Iblea Acque fin dalla sua nascita, fatta salva la critica politica sempre salutare, fornisce più di un indizio su una nomina altrimenti inspiegabile: un ‘cavallo di Troia’ per espugnare il modello di gestione pubblica?
Il paradosso e la sproporzione insensata tra quegli attacchi e il caso Guccione: superstipendio a Enna di 195 mila euro, frutto di assegni ad personam (illegittimi?), premi e valutazioni che chiamano in causa il presidente Cammarata (FdI) sindaco di Piazza Armerina e il valutatore di Guccione, nominato da Guccione, già revisore dei conti del Comune e poi assessore nella giunta-Cammarata
Focus sul disastro del servizio idrico integrato nell’isola: dallo scandalo di Siciliacque al sistema criminale di Girgenti Acque, all’origine delle fortune del suo factotum Marco Campione che mette le mani sulle aziende di Filippo Salamone grande corruttore di partiti e politici di peso per la combine di appalti miliardari, all’inchiesta con imputati eccellenti come Pitruzzella, allora presidente dell’Antitrust e oggi giudice della Corte costituzionale: un suo parere, a gara chiusa, nel 2004 ribalta a Enna il risultato e insedia la gestione attuale.
Nel 2016, dopo il sequestro di Idrosur, socio del gestore idrico ennese, in un’inchiesta della Dda di Reggio Calabria sulla ‘ndrangheta che scopre intrecci con ambienti dell’eversione nera, Rosy Bindi dichiara: a Enna la mafia c’è ed è nell’acqua e nei rifiuti
L’acqua è in assoluto il bene più prezioso. Per il pianeta e la sua stessa esistenza, per la vita pulsante al suo interno in tutte le forme, per le piante, gli animali, gli esseri umani.
Questi sono predominanti nel potere di disporre della Natura e di tutte le sue risorse e, quali membri di comunità organizzati in Stati, agiscono secondo le leggi che si danno.
Leggi che riguardano anche l’acqua, così essenziale alla vita, esistente in grande abbondanza ma spesso non offerta a tutti secondo i loro bisogni: anzi merce da vendere al pari di qualunque altra di produzione capitalistica, come se essa non piovesse dal cielo e non bastasse pertanto raccoglierla, incanalarla e metterla a disposizione di tutti. I costi reali di tale servizio sono minimi ma il prezzo dell’acqua è ben più alto perché chi gestisce la filiera ci guadagna ben oltre il giusto, ci specula e persegue profitti giganteschi con la complicità della pubblica amministrazione che sceglie tali gestori e sorveglia, o dovrebbe farlo, sulla loro attività.
Ma intanto una prima domanda si impone in via preliminare. Ma è necessario che questa attività – dalla raccolta dell’acqua in natura alla consegna tramite i rubinetti nelle case – sia messa in mani private e soggiogata alla logica del massimo profitto?
No, assolutamente no. Questa è solo una scelta compiuta da ogni singola città o dagli enti pubblici – i comuni medio-piccoli riuniti negli organismi del cosiddetto ‘Ambito territoriale ottimale’ – rappresentativi dell’interesse supremo dei cittadini. E’ una scelta consentita dalla legge, ma non è l’unica possibile e non è obbligatoria. Quando un Comune o un gruppo di Comuni decide di affidare l’acqua di tutti ad un’impresa privata sa che la scelta deve necessariamente offrire il migliore servizio possibile al minore costo per gli utenti e quindi con il minimo profitto da parte del gestore privato. E occorre anche che tale scelta risulti più conveniente alla collettività rispetto alla gestione pubblica in cui nessuno consegue un profitto. Spesso tale soluzione, logica e naturale, viene esclusa in nome dell’efficienza che l’impresa privata saprebbe conseguire meglio. Ma ciò non è vero ed è un pretesto per favorire interessi privati. E’ solo questione di volontà: se si vuole, l’efficienza è possibile. A nessun ente sarebbe impedito di organizzare un servizio efficiente se i decisori, rappresentanti dei cittadini e da costoro incaricati di gestire la cosa pubblica (difficile immaginare una ‘cosa’ più pubblica dell’acqua) lo volessero.
Invece di solito si scelgono, e si praticano senza dirlo, l’inefficienza e lo spreco come alibi convincente per concludere che l’unica possibilità sia una gestione privata, con tutti gli affari privatissimi che ne conseguono fin dalle gare d’aggiudicazione in cui corrotti e corruttori, intermediari e faccendieri, pubblici funzionari infedeli e affaristi senza scrupoli combinano un accordo a seguito del quale i cittadini pagano l’acqua dieci volte il loro valore e la differenza va a questa manica di trafficanti che possono spaziare dai vertici politico-amministrativi degli enti pubblici territoriali a gruppi di lestofanti di varia estrazione, fino a chiudere un cerchio dentro il quale si muovono clientele e favori, assunzioni di amici e parenti di chiunque concorra a questo stato di cose, fossero anche semplicemente giornalisti che vendano il silenzio non solo sulla struttura di questo sistema ma anche sulle magagne e sulle inadempienze che il gestore commetterà nell’erogazione del servizio al fine di moltiplicare, illecitamente, il proprio profitto.
A Ragusa da poco più di tre anni, nella realtà d’Ambito sovracomunale imposta dalla legge Galli del 1994 per ottimizzare le dimensioni e favorire economie di scala contro sprechi e duplicazioni, è in atto un sistema di gestione pubblica: totalmente pubblica, attraverso una società in house nella quale l’intero capitale è dei Comuni nel cui territorio il servizio è erogato. Gli utenti pagano le tariffe a questa società in house, la Iblea Acque spa, e quindi, di fatto, ai Comuni che ne condividono il capitale.
Ciò non significa affatto che la gestione sia efficiente o che non vi siano sprechi, né criticità di vario tipo e chissà quanti atti di gestione discutibili. Ma tutto ciò va visto nel merito e in ogni caso si traduce in atti compiuti da un’impresa a totale capitale pubblico rispetto ai quali è massimo il diritto dei cittadini di conoscere, discutere, indirizzare, criticare, contestare, impugnare, determinare.
In Sicilia il cosiddetto Sovrambito (grandi infrastrutture e trasporto dell’acqua all’ingrosso) è affidato, per 40 anni fino al 2044, a Siciliacque Spa, società mista partecipata al 25% dalla Regione e al 75% da Idrosicilia spa, costituita da imprese private e controllata da Italgas spa, società con 188 anni di storia, quotata in borsa e da sessant’anni nel gruppo Eni, oggi partecipata da Snam e Cassa depositi e prestiti. Italgas viene lambita otto anni fa da un’inchiesta per i rapporti d’affari con imprese in odor di mafia, sulla strada del ‘tesoro’ mafioso dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e di certe spericolate operazioni finanziarie. In proposito vedremo come e a quale ‘prezzo’ per l’interesse pubblico l’allora presidente della Regione Salvatore Cuffaro compie questa operazione che tutti i dati ci costringono a definire sciagurata.
Il servizio idrico destinato alle utenze ordinarie – integrato nell’intero ciclo di captazione, adduzione e distribuzione – è invece organizzato nei nove Ambiti territoriali ottimali corrispondenti alle Province.
Tra di essi quello di Ragusa è uno dei pochissimi in cui sia in atto una gestione interamente pubblica ed anche in altre regioni questo modello non è certo il più diffuso, rappresentando appena il 9%. Per quanto riguarda l’isola, a dire il vero esistono esempi di esperienze di gestione sottratta, almeno in teoria, al profitto privato ma solo in singoli Comuni per continuità con la storia di antiche municipalizzate, come per esempio Acireale; mai però nella realtà d’Ambito di un’intera provincia, fatta eccezione per l’Ambito territoriale idrico di Agrigento, ma qui per scelta disperata dopo il fallimento e il disastro di Girgenti Acque spa che merita qualche cenno apposito. A Ragusa invece quella della società in house providing è la prima scelta, tant’è che non troviamo precedenti gestioni in mano privata nel territorio provinciale d’Ambito, ma solo in qualche piccolo centro (Santa Croce Camerina) nel periodo delle soluzioni comunali singole e autonome. Ovviamente la gestione pubblica non è di per sè garanzia di risultato nell’ottica dell’interesse generale verso il migliore servizio possibile, ma è necessario esaminare i dati caso per caso e nel merito. Ad Agrigento il servizio idrico integrato continua ad essere un disastro, quattro anni dopo la ‘bancarotta’ della gestione privata e l’avvento della società in house Aica spa, e vedremo il perchè.
Nell’Ambito di Ragusa questo modello è in atto solo da tre anni ma in effetti esso costituisce la prima e finora unica esperienza di gestione d’Ambito perchè Ragusa giunge tardi a questo standard dimensionale. Può essere utile pertanto vedere quale sia il primo bilancio e quali scelte di recente siano state compiute a conclusione del primo mandato dell’amministratore unico Francesco Poidomani, anche per capire quale possa essere il futuro.
Intanto è opportuno focalizzare i riferimenti, anche normativi, essenziali per delineare e comprendere il contesto.
La legge-Galli, il nuovo ‘governo’ dell’acqua, i referendum del 2011 (gli unici con quorum da trent’anni), l’avvio della gestione d’Ambito a Ragusa e la scelta – caso unico in Sicilia – della società in house: niente profitto privato, l’impresa è dei Comuni. Un modello sotto attacco continuo fin dal primo giorno
La citata legge-Galli, la n. 36 del 5 gennaio 1994 (Governo-Ciampi) è una legge di sistema che prende il nome dal suo proponente, un oscuro funzionario di partito, la Dc, Giancarlo Galli, già presidente della Provincia di Como e in quel momento alle ultime settimane di carica quale deputato alla Camera al terzo mandato. La normativa introduce il concetto di servizio idrico integrato, coordinando i vari aspetti del ciclo dell’acqua in un unico sistema; stabilisce la creazione di Autorità d’ambito territoriale ottimale (Aato) a cui è affidata la gestione del servizio idrico, superando la gestione comunale frammentata; sottrae alla fiscalità generale i costi di gestione ponendoli a carico degli utenti attraverso le tariffe. Ma la cosa più importante, radicalmente innovativa, è che essa riconosce l’acqua, tutta l’acqua, come bene totalmente pubblico (prima lo era solo quella dei pozzi propriamente pubblici) da tutelare e utilizzare in modo sostenibile, stabilendo la priorità del consumo umano rispetto agli altri usi.
Successivi provvedimenti di liberalizzazione, dopo resistenze e incertezze normative, animano il movimento sull’acqua pubblica che nel 2011 crea una vasta mobilitazione sui referendum: sono questi i soli quesiti che negli ultimi trent’anni abbiano raggiunto il quorum. Dopo quello del 1995 (trainato dallo scontro sulle concessioni tv di Silvio Berlusconi) tutti, a parte quelli del 2011, sono sempre falliti. Dal 1997 al 2025 ben 35 quesiti bruciati dall’astensione: 24 in sei tornate tra il 1997 e il 2009, poi la felice eccezione del 2011, quindi altri 11 referendum in tre consultazioni, nell’ultimo decennio dal 2016 al 2025, vanificati dal mancato raggiungimento della soglia del 50% più uno di elettori alle urne.
Quello del 2011, con il 58% di votanti e oltre il 96% di sì, è un successo del Forum italiano dei movimenti per l’acqua e della società civile che lo sostiene, mentre è molto timido l’impegno della quasi totalità dei partiti, anche quelli favorevoli all’abrogazione delle norme che insidiano il principio dell’acqua bene pubblico, a parte poche sigle minoritarie di sinistra e ambientaliste. Il trionfo dei ‘sì’ spazza via due norme cruciali: quella secondo la quale la tariffa imposta agli utenti del servizio idrico debba remunerare anche il capitale privato investito dal gestore; e quella che di fatto impone l’affidamento dei servizi pubblici di rilevanza economica, ovviamente a seguito di gara ad evidenza pubblica, ad imprese private o a società di diritto pubblico con partecipazione azionaria di privati. Tale norma, abrogata dal referendum, consentiva la gestione in house solo in casi rarissimi in cui ricorressero situazioni del tutto eccezionali tali da impedire un efficace ed utile ricorso al mercato: praticamente mai. In effetti appena un mese dopo, il 18 luglio 2011, il governo-Berlusconi tenta con decreto legge di aggirare e ribaltare il referendum reintroducendo la norma bocciata dagli elettori ma la Corte costituzionale, con sentenza del 20 luglio 2012, gli impone l’alt, usando parole chiare: «[La legge] viola il divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare desumibile dall’articolo 75 della Costituzione». E ancora: «L’affidamento ai privati è una facoltà e non un obbligo». Grazie allo stesso principio di rispetto della volontà referendaria la Corte annulla anche alcune norme contenute in decreti emanati a marzo 2012 dal governo-Monti in tema di privatizzazioni.
Sul piano storico non v’è alcun dubbio che il successo di quei referendum – l’unico negli ultimi trent’anni – si debba alla mobilitazione generata dal concetto di ‘acqua pubblica’ capace di trainare anche gli alti tre quesiti (servizi di pubblica utilità, nucleare, legittimo impedimento).
Tornando dunque alla vicenda di Iblea Acque e – caso quasi unico in Sicilia e rarissimo nelle realtà d’Ambito in Italia – alla sua anomalia di gestione pubblica nell’Ambito territoriale ottimale coincidente con il territorio dei 12 comuni della provincia (oggi Libero consorzio comunale di Ragusa) è necessario soffermarsi sugli ultimi avvenimenti relativi al passaggio dal precedente amministratore unico, Francesco Poidomani in carica dall’avvio nel 2022 fino alla scadenza del mandato, al suo successore, Stefano Guccione, nominato il 13 ottobre scorso a seguito di procedura selettiva.
Dicevamo che Ragusa, a differenza di altre province della Sicilia, giunge solo nel 2022 al sistema d’Ambito che obbliga i Comuni ad abbandonare la gestione diretta e a consorziarsi per evitare sprechi, inefficienze e duplicazioni. Sistema che discende dalla legge-Galli la quale però, nell’isola, prima subisce il rallentamento eretto dalle prerogative di potestà legislativa primaria di matrice autonomistica, poi deve fare i conti con l’impatto del Codice dell’Ambiente o TUA (Testo unico ambientale) del 2006 che alimenta dubbi, fornendo anche argomenti e spesso pretesti per prendere tempo. In effetti chi voglia aprire le porte ai privati lo fa senza indugio, come i Consorzi Ato di Enna, Caltanissetta e Agrigento, sostenuti da forti e influenti correnti di pensiero – giuridiche e politiche – le quali, in contrasto con le norme di legge, teorizzano che il libero mercato non ammetta altra soluzione che la gestione affidata all’industria privata. Peraltro ciò accade non solo prima del referendum del 2011 ma, incomprensibilmente, anche dopo per via della forte pressione di lobbies potenti e danarose e per mano di Governi ad esse favorevoli (abbiamo citato il caso del decreto-Berlusconi spazzato via tempo dopo dalla Corte costituzionale) per i quali è dominante l’idea che la gestione non possa che essere privata e che l’unica possibilità di scelta sia tra concessione o società mista.
Pertanto è un bene che a Ragusa si continui a discutere, di fatto per vent’anni. Risale al 2002 la prima stesura di un Piano d’Ambito, oggetto di contestazioni, modifiche, ricorsi, aggiornamenti, mentre nel frattempo la conferenza dei sindaci nel 2004 sceglie la formula della concessione a privati che l’anno dopo cambia in quella della società mista ma poi tra marce in avanti e arresti, contenziosi e ripensamenti, pareri legali e diffide, bandi per la scelta del socio industriale, gare deserte, revoche e ricorsi, nel 2018, nella nuova Ati – l’Assemblea territoriale idrica insediata nel 2016 dopo la liquidazione del Consorzio d’Ambito, nella continuità di vigenza dell’Ambito – fa capolino la scelta in house, cioè una gestione totalmente pubblica, nella forma della società per azioni preferita a quella dell’azienda consortile tra i Comuni.
E’ una scelta controcorrente, infatti fortemente osteggiata fin dall’inizio e con ogni mezzo, ma pienamente legittima ed anzi – in democrazia – virtuosa ed auspicabile. Accade così, miracolosamente, che i dodici Comuni, tutti insieme, (manca solo Chiaramonte Gulfi commissariato che in seguito aderisce) costituiscano una società a totale capitale pubblico, sottoscritto dagli enti medesimi, per la gestione del servizio idrico integrato così come configurato dalla legge-Galli, nell’intero territorio provinciale, l’Ambito idrico4Rg.
Il suo amministratore unico Francesco Poidomani nei suoi tre anni di carica è sotto attacco continuamente. Egli è un ex dirigente tecnico del Comune di Ragusa, in pensione dal 2014, con una parentesi politica di candidato a sindaco del centrosinistra nel 2006, battuto al ballottaggio da Nello Di Pasquale, allora in Fi e attuaalmente deputato del Pd all’Ars, che si afferma con il 52,87%. L’accusa ricorrente che fin dall’avvio della società in house gli viene lanciata riguarda l’indennità percepita di 95 mila euro l’anno che non gli spetterebbe in quanto ex pubblico dipendente in quiescenza. Senza nulla togliere alla libertà di discussione sull’onerosità del mandato espletato da un ex pubblico dipendente in pensione (situazione comune a tantissime figure: dal presidente del Cnel Brunetta ai prefetti in pensione che fanno a gara per amministrare gli enti sciolti per infiltrazioni mafiose) nella situazione specifica le accuse di indebita erogazione dell’emolumento risultano infondate perchè la norma – l’articolo 5, comma 9, del Decreto-Legge 95/2012 varato dal governo-Monti – che vieta agli enti pubblici di erogare emolumenti a ex dipendenti in quiescenza vale, appunto, per gli enti pubblici e non per una società per azioni, sia pure a capitale pubblico, come Iblea Acque spa. La ratio della norma peraltro è chiara: impedire che retribuire gli ex dipendenti pubblici in pensione ostacoli o ritardi l’assunzione di giovani nel naturale turn over dell’ente pubblico coinvolto ed impedire una duplicazione di erogazioni ponendo a carico del bilancio dell’ente pubblico la retribuzione-bis. Nulla di ciò avviene in casi come questo: il pensionato non blocca alcuna assunzione nell’ente pubblico e non lavora affatto per l’ente pubblico a carico del suo bilancio, ma di un’impresa, ancorchè a capitale pubblico, che non attinge al bilancio dell’ente medesimo ma al ricavato dalle tariffe corrispettivo del servizio erogato all’utenza.
Eppure accade che una campagna impetuosa di denuncia rilanciata decine e decine di volte inondi i giornali, produca un profluvio di dichiarazioni, annunci di esposti, diffide e intimazioni ma mai un solo procedimento che in una qualunque sede giurisdizionale – civile, penale, amministrativa, contabile – almeno ipotizzi l’illegittimità dell’emolumento. C’è da chiedersi: le denunce erano dirette solo ai giornali e alle tv e non anche agli organi che avrebbero potuto vagliarle o sono state archiviate perchè manifestamente infondate? A dare forza a tale campagna anche zelanti uffici regionali nella disponibilità di assessori del governo-Schifani particolarmente interessati alla campagna alla quale qualcuno, fin nei primi mesi di vita della società in house, fornisce gli strumenti su misura.
La campagna contro Iblea Acque e tutti i conti che non tornano: lo stipendio versato all’amministratore unico Franco Poidomani, ex dipendente comunale, era legittimo ma la denuncia, solo politica e mediatica, si avvale della strana norma imbucata di notte all’Ars e che Gianfranco Miccichè riveste di un parere legale. Dal sindaco di Acate Gianfranco Fidone al consigliere comunale di Ragusa Gaetano Mauro un vasto campionario di mosse nell’attacco alla gestione pubblica
In piena estate 2022 quando a palazzo dei Normanni la legislatura è praticamente chiusa, proprio nell’ultima seduta del 10 agosto, l’Assemblea regionale siciliana che sta per andare a casa (il 25 settembre è fissato il voto per il suo rinnovo) approva una norma, frutto di un emendamento senza nome imbucato nella baraonda finale, che dando un’estensione arbitraria e indebita alla norma statale sugli ex pensionati del pubblico impiego (l’art. 6 del decreto legge n. 90 del 2014 che ha modificato e quindi assorbito l’art. 5, c.9, del D.L. 95/12), tenta di espanderne gli effetti a tutti gli enti ed alle aziende sottoposte al controllo e alla vigilanza della Regione. Da rilevare che il 10 agosto l’Ars di fatto si scioglie, i suoi organi non si riuniscono più visto che un mese e mezzo dopo sarà eletta la nuova Assemblea ma dopo il 12 agosto il presidente uscente Gianfranco Miccichè, che non presiede più nulla ed è solo un candidato in campagna elettorale, tra agosto e settembre (sul sito istituzionale non viene riportata la data, comunque successiva al 12 agosto e precedente il 16 settembre) avverte il bisogno di incaricare un legale di rendere un parere sulla legittimità della norma già approvata e vigente: se un parere era necessario, non sarebbe stato meglio averlo prima che la norma venisse portata in aula e diventasse legge? La domanda, logica ma forse ingenua, lascia spazio ai tanti indizi dell’evidenza di una precisa dinamica politica. Il legale prescelto è Gianfranco Fidone di Acate, che nove mesi dopo viene eletto sindaco e che, da sindaco e da politico, sarà, insieme a Gaetano Mauro come vedremo più avanti, una delle voci più critiche contro Iblea Acque. Ma l’iniziativa politica di Miccichè punta probabilmente ad avere buon gioco (il campo d’azione sarà soprattutto quello mediatico, visto che non ci sarà alcuna iniziativa legale) facendo confusione tra l’Ati, Assemblea territoriale idrica – ovvero il consesso che riunisce i sindaci iblei – e la società di gestione in house, Iblea Acque. Confusione che in un certo senso si ripropone tre anni dopo a proposito delle esperienze, e quindi dei titoli, di Guccione: sempre e solo negli uffici di Ato e Ati e mai in strutture di gestione del servizio, pubbliche o private.
Infatti, correttamente, il legale incaricato, Fidone, formula, nel senso dell’applicabilità, il parere in riferimento alle Ati, e non già alle società di gestione anche quando totalmente pubbliche. Tuttavia leggendo e rileggendo il mandato affidato da Miccichè, non essendovi alcuna logica, ciò che residua è solamente la possibilità del suo utilizzo nella ‘caciara’ politica che in seguito sarà scatenata. Nel merito, in ogni caso, la norma varata di notte dall’Ars in uscita, senza discussione e nella confusione generale, sull’applicabilità alle Ati – cosa ben diversa da imprese di gestione anche quando aventi una base sociale coincidente – della norma statale sul divieto di retribuzione ai pubblici dipendenti in quiescenza appare viziata da forti dubbi di costituzionalità per l’esondazione delle competenze del legislatore regionale e in ogni caso non potrebbe essere retroattiva, sicchè, se anche ci trovassimo di fronte all’Ati e non ad una società in house providing, non sarebbe applicabile al caso specifico relativo alla nomina, da parte non dell’Ati ma dell’assemblea dei soci di una società per azioni, dell’amministratore unico Francesco Poidomani. Il legale incaricato da Miccichè si limita a sostenere le ragioni dell’applicabilità alle Ati, e non già a società di gestione mai citate, sicchè – a prescindere dai profili di illegittimità nel caso di applicazione retroattiva della norma e per lo sconfinamento delle competenze regionali – il problema neanche si pone visto che l’oggetto è l’Ati e non Iblea Acque. Ma questo distinguo che sarebbe un macigno insuperabile in sede giudiziale, non sconsiglia affatto nè limita una campagna politica e giornalistica finalizzata probabilmente ad ottenere il risultato di dimissioni, rinunce, revoche o passi indietro per via suggestiva. Peraltro è illuminante un dettaglio. Miccichè nella lettera d’incarico a Fidone non cita mai la norma regionale in questione approvata nottetempo (il comma 79 dell’art. 13 della legge regionale 16 del 10 agosto 2022) ma il parere legale che ne scaturisce la scova e la analizza anche nel senso di evidenziarne la portata innovativa ed integrativa rispetto alla normativa nazionale per avervi incluso anche le società soggette a vigilanza della Regione.
Per la cronaca Fidone, sindaco di Acate dal 29 maggio 2023, fin dalla sua elezione è in prima linea negli attacchi ad Iblea Acque e al suo amministratore unico, non solo per lo stipendio percepito, ma anche per l’operato complessivo e la gestione finanziaria in relazione al rapporto debiti-crediti con i Comuni soci.
Quest’ultimo problema viene sollevato continuamente e con grande allarme di numeri: tempo fa erano già circa trenta milioni di euro le somme che Iblea Acque dovrebbe dare ai Comuni: 11 milioni a Ragusa, 5,5 a Modica, 3,5 a Ispica, 3,2 a Pozzallo, 2,9 a Comiso, 2 a Scicli, 300 mila euro a Santa Croce Camerina. Trenta milioni nel frattempo saliti a 40: numeri di grande effetto che pongono una domanda. Ma se Iblea Acque altro non è che la ‘società dei Comuni’ perchè i Comuni, che ne sono creditori, non riescono a far valere le loro ‘ragioni’? La denuncia avrebbe fondamento se, all’interno, ci fosse una parte solo creditrice ed una solo debitrice, sicchè sarebbe giusto ed urgente regolare il ‘dare ed avere’. Ma se tutti i Comuni, chi più chi meno, sono creditori, chi è il debitore? Certo non Iblea Acque che è l’insieme dei Comuni stessi. E allora, ad essere seri, e a volere rispettare i dati di realtà, il problema è un altro ed è di messa a regime temporale e di compensazione, reso più evidente da un fisiologico scarto tra il momento in cui bisogna affrontare i costi di produzione e quello in cui giungono i ricavi delle tariffe: gli enti sono anche ‘grandi utenti’ che devono a loro volta pagare il dovuto alla società di gestione del servizio della quale fanno parte e in questo contesto pesa ancora, tre anni dopo l’avvio, la mancata definizione delle anticipazioni iniziali. Pesa inoltre il grande disordine amministrativo e documentale di varie gestioni precedenti in ambito comunale, prive di banche dati affidabili che non facilitano l’esattezza della compensazione in tempi brevi. Ma è un problema che solo i Comuni creditori possono risolvere nei confronti dell’unico debitore complessivo del quale i Comuni stessi sono soci. Certo è possibile che in questo momento la sospensione del ‘dare e avere’ penalizzi qualche ente a vantaggio di altri, ma è sufficiente realizzare un’operazione di verità e di trasparenza, nel rispetto degli elementi reali della partita di giro, e il problema si risolve, superando così la fase transitoria e forfettaria e aprendone una stabilizzata ed effettiva.
Ovviamente, nel rispetto della verità dei fatti, è sempre utile ed anzi auspicabile criticare, discutere, segnalare, denunciare, contestare: ciò vale per l’opportunità, non la legittimità in questo caso fuori discussione, che un ex dipendente pubblico in pensione venga retribuito per il suo lavoro, come per i bilanci e la gestione finanziaria e per ogni singolo atto, per esempio le assunzioni di personale le quali in società partecipate da enti pubblici e in società in house sono un tasto molto delicato e richiedono totale trasparenza e oggettività dei criteri di individuazione, perchè altrimenti minano alla base l’autonomia dei poteri di controllo a tutela dell’interesse generale dei cittadini contribuenti e, in questo caso, anche utenti di un servizio pubblico essenziale. A Ragusa come altrove questo è un nodo cruciale ma gli attacchi a Iblea Acque non hanno mai rivelato un intendimento, che sarebbe stato auspicabile, di questo tipo.
Tornando al filo storico della vicenda, nella battaglia contro Iblea Acque, e contro Poidomani in particolare per l’indennità percepita, si segnala Gaetano Mauro, consigliere comunale di Ragusa eletto, nelle stesse consultazioni del 28 e 29 maggio 2023, in una lista d’appoggio del candidato progressista Riccardo Schininà sostenuto dal Pd, partito del quale dal 19 maggio scorso è segretario del circolo di Ragusa, mentre Mauro il mese prima, ad aprile 2025, annuncia l’adesione a Forza Italia, il partito di appartenenza del padre Giovanni Mauro, da sempre legatissimo a Gianfranco Miccichè tanto da seguirlo in ogni avventura, di lista elettorale o sigla di partito ‘usa e getta’.
In Giovanni Mauro ci siamo imbattuti in un recente articolo-inchiesta in due parti sulle refluenze mafiose in provincia di Ragusa (qui la prima parte, qui la seconda parte) e sui tanti personaggi il cui impatto nel territorio fa a pugni con il falso clichè della provincia ‘babba’. Uno di questi, un ingegnere operante nel campo dei rifiuti (business-gemello, sempre in fatto di servizi di pubblica utilità, di quello sull’acqua) inevitabilmente ci porta alla Provincia di Ragusa e al suo presidente del tempo, dal 1994 al 1998, Giovanni Mauro appunto. Il personaggio in questione è Nicolino Burriesci, così descritto negli articoli richiamati.
Ingegnere di Polizzi generosa (piccolo centro di 2.700 abitanti nel Parco delle Madonie, nel Palermitano), arrestato, allora cinquantenne, per associazione mafiosa e corruzione, il 7 luglio 1998 nell’ambito dell’inchiesta Trush della Procura di Palermo perché ritenuto <<il progettista di fiducia delle imprese collegate alle cosche mafiose che fanno capo al boss latitante Provenzano>>. Secondo il cosiddetto ‘ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra’ Angelo Siino, Burriesci <<è un professionista particolarmente introdotto in seno alle pubbliche amministrazioni, in particolare in quelle di Trapani e Palermo. Di questi agganci si sarebbero serviti gli imprenditori Romano Tronci e Vincenzo Virga, capomafia di Trapani, per aggiudicarsi gli appalti di opere progettate dallo stesso Burriesci nel settore dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani e ospedalieri>>. In quel periodo l’uomo di fiducia del boss latitante Bernardo Provenzano nel settore dei rifiuti, lavora anche per la Provincia di Ragusa retta da quattro anni, dal 28 giugno 1994, dal forzista Giovanni Mauro.
Vittoriese, cresciuto nella Dc, corrente andreottiana, consigliere provinciale dal 1990 e capogruppo nel ’93, Mauro, passato a Forza Italia e in rapporti molto stretti con Gianfranco Miccichè – per quasi trent’anni capo indiscusso di Fi in Sicilia grazie ai suoi legami con Dell’Utri e ai segreti sul primo Berlusconi – nel ’94 viene eletto presidente della Provincia e quattro anni dopo, questa volta al primo turno, fa il bis. Ma poco più di un mese dopo, il 3 agosto 1998, viene arrestato insieme a due suoi collaboratori e a sei professionisti per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione. E’ accusato di avere percepito più di mezzo miliardo di lire di tangenti in cambio di incarichi professionali. L’accusa è sostenuta dalla prova documentale dei passaggi di danaro, da intercettazioni inequivocabili e dalla stessa ammissione giudiziaria dei complici i quali patteggiano la pena. Mauro il 22 luglio 2003 è condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi di reclusione nonché all’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici. Nel frattempo nel 2001 è eletto deputato alla Camera e, con notevole sorpresa, da parlamentare in carica, sostenuto da Miccichè che per lui si batte con ogni mezzo, viene assolto dalla Corte d’Appello di Catania. Il che gli mantiene aperta la strada della carriera politica, sempre da fedelissimo dell’ex agente di Publitalia eternamente nel cuore di Dell’Utri e Berlusconi. E così Mauro è eletto senatore due volte: nel 2006 in Sicilia con Fi, e nel 2013 in Campania con Grande Sud del solito Miccichè il quale può permettersi di aprire fronde tra i berlusconiani, di fondare e chiudere partiti senza mai perdere il sostegno del capo di Forza Italia che con lui, come con Dell’Utri, non può rompere mai.
Qui però è di Burriesci, uomo di fiducia del superboss latitante Bernardo Provenzano, che dobbiamo occuparci. E’ in carcere, dove è rinchiuso dal 7 luglio 1998, che il 2 agosto successivo la Polizia gli notifica il nuovo ordine di custodia cautelare emesso nell’ambito dell’inchiesta che fa scattare le manette per Mauro e i suoi complici.
Infatti Mauro, il presidente della Provincia di Ragusa, lo ha nominato consulente nella gestione dei rifiuti.
Burriesci, uomo di Bernardo Provenzano e suo prestanome negli affari mafiosi dei lucrosi appalti per lo smaltimento, è il consulente prescelto dall’incensurato politico Dc Giovanni Mauro per l’Amministrazione provinciale iblea. Sembra impossibile a credersi, ma questa è la realtà delle cose.
La consulenza frutta intanto lucrose tangenti ma questo sarebbe solo l’antipasto se non intervenisse l’inchiesta della Procura iblea, non per propri ‘meriti’ ma quale atto minimo dovuto in seguito alle denunce provenienti dall’interno della cricca del presidente, alle quali gli investigatori, con in testa l’allora dirigente della Squadra Mobile Giuseppe Bellassai, oggi questore di Catania, trovano tutti i riscontri: gli incarichi professionali per il Piano territoriale provinciale e la bonifica delle discariche (il vero-affaire di Burriesci e i suoi interessi mafiosi) in cambio delle tangenti, i pagamenti con tutti i passaggi di danaro sui conti correnti, la piena confessione dei complici. Insomma da una parte prove schiaccianti e puntuale ammissione dei corruttori; dall’altra una difesa non nel merito dei fatti, ma buttata in caciara politica da parte dell’imputato per corruzione e associazione per delinquere Mauro e del suo aitante tutore Miccichè, plenipotenziario di Berlusconi in Sicilia, al grido di ‘toghe rosse’: toghe che invece, a dire il vero, più bianche e pallide non potrebbero essere, come attestano l’incedere degli inquirenti e la generosità dei giudicanti palpabile nella pena lieve comminata in primo grado.
L‘atto finale di questa storia è ancora più inquietante. Quando Burriesci riacquista la libertà, torna a Ragusa. Una di queste volte, nel 2000 – siamo ancora lontani dalla conclusione del processo di primo grado che giunge tre anni dopo – viene trovato morto, in un’abitazione privata, dove, pare, si sia intrattenuto con un’amica o fidanzata o amante. Il referto medico di routine, in mancanza di un’inchiesta, dice che sia stato un infarto ad ucciderlo ma ad alcuni, almeno a coloro che hanno visto da vicino quelle trame e quei personaggi, il dubbio rimane.
Un attacco ancora più forte al modello di gestione pubblica in atto a Ragusa è mosso da Ireti spa che trascina dinanzi al Tar l’Ati iblea che lo ha voluto ma perde nettamente: una società dei Comuni in house provinding è più che legittima. Stranamente però Ireti, controllante di Acquaenna scpa, non ricorre al Cga: nel frattempo a Ragusa, da Enna, è arrivato Stefano Guccione
Ovviamente queste vicende del passato non riguardano Gaetano Mauro, semplicemente figlio dell’ex senatore ed ex presidente della Provincia di Ragusa Giovanni Mauro, ma nelle dinamiche politiche se non in quelle giudiziarie, tenere presente il contesto aiuta a capire la realtà in tutte le sue pieghe. Dunque Gaetano Mauro, consigliere comunale a Ragusa, è molto attivo contro la società pubblica di gestione del servizio idrico e contro il suo amministratore unico, ‘colpevole’ di essere retribuito per l’incarico espletato.
La questione dell’indennità dell’amministratore di Iblea Acque colpisce per l’intensità ossessiva dell’agitazione politica e sociale che su di essa si abbatte rispetto agli elementi di merito e, soprattutto, rispetto al nulla prodotto da agitatori così compulsivi. Ed anche le critiche, su altri piani, al modello di società in house suonano strane se provenienti da chi – persona fisica o ente – è partecipe e corresponsabile dell’intera vicenda fondativa e della vita sociale della compagine sulla quale avrebbe ben altri strumenti di intervento. La costituzione di Iblea Acque spa quale società in house per la gestione del servizio idrico integrato nel territorio dei dodici Comuni iblei avviene per decisione unanime dei medesimi (11 su 12, assente solo Chiaramonte Gulfi perchè in quel momento commssariato) i quali in ogni momento decidono ogni cosa, certo anche a maggioranza se necessario, sulla base del loro peso che si misura in quote di capitale sottoscritto e in numero di azioni che però sono corrispondenti all’incidenza demografica. Peraltro, allora come ora, la forza delle maggioranze politiche di destra o di centrodestra, aventi meno simpatie per la gestione pubblica e maggiore inclinazione per quella dei privati, nei dodici comuni è nettamente prevalente. Ed anche la scelta dell’amministratore unico Poidomani, che ha in curriculum un’esperienza elettorale con il centrosinistra, nel 2022 è compiuta all’unanimità, mentre gli attacchi e le critiche – sia allo stesso per la questione dell’indennità che alla gestione finanziaria o, tout court, al modello in house – provengono da esponenti e gruppi di centrodestra. Occorre pertanto uscire dal gioco politico della fisiologica competizione tra partiti o gruppi di portatori di interessi particolari ed esaminare i fatti, pur nella considerazione che ogni critica, fondata o meno che sia, è salutare perché nella libera dialettica democratica può sempre ampliare gli spazi di conoscenza e rafforzare gli strumenti di controllo dei cittadini sulla gestione della res publica.
Fuori da tale dialettica di contesto, ben più pesanti e diretti fin dalla costituzione di Iblea Acque spa sono gli attacchi portati al modello di gestione pubblica da società private operanti nel settore e quindi interessate ad aggiudicarsi il servizio anche nel territorio ibleo. E’ il caso di Ireti spa, società controllata interamente da Iren spa (colosso delle multiutilities nella gestione di acqua, gas ed energia con sede a Reggio Emilia) e socio di maggioranza, con il 50,867% del capitale (incrementato di recente, era del 48,5% fino al 31 maggio 2023), di Acquaenna scpa, la società consortile per azioni a capitale privato che dal 2004 gestisce il servizio idrico integrato in provincia di Enna, la prima in Sicilia a costituire l’Autorità d’Ambito e a compiere la propria scelta di gestione secondo le dimensioni d’Ambito scaturite dalle linee direttive della legge Galli e dagli interventi normativi successivi. Tra le opzioni possibili – appalto a privati concorrenti, società mista con finanza di progetto o società in house – il Consorzio Ato di Enna sceglie la prima e, nel 2004, affida il servizio in concessione per trent’anni.
Un ricorso di Ireti, presentato immediatamente nel 2022, è respinto dal Tar Sicilia, il Tribunale amministrativo regionale, sezione di Catania, per carenza d’interesse ma poi il Cga, Consiglio di giustizia amministrativa che nell’isola è organo d’appello, ribaltando la decisione, ordina che esso sia esaminato nel merito. Secondo Ireti, socio di maggioranza di Acquaenna, non è possibile che l’Ati (Assemblea territoriale idrica, erede dei vecchi Ato) di Ragusa decida la costituzione di una società in house per gestire in proprio il servizio anzichè affidarlo a privati: è in pratica lo stesso nodo risolto dal referendum (ma anche per la legge Galli l’acqua è, innanzitutto, un bene totalmente pubblico) al quale il legislatore, malvolentieri, ha dovuto adeguarsi, richiamato dalla Corte costituzionale all’obbligo di rispettare la volontà popolare. Dopo un contenzioso durato tre anni, in pratica l’intero periodo di esistenza in vita di Iblea Acque, con sentenza dell’8 maggio 2025, pubblicata il 10 luglio successivo, il Tar rigetta il ricorso di Ireti e riconosce la piena legittimità della gestione del servizio idrico integrato da parte di una società in house, spazzando via tutte le ragioni per le quali l’impresa privata che controlla Acquaenna combatte e contrasta l’idea stessa che possano esistere forme pubbliche di gestione del servizio idrico. E’ una battaglia esemplare quella condotta dall’Ati di Ragusa, difesa in giudizio dinanzi al Tar dall’avvocata amministrativista Angela Barone, soprattutto per il valore di ‘precedente’ visto che negli anni si era affermata l’idea che solo con capitali privati, e quindi lasciando grandi risorse al profitto, si potesse gestire il servizio idrico integrato disegnato dalla legge-Galli (qui la sentenza del Tar)
A leggere gli atti del procedimento nelle sue tre fasi, ad esaminare la radicalità degli argomenti contro il modello di gestione pubblica nonchè la tenacia puntuale con cui, nel ricorso originario ed in ogni atto prodotto fino alla sentenza finale, Ireti spa punta a liberare il territorio ibleo, forse anche per rimuovere subito insidiose tentazioni suscettibili di riproporsi altrove, da questa ‘pericolosa’ società in house i cui azionisti sono solo i Comuni, si rimane sorpresi dall’esito finale: Ireti non impugna dinanzi al Cga la sentenza del Tar che pertanto è definitiva. E ciò suona molto strano alla luce della battaglia, decisa e aggressiva, condotta per tre anni dinanzi ai giudici amministrativi in ogni fase del giudizio. Abbiamo chiesto alla società interessata il perchè di questa scelta ma non abbiamo avuto risposta. Possiamo cercarla allora nei fatti, in certe loro connessioni, nelle dinamiche di interesse che muovono i protagonisti sul campo, nella lettura logica degli indizi disponibili, cominciando da una domanda: quando matura questa scelta di Ireti che. stando anche alle motivazioni dei giudici, appare un’inversione a U, un ripensamento ed una sconfessione delle tesi così vibratamente sempre sostenute prima?
Il 10 novembre 2025 è la data entro la quale può essere impugnata dinanzi al Cga la sentenza che legittima pienamente il modello di gestione pubblica e la scelta compiuta dall’Ati di Ragusa, unica in Sicilia in prima battuta, in house providing. Cosa succede – di nuovo, nel frattempo – tra la battaglia legale, contro l’idea stessa di tale gestione del servizio idrico che esclude le imprese operanti sul mercato, condotta fino alla sentenza e il passo indietro successivo?
In mancanza di una risposta, e tenendo presente che Ireti come abbiamo visto detiene il pacchetto di maggioranza assoluta di Acquaenna scpa – società di gestione del servizio idrico nell’Ambito ennese – l’unico indizio può essere dato dal momento in cui questo ripensamento avviene: è quello in cui a Ragusa arriva il nuovo amministratore unico di Iblea Acque, Stefano Guccione, il quale giunge proprio da Enna dove è direttore generale dell’Ati fin dalla sua costituzione a dicembre 2021, dopo la liquidazione dell’Ato in cui esercita il ruolo analogo dal 2009: quindi un incarico (che pare prosegua ancora come vedremo) finora durato 17 anni, tutti interni alla fase di gestione del servizio idrico, nei venti comuni della provincia, da parte di Acquaenna scpa aggiudicataria nel 2004, per trent’anni, di una gara dai risvolti sorprendenti, tra ombre, dubbi, anomalie e colpi di scena.
Vedremo più avanti tali dubbi, ma intanto una domanda sul perché della strana resa di Ireti alla sentennza del Tar, giudice di primo grado, va posta. Possibile che il modello di ‘gestione pubblica’ prima così fortemente osteggiato da Ireti (che ha in pancia il pieno controllo di Acquaenna con il 50,867 del capitale) all’improvviso cominci a piacergli proprio quando a capo di Iblea Acque arriva il dirigente che, dalla postazione dell’Ati e dell’Ato di Enna, per 17 anni ha sorvegliato, o avrebbe dovuto sorvegliare, la gestione del servizio idrico, ovvero l’operato di Acquaenna?
La domanda merita una risposta e, non avendone una già pronta, occorre ricercarla attraverso l’analisi dei fatti e dei dati documentali.
Il primo di questi è che nei venti comuni dell’Ati di Enna, la più piccola d’Italia con i suoi 150 mila abitanti (177 mila nel 2004 quando viene affidata la gestione e il dato demografico ormai sovrastimato pesa ancora in bolletta, con il concorso di dinamiche che vedremo meglio) l’acqua costa molto, sicuramente troppo: gli utenti pagano la tariffa più alta d’Italia, fino a 5 euro al metro cubo, nonostante la convenzione stipulata nel 2004 come vedremo imponga tetti di gran lunga inferiori, da € 1,44 ad un massimo di 1.67 nel ventesimo anno, che è proprio il 2024, quello preso in esame dall’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva nel suo ventesimo rapporto sul servizio idrico integrato. Ne deriva che durante l’anno gli utenti ennesi hanno pagato in media 764 euro, più del doppio di quelli catanesi (a Ragusa € 504, la media è di € 498). Peraltro fare confronti non rende pienamente giustizia perché il costo è alto dovunque in modo ingiustificato e quindi i motivi di contestazione hanno ragion d’essere ben al di là dell’eccesso sopra la media, una media comunque altamente viziata da sovracosti che non dovrebbero esserci. Lo stesso rapporto indica in € 394 il costo medio annuo per un consumo di 150 metri cubi: quindi € 2,6 al mc, la metà di quanto pagano gli utenti di Acquaenna. Ed anche rispetto al dato nazionale il costo medio non è quello giusto perché in molte aree territoriali sono applicate tariffe ingiustificatamente esose per fattori e dinamiche non dissimili da quelle che stiamo esaminando.
Né si può dire che nei 21 anni di gestione da parte di Acquaenna – in 17 dei quali a dirigere Ato e Ati, tutori dell’interesse generale della comunità servita, troviamo Guccione – il servizio sia mai stato soddisfacente: quindi non solo molto caro ma anche molto carente, sol che si ricordino – ma questo è solo uno dei tanti aspetti del problema – le vibrate proteste, fino al clamore sui tg nazionali, per la prolungata mancanza d’acqua per intere settimane nell’estate 2024. Situazione inaccettabile in un territorio ricco d’acqua e in cui il servizio gestito da un’impresa privata è il più caro d’Italia.
Allora conviene ripartire da Ragusa e dalle cronache recenti che salutano la nomina del nuovo amministratore unico della società in house.
Il nuovo amministratore unico di Iblea Acque Guccione: non ha mai amministrato una società nè ha maturato l’esperienza dirigenziale che è requisito essenziale e da 17 anni è un funzionario dell’Ati di Enna (perchè allora non un pari grado dell’Ati iblea con meno di metà stipendio?). Lo scelgono soprattutto i sindaci di Ragusa e Modica, Giuseppe Cassì e Maria Monisteri (Fi), con una decisione dietro la quale c’è una scia di ombre, stranezze, anomalie e singolari combinazioni. Tra i 29 concorrenti Guccione è l’ultimo a presentarsi, in extremis
La nomina di Guccione porta la data del 13 ottobre scorso e si materializza in una decisione all’unanimità degli undici sindaci presenti e votanti (manca il Comune di Vittoria che attualmente provvede autonomamente al servizio idrico) i quali, fra i tre individuati da un gruppo di valutazione in una lista di 29 candidati, scelgono Stefano Guccione, 55 anni, ingegnere civile con laurea conseguita a 29 anni all’Università di Palermo. Nei nove anni che, dalla laurea, lo conducono alla nomina, il primo gennaio 2009, a direttore generale dell’Ato5En, il suo curriculum racconta una serie di incarichi e consulenze sulle materie più svariate: opere d’urbanizzazione, chiese e complessi parrocchiali, banche dati geologici, controllo pendii, captazione biogas, frane, amianto, discariche e rifiuti, dighe, assetto idrogeologico. Qualche incarico tra i tanti anche in tema di emergenza idrica e acquedotti ma nessuna costanza né prevalenza in questo settore specifico.
Poi però all’improvviso, dal primo gennaio 2009, Guccione viene nominato direttore dell’Ato5En che, si badi bene ma il rilievo è fin troppo ovvio, non è una società di gestione del servizio idrico ma solo l’organismo politico della cosiddetta Autorità d’ambito, un Consorzio, il Consorzio Ato appunto, in cui siedono il presidente della Provincia e i sindaci dei Comuni chiamati a scegliere il modello di gestione che altri dovranno eseguire, e a vigilare su di essa nell’interesse delle comunità rappresentate ad avere il migliore servizio possibile: a Enna tale scelta è precoce e immediata, tanto che già nel 2003 viene indetta la gara per l’affidamento in concessione a privati.
La missione dei Consorzi Ato prima e delle Ati dopo è quella di essere titolari del Servizio idrico integrato così come disegnato dalla legge Galli (‘l’acqua è un bene totalmente pubblico’) e di affidarne la gestione (in concesione a privati, a società miste o in house providing) secondo le norme di legge. Ovviamente è compito dei Consorzi Ato e delle Ati esercitare in materia tutte le funzioni di indirizzo, di vigilanza e di controllo affinchè il servizio risponda agli standard previsti in sede di affidamento.
In pratica il curriculum vitae et studiorum del neo amministratore di Iblea Acque spa ci dice che egli a dicembre 2021 transita dal Consorzio Ato5En dopo la sua liquidazione all’Ati, l’Assemblea territoriale idrica, dello stesso Ambito, conservando per quasi 17 anni a partire da gennaio 2009 continuità di servizio nei due uffici aventi medesima funzione.
Quindi per tale periodo complessivo Guccione, ingegnere civile abilitato alla libera professione secondo la definizione da lui riportata nel cv, svolge le mansioni di ‘direttore’. Ma direttore di cosa? Egli è a capo di un piccolo ufficio – più burocrate che dirigente tecnico, potendo ed anzi dovendo solo eseguire le decisioni dell’Assemblea, del presidente e degli altri organi dell’Ati – all’interno di un ente politico, su nomina dei vertici, politici, del medesimo: un ente che, come abbiamo visto, ha compiti di indirizzo e di vigilanza e non già di gestione. Un’esperienza che pertanto non ha nulla a che fare con il nuovo ruolo chiamato ad esercitare in Iblea Acque spa e che, come vedremo, è palesemente inidonea ad integrare il requisito essenziale richiesto dall’Avviso cui consegue la procedura di selezione.
Iblea Acque ha nella pianta organica 222 dipendenti, mentre l’Ati di Ragusa (ente omologo a quello per cui, ad Enna, finora ha lavorato Guccione) ne ha appena 10 di cui solo quattro effettivamente in servizio.
Ad Enna, il cui Ambito ha meno della metà degli abitanti di quello ibleo, la società di gestione Acquaenna conta 111 dipendenti mentre l’Ati, l’ente che qui ci interessa per il raffronto, ne ha 10 compreso Guccione che ne è il direttore: usiamo il verbo presente perchè Guccione, come vedremo, continua a prestare servizio e ad essere retribuito anche ad Enna. Peraltro ben due degli altri nove lavoratori sono titolari di ‘posizione organizzativa’, ovvero di fatto dirigenti. Ma, visto che rimangono appena sette impiegati senza gradi dirigenziali, questi tre funzionari apicali cosa dirigono e chi organizzano? Ciascuno di loro uno o due dipendenti? E il ‘direttore generale’? A lui cosa rimane da dirigere e organizzare?
Ma perché Iblea Acque spa (la cui base sociale, proprio perché società in house, coincide esattamente con la composizione di Ati, cioè i dodici comuni) sceglie Guccione? Stando a qualche tempestiva cronaca di quel 13 ottobre, lo fa per “dare un messaggio forte e chiaro” con una scelta che “premia il merito e non l’appartenenza” e a spiegazione di come questa svolta rivoluzionaria sia possibile, la medesima cronaca ne individua l’artefice nel presidente della Regione Renato Schifani e il luogo dell’impresa in una cena a Ragusa con alcuni sindaci e politici d’area in occasione della Fam, la Fiera agroalimentare mediterranea. Ora, associare il nome di Schifani al decantato ‘messaggio forte sul merito contro l’appartenenza’ è impresa ardua e a volerla compiere, magari per fede – buona o meno che sia – l’effetto è comico. Ma non lasciamoci prendere dalla tentazione di facili risate e andiamo ai fatti.
Abbiamo detto che Guccione è uno dei 29 candidati che, manifestando il proprio interesse all’avviso, si propongono. Dopo alcune esclusioni (in un caso per la mancanza della firma, pare una mera dimenticanza, in un altro per l’insussistenza rilevata immediatamente del requisito fondamentale del quinquennio di esperienza da amministratore o dirigente) il gruppo di valutazione, formato dai segretari dei cinque Comuni facenti parte del cosiddetto ‘Comitato di controllo analogo’ – ovvero Ragusa, Modica, Comiso, Santa Croce Camerina, Giarratana – presieduto dal sindaco del capoluogo Peppe Cassì, perviene ad una terna finale: Giacomo Antronaco, Stefano Guccione, Maurizio Miliziano. Sia il primo che il terzo come vedremo meglio più avanti possiedono ampiamente e in sovramisura, a differenza di Guccione che ne è privo, il requisito fondamentale dei cinque anni di esperienza avente le caratteristiche e il contenuto descritti dall’Avviso, addirittura entrambi anche nella gestione di servizi di pubblica utilità attraverso società in house: Miliziano nel settore del servizio integrato dei rifiuti anche in aziende con migliaia di dipendenti; Antronaco nella Sogip, con socio unico il Comune di Acireale, la quale gestisce il servizio idrico e la fornitura di gas.
Per la cronaca il Comitato di controllo analogo è l’organo di indirizzo strategico e di controllo gestionale attraverso cui gli enti soci esercitano un controllo diretto e stringente sulla società in house che gestisce il servizio idrico, simile a quello che avrebbero sui propri uffici, per garantire che gli obiettivi strategici, economici e di qualità siano rispettati, indirizzando e verificando piani e bilanci. Nel caso della selezione delle 29 candidature alla carica di amministratore unico di Iblea Acque viene deciso che siano i segretari generali di questi cinque Comuni a compiere l’esame formale dei requisiti e dei titoli.
La scelta ricade su Guccione nonostante due macroscopiche criticità: la carenza del fondamentale requisito dei 5 anni di esperienza da amministratore o dirigente e un curriculum debolissimo perché totalmente privo di esperienze, appunto, di dirigenza o amministrazione di società di gestione: il Consorzio Ato e l’Ati certamente non lo sono. Insomma è come se Iblea Acque spa scegliesse come proprio amministratore unico una figura avente il livello di esperienze e di competenze del direttore dell’Ati, l’Assemblea territoriale idrica, di Ragusa, il cui Ambito peraltro è di maggiori dimensioni con oltre il doppio degli abitanti e ben più importante di quello di Enna che in assoluto, demograficamente e per numero di utenze, è il più piccolo d’Italia. Tanto varrebbe allora scegliere come amministratore unico di Iblea Acque il direttore dell’Ati di Ragusa, ruolo esercitato fino al 2024 da Gaetano Rocca – ingegnere e funzionario-direttore al pari di Guccione – e, attualmente, da Massimo Gulino, responsabile del servizio finanziario.
Ma la scelta di Guccione appare sorprendente anche in relazione ad altri aspetti.
A parte la laurea in ingegneria, tutti i titoli e le competenze che Guccione può esibire quando si candida a Ragusa, sono contenuti nei quasi 17 anni di servizio a Enna di cui 13 per il Consorzio Ato e 3 anni e 8 mesi per l’Ati: vediamoli quindi in dettaglio.
Guccione, dopo nove anni scanditi nel suo curriculum da una serie di incarichi e consulenze in materie svariate e generiche, comincia a lavorare per la Regione come ‘Co-co-pro’, ovvero con contratti di collaborazione coordinata e continuativa; quindi, sempre dalla Regione, il 23 novembre 2006 viene assunto come funzionario D1 con contratto a tempo determinato, più volte prorogato fino a quando il traguardo che l’ingegnere si prefigge è quello della stabilizzazione. Insomma Guccione è un impiegato precario della Regione e la sua ambizione è il posto fisso, come dimostra la determinazione con cui si batte in tribunali e corti d’appello, dinanzi a giudici del lavoro e magistrati amministrativi, per difendere il suo diritto a quel posto. Per fare ciò, come vedremo, garantisce che egli fino a tutto il 2021 è stato solo e soltanto un funzionario e non un dirigente, cosa che altrimenti gli precluderebbe il diritto alla stabilizzazione.
Insomma è Guccione a sostenere che egli fino al 21 dicembre 2021 non sia mai stato un dirigente, se anche bastasse – e non è così – esserlo stato dell’Ato o dell’Ati. Quindi è egli stesso a dichiararsi privo di un requisito essenziale e decisivo per candidarsi al posto di amministratore di Iblea Acque. Infatti l’avviso è chiaro: oltre alla laurea (in giurisprudenza, economia o ingegneria) è richiesto, dispone testualmente l’Avviso, che il candidato abbia espletato “cinque anni di carica come amministratore di società che abbiano avuto almeno nell’ultimo bilancio un volume di affari annuo non inferiore a 10 milioni e un numero medio di dipendenti non inferiore a 70 o, in alternativa: 5 anni di servizio come direttore generale di enti pubblici o società con i suddetti requisiti; o ancora 5 anni di servizio come dirigente di enti pubblici o società con i suddetti requisiti”. Guccione manca totalmente del requisito richiesto sia nella versione primaria (servizio di amministratore) che in quella alternativa: non ha diretto enti pubblici o società ‘con i suddetti requisiti’ ma solo un ente non avente, come vedremo, i ‘suddetti requisiti’ e, come se ciò non bastasse, per meno di quattro anni, dal 21 dicembre 2021 al 10 settembre 2025, data di scadenza del termine fissato dell’Avviso.
Quindi Guccione dovrebbe essere escluso in via preliminare per carenza oggettiva di un requisito fondamentale. E comunque, una volta che tale carenza sfugga o sia volutamente ignorata dai cinque segretari comunali che conducono la selezione, è veramente strano che l’esperienza di direttore dell’Ati di Enna possa essere valutata rassicurante circa l’idoneità ad assumere la carica di amministratore unico di Iblea Acque spa, ruolo totalmente diverso e richiedente ben altre competenze ed esperienze. A scusante del gruppo di valutazione, a tutti gli effetti una commissione giudicatrice almeno per gli aspetti formali (nella sostanza sono i sindaci a contare e decidere in ragione del pacchetto di azioni posseduto), si può invocare l’espressione testuale inserita nel cv dal candidato il quale afferma di essere stato direttore generale per 17 anni complessivamente (in effetti 16 e 8 mesi, da gennaio ’09 alla scadenza del termine fissato dall’Avviso), del Consorzio Ato5En e dell’Ati5En che ne ha ereditato le funzioni, senza precisare di non essere stato dirigente fino al 21 dicembre 2021 ma solo funzionario come egli stesso sostiene e attesta in ogni sede giudiziaria ai fini della sua stabilizzazione quale impiegato della Regione. Status peraltro irrevocabilmente perduto il 12 giugno 2025 quando la Corte d’Appello di Palermo gli da torto nella causa contro la Regione che l’ha dichiarato decaduto in quanto, pur stabilizzato grazie al fatto ch’era sempre stato un funzionario e non un dirigente, non si presenta in servizio. Guccione in effetti nell’occasione si ritiene legittimamente impedito e quindi giustificato dal considerarsi in aspettativa, condizione necessaria per svolgere l’incarico di direttore dell’Ati di Enna, ma la Regione insiste: “No, prima devi presentarti per prendere servizio da impiegato stabilizzato, quindi chiederai l’aspettativa e vedremo se potrà essere concessa”. E in appello, dopo una diversa sentenza di primo grado, è la Regione a vincere la causa. E così il 17 settembre 2025 il Dipartimento della Funzione pubblica, in esecuzione della sentenza del 12 giugno precedente, con determinazione del dirigente generale lo dichiara decaduto.
Anche questa circostanza, e questa sequenza temporale, sono rilevanti ai fini dei requisiti di ammissibilità del candidato Guccione alla selezione. Infatti non c’è solo l’oggettiva mancanza, come abbiamo visto, di un requisito fondamentale ad inficiare la legittimità della sua nomina.
Quando il 10 settembre 2025 scade il termine per la manifestazione di interesse all’Avviso, Guccione è ancora un dipendente regionale: prima precario, quindi stabilizzato dopo una battaglia legale che egli vince perché – sostiene – è sempre stato solo funzionario e non dirigente, ma decaduto perché non prende mai servizio. Comunque, fino al 17 settembre, egli ha lo status di dipendente della Regione e forse sarebbe utile non sottacerlo ed anzi precisarlo perché l’Avviso pubblicato da Iblea Acque richiede anche che i partecipanti dichiarino di essere in possesso dei requisiti previsti dall’art.11 del Testo Unico sulle Società Partecipate che, al comma 8, espressamente prevede che “gli amministratori della società a controllo pubblico non possono essere dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti o vigilanti”.
Poiché la vigilanza su tutti gli enti e società operanti nel Servizio Idrico Integrato appartiene alla Regione Siciliana, lo status di dipendente regionale sussistente fino al 17 settembre 2025 – difeso con le unghie e i denti in giudizio da Guccione, ma perduto per decisione della Corte d’appello il 12 giugno ’25 dopo la vittoria in primo grado il 12 aprile 2023 – impedisce al candidato la dichiarazione di possesso dei requisiti previsti dall’art. 11 del Testo unico delle società partecipate. Per completezza va detto che in provvisoria esecuzione della sentenza del Tribunale del 12 giugno ’23 favorevole a Guccione, la Regione lo immette nei ruoli regionali e lo colloca in aspettativa. Quando, il 17 settembre 2025, il Dipartimento della Funzione pubblica deve dare seguito alla nuova sentenza, oltre a dichiarare decaduto Guccione revoca anche il suo collocamento in aspettativa che il primo giudice ha ordinato affinché possa espletare il ruolo di direttore dell’Ati di Enna. Vedremo quindi come, perché e per scelta di chi, a gennaio 2009, questo lavoratore precario che si batte per la propria stabilizzazione di impiegato regionale diventa direttore generale del Consorzio Ato5En.
Guccione viene preferito agli altri 28 aspiranti alla poltrona di Iblea Acque tra i quali Giancarlo Migliorisi, (il ‘Mr Coca’ molto caro a Gianfranco Miccichè) che proprio nei giorni della scelta viene nominato a capo della segreteria dell’assessore regionale dell’Energia, acqua e rifiuti Francesco Colianni, di Enna, uomo forte del Mpa. Sono Miccichè, con i sindaci iblei di Fi, e Raffaele Lombardo a spingere
Intanto per la cronaca va detto che il 13 ottobre 2025 egli viene nominato all’unanimità dagli undici sindaci iblei presenti e votanti, ma questa è solo apparenza: nella sostanza non si tratta di una decisione unanime. Per un accordo protocollare e di facciata è convenuto infatti che tutti votino il candidato in precedenza e comunque prescelto, anche in contrapposizione ad altri, e quindi a maggioranza. E infatti due giorni prima, sabato 11 ottobre, si svolge la vera votazione, non verbalizzata. In corsa ci sono tre nomi. Come abbiamo visto, oltre a quello di Guccione la selezione condotta dai cinque segretari comunali tiene in gara Giacomo Antronaco e Maurizio Miliziano. Quest’ultimo viene ignorato, forse perché la sua competenza è nel settore dei rifiuti, ma si tratta di una vera esperienza gestionale corrispondente al requisito primario del servizio di amministratore di una società con i requisiti richiesti ed anzi di livello ben più alto, ma in questo caso non gli giovano i suoi incarichi al vertice della Rap (partecipata dal Comune di Palermo) anche quando è sindaco Leoluca Orlando: la scelta quindi è tra Antronaco e Guccione. A favore del primo si esprimono i sindaci di Pozzallo, Chiaramonte Gulfi, Giarratana, Monterosso Almo e Santa Croce Camerina; per il secondo sono quelli di Ragusa, Modica, Comiso, Scicli, Ispica, Acate. E’ un 6 a 5 ma, nei fatti, il peso dei vincitori è esorbitante stando al capitale azionario sottoscritto. Di fatti a decidere sono Ragusa e Modica con i loro sindaci transitati in Forza Italia Peppe Cassì e Maria Monisteri (che ha lasciato la Dc di Cuffaro dopo la rottura con Abbate); ma sono concordi anche Comiso con la sua sindaca nonché presidente del Libero consorzio comunale, Mariarita Schembari, di FdI, Scicli (Mario Marino, in procinto pare di aderire a Fi) ed Ispica (Innocenzo Leontini, Fi). E’ lo stesso gruppone che ha eletto Schembari al vertice dell’ex Provincia, con il sindaco di Ragusa Cassì suo vice, e che ha in Forza Italia, Fdi e l’Mpa (quest’ultimo anche nella versione allargata di Grande Sicilia della triade Lombardo-Miccichè-Lagalla) il blocco di comando, dopo lo strappo della Dc per la quale il cuffariano Ignazio Abbate nelle elezioni per il Lcc decide di giocare in proprio e perde la partita.
Tornando alla stranissima scelta compiuta dagli undici sindaci (a maggioranza, 6 a 5, come abbiamo visto) occorre rilevare due dati: il primo è che Guccione, vincitore finale, è l’ultimo a presentare la candidatura, in pratica a poche ore dalla scadenza del termine; il secondo è che già in una prima fase preliminare i sindaci che contano decidono di sbarrare la strada ai candidati locali che sono sedici, più della metà, alcuni dei quali con un profilo pubblico di impegno politico: nessuno di loro dovrà sedere sulla poltrona di amministratore di Iblea Acque la quale frutterà un’indennità di 95 mila euro l’anno.
In ordine alfabetico, ecco i 16 candidati iblei: Giuseppe Alfano, avvocato di Comiso; Massimiliano Barone, commercialista di Modica; Biagio Picarella, dirigente d’azienda di Comiso; Giovanni Cappello, commercialista di Ragusa; Giorgio Cerruto, ingegnere di Modica; Giombattista Di Blasi, commercialista di Vittoria; Giuseppe Raffaello Di Martino, dirigente d’azienda di Monterosso Almo; Rosario Fiore, funzionario Iacp di Ispica; Antonio Guastella, commercialista di Pozzallo; Carmelo Mezzasalma, ingegnere di Ragusa; Giancarlo Migliorisi, del quale parleremo dopo; Francesco Minardi, ingegnere di Ragusa; Andrea Nicosia, avvocato di Vittoria; Luigi Pignataro, ingegnere di Ragusa; Ivano Pino, ingegnere di Vittoria; Benedetto Rosso, avvocato di Ragusa;
Il primo, Giuseppe Alfano, è un politico di FdI, sindaco di Comiso dal 2008 al 2013 eletto per An in una coalizione di centrodestra: fallito il bersaglio Iblea Acque, il 21 novembre scorso è nominato nel Consiglio d’amministrazione della Sac, la società che gestisce gli aeroporti di Catania e Comiso, in rappresentanza del Comune di Comiso che detiene lo 0,96% del capitale e per volere della sindaca Schembari.
Minardi, ingegnere, consulente in bioenergie e componente della commissione tecnica dell’Assessorato regionale Territorio e ambiente per le autorizzazioni ambientali, è figlio dell’ex sindaco Dc di Ragusa in carica dal 1974 al 1980, Giovanni Minardi, ma estraneo all’attivismo politico.
Nicosia, avvocato, è esponente di FdI, già presidente del consiglio comunale di Vittoria dal 2016 al 2018 durante la sindacatura-Moscato, candidato alle regionali del 2018 con ‘Diventerà Bellissima’, con successo personale di preferenze alle spalle dell’eletto Giorgio Assenza.
Benedetto Rosso, avvocato, è stato dirigente della Provincia regionale di Ragusa e direttore generale in vari periodi fino alla conclusione dell’ultima gestione commissariale del Libero consorzio comunale.
La candidatura di Migliorisi merita il cenno di qualche dettaglio in più. Di lui somo noti i legami strettissimi e profondi con Gianfranco Miccichè, deputato in carica all’Ars, della quale è stato presidente dal 2006 al 2008 (secondo governo-Cuffaro) e dal 2017 al 2022 (giunta-Musumeci) dopo una lunga carriera ben salda negli affari berlusconiani cominciata con Marcello Dell’Utri in Publitalia e, dal 1994, proseguita nel partito fondato proprio, con Berlusconi e pochi altri, dal futuro pregiudicato per concorso in associazizone mafiosa, Forza Italia: eccolo nei governi-Berlusoni sottosegretario nel ’94-’95; stessa carica ma a palazzo Chigi con delega al Cipe dal 2008 al 2011; vice ministro dal 2001 al 2005; ministro dal 2005 al 2006; ancora sottosegretario nel 2013 nel governo di Enrico Letta; deputato alla Camera per cinque legislature, senatore e parlamentare europeo per un’altra. Miccchè è sempre il dante causa, tra gli altri, di Giovanni Mauro e di Giancarlo Migliorisi: il suo potere, diretto quando è all’apice o di mera influenza come adesso, è fonte della quasi totalità della ricca collezione di incarichi dei suoi fedelissimi, come Mauro e come, soprattutto per quanto qui ci riguarda, Migliorisi.
Cinquantatre anni, ragusano, ex politico locale e da decenni titolare di incarichi dirigenziali in organi istituzionali su nomina fiduciaria ad personam sempre ad opera di Miccichè, Migliorisi peraltro non è più ‘precario’ in questo suo ruolo perché ‘stabilizzato’, con la famosa legge regionale in due round, nel 2018 e 2022, che pone fine alle incertezze esistenziali dei ‘portaborse’, tutti promossi al rango di pubblici funzionari stabili, nonostante non abbiano mai servito la pubblica amministrazione, ma solo le esigenze privatissime – anche le più scabrose e inconfessabili come quelle di Miccichè – di coloro cui non dispiace farsi chiamare ‘onorevoli’ con espressione che spesso agli onesti suona sfrontata e beffarda.
Ad aprile 2023 le cronache devono occuparsi di Migliorisi in quanto, nell’ambito di un’inchiesta per truffa e peculato nei confronti di Gianfranco Miccichè, emerge che egli con l’auto blu dell’Assemblea regionale siciliana e relativo autista va ad acquistare dosi di droga da uno spacciatore poi arrestato. Indotto a dimettersi dal presidente dell’Ars Gaetano Galvagno, nel cui ufficio di presidenza lavora ‘in quota-Miccichè’, Migliorisi trova subito occupazione negli uffici del Senato della Repubblica, prontamente assunto dalla neo senatrice Daniela Ternullo subentrata a palazzo Madama proprio a Miccichè per effetto della sua opzione all’Ars dopo la doppia elezione, il 25 settembre 2022, a Palermo e a Roma: opzione che egli tarda ad esercitare occupando così a lungo entrambe le poltrone, come sua consuetudine in precedenti casi analoghi, per esempio quando porta alle lunghe, fino a quando non è costretto, la rinuncia al seggio di Strasburgo dopo le consultazioni del 2014.
Migliorisi, il cui nome da due anni e mezzo è incollato a quella pagina di cronaca tanto da essere appellato ‘Mr coca‘ nei titoli di giornali dal linguaggio diretto, a settembre 2025 è uno dei pretendenti più ostinati alla poltrona di amministratore unico di Iblea Acque, anche se le sole sue competenze note sono quelle esercitate a fianco di Miccichè anche per attendere a tutte le sue incombenze, dovunque sia necessario o negli uffici a cui lo stesso di volta in volta lo sistema. Però all’improvviso accade una cosa strana, o quanto meno inaspettata. Il 30 settembre 2025, quando è in pieno svolgimento l’esame dei 29 candidati ma pubblicamente non si hanno notizie sull’esito, Migliorisi viene nominato capo della segreteria tecnica dell’assessore regionale dell’Energia e servizi di pubblica utilità Francesco Colianni, insediatosi il 14 aprile scorso nella giunta-Schifani in sostituzione di Roberto Di Mauro, indagato per associazione per delinquere, truffa nelle pubbliche forniture e turbata libertà degli incanti in merito al maxi appalto da 37 milioni di euro per i lavori delle rete idrica di Agrigento. Per la cronaca Di Mauro è solo uno dei tanti – deputati anche con alti ruoli istituzionali o di governo nella giunta-Schifani, nonchè dirigenti, burocrati e consulenti al loro servizio – indagati o imputati in un procedimento penale. L’elenco è molto lungo e in questo contesto soprassediamo (però è possibile leggere qui un articolo de Il Fatto quotidiano del 16 novembre scorso, qui un articolo di Palermo Today del 4 novembre).
Vedremo che ne sarà di questo incarico offerto a Migliorisi dal neo assessore regionale ennese Colianni e i retroscena che l’accompagnano. Ma torniamo al mese e alle settimane precedenti quando il fedelissimo di Gianfranco Miccichè, candidato pienamente in campo alla carica di amministratore di Iblea Acque spa, si sbraccia con fervore per sostenere le proprie chanches, che non sono poche a giudicare dal profilo dei decisori: con la spinta del suo protettore egli muove il gioco dal tavolo di Grande Sicilia dove ci sono anche tutte le fiches del capo del Mpa Raffaele Lombardo oltre a quelle che in proprio può ancora piazzare Miccichè capace inoltre di muoversi ancora agevolmente dentro Forza Italia dove peraltro sono attivi, anche come propri supporters, Gaetano Mauro ed il padre Giovanni, oltre ai sindaci di Ragusa, Modica e Ispica Giuseppe Cassì, Maria Monisteri e Innocenzo Leontini che da soli rappresentano la metà dell’intero potere decisionale di Iblea Acque e ai quali vanno aggiunti alleati fidatissimi come i sindaci di Comiso Mariarita Schembari e di Santa Croce Camerina Giuseppe Dimartino (FdI), nonchè quello di Scicli Mario Marino sempre più vicino a Fi.
Senonchè ad un certo punto, già qualche giorno prima della scadenza del termine, fissata il 10 settembre, si fa strada l’orientamento dei sindaci dei comuni maggiori che il prescelto non dovrà essere un ragusano. Quando Migliorisi sbatte contro questa realtà, non resta con le mani in mano. E’ qui la spiegazione della nomina, a capo della propria segreteria tecnica, che l’assessore regionale dell’energia e dei servizi di pubblica utilità (acqua e rifiuti) Francesco Colianni gli serve il 30 settembre, quando da venti giorni il termine è chiuso, è in pieno svolgimento l’esame delle candidature e, almeno nella testa di coloro che faranno la scelta, il nome del vincitore è ben chiaro: Stefano Guccione il quale, come abbiamo rilevato, proprio in extremis, allo scadere, ha inviato la propria candidatura. E’ molto verosimile che quest’operazione sottenda l’aspirazione di Migliorisi per sè e, preso atto dell’impossibilità di realizzarla, il contestuale piano B che si realizza con successo: ovviamente per volere di Gianfranco Miccichè, di Raffaele Lombardo – che è il capo del partito di Colianni il quale in provincia di Enna è il suo fedelissimo luogotenenete – ed anche di Forza Italia che, pur nella pluralità di interessi interni anche in concorrenza, asseconda o non ostacola l’operazione voluta da Miccichè.
Se Iblea Acque spa avesse voluto operare come un’impresa vera, peraltro pubblica e operante con i soldi degli utenti di un bene pubblico essenziale, non sarebbe mai incorsa in una nomina così palesemente inadeguata e discutibile per tutte le ragioni che abbiamo considerato, comprese quelle relative all’evidente carenza, formale e sostanziale, del requisito più importante.
Abbiamo visto come l’ennese Francesco Colianni sia nominato assessore – in quota Mpa e quindi Grande Sicilia, la nuova sigla pattizia creata dalla triade Lombardo, Miccichè, Lagalla – in sostituzione di Roberto Di Mauro, indagato per molteplici reati in relazione ad un appalto, da 37 milioni di euro, per lavori nella rete idrica di Agrigento.
Di Mauro, agrigentino, è un fedelissimo di Raffaele Lombardo e, ovviamente, lo è anche il suo sostituto, peraltro ‘figlio d’arte’.
Francesco Colianni, 41 anni, da tempo è il capo del Mpa in provincia di Enna dove, per il partito di Lombardo, è vicesindaco per poco più di un anno e mezzo da ottobre 2020 alle sue dimissioni date per candidarsi alle regionali del 25 settembre 2022 in cui non è eletto perché la lista ‘Popolari e autonomisti’ arriva solo terza con il 13,54% e i due soli seggi in palio vanno a Pd (24,0%) e Fi (17,7%), nonostante il ricorso di Colianni contro lo schieramento di candidati forzisti per le mancate dimissioni da presidente dell’Urega del candidato Francesco Occhipinti.
Per la cronaca troviamo Francesco Colianni vicesindaco di Enna, tra il 2020 e il 2022, nella giunta guidata da Maurizio Di Pietro, eletto nel 2015, riconfermato e in carica (a causa dello slittamento per il Covid delle elezioni del 2020) fino alla prossima primavera. Ex Ds ed ex Pd, espulso dal partito, Di Pietro, avvocato, viene eletto, a capo di una coalizione di liste civiche di centro destra, battendo al ballottaggio nel 2015 il potentissimo ras locale di sinistra (Pci, Pds, Ds, quindi Pd) Vladimiro Crisafulli. Rientrato nel Pd e uscitone con Matteo Renzi nel 2018, il ‘due volte ex Pd’ Di Pietro a ottobre 2020 viene confermato con una coalizione di centrodestra di cui fa parte anche Italia Viva. Con lui Francesco Colianni è assessore ai Beni archeologici, turismo, spettacoli, politiche del lavoro e giovanili.
Ma questa è acqua passata, prima delle ultime elezioni regionali di oltre tre anni fa. Da otto mesi Francesco Colianni è a capo dell’assessorato regionale dell’energia, acqua e rifiuti. Nel messaggio con cui il neo assessore saluta la sua nomina e, il 14 aprile 2025, s’insedia, c’è tutta la cointeressenza della fonte del suo potere alla quale è grato e fedele: «… Non posso che ringraziare per tale fiducia, il mio partito, ogni singolo militante del Mpa-Grande Sicilia, il mio leader On.Raffaele Lombardo per la fiducia attribuitami, la deputazione regionale composta da Giuseppe Lombardo, Giuseppe Carta, Ludovico Balsamo e l’ Assessore Uscente Roberto Di Mauro ricordandone il grande lavoro come mio predecessore, essendo un punto di riferimento, per quanto mi concerne da sempre. Ed infine un grazie a Gianfranco Micciche e Roberto Lagalla così come agli autonomisti della provincia di Enna a cui dedico questo grande risultato che spero di tramutare in un lavoro appassionato al servizio della sicilia e dei siciliani. Ad Maiora». Insomma Francesco Colianni è grato a Lombardo e Miccichè, parla da fedele soldato di Mpa e Grande Sicilia e considera il predecessore Di Mauro un suo punto di riferimento da sempre oltre che artefice, prima di lui, di un grande lavoro che, detto per inciso, ha dovuto interrompere perchè indagato per associazione per delinquere, turbativa d’asta, turbata libertà degli incantti su un appalto da 37 miioni.
L’assessore regionale Francesco Colianni è figlio d’arte: il padre Paolo (condannato il 3 dicembre scorso anche in appello, a 8 anni e 8 mesi, per violenza sessuale su una tredicenne che curava come medico psicoterapeuta) è stato deputato all’Ars eletto nel Mpa e membro della seconda giunta-Cuffaro. Il ‘giallo’ della finta rinuncia di Migliorisi al posto di caposegreteria dell’assessore, la sua missione a novembre a Rimini con Colianni e Guccione, spesato dall’Ati di Enna: mantiene entrambe le poltrone. Tornano alla memoria i dubbi sul ‘misero’ stipendio di 95 mila euro che gli versa Iblea Acque, mentre l’Ati ennese gli dà più del doppio
La collocazione politica del neo assessore regionale, saldamente al fianco di Lombardo, riproduce esattamente quella del padre, Paolo, assessore regionale alla famiglia, politiche sociali e autonomie locali nella seconda amministrazione Cuffaro dal 2006 al 2008, quindi deputato all’Ars, eletto per l’Mpa, per una legislatura dal 2008 al 2012, quando non riesce a tornare a Sala d’Ercole.
Paolo Colianni peraltro è ancora all’attenzione della cronaca nel caso giudiziario per il quale il 27 gennaio 2024 è arrestato con l’accusa di violenza sessuale su una bambina di tredici anni: condannato il 29 gennaio 2025 in primo grado con il rito abbreviato a 5 anni e 4 mesi di reclusione; dopo poco più di un anno di detenzione domiciliare, il 12 giugno scorso, torna in libertà su decisione del Gip che accoglie una richiesta della procura; condannato in appello il 3 dicembre scorso a 8 anni e 8 mesi di reclusione.
La violenza sessuale commessa e provata in dibattimento lo vede abusare della sua posizione di medico psicoterapeuta nei confronti della vittima, una bambina tredicenne che aveva bisogno di essere aiutata e curata. L’imputato, condannato in primo grado come abbiamo visto a soli 5 anni e 4 mesi (pena che fa gridare allo scandalo per la sua levità e la concessione di attenuanti generiche) non nega la violenza ma si difende invocando la consensualità della vittima tredicenne (!) e offre un risarcimento. Dopo il diniego alla sua richiesta di accesso alla giustizia riparativa, con la nuova sentenza la Corte d’Appello cancella le attenuanti e, con il rito abbreviato, conferma la condanna elevando la pena ad otto anni e otto mesi.
Ma questa, come si vede, è un’altra storia. Torniamo quindi al figlio Francesco, erede politico a capo degli autonomisti ennesi e da otto mesi assessore regionale: il padre lo fu nella giunta-Cuffaro, lui, 19 anni dopo, in quella guidata da Schifani: entrambi senza essere deputati all’Ars: il padre ci riuscì solo dopo, nel 2008, fallendo il bis nel 2012 (solo sesta la lista Mpa a fronte dei tre seggi in palio), mentre il figlio nel ‘22 sfiora soltanto il traguardo.
Dunque il 30 settembre scorso l’assessore regionale Colianni assume Giancarlo Migliorisi a capo della sua segreteria tecnica, ma accade una cosa strana e per certi versi misteriosa: già pochi giorni dopo su diversi quotidiani nazionali si parla di sue dimissioni lampo o, dato il breve tempo trascorso, di una rinuncia. Nei titoli è appellato ‘Mr coca’ e la notizia è la sua rinuncia all’incarico. La pubblica Il Fatto quotidiano che certo non è sospettabile di benevolenza nei suoi confronti, tanto da appellarlo in quel modo che impietosamente richiama l’unica ragione della sua notorietà. Ma la notizia non è vera, perchè Migliorisi non si è mai dimesso, nè ha rinunciato all’incarico, sicchè si deve desumere che qualcuno (chi, così degno di fede – a parte il diretto interessato – dinanzi ad un quotidiano come Il Fatto?) fa filtrare la falsa notizia: perchè? A quale fine? Peraltro nessun giornale, neanche quelli che la rilanciano e incappano in tale infortunio, hanno più scritto nulla, sicchè per i loro lettori Migliorisi non è più nell’Assessorato regionale retto da Colianni a condurre l’ufficio della sua segreteria tecnica. E invece c’è, eccome!
Intanto c’è da dire che il sito della Regione non ha mai modificato o cancellato il rapporto di servizio in essere frutto del «contratto individuale di lavoro stipulato – si riporta testualmente – in data 30/09/2025, tra l’Assessore Regionale dell’Energia e dei Servizi di Pubblica Utilità Dott. Francesco Colianni e il dott. Giancarlo Migliorisi, Dirigente esterno, con conferimento dell’incarico di Coordinatore della Segreteria Tecnica degli Uffici di Diretta Collaborazione dell’Assessorato regionale dell’Energia e dei Servizi di Pubblica Utilità, regolarmente sottoscritto tra le parti, con efficacia decorrente dal 30/09/2025, data di presa di servizio».
E poi ci sono atti e documenti a confermare la piena operatività dell’incarico mai sospeso fin dalla sua attivazione. Per esempio, il 28 novembre scorso l’assessorato liquida a Migliorisi la somma di € 898,55 per la missione a Rimini in occasione della fiera Ecomondo tenutasi ai primi di novembre.
All’evento è presente anche l’assessore Colianni ed è presente anche Stefano Guccione. In rappresentanza di Iblea Acque spa? Parrebbe di sì, stando ad un post pubblicato dalla società sulla propria pagina fb (qui il post di Iblea Acque) il cui contenuto è il seguente: «Iblea Acque Spa, 7 novembre ore 19.24. Ecomondo – Rimini Expo Fiera, giovedì 6 novembre 2025 – Titolo ‘SICILIA, L’ACQUA CHE UNISCE’. Testo: E’ stato un appuntamento, promosso da Almaviva Bluebit, di grande rilievo dedicato al futuro della gestione idrica in Sicilia, durante il quale istituzioni e gestori del servizio idrico si sono confrontati su strategie, innovazione e sinergie per un sistema più efficiente e sostenibile. Tra le voci quella di Stefano Guccione, amministratore unico di Iblea Acque, a rappresentare l’esperienza della provincia di Ragusa, sottolineando l’importanza di una governance forte locale e di una visione condivisa per valorizzare le risorse idriche del territorio. Il suo intervento ha messo in rilievo il ruolo centrale delle utility territoriali nel costruire un modello virtuoso di collaborazione tra enti e aziende. Erano presenti anche rappresentanti della Regione Siciliana, Ati provinciali e gestori come Amap, Acqua Enna, Acoset, Aretusacque. Un’occasione preziosa per rafforzare il dialogo e costruire insieme il futuro dell’acqua in Sicilia». Iblea Acque evidenzia in neretto la parte in cui si specifica che “tra le voci’ c’è ‘quella di Stefano Guccione, amministratore unico di Iblea Acque, a rappresentare l’esperienza della provincia di Ragusa…”
Più chiaro di così, si potrebbe dire! Ma il punto non è affatto chiaro e se lo è, lo è con tutt’altro significato.
Il 30 ottobre 2025 Guccione, nella sua qualità di direttore generale dell’Ati di Enna, firma una determinazione che impegna la somma di € 850,00 “per le spese di viaggio, vitto e quant’altro necessario” (non sono esplicitamente indicate quelle di alloggio) relativamente alla propria stessa missione alla Fiera Ecomondo di Rimini dal 5 al 7 novembre successivi.
Quindi è certo che a Rimini Guccione sia andato in rappresentanza dell’Ati di Enna, mentre permane il dubbio se e in che modo esercitasse nell’occasione il mandato di amministratore unico di Iblea Acque. La sua nomina a tale incarico risale al 13 ottobre, l’insediamento è pressochè immediato, sicchè c’è da ritenere che Guccione ritenga di potere esercitare il doppio incarico. Il servizio prestato per Iblea Acque spa gli viene remunerato con 95.000 euro annui, salvo integrazioni che potranno essere decise. L’Ati di Enna, pur non essendo una società di gestione ma di fatto un piccolo ufficio con pochissimi dipendenti, è molto più generosa con Guccione, erogandogli più del doppio, circa € 195.000,00 come si può evincere da documenti pubblicati in ‘Amministrazione trasparente’.
Questo fatto rimuove i dubbi che da più parti sono stati posti: perchè Guccione lascia un incarico molto più redditizio per accontentarsi di ‘appena’ 95 mila euro (la stessa indennità erogata a Poidomani e, nelle sue mani, divenuta pietra dello scandalo)? La domanda ricorre spesso tra settembre e ottobre appena emerge il nome di Guccione tra i candidati meglio sostenuti, poi vincente. In proposito interessante un articolo di Ragusa Libera (leggibile qui), sito d’informazione online, che il 16 ottobre dà voce ai commenti sulla nomina riferendo del dubbio corrente sul perchè il prescelto lasci l’incarico ad Enna per un compenso di molto inferiore a Ragusa sia pure per sovrastarlo con un altro dubbio, ben più fondato, sulla possibilità di accettare e assumere un incarico tra tanti ulteriori dubbi, critiche e parole di sfiducia sui titoli posseduti. L’articolo contiene anche un intervento di Gaetano Mauro, fustigatore instancabile del predecessore Poidomani ‘colpevole’ di ricevere (legittimamente alla luce delle norme vigenti e nonostante la poderosa campagna mistificante imbastita per tre anni) il ‘misero’ stipendio erogato da Iblea Acque. Mauro ovviamente è favorevole, per le ragioni che abbiamo illustrato, ed anzi entusiasta per la nomina di Guccione, così come il sindaco di Acate, il cuffariano Fidone da sempre critico verso Iblea Acque durante il mandato di Poidomani.
Bene, oggi, quasi due mesi dopo la nomina, sappiamo che Guccione non ha motivo, o non aveva motivo, di porsi dubbi. Semplicemente ritiene di potere mantenere il doppio incarico, quasi come il doppio scranno parlamentare difeso più volte, ad ogni occasione utile, con le unghie e con i denti, in due diverse Assemblee legislative, da Gianfranco Miccichè fino a quando qualcuno non lo costringa a mollarne uno: ovviamente questa è solo un’iperbole perchè i casi sono molto diversi. Nel merito, con ogni probabilità Guccione ritiene il suo servizio per l’Ati di Enna un normale rapporto di lavoro dipendente avente per lui valenza primaria ancorchè a tempo determinato (scadenza tra un anno) e quello per Iblea Acque spa una sorta di incarico professionale. Se così fosse (e non sappiamo se così è perchè Guccione, da noi interpellato, su questo come sugli altri argomenti trattati in questo articolo, non ha risposto) sarebbe una situazione illegittima (questa sì, sul serio) e comunque in effettivo contrasto con quanto programmato, voluto, determinato da Iblea Acque spa fin dall’emanazione dell’Avviso.
Dai fatti e dai dati documentali analizzati emerge che il neo amministratore unico di Iblea Acque spa non ha mai amministrato una società nè esercitato funzioni dirigenziali: Co-co-co fino al 2006, funzionario a tempo determinato dal 21 novembre 2006 con contratti prorogati in sequenza e, come abbiamo appreso dalle sentenze nelle controversie di lavoro, in effetti neanche stabilizzato, però ‘comandato’ a gennaio 2009 presso il Consorzio Ato idrico di Enna, qui subito nominato direttore, carica sempre ricoperta in virtù di proroghe e successione di contratti che il 21 dicembre 2021 lo vedono transitare dall’Ato, fallito e messo in liquidazione, all’Ati del medesimo Ambito.
Abbiamo visto come lo stesso Guccione dichiari di non essere mai stato dirigente, ma semplice funzionario, fino a tale data, il che anche formalmente lo priva del requisito necessario per l’assunzione dell’incarico a Iblea Accque oltre a rivelare la totale mancanza di ogni esperienza di amministratore o di dirigenza di società o enti aventi i requisiti indicati nell’Avviso. Ma anche all’interno del periodo, comunque insufficiente, di servizio come direttore generale dell’Ati per tre anni e 8 mesi (dal 21 dicembre 2021 al 10 settembre 2025) è difficile riscontrare la natura dirigenziale delle mansioni espletate dal momento che il Dup, documento unico di programmazione, dell’Ati di Enna nel triennio 2023-2025 lo qualifica ‘funzionario investito di posizione organizzativa’, al pari di altri suoi colleghi, e non dirigente. Si legge nel Dup ’23-’25, a pag. 34, al capitolo disponibilità e gestione dell risorse umane: «… ai sensi dell’art.109, 2° comma e dell’art. 50, 10° comma del D.Lgs.18 agosto 2000, n.267 – TUEL e dell’art.34 del vigente Regolamento in materia di Ordinamento Generale degli Uffici e dei Servizi, le Posizioni Organizzative sono state conferite ai sotto elencati funzionari: Stefano Guccione direttore generale… » cui seguono due nomi, uno per le posizioni di responsabile area amministrativa ed economico-finanziaria, l’altro per quella tecnica.
Quindi, volendo sintetizzare e riepilogare, certamente fino al 21 dicembre 2021 Guccione non è mai stato dirigente: perchè lo garantisce e lo ‘giura’ lui stesso più volte in giudizio; perchè sia il Tar che il Cga nelle rispettive sentenze confermano la veridicità della sua stessa tesi (mai svolte funzioni dirigenziali, ma di semplice funzionario) accogliendo così il suo diritto ad essere stabilizzato; perchè il Tribunale con sentenza del 13 aprile 2023 lo ‘stabilizza’ come funzionario e perchè la Corte d’Appello con sentenza del 12 giugno 2025 lo dichiara decaduto, per mancata ingiustificata presentazione in servizio, quale dipendente con la qualifica di funzionario D1; perchè la Regione, in numerosi atti del Diparatimento della Funzione pubblica, lo definisce ‘funzionario. A ciò addirittura si aggiunga che l’Ati di Enna – quindi dopo il 21 dicembre 2021, sì da minare il suo titolo anche nel periodo recente, comunque insufficiente, di 3 anni e 8 mesi – come abbiamo visto lo definisce funzionario e non dirigente.
La singolare carriera di Guccione, funzionario precario della Regione il quale si batte per essere stabilizzato e a questo fine assicura che non è mai stato dirigente: è lui a garantire di non avere il requisito essenziale per amministrare Iblea Acque. Precario ma con una carriera d’oro all’Ati di Enna, su nomina marcata centrodestra nel 2009, anno in cui è forte in provincia il fedelissimo di Lombardo, Colianni senior che ha tramandato il potere al figlio
Richiamando i proclami con cui viene salutata la sua nomina (‘merito’ e non ‘appartenenza’) cerchiamo allora di capire, basandoci esclusivamente sui fatti, come stiano le cose. Molte, inerenti l’oggettività di titoli, esperienze e competenze, le abbiamo già ampiamente analizzate. Rimane da capire il resto.
Torniamo dunque a Guccione e alla sua carriera di precario d’oro della Regione: bistrattato dal dipartimento Funzione pubblica nella partita per la stabilizzazione ma, da precario, comandato ad Enna dove, appena arriva, il commissario del Consorzio Ato5En lo nomina direttore generale di una struttura, in effetti un piccolo ufficio, con pochi dipendenti e limitate mansioni ma, almeno negli anni recenti di cui c’è docucmentazione, uno stipendio molto elevato.
Ma chi è questo commissario, folgorato dall’ingegnere che è solo un impiegato precario alla ricerca tenace della stabilizzazione tanto da trascinare più volte la Regione in giudizio, civile e amministrativo?
Siamo ai primi di gennaio 2009 e sulla poltrona siede Giuseppe Monaco, presidente della Provincia di Enna eletto con il voto del 15 e 16 giugno 2008, a capo di una coalizione di centrodestra, per la prima e unica volta vincente nelle elezioni per gli organi dell’ente intermedio: nel 1994, 1998 e 2003 a vincere è sempre stato il centrosinistra, mentre dal 2013 comincia l’era dei commissari.
Monaco, medico, ex Msi ed ex An, vince con il 53,7% (contro il 41,8 del candidato del centrosinistra) con il sostegno di tutto il centro destra: primo il Pdl con il 18,6%, secondo il Mpa di Lombardo e di Colianni senior con il 13,5%. Dato che ripropone il successo del centrodestra nelle regionali di due mesi prima quando, a sostegno di Lombardo, il Pdl totalizza in provincia di Enna il 29% e l’Mpa dell’assessore regionale uscente Paolo Colianni sfiora il 20.
Monaco in quanto presidente della Provincia è, automaticamente, commissario dell’Aato5En e ai primi di gennaio 2009 decide di nominare direttore generale questo funzionario precario che da Palermo qualcuno ha comandato proprio negli uffici dell’Autorità dell’Ambito idrico ennese.
Nel 2009, quando la carriera in corso da tre anni di questo impiegato regionale in cerca di stabilizzazione prosegue ad Enna nel Consorzio Ato, con nomina immediata a direttore generale, il potere politico ennese in Regione è nelle mani di due deputati di maggioranza – Edoardo Leanza del Pdl e Paolo Colianni del Mpa, fino all’anno prima assessore regionale – e di uno di minoranza, Michele Galvagno del Pd. Ma è nella figura di Paolo Colianni, allora deputato in carica e uomo forte di Raffaele Lombardo in Sicilia, oltre che nella decisione del neo presidente della Provincia Monaco, vincente con un forte sostegno del Mpa, che va cercata la matrice politica della nomina sulla quale è fondato il titolo esibito 17 anni dopo agli esaminatori di Iblea Acque.
A settembre 2025 quando Guccione di fatto conquista la poltrona di comando di Iblea Acque spa, lo stesso potere politico ennese è nelle mani di due, non più tre, deputati: uno di opposizione, Fabio Venezia del Pd, totalmente estraneo al dossier; uno di maggioranza, Luisa Lantieri di Fi, ispettrice del lavoo di Piazza Armerinaa, deputata alla terza legislatura e protagonista di undici cambi di casacca tra Pd e, in netta prevalenza, caselle di centrodestra. Ma, in grande misura da aprile scorso, tale potere è nelle mani soprattutto dell’assessore regionale Colianni jr che con Lantieri condivide il sostegno al governo-Schifani e gli interessi comuni al centrodestra. In uno dei passi dell’inchiesta sfociata nel recente arresto di Totò Cuffaro, fondatore e segretario del suo partito personale denominato Dc, è inciso un diaologo di questi con Lantieri che dà il suo assenso alla nomina di Mario Zappia nell’Asp di Enna, sicchè Cuffaro ne parla subito con Raffaele Lombardo dicendogli che se non riuscirà ad avere a Catania le nomine che gli servono “avrebbe avuto in alternativa più pareri favorevoli per Enna”. Per la cronaca, Zappia, nel cuore di Cuffaro tanto che se Lantieri si fosse opposta l’ex presidente della Regione se lo sarebbe portato a Palermo, a giugno 2024 è nominato direttore generale dell’Asp di Enna, dopo esserne stato commissario da febbraio ed avere in precedenza diretto le Asp di Agrigento e Siracusa, altro feudo cuffariano in sanità come attesta il procedimento penale in corso.
Da sempre comunque in provincia di Enna, anche quando non rappresentato all’Ars e senza uomini del territorio in giunta, è molto forte il peso del partito di Raffaele Lombardo (Mpa, oggi in Grande Sicilia) soprattutto con i Colianni padre e figlio in una linea di totale continuità dal 2006 ad oggi. Abbiamo già visto il ruolo del ragusano Giancarlo Migliorisi, sospinto da Gianfranco Miccichè, nella partita giocata di sponda con l’assessore regionale Francesco Colianni, dietro il quale c’è Raffaele Lombardo, partita che assegna a Stefano Guccione l’ambita poltrona di Iblea Acque spa per volere dei sindaci iblei di Forza Italia, soprattutto quelli pesanti di Ragusa e Modica, con l’assenso di FdI, in una logica di coalizione di centrodestra che in provincia di Ragusa ha numeri schiaccianti.
La gestione di Acquaenna scpa (in lizza come Agac) comincia nel 2004, dopo la gara indetta e gestita dall’Ato a trazione centrosinistra: la vincitrice in effetti aveva perso ma in quel momento scatta una manovra per ribaltare il risultato tra forzature, anomalie, violazioni, conflitti d’interesse, ombre e sospetti
Quando Guccione comincia a lavorare nell’Ato5En la gestione del servizio idrico da quattro anni è nelle mani di Acquaenna scpa, società consortile per azioni. Ad affidargliela ovviamente, per competenza, è il Consorzio Ato guidato dal socio di maggioranza Provincia regionale, ente retto in quel momento – dal 2003 al 2008 – dal Ds Cataldo Salerno, figura integrata in quel solido potere di sinistra che da tempo nel territorio vede a capo Vladimiro Crisafulli, campione di preferenze, deputato all’Ars dal 1991 al 2006, assessore regionale alla presidenza dal ’98 al 2000 nel governo-Capodicasa, deputato alla Camera dal 2006 al 2008, senatore dal 2008 al 2013, quindi non più candidato perché ‘impresentabile’ – escluso dai garanti del Pd dopo avere vinto le primarie – alla luce del coinvolgimento in procedimenti giudiziari e soprattutto per una certa disinvoltura di rapporti e frequentazioni che suscitano disagio e malumore all’interno del partito. Nei procedimenti a suo carico Crisafulli viene prosciolto dalle accuse relative all’incontro, il 19 dicembre 2001 in un hotel di Pergusa durante il congresso di Cgil-Scuola, con il mafioso Raffaele Bevilacqua, avvocato e politico, ex consigliere provinciale, condannato per associazione mafiosa nel 1995 a 11 anni e sei mesi di reclusione con sentenza annullata per incompetenza territoriale; l’allora parlamentare Pd è scagionato anche dalle imputazioni di abuso d’ufficio in due procedimenti (per i corsi di lingua romena propedeutici ai test d’ingresso nella facoltà di medicina e dichiarati illegittimi dal Miur; per il trasferimento del prefetto Fernando Guida); salvato dalla prescrizione invece in un altro per la medesima ipotesi di reato in relazione alla pavimentazione, con i soldi della Provincia, di una strada di accesso alla sua abitazione.
Per la cronaca, politica, di quegli anni, Crisafulli rinuncia alla candidatura a sindaco di Enna nel 2010 dopo avere vinto nettamente le primarie del Pd, mentre, come abbiamo visto, è battuto al ballottaggio nel 2015 dall’ex compagno di partito (capogruppo Ds in consiglio comunale dal 2005 al 2006) Maurizio Di Pietro, ancora in carica.
Se oggi la ‘stella di Mirello’ (come a chiunque lo conosca è noto Vladimiro Crisafulli) è in declino, nel 2004 a Enna e in gran parte del territorio provinciale, la sua forza politica e il suo sistema di influenza sono ancora all’apice come dimostra il trend elettorale di lungo periodo che, anche negli anni di netta affermazione del centrodestra, vede il suo partito e l’intera coalizione raggiungere risultati in netta controtendenza.
Dunque, nel 2004 l’Autorità d’ambito espleta la gara per affidare per trent’anni la gestione del servizio idrico integrato. Ad avviare le operazioni preliminari a maggio 2003 per l’Ato è il presidente della Provincia uscente Michele Galvagno (Margherita-Centrosinistra), mentre a gestire le operazioni è il successore Cataldo Salerno, Ds, psicologo allievo di Danilo Dolci, ispettore del Miur, tra i promotori dell’Università Kore, presidente della Fondazione della Libera università dal 1995 al 2015, quindi presidente del Consiglio d’amministrazione dell’ateneo, carica che ricopre ancora oggi. Salerno, politicamente molto vicino a Crisafulli, dopo cinque anni non si ricandida per il secondo mandato alla guida della Provincia e, nel 2008, gli succede l’ex missino Giuseppe Monaco che batte ampiamente il candidato di centrosinistra Antonio Muratori. Come abbiamo visto, sarà Monaco, eletto a capo di una coalizione di centrodestra in cui gioca un ruolo di primo piano il Mpa di Colianni senior e di Lombardo, a gennaio 2009 ad accogliere Stefano Guccione nel Consorzio Ato e a nominarlo subito, appena ‘comandato’ in quell’ufficio, direttore generale, per quanto possa valere questa pomposa definizione nel caso di un piccolo gruppo con pochi dipendenti e limitate funzioni operative, peraltro mai espletate sul serio perchè, come vedremo, per responsabilità innanzitutto dell’organo politico, non c’è alcun controllo sulla gestione di Acquaenna che infatti fa ciò che vuole.
Pare che ad Enna, al di là dell’avvicendarsi di partiti e maggioranze al vertice degli enti, sia particolarmente spiccata una certa propensione al compromesso, allo scambio o al patteggiamento degli interessi, arte che in politica potremmo definire trasversalismo o inclinazione all’inciucio: una certa disinvoltura di relazioni di non pochi protagonisti – per esempio Crisafulli, ma non solo – aiuta a sostenere la vulgata corrente, ma noi abbiamo il dovere di stare ai fatti e di imputare ogni atto amministrativo ai responsabili pro tempore. E tutti quelli concernenti la gara chiamano in causa il Consorzio Ato idricco5En composto dai Comuni ma soprattutto, in posizione di preminenza, dalla Provincia. E’ dunque il presidente Salerno che conduce la partita e dirige la gara.
Al primo esito, a vincere non è quella che poi, quale gestore del servizio, prenderà il nome di Acquaenna ma un’altra impresa, avente diritto quindi alla concessione, ma che non piace alla concedente. E’ questo un nodo cruciale dell’intera vicenda che conviene analizzare con attenzione.
I partecipanti sono quattro ma ben presto si riducono a due perché gli altri due non prestano la cauzione dovuta. In corsa rimangono due Raggruppamenti temporanei d’imprese (Rti): il primo, con a capo la Di Vincenzo spa di Caltanissetta (ne fanno parte anche Eurodepuratori spa, Omnia spa, Sgi spa), il secondo, guidato da Agac spa (Azienda generale acquedotti e gas) di Reggio Emilia associa anche Smeco spa, Sicilia ambiente spa, Cgr spa.
La gara ha un esito netto: la Di Vincenzo totalizza 47 punti, Agac 40,5. E infatti il 30 aprile 2004 la commissione giudicatrice verbalizza il risultato finale. Il 3 maggio – praticamente l’indomani visto che l’1 è festivo e il 2 è domenica – il Consorzio Ato lo comunica agli interessati sicché, salvo ricorsi, la partita è chiusa.
E invece succede qualcosa di strano. Sedici giorni dopo il Cda dell’Ato anziché prendere atto dell’esito della gara, peraltro deciso dalla commissione giudicatrice all’unanimità, chiede chiarimenti e dà via ad un percorso che lo ribalta proclamando vincitore Agac.
A leggere le carte con attenzione e imparzialità di giudizio risalta una lunga serie di stranezze, anomalie, singolarità, dubbi, ombre per l’irruzione improvvisa di decisori in conflitto d’interessi o di consulenti esterni cui vengono appaltate decisioni per legge spettanti esclusivamente agli organi della pubblica amministrazione che ne hanno titolarità.
La prima di queste stranezze è il silenzio del Consorzio Ato che, dopo avere tempestivamente, il 3 maggio 2004, informato l’impresa vincitrice dell’esito della gara, non fa sapere più niente di tutti gli atti che compie – senza alcun contradditorio e all’insaputa della diretta interessata – per ribaltare il risultato. La Di Vincenzo lo scopre solo sei mesi dopo, il 19 ottobre, quando compie un accesso agli atti e mette in fila una serie di passaggi che contesterà dinanzi al Tar in un ricorso in cui segnala dodici violazioni.
La concessione ennese: a gara chiusa comincia un’altra partita con un nuovo Rup che a procedimento in corso siede in due società facenti parte della cordata perdente che poi però diventa vincente con un semplice parere commissionato a due ‘esperti’. Uno è Giovanni Pitruzzella, attuale giudice della Corte costituzionale, a quel tempo consulente dei governi Cuffaro a Palermo e Berlusconi a Roma
Stando solo ai fatti oggettivi, da quel 19 maggio 2004 quando l’Ato anziché prendere atto della conclusione della procedura chiede chiarimenti e mette in moto una macchina che si muove verso un risultato diverso, far vincere la seconda e ultima classificata anziché la prima, la sequenza negli snodi essenziali è questa. Il Consorzio concedente comincia con un parere del proprio legale, Alessandro Messina; prosegue con quello della Sogesid, società del Mef, Ministero economia e finanze, redattrice del Piano d’Ambito; quindi fa chiedere chiarimenti alla vincitrice e poi anche alla seconda classificata; inoltre chiede al presidente della commissione di nominare un Rup, responsabile unico del procedimento.
Presidente della commissione è Giuseppe Saccone, direttore del Consorzio Ato il quale, quando il procedimento è concluso e la gara di fatto aggiudicata, su pressione dei vertici politici dell’Autorità d’ambito nomina un altro Rup, figura non obbligatoria secondo quanto sarà poi accertato e attestato in sede di giudizio. Il nuovo Responsabile unico del procedimento, quando il procedimento dovrebbe essere concluso, è Serafino Cocuzza in aperto conflitto d’interessi in quanto fino a poco prima è stato sindaco effettivo di due società mandanti dell’Agac, Siciliambiente Spa e Cgr spa, facenti parte del raggruppamento in gara: cariche assunte rispettivamente l’8 novembre 2002 e il 30 maggio 2003 e dalle quali si dimette il 26 febbraio 2004 e il 10 marzo 2004, quando la gara è già in corso tanto che ad aprile essa si conclude e loro in questa gara sono immersi, per le cariche ricoperte in due società appartenenti ad uno dei due raggruppamenti in lizza.
E’ il Rup a dare una svolta rivolgendosi a due consulenti esterni cui in pratica viene rimessa la decisione: il primo è Giovanni Pitruzzella, avvocato amministrativista di grande influenza e di robuste entrature politiche, il secondo è Pietro Lo Monaco, ingegnere, dirigente del Genio civile di Palermo. Poiché Pitruzzella – presidente dell’Antitrust dal 2011 al 2018, Avvocato generale dello Stato presso la Corte di Giustizia europea dal 2018 al 2023, giudice della Corte costituzionale dal 2023 con scadenza di mandato nel 2032 – è un nome noto peraltro al centro di vicende che bisogna conoscere e tenere presenti, su di lui dovremo tornare.
Intanto ad Enna, in quei mesi convulsi del 2004, l’argomento prescelto per attaccare l’esito della gara riguarda gli investimenti proposti dalla Di Vincenzo che, a dire dei vertici Ato e di coloro che intervengono per contestare l’esito del procedimento, sono insufficienti. In pratica viene eccepito che la tariffa proposta è troppo bassa per remunerare gli interventi sulla rete, che il Consorzio Ato reputa necessari in misura più elevata mentre la Di Vincenzo, analizzando i dati complessivi (la rete a Enna ha una vetustà in media con quella nazionale e quindi bastano investimenti nella media implementando al massimo livello la manutenzione) propone un suo piano che ha il torto – rectius! avrebbe il torto se non gli fosse sottratto l’affidamento – di fare costare meno l’acqua agli Ennesi.
Un piano che, si potrebbe opinare in senso inverso, nonostante gli investimenti comportino il 69% di finanziamenti statali a fondo perduto e quindi solo in minima parte richiedano un esborso da parte dell’impresa, vede la Di Vincenzo progettare una gestione ragionevole che faccia funzionare al meglio la rete senza costi esagerati che gonfieranno le tariffe, con la diligenza del buon padre di famiglia e con una rilevante assunzione di responsabilità: l’offerta prevede già nei primi 5 anni l’esecuzione della metà degli investimenti che giungeranno all’80% al decimo anno. Peraltro il Comitato per la Vigilanza sull’uso delle risorse idriche, la più importante autorità dello Stato in materia, rileva che la spesa per investimenti prevista nel Piano d’Ambito di Enna, redatto nel 2001 – primo in Sicilia – sia tra le più elevate nonostante la vetustà media della rete. E in ogni caso gli interventi proposti dalla Di Vincenzo sono comunque superiori a quelle del Piano d’Ambito in tutti gli elementi tranne che nelle condotte per le quali, anche sulla base di una più precisa e dettagliata conoscenza della realtà strutturale, l’impresa vincitrice propone un piano di manutenzioni più che sufficienti a garantire il servizio ottimale: tutti chiarimenti forniti alla commissione giudicatrice e da questa ritenuti più che soddisfacenti, anche perché leggi vigenti e giurisprudenza concordano sul fatto che i dati sugli investimenti contenuti nel Piano d’Ambito non siano intangibili, poiché si tratta di elementi strumentali all’obiettivo dell’efficacia, efficienza e dell’economicità del servizio che rimane il nodo dirimente e prevalente su ogni altro nella valutazione ai fini dell’aggiudicazione. Peraltro, come vedremo, il Piano d’Ambito che l’impresa prima vincitrice e poi è esclusa avrebbe il torto di non rispettare è fasullo, perchè sovradimensionato come si sforza di sostenere la Di Vincenzo che in parte utilizza dati propri, veritieri, per modulare il livello di investimenti. Tale sovradimensionamento sarà una delle cause del caro-tariffe imposto dalla cordata vincente agli utenti.
In ogni caso anche tutti gli elementi della cosiddetta lex specialis, che origina dal bando e dal Decreto del 22 novembre 2001 del Ministero dell’Ambiente (Modalità di affidamento in concessione a terzi della gestione del servizio idrico integrato, a norma dell’articolo 20 comma I L. 36/1994)) depongono per la coerenza della prima decisione della commissione, mentre tutto ciò che avviene dopo, come confermano tanti fattori che qui non si ha tempo di elencare, sembra frutto di una volontà autonoma di ribaltare il risultato per motivi, interessi e finalità estranee alla logica, formale e sostanziale, del procedimento.
Questo, come chiaramente indicato nel bando, si basa sul ‘sistema della scelta economicamente più vantaggiosa’ e qui il divario tra la prima e la seconda classificata è notevole, né può essere inficiato dalla contestazione sugli investimenti perché in ogni caso ciò non potrebbe mai comportare la qualificazione dell’offerta come ‘anomala’, cioè incapace di remunerare i costi perché l’istruttoria espletata e conclusa dalla commissione dimostra il contrario. Comunque, se anche si volesse penalizzare la vincitrice per quanto le è stato contestato in tema di investimenti, anche azzerando totalmente il relativo punteggio, il margine di vantaggio rimarrebbe inattaccabile e quindi insuperabile nel sistema della ‘scelta economicamente più vantaggiosa’. Inoltre, una volta esclusa la vincitrice – sia pure con motivi tutt’altro che chiari, lineari e convincenti – rimanendo in gara una sola concorrente, l’unica conseguenza dovrebbe essere l’annullamento e non già l’aggiudicazione all’unica superstite.
In ogni caso, quando scatta l’operazione-ribaltone, il tema è già stato oggetto di chiarimenti, richiesti dalla commissione e puntualmente dati dall’impresa, con piena soddisfazione della commissione stessa che li ha ritenuti, all’unanimità, esaustivi e convincenti, pervenendo così alla valutazione finale e alla chiusura della gara.
Non c’è spazio qui per entrare nel merito di tutto ciò che non convince e suona molto strano. I consulenti esterni non possono, di fatto, decidere, e comunque nessuno può farlo a gara chiusa, quando sono note le offerte e quindi si pronunciano non in nome di principi astratti ma di interessi molto concreti, visibili, palpabili e talvolta avvolgenti e coinvolgenti. Solo la commissione stessa avrebbe potuto esaminare le presunte anomalie ma si era già espressa accogliendo i chiarimenti e il Rup, il nuovo Rup, non avrebbe dovuto essere nominato dal direttore del Consorzio che riuniva in sè anche le funzioni di Rup, ma, semmai, dal presidente del Consorzio e non certo a procedimento concluso, per ribaltarne il risultato come se nulla fosse.
Dunque, riepiloghiamo almeno i fatti e gli aspetti più importanti della via che porta al cambio di risultato: il nuovo Rup nominato a procedimento chiuso e in palese conflitto d’interessi; l’enormità di una decisione sconcertante e disinvolta di dichiarare vincitore a gara conclusa chi la gara l’ha persa, senza neanche annullarla e rifarne un’altra posto che l’esclusione del vincitore lascia in lizza un solo concorrente; disattendere senza alcuna motivazione plausibile e giuridicamente conferente l’attività della commissione giudicatrice che è l’unico organo cui competa l’esame delle offerte e che ha già affrontato e definito il risultato anche chiedendo e ottenendo chiarimenti giudicati esaustivi; ‘appaltare’ di fatto all’esterno a figure senza titolo la nuova decisione presa a gara chiusa e durante una nuova partita giocata di nascosto e senza che il vincitore possa far valere le sue ragioni; contestare, speciosamente e fuori dal tempo e dal luogo naturali previsti per legge, la tariffa proposta dal vincitore perché troppo bassa e bollando la relativa offerta come ‘anomala’ quando non lo è affatto così come – se mai ve ne fosse bisogno – la realtà negli anni successivi chiaramente dimostra. Questi sono solo alcuni dei tratti più eclatanti di una decisione sciagurata che non solo inquieta e fa discutere ma che oggi, 21 anni dopo l’avvio della gestione da essa artificiosamente voluta, torna come un boomerang con tutto il suo carico di sovraccosti e sofferenze, scagliato purtroppo non contro i responsabili ma contro le vittime incolpevoli, una comunità di 177 mila abitanti nel frattempo ridottasi a 150 mila, che si ritrova ad avere un servizio pessimo e la tariffa più alta d’Italia: fino a cinque euro al metro cubo, più del doppio della media nazionale e più del triplo di quanto stabilito nella convenzione che impegna contrattualmente la concessionaria Acquaenna, cifra questa a sua volta di gran lunga superiore a quella che sarebbe scaturita dall’offerta presentata dalla Di Vincenzo, impresa prima vincitrice e poi estromessa in un ‘tempo supplementare’ inventato speciosamente, arbitrario e fuori dalle regole.
La stampa locale l’8 ottobre 2004 saluta con entusiasmo l’esito-bis della gara. Così Enna Magazine: «Sarà il raggruppamento temporaneo d’impresa, costituito dalle ditte Agac spa, di Reggio Emilia, la Smeco spa, di Roma, Sicilia Ambiente spa di Enna e la G.G.R di Enna, a gestire il servizio idrico integrato in provincia di Enna. Lo ha deliberato, stamani, presieduta dal presidente Cataldo Salerno, l’assemblea dei sindaci, che ha votato all’unanimità la proposta formulata dal responsabile unico del procedimento, Serafino Cocuzza. L’Ato n° 5 continua a collezionare così primati in campo regionale. Infatti, dopo essere stato il primo in Sicilia a costituirsi, nel dicembre 2001, è stato il primo a bandire la gara e ad espletarla». Viene così esaltata (non è solo la visione di Enna Magazine, ma quella corrente senza controcanto) la velocità del presidente della Provincia e dei sindaci ennesi, i più lesti in Sicilia a dotarsi del Piano d’Ambito, a fare la gara e a decidere di affidarsi ad imprese private senza neanche vagliare altre soluzioni.
Eppure qualche voce critica si muove, ma a cose fatte. Dopo il sì unanime dell’Assemblea Ato (Provincia e Comuni) il sindaco Ardica (An) chiede verifiche e segnala dubbi: una strana proroga consente alla cordata Agac di partecipare. A gennaio 2005 ne scrive Centonove, il settimanale (in seguito bersaglio di Montante) che nel 2017, dopo 25 anni di servizio alla verità, sarà chiuso per editto giudiziario e il suo editore addirittura arrestato, illegittimamente e per motivi insussistenti. Due settimane dopo, il 4 febbraio 2005, il sindaco, sfiduciato, si dimette.
Non tutta la stampa però è allineata e c’è un articolo pubblicato, il 21 gennaio 2005, dal settimanale Centonove, a firma di Alida Amico, dal titolo “Gulino e di Vincenzo spaccano l’Ato idrico. L’appalto trentennale affidato due volte, il ricorso al Tar e la denuncia di An”. I fratelli Gulino, ennesi, citati nel titolo controllano una delle società del raggruppamento d’imprese prima perdente e poi vincente. Il settimanale rileva la stranezza della mancata aggiudicazione alla Di Vincenzo dopo una garaa regolarmente conclusa; fa presente che il legale dell’Ati Messina cui viene richiesto il parere – che servirà per cambiare le carte in tavola – è stato candidato in una lista di sostegno del presidente eletto Cataldo Salerno nelle elezioni provinciali di pochi mesi prima; dà notizia di un documento degli eletti di Alleanza nazionale, primo firmatario il sindaco Rosario Ardica, che pone molti dubbi su quella gara, mentre in particolare il capogruppo Lorenzo Granata chiede di approfondire una circostanza: prima della scadenza dei termini fissati per l’offerta è stata decisa una proroga, dal 16 ottobre al 20 novembre 2003, concedendo così cinque settimane senza delle quali il raggruppamento prima perdente e poi vincente non avrebbe neanche potuto partecipare. E’ infatti del 14 novembre 2003 (un mese dopo la scadenza dei termini prima della proroga) la costituzione in uno studio notarile di Reggio Emilia, dell’Associazione temporanea d’imprese “Agac spa di Reggio Emilia, Smeco spa di Roma, Siciliambiente spa e Ggr spa di Enna”.
Il documento di An viene inviato al presidente della Regione Cuffaro, anche nella sua qualità di commissario straordinario per l’emergenza idrica, quando egli è già indagato da tempo per reati commessi al fine di favorire la mafia, (iscritto a giugno 2003 per rivelazione di segreti d’ufficio con aggravante mafiosa, per cui sarà processato e condannato definitivamente) e probabilmente ha altro a cui pensare o forse comunque non è in ogni caso la figura istituzionale da cui attendersi chiarezza e rimedi a possibili illegalità: proprio nel 2004, ad aprile, l’allora indagato con l’aggravante mafiosa realizza il mostro ‘Siciliacque’ il quale non fa pensare ad un’attenzione ai temi posti dalla denuncia e in direzione delle soluzioni di legalità e trasparenza auspicate. Infatti a palazzo d’Orlèans il documento non sortisce alcun effetto, ma rimane l’atto di verità compiuto da un solo gruppo politico, in questo caso An, a fronte della decisione approvata l’8 ottobre 2004 all’unanimità dai soci dell’Ato, Provincia e Comuni, senza alcun voto contrario, neanche dell’ente capoluogo guidato da Ardica il quale – si può presumere – forse in quella data non sapeva o valutava diversamente ciò che poi lo ha indotto ad assumere la posizione critica.
Il giornale Centonove, un settimanale d’informazione sul quale qualche cenno sarà necessario, con l’articolo richiamato di Alida Amico ne scrive il 21 gennaio 2005, riferendosi a notizie dei giorni e delle settimane precedenti. La posizione di An è quindi recente in quel momento. Due settimane dopo, il 4 febbraio 2005, il sindaco Ardica, – insegnante di scuola elementare, una vita nel Msi, consigliere comunale negli anni ’70 e 80, deputato alla Camera dal ’94 al ’96 – eletto il 10 dicembre 2000 alla guida del Comune di Enna, cesserà il mandato con quasi un anno d’anticipo, dimettendosi dinanzi alla presentazione di una mozione di sfiducia che avrebbe i numeri per essere approvata.
Dunque, Centonove. Così ne parlavo il 5 dicembre 2023 (qui l’articolo integrale) a proposito della ‘Bancarotta della giustizia’ cui, come nel caso dell’imprenditore Di Vincenzo, si assiste spesso come ci ha svelato il processo-Montante: «… Centonove, settimanale fondato a Messina da Enzo Basso, nel quarto di secolo dell’intera sua esistenza è stato un’oasi di informazzione libera al servizio dei cittadini ed un atto d’amore d’un gruppo di giornalisti coraggiosi agli onesti della città e della Sicilia tutta.
Ricordate l’episodio della notizia, pubblicata da Centonove, a firma di Giampiero Casagni, il 22 gennaio 2015, la prima in assoluto a rivelare l’esistenza di un’inchiesta per mafia nei confronti del celebrato paladino dell’antimafia Antonio Calogero Montante, un impostore capace di disporre di ministri, di potenti in ogni settore e di giornalisti a lui asserviti; di creare prefetti, presidenti di Regione, alti dirigenti delle forze di polizia, dei servizi segreti, di apparti dello Stato; di influenzare magistrati che a lui si rivolgono per chiedere e ottenere favori? Centonove, il suo fondatore editore e giornalista simbolo Enzo Basso, la direttrice responsabile Graziella Lombardo e il giornalista Giampiero Casagni, pagheranno a caro prezzo questo servizio alla verità e l’intera loro storia di indipendenza dal potere e di informazione sgradita al potere.
Un prezzo enorme. Dopo la pubblicazione di quella notizia scatta un’aggressione giudiziaria da parte di magistrati di Messina: non c’è ancora De Lucia che arriverà solo a maggio 2017 a capo della Procura, ma la vicenda prosegue anche dopo tale data e giungerà al ‘delitto’ giudiziario, con atti che per ovvie ragioni non sono solo frutto degli uffici inquirenti, contro una voce di verità e di libertà. Basso viene arrestato il 30 ottobre 2017 per ordine del Gip Tiziana Leanza e posto in detenzione domiciliare fino al 24 aprile 2018, per 176 giorni, in pratica il tempo massimo di sei mesi possibile per legge: possibile se ve ne fossero i presupposti. E invece Basso non poteva e non doveva affatto, neanche per un giorno, essere sottoposto a misure cautelari, come certifica un altro Gip che sei mesi dopo revoca il provvedimento.
E’ impressionante la catena di errori, forzature, anomalie, abusi, violazioni, compresa la falsificazione di una firma a lui attribuita nel verbale dell’interrogatorio di garanzia, compiuti per arrestare Enzo Basso e per chiudere Centonove: obiettivi entrambi centrati a ottobre 2017, con piena soddisfazione di Montante come si deve presumere anche sulla base delle sue strategie, di ritorsione e di malandrineria criminale svelate dalla successiva inchiesta di Caltanissetta…»
Tornando al contesto politico di quel periodo, 2003-2004, alcune brevi notazioni. In quella fase, ma anche nel flusso elettorale di più lungo periodo, gli enti locali coinvolti sono a prevalente maggioranza, in certi casi schiacciante, di centrosinistra. Il peso di Crisafulli (noto per la sua dichiarazione ” Io a Enna vinco con qualsiasi sistema elettorale … anche con il sorteggio”, ma nel 2015 al ballottaggio Di Pietro lo batte nella corsa a sindaco) è evidente e il presidente dell’Ato idrico Cataldo Salerno è figura a lui molto vicina come tanti sindaci e rispettive maggioranze consiliari. Non sappiamo se sia una mera casualità il fatto che a questa gara concorra, e poi vinca, la cordata guidata da una municipalizzata dell’Emilia Rossa. Potrebbe essere, come potrebbe essere accaduto che, anche con le migliori intenzioni (chissà?) i rappresentanti politici di Enna Rossa vedessero quell’esperienza e quella competenza di gestione come la più rassicurante. In ogni caso, ciò non toglie che la via che conduce a tale risultato risulti viziata da molteplici anomalie, ombre e sospetti. Peraltro in un quadro più ampio che ci riporta alla stesura del Piano d’Ambito (anche su questo Enna è la provincia più veloce della Sicilia) viziato da errori di sovrastima del servizio che si tradurranno in sovracosti per l’utenza. Basti considerare che tale piano viene formulato sulla base di un fabbisogno annuo presupposto di 15 milioni di metri cubi d’acqua e invece il dato reale, già allora facilmente rilevabile subito, è di 8 milioni, praticamente la metà.
Ciò darà la stura al gestore privato per reclamare somme a titolo di mancato guadagno e tale pretesa, incredibilmente, entrando nelle cosiddette ‘partite pregresse’ gonfierà le bollette nonostante essa non si possa considerare una voce di costo ma semplicemente un fattore ricadente nel rischio d’impresa. Inoltre il vizio d’origine della sovrastima del Piano d’Ambito, imputabile agli enti locali che forniscono dati falsi, si ripercuote anche nel livello degli investimenti che fanno aumentale la tariffa e, per ulteriore beffardo paradosso, offre un pretesto, anche questo falso e strumentale, per estromettere dalla gara il vero vincitore. Infatti, come vedremo, a questi viene contestata l’insufficienza degli investimenti e la loro riduzione, (peraltro solo in alcune componenti) rispetto al Piano d’Ambito. In pratica quest’impresa si era fatta carico di correggere i dati sbagliati e di offrire un piano di gestione che in parte limitava l’incidenza nefasta degli errori del Piano: per tutta risposta bocciata ed esclusa ma, come vedremo, questa sembra solo una scusa per compiere una scelta senza motivazioni ‘dicibili’ quando il procedimento è concluso ed ha visto prevalere il concorrente che, con ogni probabilità, avrebbe certamente potuto praticare una tariffa di gran lunga più vantaggiosa per l’utenza.
Questo è solo uno degli aspetti che vedono, nei vent’anni successivi fino ad oggi anche nel variare del colore politico delle maggioranze, il gestore privato sempre vincente e l’utenza sempre vessata e perdente, mai difesa sul serio dai presidenti di Provincia e dai commissari dell’ente il quale fino al 2015 detiene da solo il 50% di potere decisionale negli organi rappresentativi e deliberanti dell’Ato (dal 2008 al 2013 l’eletto, Giuseppe Monaco, è di centrodestra, mentre i predecessori sono di centrosinistra) e mai difesa neanche dai sindaci che dal 2016 sono i soli decisori in tali organismi. Non solo sulle partite pregresse (22 milioni di euro), ma su ogni motivo di conflitto tra la comunità e l’impresa a prevalere, spesso contro l’evidenza dei dati di realtà, è sempre quest’ultima: è così nella contesa per i depositi cauzionali, in quella per gli oneri concessori e in ogni altra che nel tempo si manifesti: tutto ciò perfino dinanzi al disastro della mancanza d’acqua d’estate e dei risvolti misteriosi di certe soluzioni improvvise. E su questa battaglia impari tra il gestore concessionario e gli 85 mila utenti, rappresentativi dei 177 mila abitanti (oggi 150 mila), a tradire gli interessi generali del territorio non sono solo i vari politici e pubblici amministratori che siedono nel Consorzio Ato e, poi, nell’Ati, ma anche il direttore di questa Guccione il quale, totalmente allineato alla posizione di Acquaenna, come vedremo non mette la propria carica di funzionario dell’ente al servizio del mandato e della missione statutaria finalizzata alla tutela della comunità e del suo accesso all’acqua bene pubblico per eccellenza.
Sintetizzando: è il centrosinistra a portare la responsabilità politica dell’esito, grave e viziato da pesanti illegittimità, della gara nel 2004, mentre è il centrodestra, che dal 2008 guida la Provincia con la quale è maggioranza nell’Ato, a proseguire con costante tenacia e senza mai un tentennamento nella linea di sostegno ad Acquaenna scpa, anche nei passaggi più scabrosi e indecenti della mortificazione degli interessi della comunità a vantaggio delle imprese della cordata. E’ in questa seconda fase che Guccione approda all’Ati e che dal suo ufficio, in tutti questi 17 anni e tuttora, sostiene la linea di contiguità dell’Assemblea territoriale idrica con gli interessi del gestore privato, contro quelli degli utenti.
Ad Enna l’acqua più cara d’Italia, tre volte il prezzo fissato nella convenzione, con la complicità dell’Ato e dell’Ati. Nell’isola c’è inoltre il problema Siciliacque spa, il mostro creato nel 2004 dal governo-Cuffaro, che ruba l’acqua piovana di tutti e la vende all’ingrosso ad un prezzo dieci volte la media in altre regioni (a Milano è gratuita). Socia, al 25%, ne è la Regione stessa che così prima decide la tariffa e poi ci guadagna: illegittimo per Tar e Cga ma si continua come nulla fosse
Tornando alla gara e a quei giorni dell’autunno 2004 quando c’è fretta di dare campo libero al nuovo vincitore, il 9 novembre viene costituita Acquaenna scpa nella quale comincia a mutare, almeno stando alle sigle di nuovo conio, la composizione sociale della cordata che s’è accaparrata la concessione e i cui soci principali sono Agac spa e la catanese Cogen spa operante nel settore delle costruzioni. Per la cronaca Agac è la municipalizzata del Comune di Reggio Emilia poi confluita nel 2010 con aziende di Parma e Piacenza in Enia spa che a sua volta attraverso Arca spa, a capitale misto, diventerà parte di Iren spa che controlla totalmente Ireti spa.
Il 9 novembre 2004 è la data di nascita di Acquaenna scpa. Dieci giorni dopo il presidente del Consorzio Ato Cataldo Salerno è pronto a firmare, con Franz Pier Luigi Bruno, legale rappresentante e amministratore della neonata società, la convenzione che per trent’anni consentirà a quest’ultima di gestire in via esclusiva il servizio idrico integrato che, così come configurato dalla legge Galli del 1994, ingloba l’intero ciclo: captazione, adduzione, distribuzione di acque ad usi civili, di fognatura e di depurazione di acque reflue. Nella convenzione la tariffa viene fissata in € 1,44 al metro cubo al primo anno, crescente fino a 1,68 al decimo anno, 1,73 al tredicesimo anno, poi calante (in ragione dell’ammortamento e della remunerazione degli investimenti secondo la prevista dinamica temporale) a 1,67 al ventesimo, fino a 1,45 al trentesimo. Siamo al 22° anno e l’acqua agli Ennesi dovrebbe costare € 1,66 al metro cubo e invece, come abbiamo visto, la tariffa è volata fino a 5 euro. Attualmente si aggira sui 4,50 euro per il venir meno dell’incidenza delle ‘partite pregresse’, sulle quali torneremo, confermandosi una delle più alte d’Italia e ciò non solo per le pretese di un’impresa che, fisiologicamente, tenda a massimizzare il profitto ma, soprattutto, per una serie sciagurata di scelte compiute dagli enti pubblici e dai loro vertici politici, supinamente eseguite da funzionari asserviti e partecipi di dinamiche che di fatto lasciano la comunità priva di tutela. Abbiamo già accennato in proposito alla pratica perversa delle assunzioni, da parte dei gestori, di amici, parenti e clienti dei titolari del potere – politico, amministrativo o anche sociale nel caso della stampa – di indirizzo, controllo, e vigilanza.
Ad Enna peraltro abbiamo il paradosso di un pubblico impiegato, come il direttore dell’Ati Guccione, che riceve uno stipendio super, pur essendo solo un funzionario titolare di posizione organizzativa, al pari di altri due colleghi, dentro un ufficio che in tutto conta appena dieci dipendenti. Come abbiamo visto la sua retribuzione è più che doppia rispetto a quella non solo del suo pari grado, direttore dell’Ati di Ragusa (nei confronti di questi è più che tripla o quadrupla) ma anche dell’amministraore unico della società di gestione di Ragusa, i famosi contestatissimi 95 mila euro erogati a Poidomani, mentre non sappiamo quanto sia retribuito l’organo di pari funzione (un Cda e non un amministratore unico) in Acquaenna scpa, poichè questo consorzio d’imprese, anche se a parziale capitale pubblico, non ha doveri – neanche morali – nascenti da rapporti di immedesimazione della parte pubblica di tale capitale (Iren ha la sua base in Emilia) con il territorio della comunità degli utenti. In ogni caso questo stipendio di Guccione, erogato dall’Ati così come tutte le spese di tale ente che è solo un’Assemblea dei sindaci, entrano nella tariffa e nelle bollette salate pagate dagli utenti.
Enna da anni è la provincia più povera d’Italia, talvolta penultima o terzultima, per reddito pro capite (€ 13.700) e proprio in tema di acqua vive il paradosso che meglio di ogni altra indagine svela il perché dei suoi mali. Il suo territorio è molto ricco di risorse idriche: qui nascono i principali corsi d’acqua della Sicilia, qui c’è l’unico lago naturale, Pergusa, oltre a sette bacini artificiali – tra i quali quello di Pozzillo, il maggiore dell’isola e il lago d’Ancipa – che accumulano più di un terzo dell’acqua contenuta in tutte le dighe siciliane. Nel contempo proprio in questo territorio, quello dell’Ato5 corrispondente alla provincia di Enna, l’acqua, nella gestione attuale avviata nel 2004, ha il costo più alto d’Italia. Già nel 2019, quando la concessione al gestore Acquaenna ha consumato metà del trentennio previsto e dovrebbe essere al top dell’efficienza dei risultati, lo denuncia Legambiente che certifica un costo medio annuo per singolo utente di € 744, a fronte di investimenti nella rete per 104 milioni di cui 66 su finanziamento pubblico e 38 a carico delle bollette.
In questa classifica negativa, Enna è seguita da Agrigento e Caltanissetta, dove gli enti locali hanno fatto la scelta analoga di dare la gestione del servizio in concessione a privati: ad Agrigento c’è stata una correzione in corsa imposta dalla necessità e non per libera scelta.
Nell’isola pesa anche il costo esoso dell’acqua all’ingrosso, quella fornita da Siciliacque spa, società come abbiamo visto per un quarto partecipata dalla Regione e per tre quarti da privati. E’ il governo-Cuffaro nel 2004 a volere questa privatizzazione attraverso un affidamento per 40 anni, per un canone di appena 5 milioni l’anno fino al 2022 e di 10 fino al 2044. Ma questo canone, se all’inizio viene previsto per non fare sembrare così sfrontato il regalo, a privati, di un bene pubblico così prezioso, in seguito scompare. Praticamente questo concessionario (per tre quarti imprese private, per un quarto la Regione allineata a tale piano di business e complice, in cambio di vantaggi a politici e burocrati dominanti) non paga più nulla.
Nell’isola il gestore del Sovrambito cede l’acqua al prezzo di € 0,70 al metro cubo, una cifra folle ed esagerata se si pensa che a Milano tale fornitura primaria è gratuita e in quasi tutte le altre regioni questo tipo di costo è molto più basso, in media di 8-10 centesimi, fino ad un massimo di 20 e solo in qualche caso di 30. E poi in Sicilia questa tara di 70 centesimi di euro al metro cubo spesso per i gestori d’Ambito diventa alibi e pretesto per moltiplicare ulteriormente i costi, come ad Enna dove l’acqua fornita da Siciliacque è appena un terzo del totale, eppure diventa argomento di giustificazione del prezzo finale imposto sulla totalità dell’erogazione fino a 5 euro al metro cubo.
Inizialamente nel capitale di Idrosicilia spa troviamo il colosso francese Veolia Water St (59,6%), Enel (40%), Emit della famiglia Pisante (0,1%). Peraltro Veolia, fino al 2005, era Vivendi, il colosso legato (14%) al magnate francese Vincent Bellorè, che in Italia ha interessi nelle assicurazioni e nelle telecomunicazioni, con il 14,9% di Telecom Italia e una partnership con Enel per Metroweb nella banda larga. La cassaforte di Bellorè (il cui fatturato è al 27% generato in Africa) è il potentissimo fondo Usa “BlackRock”. Quindi Veolia succede a Vivendi e poi, il 9 giugno 2023, cede a Italgas. In tali avvicendamenti un punto rimane fermo: il socio di maggioranza di Siciliacque mira dritto al profitto con mezzi sbrigativi e, per raggiungere il proprio obiettivo, trova nella Regione Siciliana di Totò Cuffaro (socia al 25%) la spalla ideale e il ‘compare’ generoso. In proposito, non inganni lo 0,1% di Emit, una delle sigle della famiglia Pisante degli imprenditori pugliesi Giuseppe e Ottavio, abilissimi fin dagli anni ’70 (Giuseppe è morto nel 2009) nel guidare cartelli e nell’essere sempre nelle cordate vincenti di gare e appalti nel settore dell’acqua e dei rifiuti. Entrambi arrestati negli anni di Tangentopoli, con le loro vicende e le loro ammissioni raccontano un sistema che, dalla vecchia mafia delle ‘fontane’ pubbliche di un secolo e mezzo fa ad oggi, non è cambiato affatto. In proposito può essere utile rileggere, 17 anni dopo, un articolo di Andrea Palladino e Roberto Lessio pubblicato da Diario il primo marzo 2008. Ci racconta della Emit e dei fratelli Pisante e si imbatte anche in quell’imprenditore di Caltanissetta Pietro Di Vincenzo sul quale torneremo e che, nel 2008, vittima della finta antimafia che in realtà è mafia, è un imputato ingiustamente conndannato in primo grado per concorso in associazione mafiosa (qui l’articolo del Diario). Di rilievo anche un articolo di Gaspare Ingargiola, per quanto datato al 12 novembre 2011, per fare comprendere certe dinamiche nel tempo immutabili (qui l’articolo di Water(on)line).
Siciliacque, mostro concepito e architettato da Cuffaro 21 anni fa, è un flagello per il servizio idrico in Sicilia perchè questa società per azioni in parte gestisce direttamente il servizio e per il resto, come abbiamo visto, fornisce l’acqua all’ingrosso ai gestori che la vendono poi ai consumatori ordinari. In ogni caso Siciliacque impone un prezzo salatissimo, illegittimo, che non ha alcuna giustificazione come dimostra il raffronto con tutte le situazioni simili nelle altre regioni. Peraltro a prendere questa decisione non è solo il gruppo privato Idrosicilia spa controllata da Italgas ma anche la Regione Siciliana (socia al 25% di Siciliacque spa), che però è il soggetto che, per dovere istituzionale di Pubblica amministrazione, dovrebbe essere controparte del suo socio e dispiegare su di esso tutti i poteri di controllo e di vigilanza che le leggi le impongono di esercitare.
Inoltre non può la Regione decidere il prezzo e poi da esso guadagnare: un macroscopico conflitto d’interessi smascherato e sanzionato dal Tar Sicilia il 10 febbraio 2020 con sentenza confermata in appello dal Cga l’8 luglio 2021 – in seguito all’incredibile ostinazione della Regione che ha resistito in giudizio – dal Cga. I giudici amministrativi tolgono così a Siciliacque il potere di decidere le tariffe e lo assegnano alle Ati, le Assemblee territoriali idriche nel rispettivi Ambiti provinciali e all’Arera, Autorità di regolazione. Però mentre a Palermo, la concessionaria d’Ambito Amap (promotrice del ricorso con il Comune di Palermo) ottiene la riduzione, da € 0,70 a 0,30 al metro cubo, altrove il prezzo rimane invariato e non c’è modo di fare rispettare le sentenze. Addirittura nell’Ato di Agrigento scatta la ritorsione perchè subito dopo Siciliacque pretende il pagamento di un debito pregresso di 23 milioni, annunciando, in caso negativo, la riduzione della fornitura al minimo vitale, tra le proteste dei sindaci che però si placano subito quando interviene Schifani: per limitare o contenere le pretese di Siciliacque? Nient’affatto! Al contrario, per concedere un prestito della Regione ai Comuni, con rimborso rateizzato in dieci anni, affinchè possano pagare, tutto e subito, a Siciliacque: in questo modo gli interessi privatissimi del suo azionista di maggioranza sono appagati.
Ciò accade nel silenzio dei sindaci, quasi tutti tranne qualche voce isolata, come denuncia Salvatore Petrotto, consigliere comunale d’opposizione a Racalmuto dopo esserne stato sindaco, vittima del ‘sistema-Montante’ che all’epoca, era marzo 2012, fa sciogliere il Comune con la fantasiosa motivazione di infiltrazioni mafiose ma, in effetti, perchè si opponeva alle pressioni affaristiche e criminali dei ‘signori delle discariche’ nel cuore di Montante. Su Antonio Calogero Montante, agiograficamente appellato in quegli anni ‘Antonello’, non c’è bisogno di soffermarsi perchè è a tutti nota la sua biografia di falsa icona antimafia che con abilità sa cucirsi addosso per scalare le vette del potere e fare affari con metodi criminali. Nella parte finale tuttavia qualche cenno sarà necessario.
Il caso Agrigento: dalla scellerata gestione di Girgenti Acque, sodalizio misto con capitali privati di matrice mafiosa divenuto un sistema criminale, alla scelta tardiva, compiuta nel 2021 per disperazione, di una società in house che però ripropone i vizi di prima. Sullo sfondo l’indagato eccellente Pitruzzella (prosciolto), il ‘Sistema-Montante’, le denunce di Salvatore Petrotto nella Valle dei Templi e di Giuseppe Bruno nell’Ennese
Petrotto, scrittore, blogger e attivista instancabile, ironizza sulle fantozziane genuflessioni di sindaci e deputati a Schifani per il prestito che considera «una subdola messa in scena, di un atto di falsa ed ingannevole generosità, con cui Schifani, dopo averci ridotto alla sete più totale ed averci riempiti di debiti, ha stretto il nodo scorsoio, incaprettando ulteriormente i Comuni agrigentini, per i prossimi dieci anni. E tutto ciò è avvenuto dopo le minacce di farcela pagare a tutti quanti, lasciandoci morire di sete, per non avergli pagato l’acqua che ci ha fornito in questi ultimi quattro anni. Acqua fornita dalla società partecipata dalla Regione Siciliana, ad un prezzo da usurai che, oltre ad essere illegittimo, è del trecento per cento in più rispetto al resto d’Italia».
In questa vicenda, controparte, docile e sottomessa, di Siciliacque è l’Aica, società in house providing costituita nel 2021 nell’Ambito di Agrigento che conta poco più di 400 mila abitanti, per l’erogazione del servizio idrico integrato a gran parte dei 43 comuni (una quindicina provvede diversamente). Quella per una società a capitale totalmente pubblico nella Valle dei Templi non è una scelta della prima ora ma il rimedio, tardivo e disperato, dopo il disastro di Girgenti acque spa sul quale un cenno sarà necessario.
Anche la società in house prosegue nel totale fallimento del servzio perchè i sindaci continuano ad essere in gran parte sensibili agli interessi privati e a quelli della maggioranza politica del governo-Schifaani che, nella terra di Totò Cuffaro, li sostiene, piuttosto che ai doveri del servizio pubblico e perchè la nuova azienda, costituita solo dai Comuni, eredita il personale assunto da Girgenti acque secondo quel gigantesco meccanismo corruttivo che lascia ben pochee voci libere di levarsi con dignità e che è alla base dell’inchiesta shock che decreta la bancarotta e la liquidazione della vecchia società mista dominata, come vedremo, da privati rapaci e disinvolti.
E’ chiaro che ventuno anni dopo quella gara dai mille sospetti, il problema, con i suoi risvolti drammatici, non risiede soltanto in quanto possa essere imputabile al colpo di mano dei vertici del Consorzio Ato nel 2004 ma anche nelle decisioni, soprattutto le omissioni, che nel tempo preservano e perpetuano questo sistema lesivo dei diritti della comunità, nonostante le denunce e le critiche di comitati e movimenti che da tempo portano avanti le ragioni di un malcontento molto diffuso. Tra le voci spicca quella di Giuseppe Bruno, ex vice sindaco di Assoro e delegato provinciale di Assoconsumatori: attivista instancabile, lucido promotore di denunce e iniziative finalizzate al diritto della comunità provinciale di avere un servizio idrico efficiente, sicuro, e al prezzo giusto. Centinaia di segnalazioni e interventi lo rendono una spina nel fianco dei vari sostenitori di un sistema rapace e oppressivo: da un suo coraggioso esposto scaturisce un’inchiesta della magistratura sfociata, il 10 aprile scorso, nel rinvio a giudizio dei vertici di Acquaenna scpa per reati gravi relativi ad una situazione allarmante di inquinameento che Bruno ha il coraggio di denunciare per primo. Il 17 settembre scorso via al dibattimento, con nuova udienza dieci giorni fa, il 3 dicembre, per la definizione delle richieste di costituzione di parte civile. Gli imputati sono 13, accusati a vario titolo di aver causato l’inquinamento di una area sottoposta a vincolo paesaggistico e ambientale e di non aver smaltito correttamente le acque reflue. Inoltre, secondo l’accusa risultano violati alcuni termini del contratto sottoscritto nel 2004 tra l’attuale gestore idrico e l’Ati. E in proposito verrebbe da dire: merito a Bruno, cittadino e attivista esemplare per mero volontariato civile. Ma l’Ati, con i suoi sindaci e i suoi funzionari molto ben stipendiati con i soldi dei cittadini, dov’era?
Acquaenna scpa alla sbarra, accusata di inquinamento ambientale in area a vincolo, smaltimento illecito di rifuti immessi nelle acque ed altri reati: il processo nasce da un esposto di Bruno, semplice cittadino e attivista di Assoconsumatori, mentre l’Ati somiglia alle ‘tre scimmiette’ e neanche si costituisce parte civile
A giudizio il presidente di Acquaenna Franz Pierluigi Bruno; gli amministratori delegati, Stefano Bovis, Alberto Zucchi e Alessandro Rinaldi; il direttore tecnico della società, Alessandro Dottore; il responsabile del settore della depurazione delle acque reflue, Giovanni Gravina, in concorso con la società Euroambiente, con l’accusa di inquinamento ambientale in area sottoposta a vincolo paesaggistico e ambientale e violazione della convenzione con il consorzio Ato 5 , oggi Ati Enna, la quale – contestano inevitabilmente i magistrati – avrebbe imposto al concessionario Acquaenna gli interventi necessari al corretto funzionamento degli impianti per il mantenimento degli standard ambientali.
Sotto processo anche i sindaci di Barrafranca, all’epoca dei fatti Salvatore Lupo e Fabio Accardi, i commissari straordinari dello stesso comune Pio Guida e Antonio Parrinello; Giuseppe Zuccalà, responsabile del IV settore gestione del territorio, Tiziana Falzone, legale rappresentante della società Euroambiente e Acquaenna, sempre per il reato di inquinamento ambientale e per avere smaltito rifiuti senza l’autorizzazione, immettendoli nelle acque superficiali o sotterranee in territorio di Barrafranca.
Se questi sono gli imputati, sorprendono le decisioni sulle parti civili, alcune delle quali escluse senza motivazione convincente. Per esempio tra gli enti pubblici territoriali il Gup individua solo i Comuni di Enna e Cerami, centro con meno di due mila abitanti: eppure proprio dalle indagini preliminari che producono l’esercizio dell’azione penale accolta dal Tribunale “i reati risultano consumati nel territorio di tutta la provincia, che ha un’estensione molto vasta, di 2.575 Kmq”. Ci sono Comuni come Troina che si battono invano senza riuscire nell’intento; altri invece, dopo la decisione del Gup, non si presentano e non perorano la richiesta anche dinanzi al giudice del dibattimento e così rimane solo il Comune di Enna, oltre a tre cittadini, di Barrafranca Nicosia e Regalbuto. Fuori dal giudizio, inopinatamente, l’Assoconsumatori di Pippo Bruno il quale con la sua denuncia-querela presentata il 28 luglio 2017 – seguita il 26 luglio 2018 dall’esposto di due consiglieri comunali del tempo, Davide Solfato e Cinzia Amato, e nel 2019 da quello dei tre cittadini ammessi – ha determinato il processo a carico di Acquaenna. Fuori anche Senz’Acqua Enna di Monia Parlato, attivista che quando nel 2024 scoppia l’emergenza estiva, va a stracciare pubblicamente e platealmente le bollette dando vita al Comitato che cerca di dare voce al malcontento diffuso promuovendo anche una Class Action che pare abbia raccolto migliaia di adesioni e che è in fase di proposizione giudiziale. Alcune esclusioni decise dal Tribunale il 3 dicembre scorso sono motivate con una loro presunta tardività che però non risulta, almeno in alcuni casi come quello del Comune di Troina il quale, non avendo ricevuto alcuna notifica (eppure è uno dei Comuni ricadenti nel territorio danneggiato dai reati oggetto del processo) con il suo legale Walter Giuffrida propone, senza esito, istanza di rimessione in termini. Tanti altri Comuni invece non provano neanche a chiedere la costituzione di parte civile, in coerenza con una ventennale supina acquiescenza all’operato di Acquaenna spa. Che è l’acquiescenza della stessa Assemblea territoriale dei sindaci che infatti non prova, neanche per mera parvenza, a difendere gli interessi dell’utenza e a chiedere di essere ammessa quale parte civile nel processo.
La latitanza e l’omissione complice dell’Ati di Enna e della gran parte dei Comuni al loro interno sono una costante, ma anche rispetto ad un caso certo non ordinario come il processo penale in corso a carico di 13 imputati (9 amministratori e dirigenti di Acquaenna e 4 amministratori comunali) l’Assoconsumatori di Pippo Bruno deve stigmatizzare la rinuncia di molti enti, tranne il Comune di Enna, a costituirsi parte civile: «C’è un interesse, un connubio tra Acquaenna ed i sindaci? Forse gli interessi dei sindaci sono diversi da quelli dei cittadini?» si chiede Bruno che amaramente osserva: «i sindaci e l’Ati idrico mettere la testa sotto la sabbia per non vedere, per non sentire, tanto meno per parlare. Il Corpo Forestale, l’Arpa, il Noe e la Procura hanno messo nero su bianco che il territorio provinciale è inquinato, evidentemente perché il gestore non svolge il suo dovere come prescrive la legge per quanto compete la depurazione delle acque reflue, che poi ci fa pagare in bolletta. Non sanno i sindaci – conclude Bruno – che le sostanze chimiche, nitrati, metalli pesanti sversati nell’ambiente entrano nel ciclo alimentare e da qui nei prodotti che mangiamo?».
Tornando all’azione costante del rappresentante di Assoconsumatori, innumerevoli le battaglie condotte, non solo o non tanto contro i vertici di Acquaenna ma, soprattutto, contro gli organi del Consorzio Ato e dell’Ati che, in quanto rappresentativi e garanti delll’interesse dei cittadini dei venti Comuni, avrebbero il dovere di agire per modificare questo stato di cose e non lo fanno.
Il 19 novembre scorso Bruno lancia un appello con una denuncia precisa: «I cittadini di Nissoria costretti a pagare in bolletta per oltre dieci anni i servizi di depurazione mai effettuati», una situazione che Assoconsumatori definisce una truffa. Secondo Bruno «i sindaci che per statuto dovrebbero controllare il corretto funzionamento dei servizi pubblici mantengono un silenzio preoccupante, mentre quattro istituzioni – Corpo Forestale, ARPA, NOE (Nucleo Operativo Ecologico) e i consulenti del Pubblico Ministero – hanno confermato che il territorio provinciale è inquinato. Solo il Comune di Enna ha chiesto la costituzione di parte civile nel processo, mentre gli altri comuni rimangono in silenzio. L’associazione sottolinea come i metalli pesanti presenti nelle acque reflue non depurate vengano assorbiti dalle piante, rientrando nel ciclo alimentare con potenziali rischi oncologici per la popolazione». Bruno chiede quindi un’assemblea urgente dell’Ati e annuncia che presto la metterà al corrente di altri fatti che le amministrazioni avrebbero dovuto controllare ma di cui non si sono occupati.
Avviene spesso che queste multiutilities, aggiudicatesi una concessione, cerchino di massimizzare il profitto con atti che il concedente dovrebbe contestare, impedire o almeno sanzionare ma non lo fa perché non pochi soggetti titolari di questo potere-dovere sono messi a tacere dalla percezione di un’utilità scabrosa e indebita come l’assunzione di parenti e amici: praticamente comprati nella disponibilità della funzione loro assegnata a tutela degli interessi della comunità contrapposti a quelli dei loro ‘acquirenti’. E’ la situazione in cui non di rado in vari territori si trovano sindaci, consiglieri comunali, politici, burocrati, giornalisti: tutte figure che a vario titolo, negli organi dell’Ati o fuori nel territorio, dovrebbero dare voce alle violazioni degli standard del servizio o alle inadempienze rispetto ai doveri contrattuali del gestore e non lo fanno. Ciò è pienamente riscontrabile ad Enna proprio in relazione al servizio idrico integrato affidato nel 2004 e non c’è categoria, dai politici ai giornalisti, che sia totalmente esente.
E così accade che una figura come Pippo Bruno, nonostante la verità palpabile delle sue denunce, non trovi, laddove risiede il potere di agire a tutela dei cittadini, orecchie disposte ad ascoltarlo.
A giugno scorso, sempre grazie all’azione instancabile di Bruno, si tiene una riunione dei sindaci dell’Ati – su richiesta di quelli di Assoro, Troina, Barrafranca, Leonforte e Sperlinga – sul tema della necessità di rescissione della concessione ad Acquaenna finalmente reso attuale da dichiarazioni di tale volontà da parte dei sindaci di tre comuni, Agira, Enna e Valguarnera. Ma poi non succede niente.
Poi, a settembre scorso la dirigenza nazionale di Assoconsumatori deposita presso il Tribunale di Enna un’azione inibitoria ex art. 140, comma 8, del Codice del consumo, per fare cessare al gestore del servizio idrico, la fatturazione delle partite pregresse. E’ sempre Bruno in prima linea a battersi, a stimolare l’Ati perchè esca dalla sua inazione e a sensibilizzare la comunità: «Constatato il silenzio, assordante, di certa politica rappresentata dai sindaci del territorio, oggi, l’avvocato designato dalla presidenza nazionale Asso-Consum, Ilaria Di Simone, ha depositato l’azione inibitoria, presso il Tribunale di Enna, al fine di far cessare, sulla base dell’ordinanza della Cassazione n.17959/2021, delle sentenze del Tribunale di Enna, delle violazioni della delibera dell’ARERA n.643/2013, l’inserimento delle c.d. “partite pregresse” nelle fatture del servizio idrico gestito dalla società Acquaenna Scpa. Un’azione sociale iniziata e portata avanti con impegno e dedizione al fine di garantire il rispetto delle leggi dello Stato italiano e dei diritti dei cittadini-utenti, purtroppo vessati in questi anni da continue minacce di distacco del servizio qualora non fossero state pagate le somme imputate dalla società Acquaenna come partite pregresse, ritenute dalla nostra Associazione, come confermato da copiosa giurisprudenza, illegittime».
Quella volta che l’attivista Bruno scoprì le inadempienze milionarie della società di gestione a cui pertanto doveva essere revocata la concessione. E invece spunta un commissario (Pietro Lo Monaco, già coautore con il giurista Pitruzzella del parere pro-ribaltone) nominato dalla montantiana Mariella Lo Bello per graziare l’impresa e ancora oggi gli utenti ne piangono le conseguenze
Quello di Bruno è uno sfogo ma è anche una denuncia lucida di fatti precisi. In pratica non solo l’Ato, l’Ati, l’ufficio diretto da Guccione e i vertici politici – in particolare la Provincia fino al 2015, i Comuni da sempre – non hanno mai difeso i cittadini e hanno invece consentito che il gestore agisse impunemente in violazione dei loro interessi. Ma quando Assoconsumatori scopre quella macroscopica inadempienza che consentirebbe agevolmente la rottura del rapporto contrattuale e la cacciata del concessionario, purtroppo la pratica collusiva continua, peraltro con una messinscena spregevole e beffarda.
In questo capitolo abbiamo attinto ai documenti del tempo relativi agli interventi di Bruno ma sui fatti narrati torneremo, in particolare sugli atti del commissario Lo Monaco, nominato da Mariella Lo Bello figura molto cara a Montante all’interno del governo-Crocetta, e sulla singolare tempistica per graziare il gestore privato e, addirittura, in seguito azzerare quell’onere annuale a suo carico da 644 mila euro previsto nella convenzione.
Le vessazioni infflitte agli utenti ennesi nel silenzio complice dell’Ati che avalla ogni pretesa del gestore: dalle ‘partite pregresse’ (22 milioni reclamati grazie ai falsi dati nel Piano d’Ambito) all’aumento della quota fissa. Su ogni questione Guccione esibisce il parere legale del suo avvocato di fiducia, sempre lo stesso, all’Ati di Enna e a Iblea Acque, ed anche nelle sue cause di lavoro con la Regione, quale precario in cerca di stabilizzazione e contro la decadenza dal servizio
Sulla vicenda di Acquaenna ci siamo soffermati solo perché era utile e necessario conoscere l’esperienza di 17 anni, dei 21 complessivi, di questa gestione (pardon l’esperienza di controllo su tale gestione) il cui portato è tutto ciò che può recare in dote a Ragusa il nuovo amministratore unico di Iblea Acque Stefano Guccione. Nei 21 anni di gestione, e nei 17 durante i quali a dirigere l’Ati ennese c’è il funzionario ora divenuto amministratore unico di Iblea Acque a Ragusa, mai una multa inflitta ad Acquaenna, né una contestazione, un’intimazione o qualsivoglia iniziativa per richiamare la concessionaria al rispetto di obblighi vincolanti posti dalla convenzione vigente, pur di fronte a palesi inadempienze; a pretese esorbitanti e a tariffe troppo care quali corrispettivo di un pessimo servizio; all’inquinamento oggetto del processo penale e da molto tempo prima oggetto anche di precise denunce pubbliche note a tutti e, soprattutto, agli uffici e agli organi dell’Ato fino al 2021 e dell’Ati successivamente.
Anzi, poichè Guccione non risponde alle tante domande che gli abbiamo posto sui fatti e sui temi oggetto di questo articolo, possiamo solo – sulla sua linea di condotta nella qualità di direttore dell’Ati Enna, tenuta a tutelare gli interessi della comunità rispetto alla concessionaria Acquaenna scpa – riferire quanto risulta a coloro che nel tempo hanno cercato di operare per tali interessi. Ne emerge la sensazione diffusa di percepire Guccione come una sorta di uomo di fiducia di Acquaenna, anzichè il funzionario dell’Ati posto a presidio delle comunità rappresentate e amministrate dagli enti in essa riuniti. Ovviamente a Guccione non manca qualche attenuante, come quella di essere allineato ai tanti enti – la Provincia e diversi Comuni fino al 2015, poi solo questi ultimi – che di fatto tradiscono continuamente il loro dovere politico, istituzionale e amministrativo, in pratica ispirando e assolvendo la condotta del funzionario.
Gli esempi sono tanti ma possiamo solo accennarne a qualcuno. Una delle tante leve di aumento delle tariffe è quella azionata sulle quote fisse, infatti più che raddoppiate. Quando il tema viene posto all’ordine del giorno dell’Assemblea del Consorzio Ato la Provincia, allora a guida centrodestra con il presidente Giuseppe Monaco, vota sì e tutti gli altri Comuni, a parte il capoluogo guidato da Maurizio Di Pietro (sindaco dal ‘2015; predecessori Paolo Garofalo, Pd, dal 2010; Rino Agnello, Ppi-Margherita dal 2005) sono assenti in massa, ognuno per qualche motivo, spesso particolare, come il beneficio dell’assunzione di amici e parenti nella cerchia di chi decide la posizione degli enti e ne detta la linea, la Provincia innanzitutto con il suo peso del 50% sul totale fino al 2015, poi solamente i Comuni.
Stesso clichè su una vicenda cruciale come quella delle partite pregresse che frutta al gestore la pretesa – del tutto arbitraria – di 22 milioni di euro. Essa nasce dal mancato guadagno per la sovrastima del Piano d’Ambito, stilato per un fabbisogno doppio di quello reale. Se il diritto ad un ristoro per tale mancato guadagno avesse un fondamento, dovrebbero risponderne coloro che fornendo dati falsi hanno fatto stilare quel piano (figure ricadenti negli organi amministrativi e politici degli enti), ma di certo non si tratta di una voce di costo ammissibile nella tariffa. E invece è proprio ciò che succede. E ogni qualvolta l’Ati discute temi che tocchino gli interessi diretti di Acquaenna in conflitto con quelli degli utenti, il direttore Guccione si presenta con un parere di un legale palermitano Stefano Polizzotto nel cui curriculum è ben evidenziata «l’attività di difensore e di consulente legale, anche in collaborazione con il prof.avv. Giovanni Pitruzzella in favore di numerosissimi enti pubblici e soggetti privati, occupandosi in maniera approfondita di problematiche di diritto amministrativo riguardanti
l’ambito dei servizi pubblici locali…». Su Pitruzzella, che abbiamo incontrato quale deus ex machina che ribalta l’esito della gara dirottando la concessione dalla Di Vincenzo all’Agac, dovremo tornare. Qui è utile rilevare che non c’è pratica, parere, procedimento, assistenza legale di qualsivoglia natura, che Guccione non affidi a Polizzotto (quando il nome è diverso, si tratta di collega dello stesso studio). In effetti Polizotto è il legale personale di fiducia di Guccione, tant’è che lo assiste anche nelle sue vicende personali di contenzioso con la Regione sia dinanzi al Tribunale civile che a ai Giudici amministrativi. E Polizotto è il legale incaricato anche da Guccione nella sua nuova veste di amministratore unico di Iblea Acque spa per affari riguardanti la società in house ragusana.
Tornando ad Acquaenna, tutte le volte che l’Ati debba valutare una questione riguardante la difesa dell’interesse degli utenti, ecco Guccione esibire un parere legale del suo avvocato di fiducia che solitamente riconosce e avalla le richieste del gestore, ovviamente senza mai un’obiezione da parte della stragrande maggioranza degli enti. In effetti ci sarebbe la minoranza che però quando non scompare per scelta, viene di fatto esclusa o messa a tacere. E’ il caso del Comune di Enna, uno dei pochi ad apparire di sovente critico rispetto alle pretese del gestore. E così quando occorre una commissione per valutare l’impatto – sulla convenzione Ato5En-Acquaenna scpa che regola il servizio idrico – della normativa che dispone il subentro delle Ati agli Ato, con la possibilità che si intervenga a tutela degli utenti, a farne parte sono chiamati tre comuni – Nicosia, Regalbuto, Valguarnera, 24 mila abitanti in tutto – certo non tra i maggiori ma tra i più allineati, mentre viene escluso proprio il capoluogo dimostratosi, al pari di come altri come Troina, meno disponibile ad assecondare gli interessi del gestore. E infatti quei tre comuni prescelti si segnalano o per la loro assenza o per la loro presenza acquiescente.
Quando poi scatta la gravissima emergenza estiva con i rubinetti a secco per intere settimane e, in occasione di riunioni nella sede dell’Ati, qualcuno chiede del piano d’emergenza che Acquaenna ha il dovere di tenere sempre pronto, Guccione rassicura ma in effetti quel piano non viene mostrato a nessuno e di una sua qualsivoglia applicazione per fronteggiare la grave carenza non risulta traccia.
Per completezza, dalle tante tesimonianze raccolte risulta che Guccione non manchi di consentire l’accesso alla visione degli atti richiesto da quei pochi soggetti che, come Bruno, si battono a tutela della comunità degli utenti. Ma per il resto nulla, né da parte sua, dirigente degli uffici, né da parte degli organismi di vertice dell’Ato prima e dell’Ati dopo.
La folgorante carriera di Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, avvocato dello Stato italiano nella Corte europea di giustizia e da due anni giudice della Corte Costituzionale. Indagato nell’inchiesta su Girgenti Acque, viene prosciolto ma, da membro dell’Autorità Garante, prendeva soldi e curava affari che non avrebbe potuto: a pena di decadenza, mai avvenuta. Anzi, dopo viene premiato con nomine ancora più prestigiose e pesanti. Al vertice dell’Antitrust lo porta Schifani (poi co-imputato, non condannato ma neanche assolto, di Montante) e per la Consulta ci prova senza riuscirvi Angelino Alfano (il ministro genuflesso a Montante) mentre è Mattarella a consegnargli la poltrona più ambita da ogni costituzionalista
Ora, un breve cenno a due figure nelle quali ci siamo imbattuti a proposito del giallo della gara del 2004 per l’affidamento del servizio idrico in concessione: Giovanni Pitruzzella, giurista esterno ingaggiato per acquistare il parere utile a proclamare vincente l’impresa perdente, e Pietro di Vincenzo, l’imprenditore beffato, a capo del raggruppamento d’imprese ch’era stato proclamato vincitore dalla commissione giudicatrice a conclusione del procedimento.
Il primo, 66 anni, palermitano – giudice in carica della Corte costituzionale – è un avvocato e docente universitario, esperto di diritto degli appalti pubblici, ben piazzato ai vertici di importanti organismi istituzionali dove arriva offrendo consulenze, sempre ben pagate, in ogni stagione politica. Nel ’91 assiste il Comune di Palermo nella predisposizione dello Statuto: si è appena conclusa la ‘primavera di Palermo’, Leoluca Orlando ha gettato la spugna, osteggiato dal suo stesso partito, la Dc che al suo posto di sindaco ha messo il doroteo Domenico Lo Vasco, vicino al ministro Antonio Gava. Subito dopo Pitruzzella è consulente del governo nazionale, dal 1993 al ’96, in varie materie e dipartimenti, ma anche di presidenti e regionali, in Sicilia – dove assiste per esempio sul dossier energia da idrocarburi, il governo del Dc Matteo Graziano dal ’95 al ’96 – e in Sardegna dove nel ’94 conquista la cattedra di professore ordinario a Cagliari e dove dal ’96 al ’97 collabora in tema di appalti, servizi pubblici, energia, con la giunta di Federico Palomba, magistrato, poi parlamentare dell’Italia dei valori.
Eccolo ancora nel 1998 nel gruppo di lavoro, per l’attuazione della legge-Bassanini su semplificazione amministrativa e decentramento; dal ’98 al ’02 lavora per il governo regionale siciliano di Angelo Capodicasa (Pds), per quelli di Vincenzo Leanza (Dc, poi Cdu, quindi Fi) e Totò Cuffaro (allora Cdu, peraltro assessore anche nella prima giunta guidata da un ex Pci); presiede la commissione paritetica per le norme di attuazione dello Statuto siciliano e dal 2002 al 2004 quella, sullo stesso tema, dell’Assemblea regionale siciliana guidata da Guido Lo Porto di An e già deputato del Msi alla Camera fin dal ’72; dal 2000 al 2004 è nel comitato scientifico del Formez, l’ente di formazione che espleta migliaia di concorsi pubblici; dal 2003 al 2004 presta i suoi servizi al ministro per gli Affari regionali Enrico La Loggia (secondo governo-Berlusconi).
La sequenza di incarichi e consulenze che Pitruzzella riceve da enti e organismi politico-istituzionali è fittissima, spaziando ancora dalla giunta regionale presieduta da Raffaele Lombardo e dall’assessorato del suo vice, il forzista Giambattista Bufardeci, all’Ias spa di Siracusa (Istituto acque siracusane) in seguito coinvolto nell’inchiesta sul ‘Sistema-Montante’, alla Sogeas Ato idrico di Siracusa, all’Ast (Azienda siciliana trasporti) durante i governi di Cuffaro e ancora di Lombardo, all’Istituto San Raffaele di Cefalù, e poi ancora i Comuni di Alcamo e Trapani, l’Ato idrico di Palermo quando sindaco è Diego Cammarata e presidente della Provincia Francesco Musotto (entrambi di Fi), la Gesap (Società di gestione dell’Aeroporto di Palermo), Siciliacque spa messa in campo nel 2004 da Cuffaro con un appalto di 40 anni e la beffa per la Sicilia soggetta ad acquistare l’acqua all’ingrosso più cara d’Italia; ancora Api Holding, Gruppo Erg, Università di Pisa e, dal 2005 l’Università Kore di Enna per la quale si troverà imputato in un processo penale, ed ancora Ministeri e Assessorati regionali vari, oltre ad una folgorante carriera universitaria (professore associato a 27 anni e, come abbiamo visto, ordinario di Diritto costituzionale a 35), uno studio con un esercito di avvocati a Palermo e a Roma, un’intensa attività editoriale in campo giuridico che lo aiuta a collezionare una lunga serie di nomine, come presidente o componente, in organismi multiformi di saggi ed esperti per le finalità più disparate: dall’attuazione dello Statuto siciliano cui abbiamo già accennato, a quella per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali, o a quella del Quirinale per le riforme economiche.
Da due anni Pitruzzella è giudice della Corte costituzionale, per decreto di Mattarella che a novembre 2023 lo nomina offrendogli una poltrona sulla quale otto anni prima ha tentato invano di sedere per via parlamentare. E’ il partito di Angelino Alfano, in quel momento denominato Area popolare, ‘azionista’ di maggioranza del governo Renzi, a candidarlo a novembre 2015 ma per due volte fallisce l’obiettivo, per 80 voti al primo tentativo e per 100 al secondo, prima di ritirarsi. Ciò che non riesce ad Alfano con manovre parlamentari è possibile ovviamente a Mattarella con i soli suoi poteri monocratici di capo dello Stato. Peraltro nel 2015 Pitruzzella è già seduto su una poltrona importante, quella di presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, carica ricoperta dal 2011 al 2018 per volere di Renato Schifani allora presidente del Senato il quale, congiuntamente con il presidente della Camera Gianfranco Fini, lo designa: è sufficiente l’ok dei due presidenti e Schifani, che tiene tanto a quella nomina, convince Fini. Due figure politiche e istituzionali di peso per molti anni in Italia – Schifani e Alfano – si spendono molto per il giurista palermitano, il primo facendolo accomodare sulla poltrona di comando dell’Antitrust che governa dinamiche di grande peso nell’economia e nella finanza, il secondo tentando di assegnargli un posto nella Corte costituzionale: missione fallita ma, otto anni dopo come abbiamo visto, rimedia Mattarella. Per la cronaca Schifani, imputato nel processo Montante quale suo complice con l’accusa di concorso in associazione a delinquere e rivelazione di segreti d’ufficio, è salvato dalla prescrizione come vedremo, mentre Angelino Alfano, nello stesso scenario svelato dall’inchiesta, è il ministro ‘istituzionalmente genuflesso’ al falso imprenditore antimafia nal quale ‘mai avrebbe potuto dire di no’ come è scritto nella senyenza di un Tribunale della Repubblica.
Tornando a Pitruzzella, due mesi prima di lasciare la presidenza dell’Antitrust per scadenza del mandato settennale, a ottobre 2018 ne ottiene un’altra non meno prestigiosa: quella di Avvocato generale dello Stato italiano presso la Corte di giustizia dell’Unione europea. E già a ottobre 2023 viene riconfermato per un mandato-bis di sei anni, dal 2024 al 2030, ma un mese dopo Mattarella lo dirotta alla Consulta, l’empireo dei sogni e delle ambizioni di ogni costituzionalista.
Una carriera invidiabile quella di Pitruzzella, molto al di là dei vantaggi di poltrone ben remunerate: 20 mila euro al mese quella di Garante dell’Antitrust, 19 mila euro al mese quella di Avvocato dello Stato dinanzi alla Corte Ue, 30 mila euro al mese quella di giudice della Corte costituzionale. Ma questo non significa che il giurista palermitano si accontenti di esercitare solo questi ruoli e, per il resto, se ne stia con le mani in mano inchiodato all’esclusività di mandati così prestigiosi. La sua passione per il lavoro e ciò che ne consegue lo porta ad essere sempre attivo come si apprende dalle inchieste giudiziarie che lo coinvolgono, anche quando cariche come quella di presidente di un’Autorità Garante gli imporrebbero di tralasciare ogni altro affare.
Le inchieste in cui incappa e dalle quali esce intonso sono due. La prima diventa pubblica, in occasione della notifica di un decreto di proroga delle indagini, quando Pitruzzella è presidente dell’Antitrust e riguarda la società Girgenti Acque spa. Con lui sono indagati in 92 tra cui Angelo Alfano, padre dell’allora ministro degli Esteri Angelino, nonchè l’ex presidente della Regione Raffaele Lombardo, l’allora presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gianfranco Miccichè, il prefetto Nicola Diomede, il deputato alla Camera Francesco Scoma, altri politici, burocrati, giornalisti. Nel mirino degli inquirenti, che fanno arrestare gli otto componenti della società di gestione del servizio idrico colpita a novembre 2018 da interdittiva antimafia, l’omessa depurazione delle acque ed un giro di corruttela intorno ad un malaffare consolidato. Pitruzzella deve rispondere di concorso nell’associazione per delinquere finalizzata a vari reati contro la pubblica amministrazione, l’ambiente, la fede pubblica, il patrimonio: è in tale condizione di indagato che, l’8 ottobre 2018, comincia il servizio di Avvocato generale dello Stato italiano presso la Corte di giustizia europea, condizione di indagato che conserverà fino a luglio 2023, quindi per gran parte del mandato che espleterà fino a novembre ’23 quando, pur riconfermato fino al 2030, lascia per andare alla Corte costituzionale.
Poiché a venire in rilievo per quanto di pubblico interesse non sono, solo, i reati, ma i fatti, a prescindere da possibili implicazioni giudiziarie, ecco cosa si apprende da quell’inchiesta.
Il 25 giugno 2021, quando Pitruzzella da tre anni rappresenta lo Stato italiano alla Corte di giustizia europea, il settimanale l’Espresso si sofferma su quel nome pesante nell’inchiesta la quale «ad Agrigento ha svelato il malaffare nella gestione del servizio idrico nella provincia, con le tariffe alle stelle e interi quartieri che ricevono l’acqua anche una volta ogni tre giorni. Pitruzzella è accusato dalla procura di Agrigento di aver aiutato il presidente della Girgenti acque, Marco Campione, a far passare un aumento delle tariffe all’Autorità per l’energia e il servizio idrico. Il tutto mentre Pitruzzella era però non un libero professionista, ma il presidente dell’Autorità Garante della concorrenza. In cambio avrebbe ricevuto da Girgenti acque compensi pregressi che attendeva di incassare da tempo, anche se i pubblici ministeri non hanno trovato le lettere di incarico. Oggi – prosegue l’Espresso – Pitruzzella è Avvocato generale alla Corte di giustizia europea, traguardo raggiunto veleggiando bene nei mari della politica che conta, di centrodestra in gran parte, e sapendosi muovere nei palazzi del potere, quello vero. In Sicilia, ai tempi del governo Cuffaro, il suo studio era uno dei più importanti e non c’era grande azienda pubblica o para-pubblica che non conferisse un incarico all’avvocato. Pitruzzella è stato consulente giuridico anche del governo Lombardo e dell’Assemblea regionale siciliana. Poi il salto a Roma, quando il centrodestra era davvero potente e presiedeva il Senato Renato Schifani, che lo indica alla guida dell’Antitrust. Ma ogni tanto le vicende e le frequentazioni siciliane lo costringono a ritornare al passato. Secondo i magistrati, le intercettazioni del presidente di Girgenti Acque, Marco Campione, svelerebbero ‘una attività a tutela dell’azienda idrica che Pitruzzella avrebbe tenuto con il presidente dell’Autorità per l’Energia Elettrica il Gas e il servizio idrico presieduta allora da Guido Bertoni’. Questa Autorità aveva sollevato più di un dubbio su come era stata fissata la tariffa, in aumento, per il servizio idrico ad Agrigento e provincia. Un problema per Campione, che così vedeva ridursi il fatturato dell’azienda che aveva avuto in gestione per 30 anni il servizio idrico dall’Ato: anche qui con procedure sulle quali adesso gli inquirenti stanno sollevando più di una anomalia».
«Tornando a Pitruzzella e ai problemi con l’Autorità per l’energia – prosegue l’Espresso – gli inquirenti registrano un incontro a Roma, nel 2014, quando l’avvocato palermitano è a capo dell’Autorità Garante della concorrenza, proprio nel suo ufficio nella sede dell’Antitrust, tra Campione, Pitruzzella e Salvatore Gabriele, l’ex sindaco di Pantelleria, isola dove da anni l’avvocato passa le vacanze. Scrivono i pm: “Circa l’esito di tale incontro, troviamo preziose indicazioni allorquando Salvatore Gabriele comunicava a Campione che Pitruzzella aveva incontrato “quelli dell’Autorità e la prossima settimana vedrà cosa hanno fatto, specificando che gli ha passato anche la documentazione”… Dalla conversazione si ricava che il professore Pitruzzella aveva passato anche documenti non limitandosi quindi a un mero intervento verbale». In un altro dialogo – ricorda l’Espresso – Campione collegava esplicitamente l’intervento di Pitruzzella a suo favore presso l’Autorità per l’energia con la chiusura de “la vicenda legata alla… la fattura che aveva fatto…“: «Come se tra Campione e Pitruzzella vi fossero delle questioni economiche in piedi che dovevano ancora chiudersi», scrivono gli investigatori. E infatti qualche pendenza c’era. Scrivono i pm: «Quello stesso giorno il Pitruzzella emetteva nei confronti di Girgenti Acque una fattura da 50 mila euro per precedenti lavori con Girgenti. La fattura veniva saldata a mezzo bonifico bancario di euro 42.752,00 effettuato presso la Banca San Francesco-Credito Cooperativo di Canicattì il 20 ottobre, cioè il giorno prima la materiale ricezione da parte della Girgenti della fattura. Tra la documentazione acquisita dalla Polizia Giudiziaria presso gli uffici della Girgenti spa non è stato rinvenuto alcun atto attestante il conferimento del suddetto incarico professionale all’avvocato Pitruzzella, né copia di atti prodotti dal professionista a supporto dell’attività svolta nel giudizio, per il quale è stato retribuito».
Insomma quell’intervento di Pitruzzella produce l’immediato pagamento in suo favore di fatture per parcelle relative a prestazioni pregresse ma non si trovano lettere o mandati d’incarico e a pensar male qualcuno avrebbe potuto ipotizzare che non vi fossero e che quei pagamenti potessero avere altra natura ma queste già allora rimangono supposizioni inesplorate. Però una cosa è certa. In ogni caso i pm sottolineano che i componenti dell’Antitrust “non possono esercitare, a pena di decadenza, alcuna attività professionale o di consulenza; e che l’Autorità ha “diritto di corrispondere con tutte le pubbliche amministrazioni e con gli enti di diritto pubblico, e di chiedere ad essi, oltre a notizie ed informazioni, la collaborazione per l’adempimento delle sue funzioni”. In sostanza il Presidente dell’Antitrust in carica non può svolgere altre attività professionali o di consulenza e, inoltre, può chiedere notizie e informazioni ad altre amministrazioni soltanto per l’adempimento delle sue funzioni. Secondo la procura di Agrigento inoltre Pitruzzella avrebbe dato «una mano a Campione ad acquisire informazioni utili sulla vendita di quote di Siciliacque (società che gestisce il cosiddetto “Sovrambito” idrico, cioè le grandi condotte, le dighe e i potabilizzatori nella Regione Sicilia)» e si sarebbe impegnato «a dare una mano a Campione ad acquisire informazioni utili su una gara per la gestione del Servizio Idrico Integrato della Provincia di Palermo, anche attraverso persone vicine all’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando».
Molta stampa tende a minimizzare: ovvio che le imputazioni non siano condanne, ma i fatti di pubblico interesse non vanno mai sottaciuti anche quando non vi sia alcuna rilevanza penale e in questo caso c’è, eccome, fino al proscioglimento dell’illustre imputato. Ma gli elementi essenziali della vicenda trovano un certo spazio su alcune testate. Giornale di Sicilia: secondo la Procura Pitruzzella «si impegnava a compiere atti contrari ai suoi doveri d’ufficio a favore della Girgenti acque» e in particolare «si impegnava a dare una mano a Campione ad acquisire informazioni utili sulla vendita di quote di Siciliacque». Quest’ultima è la società che gestisce il cosiddetto ‘Sovrambito’ idrico, cioè le grandi condotte, le dighe e i potabilizzatori. La Procura aggiunge che in cambio dei favori, Pitruzzella ha ricevuto, “su ordine diretto di Campione 50.752 euro nel 2014”. La somma è stata documentata con fattura ricevuta il 20 ottobre 2014 ed emessa da Pitruzzella, con causale “Prestazioni professionali nei giudizi Acoset Spa contro Comune di Palma Montechiaro”. La Procura aggiunge un pagamento di 25.376 euro nel 2015, sempre dietro fattura per prestazioni professionali.
Il 18 luglio 2023 Pitruzzella ed altri vengono prosciolti, mentre 23 imputati sono rinviati al processo e qualcuno viene salvato dalla prescrizione come l’ex presidente della Provincia di Agrigento, Eugenio D’Orsi, accusato di corruzione per avere, in particolare, “barattato l’aumento delle tariffe idriche, in qualità di presidente dell’Ato idrico, con alcuni contratti di lavoro per il figlio, attuale consigliere comunale di Palma di Montechiaro”.
Ecco, queste parole vanno memorizzate e tenute presenti: barattare l’aumento delle tariffe a carico di tutti gli utenti con i contratti di lavoro per il figlio. Una pratica criminale, devastante, spregevole, quasi mai perseguita o colpita penalmente con condanne e quasi mai neanche denunciata. Ecco è qui, in questo circolo perverso, la spiegazione di gran parte dei mali provenienti dal saccheggio delle risorse pubbliche il quale penalizza soprattutto i meno abbienti, i deboli, i fragili.
Per la cronaca va aggiunto che da quell’inchiesta non sortisce alcuna condanna: solo archiviazioni, proscioglimenti (taluni per prescrizione) e, per i 23 imputati ancora a giudizio, tutti di secondo piano a parte Campione, la lentezza di un processo che alle vittime di una così vasta vicenda criminale – la collettività e il bene pubblico – non lascia sperare nulla di buono.
Con Pitruzzella anche gli altri imputati eccellenti escono dal processo avente ad oggetto un ‘sistema’ guidato da Marco Campione, ex presidente della Giregnti acque spa: una presunta associazione per delinquere in grado di corrompere pubblici ufficiali e politici ma anche dedita a reati di natura societaria, ambientale e contro la pubblica amministrazione.
Di recente, il primo dicembre scorso, la Corte d’Appello conferma il proscioglimento – impugnato dalla Procura – di Gianfranco Miccichè, Francesco Scoma, Eugenio D’Orsi, Nicola Diomede e, per alcune imputazioni (tre ipotesi di corruzione) dello stesso Campione. La richiesta di rinvio a giudizio è così respinta perchè i giudici dichiarano inutilizzabili gran parte delle intercettazioni disposte in altro procedimento. L’indagine sul gruppo Campione, infatti, nasce da un’iniziativa della Direzione distrettuale antimafia di Palermo che – in origine – ipotizzava reati quali il concorso esterno in associazione mafiosa e l’intestazione fittizia di beni. Il fascicolo è poi stato trasferito ad Agrigento. E qui purtroppo si disperde, si dissolve, perde consistenza, si sparge in mille rivoli. Da tempo ad Agrigento la Giustizia è un malato grave, gli uffici – sia inquirenti che giudicanti – sembrano incapaci di fornire risposte adeguate: casualità, sfortuna, o fattori strutturali magari legati a certe cointeressenze inquinanti e a commistioni d’interessi inconfessabili potrebbero aiutarci a trovare una risposta più logica e convincente?
In particolare l’ex prefetto Nicola Diomede è prosciolto dall’accusa di concorso esterno in associazione per delinquere. Gli inquirenti gli contestavano di aver “salvato” l’azienda idrica di Campione da una interdittiva antimafia. Miccichè e Scoma – anche loro prosciolti – erano accusati di finanziamento illecito ai partiti per aver ricevuto rimborsi di viaggi e spese. All’ex presidente D’Orsi, invece, veniva contestato il reato di corruzione poiché – secondo la tesi dei pm – avrebbe “ritoccato” le tariffe idriche in cambio dell’assunzione a Girgenti Acque del figlio.
Pitruzzella invece, uno degli imputati eccellenti, viene prosciolto in sede di udienza preliminare quando per lui non viene deciso il rinvio a giudizio senza impugnazione della Procura ma, tralasciando doverosamente le ipotesi d’accusa archiviate, rimane un fatto incontestabile: Pitruzzella, in quanto membro – addirittura presidente – di un’Autorità Garante come l’Antitrus, non avrebbe potuto ricevere incarichi professionali (se li ha ricevuti, di certo sappiamo solo che ha preso soldi) e non avrebbe potuto percepire alcuna somma a titolo di parcella, se parcella è stata. Il che, però, non gli ha impedito di sfuggire alla decadenza dalla carica prevista per legge e di portare avanti il mandato fino alla scadenza, né, subito dopo, di essere nominato Avvocato generale dello Stato italiano dinanzi alla Corte di giustizia dell’Ue, né, ancora dopo, di conservare i titoli morali per i quali il presidente della Repubblica Mattarella potesse addirittura nominarlo giudice della Corte costituzionale, carica che potrà ricoprire fino al 2032 e che, con tutta probabilità, gli consentirà anche di presiedere la Consulta.
L’affaire-Girgenti Acque, l’inchiesta che investe tra gli altri Miccichè, Lombardo, Pitruzzella e che abbatte il sistema criminale, ruotante sulla società di gestione del servizio idrico, creato da Marco Campione, amico di Angelino Alfano, cresciuto in volume d’affari mettendo le mani sulle aziende di Filippo Salamone (fratello del magistrato accusatore di Antonio Di Pietro) re della combine degli appalti pubblici e distributore di miliardi a politici e partiti (coinvolto a suo tempo anche l’allora parlamentare Sergio Mattarella). Dopo la bancarotta di Girgenti Acque, nasce Aica, società interamente pubblica nella quale ha un posto di rilievo Maria Grazia Brandara, nota per una carriera politica al seguito di Cuffaro, Miccichè e Crocetta e, soprattutto, per la borsa piena di soldi consegnata a Montante nelle gesta, intercettate, di ‘Marì e Mariè’: Brandara appunto, e Mariella lo Bello, pilastro della giunta-Crocetta e per tre anni anche vice presidente.
Prima di accennare in breve all’altro caso giudiziario che vede coinvolto Pitruzzella, qualche notazione finale su Girgenti Acque va fatta. A capo della società mista costituita nel 2007 dall’allora Provincia di Agrigento e dai 43 comuni riuniti nel Consorzio Ato, per la gestione del servizio idrico integrato, c’è Marco Campione, agrigentino, ex piccolo commerciante al dettaglio di materiale elettrico, cresciuto via via in volume d’affari fino a compiere il salto di qualità quando, con i suoi quattro fratelli, tutti aventi nomi di battesimo che cominciano con M, rileva le aziende dell’imprenditore Filippo Salamone, caduto in disgrazia dopo essere stato a capo di un gruppo capace di fatturare migliaia di miliardi di lire nel settore delle costruzioni. Arrestato nel 1997, reo confesso e condannato, Salamone svela un sistema di combine degli appalti pubblici sotto la regia del cosiddetto ‘ministro dei Lavori pubblici di Cosa Nostra’ Angelo Siino e dichiara che ottiene appalti per mille miliardi di lire distribuendone una trentina ai partiti: in molti casi seguono i riscontri e comunque, complessivamente, la sua collaborazione si rivela utile e attendibile.
Salamone, così come confermato anche da un esponente scudocrociato allora potente come l’ex presidente della Regione Rino Nicolosi pagava numerosi esponenti di partito, soprattuttto Dc e Psi, e tra i numerosi beneficiari spunta anche il nome di Sergio Mattarella il quale, da imputato, se la cava perchè dei 50 milioni in contanti che Salamone afferma di avere versato non c’è prova mentre questa viene limitata ad una cifra inferiore compatibile con il tetto ammesso per il finanziamento ai partiti. In proposito può essere utile richiamare un articolo de Il Fatto quotidiano del 29 gennaio 2015, quando Mattarella è candidato per la prima volta al Quirinle, contenente anche una dichiarazione dell’interessato (qui l’articolo sulle accuse a Mattarella e la sua replica) ed una ricostruzione dei fatti contenuta in un’interrogazione parlamentare del tempo con riferimento alle polemiche tra tra il magistrato Fabio Salamone e l’ex pm Antonio Di Pietro (qui un reportage di Antimafia.at).
Filippo Salamone, morto nel 2012 a 69 anni mentre è in detenzione domiciliare, è fratello del magistrato Fabio che dalla procura di Brescia più volte incrimina ma senza successo Antonio Di Pietro, ancora simbolo forte di Mani pulite e bersaglio della reazione di politici e imprenditori colpiti.
Per avere un’idea del peso di Filippo Salamone, fiduciario di questo sistema degli appalti pubblici di fatto gestito da Cosa Nostra (lui interveniva per quelli superiori a cinque miliardi di lire, al di sotto se ne occupava Angelo Siino) può esseree utile leggere un brano tratto da una sentenza del 2008 del giudice Piergiorgio Morosini, pubblicato di recente dal quotidiano Domani nel Blog Mafie di Attilio Bolzoni (qui l’articolo con i passi salienti della sentenza).
Tornando a Campione, è con le aziende del gruppo Salamone che egli cresce fino a mettersi a capo della cordata di privati che nel 2007 si aggiudicano la concessione per la gestione del servizio idrico per trent’anni ma che avrà vita breve, stroncata dall’inchiesta. Quell’impresa somigilia ad un sistema criminale concepito per commettere reati e procurare un colossale arricchimento nello scambio corruttivo con quanti dovrebbero presidiare l’interesse pubblico. La gestione del servizio è comunque un disastro, l’azienda viene commissariata e poi fallisce, fino a quando, nel 2021, i sindaci di 37 comuni fanno una scelta diversa da quella precedente, puntando sulla società in house, l’Aica, Azienda idrica comuni agrigentini. Abbiamo già detto che oggi, quattro anni dopo, il servizio continua ad essere un disastro e fa una certa impressione leggere, quel giorno della grande svolta, proprio sul sito dell’Aica il seguente comunicato: «AICA, Azienda idrica comuni agrigentini, è operativa, il nuovo percorso della gestione pubblica del servizio idrico integrato nella Provincia di Agrigento ha preso vita ed è già operativa. Stamane, Il presidente del Cda Geraldino Castaldi, insieme al presidente e il vice presidente dell’assemblea dei sindaci, rispettivamente il sindaco di Grotte, Alfonso Provvidenza, e il sindaco di Naro, Maria Grazia Brandara, hanno dato materialmente avvio alla gestione pubblica del Servizio Idrico Integrato nella Provincia di Agrigento improntata ad una amministrazione fondata sull’assoluta trasparenza». E’ il 10 agosto 2021 e il nome di Maria Grazia Brandara campeggia nel gruppo di vertice sul quale sono riposte le aspettative di una svolta all’insegna della trasparenza. Ma chi è Brandara? Sindaca di Naro fino a giugno 2024, su di lei quale cenno può essere utile, per esempio rileggendo qualche passo di un’inchiesta pubblicata il 21 maggio 2022 da In Sicilia Report nella quale si parla anche di lei, a partire dalle elezioni regionali del 2012, quelle che segnano l’elezione a presidente della Regione di Rosario Crocetta: un governo ‘inventato’ in laboratorio dal sistema Lumia-Montante dopo l’estromissione da palazzo d’Orlèans prima di Cuffaro, in quel momento in carcere, e poi di Lombardo dimessosi dopo il rinvio a giudizio per concorso in associazione mafiosa. E così il ‘partito di Confindustria’ inventa il governo-Crocetta eterodiretto da Lumia e Montante, perchè Musumeci non avrebbe dato tutte le garanzie (perciò, per non farlo vincere i mandanti di Crocetta mettono in campo anche un altro candidato, Gianfranco Miccichè). Poi occorreva bloccare anche Claudio Fava che avrebbe pescato a sinistra molti dei voti da dirottare su Crocetta impedendogli di vincere: anche questo problema ha una soluzione, ma questa è un’altra storia. Dunque, Maria Grazia Brandara. Eccola in un brano dell’articolo che segue, insieme a Mariella lo Bello, da tenere presente perchè, fidatissima della triade Montante-Lumia-Cocetta, la troveremo firmataria per il governo regionale della nomina del commissario, Pietro Lo Monaco, il quale andrà in missione urgente ad Enna a salvare Acquaenna scpa dalla decadenza dopo che Pippo Bruno ha scoperto e denunciato con Assoconsumatori il mancato pagamento degli oneri concessori. Bruno è un semplice cittadino: l’Ato di Guccione, dei sindaci e della Provincia – ormai commissariata e perciò nelle mani della stessa cricca insediata a Palazzo d’Orlèans – dov’era?.
Brandara e Lo Bello, ovvero ‘Marì&Mariè’…
«… E così la carriera politica di questo bancario con laurea in economia (Giuseppe Antoci, n.d.r.) ha due soli sigilli: la nomina a capo dell’ente Parco ad opera del governo Crocetta e la sua candidatura per il Senato nella lista del ‘Megafono’ nelle elezioni del 25 febbraio 2013. Entrambe le investiture recano l’imprimatur di Lumia che guida quella lista per il Senato e risulta l’unico eletto. Antoci, in quella lista bloccata nella quale agli elettori non è consentito di scegliere gli eletti, occupa solo il sesto posto; Nicolò Marino, lanciato da Lumia che da lui si attende fedeltà, è terzo;
Ultima è Maria Grazia Brandara che quattro mesi prima, alle regionali, è stata candidata con Grande Sud di Gianfranco Miccichè ed ora è una new entry nella squadra Crocetta-Lumia-Montante, con un ruolo di peso, non inganni l’ultimo posto in lista. Del resto il massimo obiettivo, realisticamente, era eleggere un senatore, il primo in una lista di 14.
Maria Grazia Brandara è una delle figure più vicine a Montante e imputata, insieme a lui, a Crocetta e ad altri nel processo per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione. Solo a gennaio 2020 e dopo tante voci indignate e interrogazioni parlamentari, Brandara, indagata e pesantemente coinvolta da oltre un anno e mezzo nel ‘sistema-Montante’ – ha lasciato la presidenza dell’Ias, Industria acque siracusana, la società che gestisce il depuratore biologico di Priolo, il più grande d’Europa al servizio di una delle aree più inquinate e pericolose del continente: il petrolchimico del triangolo Priolo-Augsta-Melilli di proprietà dell’Eni…..
Fin da quando Crocetta s’insedia e nomina la primissima giunta lei è nelle stanze che contano, perché tanti assessori passano e ruotano (alla fine saranno 59) ma c’è un nucleo ristretto e inamovibile di cui, per esempio, fa parte Mariella Lo Bello, agrigentina come lei. E Maria Grazia è subito nominata a capo della segreteria particolare dell’assessore, e per tre anni anche vice presidente della Regione, Mariella Lo Bello. Prima Territorio e Ambiente, quindi Istruzione e Formazione professionale, poi, negli ultimi due anni, Attività produttive, il recinto blindato del potere diretto di Montante che, in ogni caso, all’occorrenza spazia con successo dove vuole.
Lo Bello viene ripagata con questa nomina pesante e così resistente ad ogni sommovimento che scuote la giunta-Crocetta, per i meriti acquisiti con la sua candidatura a sindaco di Agrigento a maggio 2012 quando, sostenuta da Pd, Mpa, Fli e Api, arriva terza e manca anche il ballottaggio. Ma chi è Mariella per essere stata la candidata del Pd ma anche del Mpa e, addirittura di Fli, oltre che dei centristi dell’Api, l’Alleanza per l’Italia di Francesco Rutelli?
Coetanea di Maria Grazia, Mariella è impiegata delle Poste, licenza liceale e nessuna laurea come l’amica, si guadagna la candidatura a sindaco di Agrigento e – grazie a questa – la poltrona nel governo della Regione, spinta da un passato sindacale che nel 2008 la vede diventare segretario generale della Cgil di Agrigento: prima donna in Sicilia a raggiungere il traguardo nella storia delle tre sigle confederali della ‘triplice’.
Cosa c’entri la sua lunga carriera in Cgil con l’essere candidata – anche – del Mpa di Lombardo, saranno le verità nascoste svelate dall’inchiesta sul sistema-Montante a metterlo in chiaro. Quando Lo Bello, segretaria generale Cgil di Agrigento, si candida a sindaco anche per Pd e Mpa, volge alle battute conclusive ed è ancora in carica quel governo-regionale tenuto in vita per ben quattro anni da Beppe Lumia che con un disinvolto ribaltone ha trasferito il Pd dall’opposizione alla corte di Don Raffaele o ‘Arraffaele’ come alcuni preferiscono chiamarlo.
Mariella come sindaco non riesce, battuta non solo dal candidato apertamente di centrodestra, ma anche da quello dell’Udc, Marco Zambuto, che entrambi i piedi in realtà li mette sia nella sinistra che nel centro e nella destra. Eletto nel 2007 come candidato dei Ds, l’anno successivo passa con il Pdl, e due anni dopo con l’Udc. Confermato sindaco nel 2012, nel partito che l’ha fatto eleggere anche questa volta resiste appena un anno. Eccolo nel 2013 passare con il Pd di Renzi che lo accoglie a braccia aperte al punto da farlo eleggere presidente dell’assemblea regionale del Pd e candidarlo nel 2014, non eletto, alle europee di maggio. Poche settimane dopo, a giugno, è condannato per abuso d’ufficio e deve dimettersi da sindaco: tante giravolte per nulla!
E l’anno dopo, nel 2015, Zambuto torna nel …. luogo del delitto. Ha la possibilità di far visita a Silvio Berlusconi ad Arcore e non si lascia sfuggire l’occasione: scoppiano le polemiche nel Pd e lui deve lasciare la carica di presidente dell’assemblea regionale del partito in Sicilia. (per la cronaca, dopo una candidatura a sindaco di Agrigento sostenuta da Fi-Udc-Db a ottobre 2020 e finita in un flop, Zambuto a gennaio 2021 è nominato da Musumeci assessore regionale Autonomie locali e funzione pubblica, carica in cui ha come capo di gabinetto Silvio Cuffaro, sindaco di Raffadali e fratello del più noto ‘Totò’, n.d.r.).
Mariella Lo Bello quindi da pasionaria delle lotte sindacali e sociali in Cgil a candidata di Raffaele Lombardo e dei post-missini di Fli aggrappatisi all’ultima mossa per la sopravvivenza post-berlusconiana di Gianfranco Fini; a potente assessore regionale e numero due di Crocetta.…..
….Torniamo a Brandara e alla sua ‘alter ego’ Lo Bello. Un tandem affiatato che si muove deciso e coeso.
Lo Bello comincia, fin dal primo giorno del governo-Crocetta, con il Territorio e Ambiente (e così i signori delle discariche degli amici di Lumia e Montante, come Giuseppe Catanzaro, sono tranquilli); prosegue con l’Istruzione e la Formazione professionale (di lei, una vita in Cgil, non si ricorda nulla né in favore delle tante migliaia di precari del settore, né per la bonifica di un servizio per decenni sempre scandaloso); quindi vice presidente della Regione e deleghe alle attività produttive, l’assessorato con cui Montante – intercettato in macchina mentre parla con ‘Marì e Mariè’ – dice, compiaciuto, che può fare la terza guerra mondiale. E lui l’ha sempre fatta, con il governo-Crocetta ‘cosa sua’, avendo di fatto nominato anche i predecessori di Mariella, ovvero Linda Vancheri sua assistente e sua dipendente, e, ancora prima, nel precedente governo-Lombardo, Marco Venturi poi divenuto, con Alfonso Cicero, suo grande accusatore.
Una coppia d’assalto, un tandem di guerra, spregiudicato e disinvolto, Maria Grazia e Mariella, le due fedelissime per cinque anni sempre insieme, che nella cerchia tutti conoscono come un’entità unica, una squadra, un duo: ‘Marì e Mariè’ (con le vocali finali, la ‘i’ e la ‘e’ accentate).
Ed eccole, Marì e Mariè in azione una di quelle volte (ordinario momento di vita quotidiana) in cui le intercettazioni possono raccontarci qualcosa.
E’ il 25 ottobre 2015, Marì e Mariè sono con Montante, a bordo di un’Alfa Romeo di proprietà della sua segretaria. Discutono di soldi da dare e da ricevere e di incarichi da conferire. Proprio in quelle ore c’erano poltrone da assegnare: da tre mesi si è dimessa Linda Vancheri per ricoprire un ruolo di primo piano, in quota Montante, in Confindustria e le deleghe alle attività produttive rimangono in mano a Crocetta che le trattiene fino ad ottobre quando le cede a Mariella Lobello. La quale, proprio due giorni dopo, il 27 ottobre, firma il decreto di nomina di Maria Grazia Brandara a commissario dell’Irsap, l’ente costituito per accorpare i consorzi per le Aree di sviluppo industriale e metterli tutti in una sola mano: controllo assoluto e zero disturbi dalle pletoriche assemblee dei vari territori. Il commissariamento è la regola di quegli anni. Commissariare l’Irsap, come le Camere di commercio e altri enti è il modo più diretto e sicuro per raggiungere gli obiettivi. Quali? Quelli di Montante che decide assessori e commissari. Che a lui obbediscono.
Per tornare a quel colloquio del 25 ottobre 2015, ad un certo punto la Brandara, visto che la Lo Bello era scesa dalla macchina, grida a Montante: ‘Eh, scusa… i soldi…ti dissi I’avi na borsa…’, al che lui gli risponde ‘cosa?’ ‘I soldi’ grida ancora più forte lei, subito fermata da Montante: ‘No! Dopo, dopo! … No! Davanti a chiddru no! Dopo, dopo…dopo dopo…va bene’?
Montante si allontana, vuole evitare che quei soldi gli vengano dati davanti ad un estraneo, visto che nel frattempo si era avvicinato qualcuno, forse l’autista delle due donne.
Brandara capisce ma non demorde, vuole far presente ancora una volta a Lo Bello che il malloppo di soldi è dentro la sua borsa, forse per ricordarle di stare attenta a non perderli o, forse, solo per ribadire ‘guarda che io te li ho dati’, ora pensaci tu. E il vice presidente della regione di rimando: ‘Marì, dopo…Marì, dopo…dopo!’
Alla fine i tre si salutano: ‘Ciao Marié, Ciao Marì, ci vediamo lunedì!’
Da ottobre 2015 e per due anni Marì, nominata da Mariè, è a capo di tutte le 11 aree industriali della Sicilia su ognuna delle quali un tempo decidevano organismi con diverse decine di componenti scelti in ogni territorio in rappresentanza di numerosi enti, pubblici e privati, organizzazioni produttive, associazioni sindacali. Ciò si deve alla legge di riforma delle Asi varata dall’Ars a gennaio 2012, ultimo anno di vita del governo-Lombardo. Una legge fortemente voluta dall’assessore regionale all’industria Marco Venturi nominato in giunta da Lombardo l’8 luglio 2009 quando, in frantumi l’alleanza Mpa-Udc-Pdl, il governatore azzera la giunta e al siracusano Pippo Gianni subentra appunto l’imprenditore nisseno Venturi, a quei tempi grande amico e sostenitore di Montante in Confindustria. Tre settimane prima delle elezioni che porteranno Crocetta a palazzo d’Orleans, il 4 ottobre 2012 Venturi si dimette in polemica con Lombardo che a suo dire fa melina sull’applicazione di quella riforma».
(qui l’articolo integrale che parla di Maria Grazia Brandara e Mariella Lobello)
Tornando a Marco Campione che negli anni ha il pacchetto di maggioranza in Girgenti Acque spa e la trasforma in un croceevia di scambi e di malaffare, egli è un sodale assiduo di Angelino Alfano, allora figura di grande potere, soprattutto in Sicilia, in Forza Italia e nell’intero centrodestra, tanto da essere, dal 2008 al 2018, in sequenza e senza soluzione di continuità fino all’avvento del governo M5S-Lega, ministro della Giustizia, segretario nazionale del Pdl, ministro dell’Interno, ministro degli Esteri. Non è un caso infatti che i due nell’estate del 2013 siano insieme a passeggio sul lungomare di San Leone quando al titolare del Vimminale viene rubata la bicicletta in sosta. Alfano è il ministro totalmente subalterno ad Antonio Calogero Montante, così come sancito dal Tribunale di Caltanissetta nella sentenza che condanna l’imprenditore a 14 anni di reclusione, dalla sua ascesa nei primi anni duemila in Confindustria nissena all’arresto, il 14 maggio 2018 che, casualmente, coincide con le ultime settimane da ministro del fidatissimo Alfano il quale, neanche candidatosi alle politiche di quell’anno, si appresta a lasciare la politica attiva. Girgenti Acque nasce quindi dentro quel sistema e Campione la porta avanti con i metodi svelati dall’inchiesta e che, al di là di proscioglimenti e archiviazioni di varie posizioni individuali, sul piano storico e fattuale rimangono di una gravità scioccante, visto che oggetto di quella gestione è l’acqua bene pubblico.
Da ministro dell’Interno Alfano si segnala per una cospicua nidiata di prefetti, cui dà vita talvolta in presenza di biografie imbarazzanti e di titoli carenti, fedelissimi non solo a lui ma soprattutto a Montante che li forma e li caldeggia. Uno di questi è Nicola Diomede il quale, mentre lavora nella segreteria del ministro in un rapporto di mera collaborazione fiduciaria, redige la relazione che serve a fare sciogliere il Comune di Racalmuto (che ha il torto di opporsi alla mafia e perciò viene descritto come mafioso) e subito dopo viene nominato prefetto. In tale funzione Diomede non si accorge della mafia dei Casalesi ben presente in Girgenti Acque che – pur essendo concessionaria di un servizio pubblico importantissimo come quello idrico – operava senza certificazione antimafia e quando proprio Salvatore Petrotto, sindaco di Racalmuto perseguitato perchè si oppone ai signori delle discariche e della mafia dell’acqua, denuncia il fatto alla Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, eccolo il prefetto risolvere il problema rilasciando il certificato antimafia, con il parere contrario dei vertici delle forze dell’ordine sul territorio che sanno bene come stiano le cose. Indagato per le pressioni esercitate sulla Commissione parlamentare antimafia, Diomede viene rimosso dal ministro dell’Interno Marco Minniti, succeduto nel Governo-Gentiloni, proprio ad Alfano titolare del Viminale durante i Governi Letta e Renzi. Il nuovo prefetto di Agrigento Dario Caputo firma l’interdittiva antimafia contro Girgenti Acque, mentre scattano il sequesto dell’azienda e il suo commissariamento.
Pitruzzella coinvolto anche nell’inchiesta penale sull’arbitrato sospetto in favore della Kore di Enna debitrice verso l’Università di Catania per il personale docente fornito. Nel 2018 il proscioglimento, dopo 10 anni e cinque richieste respinte di archiviazione. I rapporti con Montante, il peso e il profilo della falsa icona antimafia che in realtà era nel cuore di un mafioso e artefice di scorribande criminali per accrescere il suo potere incipriato di finta legalità
Ci porta invece ad Enna l’altra inchiesta giudiziaria che coinvolge Pitruzzella per dieci anni fino al 2018, in pratica per l’intera durata del suo mandato settennale di Garante dell’Antitrust e riguarda un lodo arbitrale tra l’Università di Catania e il Ceu, Consorzio ennese universitario.
Al centro dell’indagine, che scatta nel 2008, un’ipotesi di corruzione in atti giudiziari per la manipolazione di un lodo arbitrale che deve dirimere una contesa tra tra l’Università del capoluogo etneo e la Kore di Enna. I fatti; l’Ateneo di Catania sostiene di vantare un credito di 25 milioni di euro per il personale didattico fornito per lungo tempo in molti corsi di laurea al Ceu e fa ricorso a un lodo arbitrale; il collegio delibera invece un risarcimento praticamente ‘simbolico’ di 100 mila euro. Qualche tempo dopo alla Procura di Catania giunge un esposto anonimo nel quale si segnala che la Kore ha dato alla figlia del presidente del collegio, il magistrato Giuseppe Di Gesù, un importante incarico come docente. Per qualche motivo però il fascicolo che ipotizza il reato di abuso d’ufficio, contro ignoti, rimane fermo e viene dimenticato. Fino a quando un Pm chiede l’archiviazione per intervenuta prescrizione: richiesta bocciata dal Gip Nunzio Sarpietro che ordina alla Procura di sottoporre ad indagini, non per abuso d’ufficio ma per il ben più grave reato di corruzione in atti giudiziari, quattro persone, che anche prima era facilissimo identificare. Sono lo stesso Di Gesù, l’allora presidente della Kore Giuseppe Petralia, Giovanni Pitruzzella membro del collegio arbitrale designato dalla Kore e Carlo Comandè, avvocato dell’Università di Enna nel lodo arbitrale, legale dello studio Pitruzzella, che eredita e almeno formalmente regge quando il fondatore e titolare viene nominato al vertice dell’Antitrust.
In un secondo tempo entra nell’indagine anche l’altro membro del collegio arbitrale, Giuseppe Barone, designato dall’Università di Catania ma egli come vedremo fin dal primo momento si oppone a quella decisione sospettata di corruzione, sicchè non può essere accusato di nulla.
Nel procedimento la Procura si segnala per l’ostinata volontà di non andare avanti come si può desumere dalla sequenza di questi fatti e situazioni: l’iscrizione è contro ignoti, passa molto tempo senza che siano compiuti atti concreti, il reato ipotizzato è l’abuso d’ufficio, quindi la prescrizione, poi la lacunosità del materiale probatorio che non sarebbe integrabile dato il lungo tempo trascorso e non consentirebbe pertanto indagini proficue, infine la tesi di una presunta correttezza dell’arbitrato. A fronte delle cinque richieste di archiviazione, tutte respinte, c’è l’opposizione continua e reiterata dell’Università di Catania che lamenta l’enorme danno finanziario e non accetta un arbitrato che appare viziato e che comunque si presenta molto strano, e c’è il Gip Sarpietro che le respinge tutte, indicando le persone da imputare e ordinando la riformulazione del reato. Poi però la sesta richiesta di archiviazione della Procura colpisce il bersaglio. A difendere Pitruzzella ci sono Paola Severino e Nino Caleca. la prima, molto vicina a Confindustria, è avvocata di fiducia di alcune tra le maggiori banche nazionali ed aziende pubbliche e private custodi dei santuari del potere nazionale, nonchè ministra della Giustizia nel governo-Monti. Il secondo, Caleca, dopo una militanza giovanile nel Pci di Pio La Torre, diventa avvocato di Calogero Mannino, di Totò Cuffaro imputato di favoreggiamento della mafia, poi di Montante e di Crocetta che lo nomina assessore prima che la giunta-Musumeci lo scelga per farne un giudice del Cga.
Tornando all’inchiesta sull’arbitrato Kore-Ceu che investe Pitruzzella, un indagato che entra dopo ed esce prima degli altri dall’inchiesta come abbiamo visto è Giuseppe Barone, storico di Modica, attualmente presidente dell’Unitre (Università della terza età) di Catania, allora direttore del dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università di Catania, scagionato ben prima di Pitruzzella. È il gip Nunzio Sarpietro (noto alle cronache per la sua decisione sul caso della nave Gregoretti riguardante l’ex ministro Matteo Salvini che egli non manda a processo perchè a suo avviso la decisione di non far sbarcare i migranti fu collettiva) quando per la quarta volta respinge la richiesta di archiviazione per il presidente dell’Antitrust, a differenziare la posizione di Barone che in quel collegio arbitrale rappresentava l’ateneo catanese e che però non si era affatto allineato al verdetto favorevole alla controparte ennese. Il giudice infatti rileva che l’unanimità della decisione del collegio sul lodo fu solo “formale, ma nella realtà non sussisteva”, visto che Barone “espresse ben due rilevanti riserve, che se fossero state accolte, avrebbero determinato un risultato nel lodo completamente diverso, con il probabile riconoscimento di diversi milioni di euro all’Università di Catania”.
La vicenda si chiude a 10 anni dall’avvio delle indagini, dopo sei richieste di archiviazione di cui cinque respinte dal Gip e il trasferimento degli atti dalla Procura di Catania a quella di Messina per il coinvolgimento nella vicenda di una magistrata etnea, figlia di uno degli indagati, Giuseppe Di Gesu. E’ quindi un diverso giudice, il Gip di Messina, dopo il braccio di ferro a Catania tra Procura e Tribunale, a chiudere per sempre il procedimento.
Pitruzzella, a parte i meriti e i titoli scientifici, costruisce una così folgorante carriera sulla capacità di intessere rapporti reali e, nel contempo, di salvaguardare l’immagine di civil servant: la fine della ‘prima repubblica’ lo trova ancora molto giovane ma già lanciatissimo, tant’è che a 35 anni nel ’94 diventa ordinario, titolare di cattedra di diritto costituzionale, a Cagliari, e già nel ’98 con lo stesso status è nella sua Università a Palermo. Da quel momento è nel centrodestra berlusconiano che trova l’humus più fertile per il suo potere ma ha l’abilità di trovare sponde a sinistra per renderne meno visibile la fonte reale e proiettare così in primo piano, in un apparente catartico riconoscimento bipartisan, il valore del suo cursus accademico. Del resto abbiamo visto com la giunta regionale del ‘comunista’ Capodicasa che gli consente di alimentare anche da sinistra il cv sia la stessa di cui fa parte Totò Cuffaro molto più generoso di incarichi e consulenze, o di designazioni e candidature come Schifani, La Loggia, Bufardeci, Musotto e tanti altri.
Pitruzzella, al di là delle due inchieste giudiziarie richiamate (in entrambe prosciolto) viene in rilievo come persona in assidui rapporti di frequentazione con Antonio Calogero Montante, la presunta icona antimafia apparsa nel firmamento del potere prima siciliano e poi nazionale nel 2007, quale vice presidente di Confindustria Sicilia in tandem con il presidente Ivanohe Lo Bello, grazie a quella svolta antimafia del 2006 rivelatasi nient’altro che un’impostura utile a Montante, un meccanico di biciclette di Serradifalco divenuto industriale di primo livello, per tessere rapporti e imbastire traffici d’influenze con magistrati e vertici delle forze dell’ordine al fine di scalare le vette del potere al di sopra o a fianco di ministri, capi di governo e vertici delle istituzioni. Oggi sappiamo che Montante è un criminale italiano ma la verità giudiziale che lo ha visto condannato racconta anche uno spaccato ben più ampio della mappa del potere nazionale, ben al di là dei confini delle responsabilità penali. Montante infatti redigeva con meticolosa cura un diario, trovato negli armadi segreti nascosti dietro una parete, in cui annotava tutto ciò che faceva ogni giorno: lettere, telefonate, telegrammi, e-mail, incontri a colazione, pranzo e cena, appuntamenti in casa o altrove; una mappa dei favori che gli venivano chiesti e che lui esaudiva segnando sempre ogni dettaglio quasi a stilare un registro di suoi debitori non convenzionali, spesso potenti e influenti in vari settori del potere pubblico e privato e che, all’occorrenza, avrebbero potuto o dovuto saldare quei debiti. Per questo Montante usa un’attenzione maniacale nell’annotare tutto.
In quel diario il nome di Pitruzzella c’è, perchè con Montante ha rapporti frequenti.
Uno dei tanti co-imputati eccellenti di Montante è Renato Schifani del quale, come abbiamo dovuto rilevare, non potremo mai sapere se egli sia innocente o colpevole perché ha scelto di sottrarsi al giudizio avvalendosi della prescrizione pur avendo piena facoltà di rinunciarvi, opzione che la tutela della dignità della funzione istituzionale di presidente della Regione avrebbe fortemente consigliato. Nella ciambella di salvataggio della prescrizione infatti si infila quando da un anno e quattro mesi è a palazzo d’Orleans, a gennaio ’24, con dieci mesi d’anticipo secondo il pm Maurizio Bonaccorso il cui calcolo del tempo trascorso gli avrebbe consentito di giungere a sentenza ma il Tribunale, presieduto da Francesco d’Arrigo, è di diverso avviso ed affretta i tempi della fuga di Schifani dal giudizio.
L’impresa che nel 2004 vince la gara ad Enna ma viene dichiarata perdente è quella di Pietro Di Vincenzo oggetto di un’incredibile, spietata persecuzione giudiziaria ordita da vertici di forze dell’ordine complici di Montante. Condannato ingiustamente e poi assolto, Di Vincenzo subisce un’incredibile confisca da 280 milioni basata sul nulla e, in un altro processo, viene arrestato e condannato, con sentenza definitiva, per ‘estorsione contrattuale’: dieci anni di reclusione per la presunta difformità, in realtà insussistente, di poche decine di euro in busta paga a tre soli dipendenti su circa dieci mila. Le indagini e le ispezioni erano compiute dai complici di Montante il quale, come afferma il Tribunale nella sentenza che lo condanna, per Di Vincenzo nutriva un’ossessione
Tornando alla gara indetta dall’Ato idrico 5 che nel 2004 affida ad Acquaenna la sorte di 84 mila utenze idriche nei 20 comuni della provincia, sono i servigi del giurista Pitruzzella, in quel momento consulente dell’esecutivo-Cuffaro a Palermo e del governo-Berlusconi a Roma, a consentire che il Consorzio Ato, guidato come abbiamo visto dal diessino Cataldo Salerno, possa ribaltare l’esito della gara.
L’impresa prima vincitrice e poi esclusa è quella di Pietro Di Vincenzo sul quale qualche cenno è opportuno perché diverse vicende, anche giudiziarie, lo collocano tra gli avversari di Montante e, a suo dire, tra le sue vittime sacrificali.
L’8 gennaio 2024 Di Vincenzo parla come testimone e come parte offesa nel processo a Montante e al suo sistema, divenuto maxi con la riunione di altri procedimenti e celebrato nell’aula bunker di Caltanissetta. Così riferisce lo stesso giorno il Corriere della Sera: «Le mie aziende erano oggetto di attentati e Antonello Montante mi disse che poteva mettermi in contatto con Vincenzo Arnone per sistemare le cose. Ringraziai e dissi di no». Il riferimento – spiega il quotidiano – è a Vincenzo Arnone, boss di Serradifalco condannato in via definitiva per associazione mafiosa. L’imprenditore nisseno Pietro Di Vincenzo, al quale è stato confiscato un patrimonio di 264 milioni e 565 mila euro per sospetti di contiguità con soggetti mafiosi, è stato presidente degli industriali di Caltanissetta e vicepresidente di Confindustria Sicilia, è stato indagato per concorso in associazione mafiosa, nel 1992, e prosciolto. Poi è stato assolto nel 2009 dalla Corte d’Appello di Roma in un’inchiesta che coinvolse la cosca Rinzivillo di Gela. Secondo la ricostruzione degli inquirenti proprio sulle vicende giudiziarie di Di Vincenzo, Antonello Montante avrebbe iniziato la sua carriera come paladino dell’Antimafia”. Ancora sulla testimonianza in aula: «Tra la fine del ’95 e inizio del ’96 – spiega Di Vincenzo, rispondendo alle domande del Pm Maurizio Bonaccorso – i miei cantieri sono stati oggetto di attentati incendiari e dinamitardi che puntualmente denunciavo. Fatti che venivano riportati sulla stampa e per i quali ricevevo solidarietà. Un giorno Montante, dopo la sua elezione a presidente dei giovani imprenditori, venne a trovarmi in ufficio: era il 30 aprile del ’96. Mi espresse la sua solidarietà e mi offrì aiuto dicendomi che poteva mettermi in contatto con il suo compare Vincenzo Arnone al fine di sistemare le cose… Per la mia esperienza di imprenditore tutte le volte che qualcuno si è messo in mezzo per “mettere le cose a posto” mi è stato poi chiesto del denaro. A quel punto feci buon viso a cattivo gioco, lo ringraziai e gli dissi che non era il caso. Già pagavo il pizzo ad altri soggetti e quindi non ritenevo di aggiungere altri sanguisuga alla mia tasca. Da allora ho sempre cercato di avere con lui un atteggiamento garbato ma con una notevole diffidenza nei suoi confronti». E sui rapporti tra i due imprenditori: «Nel 2002 ho avuto una vicenda giudiziaria nell’ambito della operazione `Cobra´ a Roma per concorso esterno in associazione mafiosa. In primo grado ero stato condannato a un anno e 4 mesi per poi essere assolto in Appello. In quel processo divenni parte offesa. Fu così che nel 2004 Antonello Montante cominciò a sferrare attacchi sempre più cruenti nei miei confronti strumentalizzando le mie vicende giudiziarie per farsi spazio all’interno dell’associazione degli industriali», ha continuato Di Vincenzo. «Montante iniziò a diffondere sulla stampa il fatto che ci fosse una competizione tra me e lui. Utilizzava la mia notorietà per farsi strada. Cominciò a dire che doveva liberare Confindustria dalla mafia e sbarazzarsi non solo di Pietro Di Vincenzo ma di tutti coloro che rappresentavano la vecchia guardia. Questo perché molti di noi imprenditori non lo vedevano di buon occhio, primo per i suoi rapporti con Vincenzo Arnone. Ma a parte questo millantò una laurea honoris causa conferitagli dall’università La Sapienza. Cosa che non era vera e che creò molto imbarazzo».
Per la cronaca e per completezza al di là della sua testimonianza, va detto che Di Vincenzo, accusato e condannato in primo grado a 1 anno e 8 mesi per concorso in associazione mafiosa, è poi assolto in appello, mentre la confisca dei suoi beni per una cifra ascesa a 280 milioni, scaturita dall’inchiesta per la quale viene definitivamente scagionato, conserva i suoi effetti. Per un’altra accusa, di estorsione in danno di tre suoi dipendenti (per presunta difformità di somme in busta paga) Di Vincenzo viene condannato a 10 anni di reclusione, ridotti in appello a 9 anni e 6 mesi di cui tre coperti da indulto e confermati dalla Cassazione. Per le accuse, per la modalità di conduzione delle indagini e per la condanna relativa a questa vicenda che lo contrappone a tre suoi dipendenti (che dovrebbero essere sue vittime e non è affatto vero tant’è che una di esse è tuttora persona di sua fiducia nell’impresa), Di Vincenzo si ritiene vittima del ‘sistema-Montante’ e del suo strapotere anche nell’avvalersi di alte gerarchie delle forze dell’ordine per favorire gli amici e combattere con ogni mezzo gli avversari.
Dopo l’arresto di Montante il 14 maggio 2018 i difensori di Di Vincenzo, tra i quali l’ex vicequestore Gioacchino Genchi, investigatore e avvocato esperto informatico, incrociano i vari passaggi delle peripezie giudiziarie attraversate dal loro assistito con i tanti segreti del sistema allestito dall’ex meccanico di biciclette di Serradifalco, focalizzando in molti casi ruoli, nomi, date e intrecci utili a ricostruire quella che per Di Vincenzo è una persecuzione: il suo primo arresto è del 2002 per accuse poi totalmente cadute ma utili a determinare la confisca del suo patrimonio per indagini esperite da ufficiali complici di Montante e sfociate nella confisca pur senza una perizia contabile capace di attestare difformità tra acquisti, investimenti, cespiti e redditi. Tale confisca viene definitivamente confermata dalla Cassazione nel 2014, periodo di massima potenza di Montante del quale proprio quell’anno si scoprono i suoi rapporti con il boss mafioso di Serradifalco Vincenzo Arnone suo testimone di nozze nel 1980 e da tale scoperta nasce il procedimento per concorso in associazione mafiosa che non sfocerà mai in un dibattimento ma che indurrà l’indagato a fare di tutto per deviare il corso delle indagini, commettendo, anche con la complicità di alti esponenti delle forze dell’ordine, reati che lo porteranno al suo arresto e alla condanna definitiva solo per questi ultimi e non già per quello di concorso in associazione mafiosa, sì da consentire la scoperta e la conoscenza dettagliata del suo sistema. Di Vincenzo ne è vittima fin da quando, presidente di Confindustria di Caltanissetta e di Ance Sicilia subisce, a suo dire, l’aggressione del più giovane Montante deciso a scalzarlo con le armi della ‘lotta antimafia’. Armi efficaci in due direzioni: perché agitate da un ‘campione di legalità’ (la finta svolta inscenata con Lo Bello nel 2007) e perché rivolte contro chi è colluso con la mafia, come Di Vincenzo, accusato, in quel momento condannato in primo grado ma poi, nel 2009 come abbiamo visto, assolto e comunque colpito pesantemente con la confisca dell’intero patrimonio da 280 milioni di euro.
Il 2004 è l’anno in cui Montante è già in pieno fervore di scalate, ancora solo in provincia di Caltanissetta, ma con le idee chiare sui traguardi immediati: conquistare nel 2006 Confindustria Sicilia, operazione condotta in tandem con Ivanhoe Lo Bello e poi tutta rivolta a trasformare la finta svolta antimafia nella chiave capace di aprire porte e casseforti inimmaginabili: nella magistratura, nei vertici delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, nei palazzi della politica, dell’economia, della finanza, dell’editoria, e delle più alte istituzioni del Paese.
Per comprendere le vicende giudiziarie dell’imprenditore che, nel 2004, vince – ma poi ‘perde’ – l’affidamento in concessione del servizio idrico integrato in provincia di Enna bisogna fare un passo indietro, di due anni, quando, nel 2002, viene arrestato per concorso in associazione mafiosa e condannato ad un anno e otto mesi di reclusione, con il rito abbreviato, dal Gup di Roma il 5 maggio 2004. In pratica questa condanna, provvisoria e non esecutiva, lo colpisce – casualità temporale – pochi giorni dopo che il raggruppamento guidato dalla sua impresa ha vinto la gara per la concessione del servizio idrico in provincia di Enna. Abbiamo già visto cosa succede nel mese di maggio e in seguito, fino ad ottobre, quando, all’insaputa dell’interessato, viene ribaltato l’esito di quel procedimento.
Tornando alla condanna penale di Di Vincenzo, essa è molto strana, priva di elementi probatori che possano giustificarla, tant’è che quattro anni dopo (quattro anni per il secondo grado di un processo con rito abbreviato!), il primo aprile 2008 la Corte d’Appello lo assolve ‘perchè il fatto non sussiste’ su conforme richiesta della Procura generale sicchè la sentenza diventa irrevocabile. In quei quattro anni però Di Vincenzo è un ‘condannato’ e in quei quattro anni Montante sale molti gradini nella scala del proprio potere personale. Molto tempo dopo, il 10 maggio 2019, il Tribunale di Caltanissetta nella sentenza che lo condanna, scriverà che egli ha un’ossessione per Di Vincenzo.
«Com’è evidente, la figura di DI VINCENZO – si legge – era diventata una vera e propria ossessione per MONTANTE, che, improvvisamente, lo aveva eletto a nemico da combattere e lo aveva incoronato “mafioso” (a prescindere dalla meritevolezza del titolo), autoincoronandosi, a sua volta, come “antimafioso”. Una ossessione che portava l’imprenditore di Serradifalco ad estendere il raggio della sua actio destruens verso tutti coloro che, all’interno di Confindustria, non si erano allineati alle sue posizioni, come Salvatore MISTRETTA e Salvatore LO CASCIO, che da un lato, come già visto, erano entrati nel calderone dei nominativi
da scandagliare illecitamente allo S.D.I., dall’altro erano divenuti bersaglio anche di attività ispettive mirate da parte della Guardia di Finanza, trasformato in autentico braccio armato di MONTANTE».
Peraltro è agevole rilevare che Montante, nel suo diario segreto scoperto dopo il suo arresto, già il primo gennaio 1991 annotava ‘Di Vincenzo presidente Ance’, l’Associazione nazionale costruttori edili di cui Di Vincenzo ha guidato per diversi anni la struttura regionale, così come Confindustria Caltanissetta essendo anche il vice presidente di quella siciliana. Abbiamo visto come Di Vincenzo, teste e parte civile nel processo al ‘sistema-Montante’ abbia ricordato e raccontato quelle vicende.
Montante conquista la poltrona di comando di Confindustria Caltanissetta scalzando Di Vincenzo grazie all’alleanza con l’Eni che, con il peso degli impianti di Gela, è maggioranza negli organismi provinciali. Come è ben chiarito nella sentenza che condanna Montante, questi accusa falsamente di mafia il suo rivale proclamandosi antimafioso e così prevalendo su di lui. E’ ciò che avviene quando Di Vincenzo, arrestato a febbraio 2002, viene ingiustamente incriminato e due anni dopo condannato. Sono gli anni in cui il potere di Montante cresce a dismisura e a maggio 2002 torna a Caltanissetta, a capo della Procura, Francesco Messineo del quale è noto l’episodio che lo riguarda quando negli anni successivi, procuratore a Palermo, è lui stesso ad aprire la porta, nella casa del cognato (mafioso e sotto indagini) agli agenti che devono perquisirla. Ma dinanzi al procuratore in persona proprio nella casa oggetto d’indagine, ovvio che non ci sia nulla da cercare nè controllare perchè se ne occupa, e garantisce (!), il capo dei pubblici ministeri.
Peraltro Marco Venturi, assessore regionale nel governo-Lombardo su designazione di Confindustria, interecettato, quando parla delle finte minacce che Montante è solito farsi mandare e poi denunciare per dare credito alla sua identità antimafiosa, afferma: «… su proposta del medesimo Montante ci dimettiamo da ogni ruolo confindustriano… Montante che aveva proposto le citate dimissioni ci aveva detto che tale strategia era stata concordata con il procuratore della Repubblica Messineo e il questore Filippo Piritore». Per Venturi sono stati loro, procuratore e questore, a suggerire la strategia delle dimissioni «per dare un segnale di rottura alla dirigenza vicina a Pietro Di Vincenzo più volte messo sotto inchiesta giudiziaria per reati di mafìa». Nel suo progetto – spiega ancora Venturi – «Montante che aspirava ad essere eletto presidente di Confindustria ottenne l’appoggio determinante dell’Eni grazie ai rapporti tra Piritore e il responsabile della sicurezza dell’Eni che si diceva proveniva dai servizi… Piritore, questore di Caltanissetta dal 2000 al 2006 aveva maturato un rapporto molto stretto con Montante infatti si frequentavano spesso… e concordavano di attuare ogni iniziativa». Ancora Venturi: «Messineo, e un altro magistrato, il procuratore generale Giuseppe Barcellona, sostenevano la sua elezione a presidente di Confìndustria». Nel frattempo Montante cercava contatti con i politici: «In quei periodi aveva stretto amicizia con l’onorevole Giuseppe Lumia, componente della commissione antimafia e con Rosario Crocetta a quei tempi sindaco di Gela; nel 2006 percepisco che Montante aveva stretto rapporti con l’onorevole Gianfranco Micciché di Forza Italia».
Per la cronaca, Piritore, allora questore, poi prefetto, attualmente è detenuto, arrestato il 25 ottobre scorso con l’accusa di depistaggio delle indagini sul delitto di Piersanti Mattarella avvenuto a Palermo il 6 gennaio 1980, avendo fatto sparire, allora poliziotto della squadra mobile agli ordini di Bruno Contrada, il guanto dell’assassino, elemento prezioso che avrebbe potuto portare alla sua identificazione.
Inoltre a ottobre 2011 diventa irrevocabile la sentenza nei confronti dei coimputati del processo Cobra, clan gelese Rinzivillo, giudicati con rito ordinario. In essa, proprio con riguardo all’imputazione oggetto di concorso con Di Vincenzo – che avrebbe fornito apporto ai complici con il conferimento di taluni sub appalti – testualmente si legge: «Anche con riferimento all’imputazione di cui al capo B deve osservarsi, in conformità con la valutazione già espressa dal primo giudice, l’assenza di qualsiasi prova o complesso di indizi … che le acquisizioni contrattuali ed i tentativi di acquisizione di appalti pubblici siano state compiute grazie all’impiego di metodi mafiosi… Non vi sono a deporre in tale senso né conversazioni captate mediante intercettazione telefonica, né risultanze di accertamenti svolti presso possibili testimoni e parti offese (ad esempio, presso il Di Vincenzo), né risultanze di indagini documentali o patrimoniali, né risultanze di attività di osservazione, controllo e pedinamento».
Peraltro tale insussistenza di elementi riguarda proprio le vicende poste a base dei procedimenti di prevenzione personale e patrimoniale sfociati nella confisca.
Poichè le indagini utili a questo provvedimento risultano eseguite dalla Guardia di Finanza, in particolare dal maggiore Ettore Orfanello, con il luogotenente Mario Sanfilippo e sotto la guida del comandante provinciale Gianfranco Ardizzone, è utile rilevare che tutti e tre sono imputati, nel processo a Montante e ai suoi complici, per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di più delitti contro la pubblica amministrazione e di accesso abusivo a sistema informatico, nonché alla corruzione di esponenti delle forze dell’ordine. Peraltro Ardizzone viene condannato, come Montante, con il rito abbreviato (per gli altri il processo è in corso) e a Di Vincenzo è riconosciuto il diritto al ridarcimento quale parte offesa e danneggiata.
Nella sentenza scrive il Tribunale: «Infatti, proprio per la singolarità di tali soluzioni operative, emerse il diffuso convincimento, nei finanzieri che consapevolmente o inconsapevolmente ne erano rimasti coinvolti, che gli ufficiali della Guardia di Finanza nissena si erano
calati nella faida interna all’associazione nissena degli industriali, sposando aprioristicamente la causa montantiana… «Ciò posto in ordine al ruolo di mentore, assunto da MONTANTE, nelle verifiche fiscali che hanno interessato soggetti invisi allo stesso, appaiono agevolmente comprensibili le dichiarazioni rese dal coimputato (per cui si procede separatamente) Massimo ROMANO, secondo cui il Magg. ORFANELLO si era vantato di avere fatto opera di ‘pulizia’ e legalità nei riguardi dei ‘nemici’ di MONTANTE, che egli aveva addirittura ‘scassato’. Tra le vittime mietute, Pietro DI VINCENZO…»
Quindi il Tribunale elenca una lunga serie di atti, prodotti dai finanzieri imputati, serviti per determinare la confisca del patrimonio di Di Vincenzo, poi conclude.
«In ultimo non si può non evidenziare le coup de théâtre del Maggiore ORFANELLO e del Capitano Nazario SACCIA nel diffondere, attraverso i media, il 28-11-2006, cioè il giorno dell’intervenuto sequestro dei beni del DI VINCENZO, quanto contenuto nel radio messaggio di comunicazione all’interno del corpo di G. di F. del 16-10-2006, cioè che «ESITO ACCERTAMENTO DETERMINAVANO PUBBLICO MINISTERO PRESSO D.D.A. CALTANISSETTA AT RICHIEDERE (,) CON PROVVEDIMENTO EMESSO IN DATA ODÌERNA.(,) AT LOCALE TRIBUNALE – SEZ. MISURE DI PREVENZIONE – SEQUESTRO SEGUENTI BENI CUI VALORE COMPLESSIVO EST QUANTIFICABILE IN € 264.545.847,00» (cfr. “20061016_Radio messaggio 16-10-2006_SEQUESTRO BENI VALORE COMPLESSIVO € 264.545.847,00”)».
Il brano ci rivela quanto il ‘sistema-Montante’ sia abile anche nella comunicazione, governando sia le fonti che i mezzi d’informazione, sì da confezionare all’occorrenza ‘verità’ d’impatto micidiale che in effetti sono solo menzogne e bottino conseguito commettendo reati in serie, spesso con la complicità di chi i reati dovrebbe combatterli punendo anche i responsabili.
Quindi, riepilogando, Di Vincenzo viene fatto arrestare nel 2002, è condannato nel 2004 e, nonostante la scelta del rito abbreviato, deve attendere il 2008 per la sentenza d’appello che lo scagiona completamente. Per sei anni però, grazie ai reati commessi dai complici di Montante che conducono ispezioni e indagini contro Di Vincenzo, questi è al guinzaglio del suo avversario che, come riporta una sentenza, ne ha ossessione. Appena assolto, Di Vincenzo si vede confiscare l’intero patrimonio, in modo assurdo e anomalo (manca – caso unico – una perizia che invece è la base essenziale dalla quale non si può prescindere in ogni procedimento di questo tipo). Quindi dal 2002 ad oggi – la confisca è ancora operante, in attesa di una decisione della Corte Edu – Di Vincenzo viene ingiustamente perseguitato.
In effetti una condanna definitiva l’imprenditore nisseno ce l’ha, ma anche questo caso giudiziario riproduce in fotocopia il meccanismo infernale di un’ingiustzia-caterpillar che funziona al contrario e on demand simile a certi incarichi di manzoniana memoria affidati da signorotti prepotenti a bravi esecutori al loro servizio. E’ la vicenda dell’arresto, e poi della condanna – a 10 anni di reclusione come abbiamo visto, poi lievemente ridotti in appello con sentenza confermata in Cassazione – con l’accusa di estorsione in relazione a presunte difformità nella busta paga di tre dipendenti. Da rilevare che a quel tempo Di Vincenzo nelle proprie imprese ha da 1200 a 1500 dipendenti e che, nel tempo, le persone avvicendatesi nell’organico sono almeno dieci mila. Solo da tre di loro l’imprenditore avrebbe preteso la restituzione di una parte della retribuzione, peraltro di poche decine di migliaia di lire, pochi euro, e senza che i tre presentino denuncia o si considerino vittime, con il successivo paradosso che uno di loro sia ancora una figura di fiducia nell’organizzazione d’impresa. Qualche elemento in più va analizzato, precisando peraltro che questa vicenda e le assurde condanne che essa contiene non forniscono alcun elemento al procedimento della confisca la cui totale infondatezza, anche solo negli aspetti formali così in contrasto con la realtà come quelli del procedimento per estorsione, permane in tutta la sua evidenza, sostanziale e documentale.
La condanna di primo grado, per ‘estorsione contrattuale’, a dieci anni di reclusione viene emessa dal Tribunale di Caltanissetta il 14 novembre 2011. I lavoratori ‘vittime’ sarebbero due ragionieri, Gerlando Turco e Vincenzo Gioia e un impiegato part time, Alessandro Cereda. Per tutti e tre nel brogliaccio ‘cassa reale’, agli atti del relativo procedimento, a proposito delle asserite restituzione di parte del loro stipendio, non si riscontrano entrate neppure per un centesimo di euro. Eppure il Tribunale nella stessa sentenza definisce il documento della “cassa reale” come “un formidabile riscontro esterno individualizzante”, veritiero genuino e totalmente affidabile in quanto sequestrato all’imputato e da lui proveniente.
Peraltro la presunta difformità è di poche decine di migliaia di lire a fronte di retribuzioni mensili superiori a tre milioni. Proprio Gerlando Turco, teste in un altro procedimento penale ‘a carico di Davide Abbate + 4’ avviato nel 2014, nell’udienza del 7 marzo 2017, riferisce che, nel 1998 – proprio il periodo cui si riferisce l’accusa di estorsione a carico di di Vincenzo – la sua busta paga era di 3 milioni e 200 mila lire per 14 mensilità annuali e che ci potevano essere correntemente normali difformità, spesso anche in aumento, rispetto alla cifra base concordata, appuntto, di £. 3.200.000, difformità dello stesso tipo e aventi la stessa fisiologica dinamica fiscale, per detrazioni o fattori simili, sulla quale incredibilmente è imbastita l’accusa di ‘estorsione contrattuale’.
Stessa situazione per l’altro ragioniere, Gioia, tutt’ora dipendente con ruoli importanti e di fiducia nell’impresa di Di Vincenzo, mentre un cenno a parte merita Cereda. Questi all’epoca è uno studente universitario in Psicologia la cui assunzione viene imposta a Di Vincenzo da Giuseppe Lana, nipote del mafioso Salvatore Ferraro di cui prende il posto nel momento in cui questi, quando il 17 novembre 1992 scatta l’operazione Leopardo, si rende latitante e, in questa veste, per conto della famiglia mafiosa d’appartenenza facente capo al boss Giuseppe Madonia, va periodicamente da Di Vincenzo a riscuotere il pizzo. Che oltre a ingenti somme di danaro contante periodicamente incassato contempla l’assunzione del cugino Cereda, anch’egli come Lana nipote di Ferraro. Sulla necessità di Di Vincenzo di soggiacere all’imposizione mafiosa torneremo ma intanto, qui, va precisato che per l’imprenditore il giovane Cereda è un collaboratore come gli altri, il quale è addetto al centralino telefonico con contratto part time proprio perchè studia e frequenta i corsi universitari, peraltro con profitto, conseguendo in quegli anni in cui è dipendente della Di Vincenzo sia la laurea di primo livello alla Kore di Enna, che la specialistica a Catania.
Nessuno dei tre dipendenti – Turco, Gioia, Cereda – denuncia Di Vincenzo, nè sostiene di avere mai restituito parte della retribuzione percepita o indicata in busta paga, nè che gli sia stato chiesto di farlo. Ma allora su cosa si fonda l’accusa? Sulle dichiarazioni del mafioso Ferraro il quale, arrestato, diviene collaboratore di giustizia, status che costruisce (ispirato da qualcuno?) sulle accuse a Di Vincenzo, accuse false come prova lo stesso procedimento che, però, incredibilmente, sfocia nella condanna dell’imprenditore, peraltro arrestato preventivamente per quelle presunte difformità di poche decine di euro in buste paga da migliaia di euro, e solo per tre lavoratori (che non denunciano e non confermano i fatti oggetto del processo) su diecimila circa alle dipendenze di Di Vincenzo. Da aggiungere che, dopo il sequestro e la confisca dell’azienda, Cereda rimane tra i dipendenti di fiducia dell’amministratore giudiziario.
Infine una nostra considerazione critica sull’imprenditore condannato ingiustamente e poi assolto in un caso; condannato ingiustamente e definitivamente in un altro; destinatario della confisca con sentenza, assurda e immotivata ma per la giustizia italiana definitiva, dell’intero suo patrimonio. Il tutto a fronte del riconoscimento – da lui avuto in tutte le sedi giudiziarie nelle quali il dato sia venuto in rilievo – di essere vittima di mafia.
La considerazione riguarda la vera, unica, sua responsabilità, a nostro avviso grave, da lui sempre ammessa: quella – a quel tempo – di pagare il pizzo, scelta esecrabile sul piano etico, civile e sociale che speriamo abbia già da molto tempo interrotto e rinnegato. Ma è una scelta che, giuridicamente, può essere solo inquadrata nei canoni consolidati dalle leggi e dalla giurisprudenza. Per quanto esecrabile (certo, meglio, molto meglio sarebbe se il malcapitato potesse opporsi e denunciare) non è fonte di alcuna responsabilità penale soggiacere alla violenza intimidatrice della mafia, se non in presenza di elementi di volontario sostegno, partecipazione, complicità. La linea discriminante è la stessa che distingue la corruzione, in cui corruttore e corrotto sono complici, dalla concussione in cui il concusso è vittima. Nel caso di Di Vincenzo mai un processo o un elemento probatorio lo hanno collocato tra i complici, ma sempre e solo tra le vittime. A dare uno sguardo d’insieme alle sue incredibili vicissutini rimane una sola causa che è la sua ‘colpa’: essere il presidente di Confindustria Caltanissetta quando – fine anni ’90 – la sua poltrona entra nel mirino del presidente locale dei giovani industriali, Antonio Calogero Montante, di dieci anni più giovane di lui, ambizioso e impaziente.
Nella vicenda dell’affidamento in concessione nel 2004 del servizio idrico integrato nell’Ambito di Enna, già in nuce le impronte delle manovre di Montante contro Di Vincenzo. Ne segue una gestione disastrosa per l’utenza con la compiacenza di Ato e Ati che suona insopportabile e beffarda a fronte delle battaglie esemplari di lungo corso di Giuseppe Bruno di Assoconsumatori, dell’impegno di altri attivisti come Fedele Cameli e, da un anno, del comitato ‘Senz’Acqua Enna’ (controcanto ironico del gestore Acquaenna) di Monia Parlato
Tornando ai fatti da cui siamo partiti e alla gestione del servizio idrico in provincia di Enna, il 2004 è l’anno in cui il Consorzio Ato5 di Enna decide di sostituire il gruppo d’imprese, guidato dalla Di Vincenzo spa, vincitore della gara che l’ente stesso ha indetto ed espletato, con l’altro concorrente, giunto secondo con un notevole distacco di punteggio e però ritenuto più affidabile. Ritenuto da chi? Dai vertici politici dell’Ato come attestano i documenti in cui rimane traccia del tenore delle argomentazioni con le quali figure di matrice politica rivendicano mani libere e ampia discrezionalità nel maneggiare le valutazioni, le analisi, i punteggi, l’istruttoria condotta dalla commissione giudicatrice, l’organo legittimato a tali compiti. Quindi l’idea di un (nuovo) Rup e quella, ancora più incisiva, dello speciale mandato affidato al giurista Pitruzzella: rendere un parere nella direzione voluta dai committenti, parere che diventerà una decisione.
Quella scelta, palesemente strana e viziata da mille sospetti, mette gli allora 177 mila abitanti della provincia di Enna, per il soddisfacimento del loro bisogno di un bene essenziale come l’acqua, nelle mani di questa cordata privata di imprese, che assume il nome di Acquaenna, per il tempo lungo previsto da questo tipo di ‘affidamento in concessione’: trent’anni. A dire il vero, se l’Ato fino al 2021 e l’Ati negli anni seguenti, avessero fatto il loro dovere di servire gli interessi della comunità, la società – che ovviamente persegue i propri e quindi va richiamata tutti i giorni al rispetto degli obblighi assunti e alle norme di legge – non avrebbe potuto e non potrebbe fare ciò che ha fatto e continua a fare nella sproporzione enorme tra la tariffa imposta e il servizio reso e, sicuramente, non avrebbe potuto mantenere la concessione, come quando, nel 2015, come abbiamo visto, Pippo Bruno denuncia il mancato pagamento degli oneri concessori (una somma che, ai sensi degli art 9 e 38 della convenzione stipulata non può essere inferiore ad € 644.000,00 l’anno) relativamente a tre annualità, per un importo di due milioni di euro. Ma l’Ato, il suo vertice politico e il suo direttore dov’erano? E comunque, una volta trovatasi su un piatto d’argento la denuncia dell’attivista senza macchia, cosa fanno? Anziché operare una salvifica rescissione, i sindaci (fino al 2015 anche soprattutto la Provincia forte del 50%) riuniti nel Consorzio d’ambito optano per una transazione. In proposito viene nominato un commissario che però si dimette lasciando l’incarico a quel Pietro Lo Monaco che undici anni prima era stato, quale consulente in tandem con Pitruzzella, artefice dell’aggiudicazione ad Agac, poi Acquaenna. Da notare che la nomina di Lo Monaco è firmata da Mariella lo Bello, mentre gli altri provvedimenti analoghi portano la firma di Crocetta. Non che questi esprima mai un dissenso rispetto agli ‘affari del gruppo’ ma la notazione è doverosa.
E così una dolce transazione consente a questi imprenditori privati morosi e inadempienti ancorché beneficiati da una ricca tariffa di evitare la rescissione e di uscire indenni dal disturbo loro arrecato dal rappresentante dell’Assoconsumatori, senza del quale, se fosse dipeso dall’Ato, avrebbero potuto agire impunemente senza mai versare il minimo dovuto, sempre che l’abbiano versato come, giustamente, dubita Bruno il quale può vedere solo le carte che i responsabili dell’Ati gli concedono di vedere.
Nei 21 anni trascorsi sono molteplici e molto gravi le criticità del servizio nonché gli atti compiuti in danno dell’utenza sia sotto il profilo del costo che in relazione alla qualità. Alcune di queste criticità sono possibili reati oggetto del processo penale in corso scaturito da una denuncia di Pippo Bruno, figura quasi romantica per la tenacia dell’impegno spesso solitario e l’idealità etica che la nutre e la sostiene, artefice di un movimento d’opinione alimentato da attivisti come Fedele Cameli, voce indipendente e costante. Lo scorso anno poi, dopo la drammatica esperienza dell’emergenza estiva quando l’acqua manca per intere settimane, come abbiamo visto una cittadina, Monia Parlato, con lo scenografico gesto di strappare la bolletta, il 14 settembre 2024 dà via al movimento che, facendo il verso alla società di gestione, chiama ‘Senz’Acqua Enna’ e la cui pagina fb indica oltre sei mila membri, 6397 per la precisione.
Dal tenacissimo Bruno, in prima linea da oltre quindici anni, alle voci più recenti, questo movimento complessivo d’opinione, lottando contro Acquaenna – nonchè contro l’Ato e l’Ati mai all’altezza della loro missione di tutori dell’interesse dell’utenza e della comunità tutta – ha consentito che venisse scoperchiato un vaso di pandora di anomalie, commistioni, intrecci affaristici, esosità delle tariffe e contestuale vessazione degli utenti aggirati con manovre simili alla truffa, conclamate violazioni di legge e veri e propri reati almeno stando alle ipotesi d’accusa nel procedimento penale scaturito nel 2017 da un esposto di Bruno cui sono seguite denunce, dello stesso Bruno nonchè, come abbiamo visto, di altri tre cittadini e di due consiglieri comunali. Procedimento reso possible dalle limpide indagini del Noe che ha offerto materiale sufficiente per il rinvio a giudizio, il 10 aprile scorso, dei vertici di Acquaenna scpa, di due ex sindaci e di due ex commissari comunali.
Questo processo in corso riguarda possibili responsabilità penali in relazione a danni gravissimi alla salute e all’ambiente determinati da fenomeni inquinanti che Acquaenna avrebbe dovuto impedire, astenendosi dalle condotte che li hanno provocati, e sui quali l’Ati, con i suoi organi politici di indirizzo e quelli tecnici di esecuzione, avrebbe dovuto preventivamente vigilare chiamando la società concessionaria al rigoroso rispetto della convenzione e delle sue obbligazioni contrattuali.
Se volessimo compilare un cahier de doléances, esso, negli oltre vent’anni trascorsi dall’aggiudicazione del servizio, avrebbe migliaia di pagine, molte delle quali condensate nelle denunce di Bruno su vari temi. Per esempio una questione cruciale è quella delle cosiddette partite pregresse che ha visto Acquaenna imporre indebitamente agli utenti il pagamento di una somma di 22 milioni di euro.
Un altro lato scoperto della difesa degli utenti riguarda il deposito cauzionale, preteso ed imposto indiscriminatamente, in violazione delle regole vigenti tra le quali, nel caso specifico, una delibera dell’Arera per la quale il nuovo gestore può pretenderlo «a condizione che siano stati conguagliati i versamenti realizzati precedentemente al vecchio gestore». La norma, dettata dal comma 8, è chiara ma il pubblico ministero che dovrebbe applicarla si ferma prima e chiede lumi al gestore, ovvero al soggetto che ovviamente non gradisce quella norma. Che infatti rimane lettera morta.
Ecco cosa scrive Bruno il 7 luglio 2017: «Ogni qual volta si verifica una azione in difesa dei cittadini … arriva una reazione da parte del gestore del servizio idrico. Sembrerebbe una strana coincidenza! Sicuramente è da considerare tale lo strano fatto accaduto: ieri il CdA dell’ATI ha deliberato di proporre appello al CGA avverso l’ordinanza del TAR di Catania sulla sospensiva della delibera relativa al divieto di fatturazione delle partite pregresse, oggi i cittadini che hanno scorporato le partite pregresse si vedono pressati da operatori del servizio idrico con la minaccia di interruzione della fornitura di acqua, con annesse elargizioni di pareri giuridici da parte di tecnici e funzionari di Acquaenna, sulla legittimità delle stesse. Va ricordato che l’assemblea dell’ATO idrico con delibera n.23 del 17.12.2009 ha deliberato che le partite pregresse non potevano essere “scaricate” sui cittadini, anche, per la situazione socio-economica che la provincia attraversava. Tale presa di posizione politica venne stravolta dal Commissario del consorzio dei comuni e liquidatore dell’ATO idrico Dott. Caccamo che, violando la volontà dei sindaci, pensò di scaricare sui cittadini le partite pregresse, quantificate in circa 22 milioni”.
Nel 2016 l’inchiesta Reghion della Dda di Reggio Calabria (che arresta l’ex deputato di An Kappler e scopre un filo d’affari mafiosi in ambienti dell’eversione nera) colpisce un’associazione criminale e dispone il sequestro di Idrosur srl, socia di Acquaenna scpa, nonchè una sua partecipata. Subito dopo Rosy Bindi a Enna dichiara: “Qui la mafia c’è ed è nella gestione dell’acqua e dei rifiuti”.
Peraltro appena un anno prima della denuncia di Bruno, nel 2016, l’inchiesta Reghion della Dda di Reggio Calabria proietta ombre inquietanti sulla società consortile Acquaenna un cui socio, Idrosur srl con sede a Roma, (avente a sua volta quale socio unico Global business service srl, anche questa con sede nella capitale) è colpito da provvedimento di sequestro preventivo proprio in relazione alle ipotesi di reato per cui vengono arrestate dieci persone e sequestrate 14 società tra le quali, appunto Idrosur (socio di Acquaenna scpa) e Global business service srl da cui la prima come abbiamo visto è partecipata al cento per cento.
In manette, tra gi altri, Domenico Kappler, già senatore della ‘Casa delle libertà’, eletto nel 2001 in quota An (Alleanza nazionale) con il recupero proporzionale, non più riconfermato nel 2006 e nel 2008, quindi commissario in Calabria del partito Fratelli d’Italia cui aderisce fin dalla fondazione. Carica che ricopre quando scatta l’inchiesta anche se pare siano solo i suoi interessi di imprenditore e non quelli di dirigente politico a metterlo in affari con gli altri arrestati: funzionari del Comune di Reggio Calabria e imprenditori reggini, romani e milanesi. Domenico Kappler ha un cognome pesante ma non ci sono fonti documentali a confermare o a smentire una sua parentela con il criminale nazista Herbert morto nel 1978 o con il figlio adottivo di questi Ekehard Walther Kappler. L’ex parlamentare, arrestato quando tentava la fuga, è stato amministratore delegato, su nomina del sindaco di Roma Gianni Alemanno, della società pubblica Risorse per Roma spa interamente partecipata da Roma Capitale per la gestione dell’alienazione del patrimonio immobiliare capitolino: suscita clamore un suo bando per l’assunzione di 50 tirocinanti senza una commissione, poi annullato dal suo successore nominato dal sindaco Ignazio Marino, perchè in violazione di tutte le norme che disciplinano le assunzioni in enti pubblici o società da essi partecipate.
L’inchiesta – che con Kappler e gli altri imputati, investe Idrosur, socio di Acquaenna – ha per oggetto un appalto da 250 milioni di euro per la gestione del servizio idrico e il sistema di depurazione delle acque a Reggio Calabria aggiudicato con un ribasso dello 0,1% grazie ad una serie di scambi corruttivi dietro i quali c’è la ‘ndrangheta. Tra gli altri imputati Paolo Romeo, avvocato, simpatie e militanza fasciste, protagonista dei moti di Reggio Calabria, difensore del principe nero Junio Valerio Borghese a processo per il tentato golpe del 1970, deputato alla Camera del Psdi dal ’92 al ’94, figura di primo piano della ‘ndrangheta, crocevia di traffici con massoneria segreta (aveva visto bene De Magistris, fermato e costretto a lasciare l’indagine) ed eversione nera, condannato con sentenza definitiva nel 2004 per associazione mafiosa e nel 2021 a 25 anni di carcere nel processo Gotha in cui confluisce l’inchiesta Reghion del 2016 sull’appalto idrico firmata da Francesco Cafiero de Raho. Tra le armi di Romeo anche le campagne mediatiche condotte dal quotidiano Il Garantista a tutela dei funzionari comunali che sono gli anelli centrali del sistema corruttivo che consente alla ‘ndrangheta di gestire appalti pubblici milionari, come il projetc financing da 250 milioni sul servizio idrico nel quale incappa anche uno dei soci di Acquaenna.
Peraltro l’identità di Idrosur sembra avvolta in una nebbia che la rende invisibile. A Enna pare nessuno sappia chi veramente vi sia dietro, ma ad alcuni non sfugge, per esempio, che sia costato solo 90 mila euro il pacchetto del 3% delle azioni, cifra appena sufficiente a remunerare la sottoscrizione nominale iniziale ma sicuramente molto al di sotto del valore reale si possa attribuire ad un’impresa avente il ciclo trentennale di gestione che oggi registra un fatturato annuo di 25 milioni.
Il 17 novembre 2016, pochi mesi dopo questo segnale inquietante proveniente dall’inchiesta calabra, a Enna arriva la Commissione parlamentare antimafia con il vice presidente Claudio Fava e la presidente Rosy Bindi la quale a conclusione delle audizioni afferma: “Crediamo che dopo quello che abbiamo acquisito oggi, si debba disporre, come nel caso di Agrigento, un approfondimento sulla gestione delle acque, che in questa provincia é completamente privata. Riteniamo che gli organi di controllo, in particolare l’Ati, presieduta dal sindaco di Enna, debba prestare una particolare attenzione sulla composizione societaria di chi gestisce questo servizio e sulla qualità di questo servizio”.
Più chiara non potrebbe essere Bindi la quale osserva: a Enna la mafia c’è ed è nella gestione dell’acqua e dei rifiuti”, settori nei quali, soprattutto il secondo, è forte la presa dei signori delle discariche sostenuti dal ‘sistema-Montante’, tant’è che Fava sul punto polemizza a distanza con Vania Contraffatto, assessora di passaggio in quel governo regionale-Crocetta che di assessori ne collezionò più di cinquanta e che, avremmo scoperto due anni dopo, era una dependance della centrale degli affari di quel sistema Montante o, meglio, del sistema-Lumia Montante. Beppe Lumia, parlamentare sempre eletto dal 1994 con Pds-Ds-Pd fino al 2012, quindi confermato senatore con il partito da lui inventato, Il Megafono, per mettere Crocetta a capo della Regione, grande sostenitore di Montante, ne era il mentore ed anche l’ideologo di quel sistema.
Guccione a capo di Iblea Acque con doppia poltrona: situazione illegittima, vietata dalla legge. In ogni caso qual’è il senso di una nomina che – all’interno della sfera d’interesse per una gestione del servizio idrico dotata di efficienza, efficacia, economicità e trasparenza – non presenta alcuna spiegazione logica, plausibile, coerente, nè convincente? Possibile che si tratti di ‘un cavallo di Troia’ capace di sabotare, arrestare, espugnare la scelta del modello pubblico?
Siamo partiti dalla nomina di Stefano Guccione alla carica di amministratore unico di Iblea Acque spa per capirne le ragioni utili a spiegare una scelta viziata da stranezze, anomalie, ombre, criticità scaturenti dall’assenza e dalla debolezza dei titoli esibiti dal candidato prescelto. Anche per valutare l’impatto che potrà avere sul futuro del servizio idrico nell’Ambito ibleo gestito da una società a totale capitale pubblico che però, adesso, viene messa nelle mani di un amministratore del quale abbiamo cercato di scoprire, non solo esperienze e competenze, ma soprattutto l’idoneità a tutelare l’interesse generale della comunità degli utenti: in questo caso non rispetto ad un gestore privato che non c’è, ma che – chissà? – potrebbe apparire in futuro.
Abbiamo visto non solo quali siano le esperienze e le competenze reali di Guccione, tutte racchiuse nel suo cursus di funzionario dell’ufficio dell’Ato e dell’Ati e mai – come invece a Ragusa – nella gestione del servizio; ma anche la sua linea di condotta nel conflitto eclatante tra le ragioni dell’utenza e quelle del gestore privato Acquaenna scpa. Abbiamo anche voluto segnalare il dato di cronaca relativo alla scelta di Ireti spa – che controlla Acquaenna – di fermarsi, anzichè andare avanti con ricorso al Cga, dinanzi alla sentenza del Tar che dà torto al colosso emiliano e alla sua pretesa di considerare illegittima la scelta compiuta dai sindaci iblei riuniti nell’Ati di affidare la concessione del servizio ad una società in house. Abbiamo visto che tale scelta, che segna un’inversione a ‘U’ rispetto alla battaglia condotta dinanzi al Tar, si concretizza dopo l’arrivo a Ragusa, a capo della società di gestione prima invisa ad Ireti, di Guccione il quale, per 17 anni, dal 2009 ad oggi, è stato (e pare sia ancora) colui che, dalla postazione di servizio dentro l’Ati5En, presidia la situazione ennese così come l’abbiamo esplorata e scoperta: un servizio pessimo; tra i più cari d’Italia; viziato da forti dubbi sulla legittimità di bollette gonfiate con vari artifizi; un processo penale in corso, con tredici imputati, sul devastante impatto inquinante prodotto da violazioni di norme di legge da parte dei vertici di Acquaenna scpa e di ex amministratori di due Comuni; il tutto nella sconvolgente sottomissione degli organi dell’Ato fino al 2015 (presidente di Provincia per una metà, sindaci per l’altra) e delle Ati (solo sindaci dei comuni interessati) dal 2016: organi politici e funzionari preposti da ritenersi semplicemente distratti, pigri, negligenti, superficiali? O ben consapevoli di ogni loro scelta, anche omissiva, e quindi complici?
Per la cronaca rileviamo che fino al 2015 il potere decisionale negli Ato è per il 50% della Provincia la quale quindi, di fatto, determina ogni decisione. A Enna al vertice troviamo il centrosinistra fino a maggio 2008, il centrodestra dal 2008 al 2013, quindi i commissari nominati dal governo regionale Crocetta fino al subentro, nel 2016, delle Ati. In queste ci sono solo i Comuni, ognuno con il proprio peso demografico: Enna, uno dei pochi non allineati al gestore soprattutto con la sindacatura Di Pietro in carica dal 2015, ha il 16,08%; Piazza Armerina che presiede l’Assemblea territoriale idrica ha il 12,8; Nicosia 8,23; Barrafranca 8,06; Leonforte 8,0; Troina 5,5 e via via gli altri a decrescere fino allo 0,48% di Sperlinga.
Dopo il tempo dello strapotere decisionale dell’ente Provincia nell’Ati, questa, nell’era in cui a dettare la linea sono solo i Comuni, nella prima fase, dal 2016, è guidata dal sindaco del capoluogo Maurizio Di Pietro, uno dei pochissimi primi cittadini a dimostrarsi non subalterno al gestore idrico, mentre il 18 aprile 2021 gli succede Antonino Cammarata, anche lui avvocato, sindaco di Piazza Armerina eletto, a 33 anni, nel 2018, quale candidato di Forza Italia e del partito del presidente della Regione Nello Musumeci ‘Diventerà Bellissima’. Passato, come l’intero gruppo di Db, a Fratelli d’Italia nel 2022, Cammarata l’anno dopo è riconfermato sindaco, sostenuto da FdI e Udc, vincendo al ballottaggio contro lo sfidante Massimo Di Seri di Fi, Dc e Sud chiama Nord.
Dunque, da aprile 2021, a guidate l’Ati5En è il sindaco di Piazza Armerina e non quello del Comune capoluogo, Di Pietro, in carica fino alle prossime elezioni del 2026.
E qui un cenno a Guccione e al suo ruolo, e peso, nell’Ati è ulteriormente necessario. Abbiamo detto di un suo stipendio-super – questo sì, stranissimo e forze viziato da fattori che andrebbero analizzati in sede giudiziale ai fini di possibili responsabilità, anche contabili – e quindi, conclusivamente, può essere utile comprendere da cosa esso sia determinato.
La sua attività viene valutata molto positivamente dall’Oiv, Organismo indipendente di valutazione, come risulta dalla determinazione del responsabile finanziario dell’Ati del 3 ottobre scorso che pertanto gli riconosce l’indennità aggiuntiva di risultato nella misura del 25% delle varie spettanze.
La retribuzione di Guccione su cui calcolare il 25 % risulta composta da tre voci ordinarie (retribuzione base tabellare pari a € 45.260,77; indennità di funzione pari ad € 45.512,35; indennità di vacanza contrattuale pari ad € 543,14) e da due voci straordinarie: indennità ad personam come da contratto .pari ad € 15.000,00; indennità ad personam come da addendum al contratto pari ad € 50.000,00 per 13 mensilità per un importo totale di € 156.316,26 cui aggiungere il premio di risultato, pari al 25%, di € 39.079,07.
Il totale complessivo è quindi di € 195.455,33, una cifra altissima considerato il livello di competenze, la qualifica, le funzioni espletate e il curriculum che abbiamo visto, con non pochi dubbi di legittimità: questi sì, più che fondati (a differenza di quelli posti nella campagna contro Poidomani dai sostenitori della scelta, tra i 29 candidati, di Guccione a Ragusa) e vedremo perché. Ma prima una notazione è necessaria.
Chi è l’Oiv che valuta Guccione?
L’ufficio è ricoperto da Giuseppe Pagano, 47 anni, palermitano, commercialista e revisore contabile, nominato a tale incarico il 29 giugno 2022 per il triennio 2022-2025. Ma chi è a nominare Pagano? E’ il direttore generale dell’Ati, cioè Guccione.
Quindi Guccione nomina Pagano e questi lo valuta ‘positivamente’.
Da aggiungere che in precedenza, dal 2020, Pagano è presidente del Collegio dei revisori dei conti del Comune di Piazza Armerina retto, dal 2018, dal sindaco Cammarata il quale, l’8 gennaio 2024 lo nomina assessore nella propria giunta.
E’ sempre il sindaco Cammarata, presidente dell’Ati, a sottoscrivere a settembre 2022 l’addendum con cui riconosce a Guccione un ulteriore assegno ad personam di €.50.000 ed è stato sempre lui a sottoscrivere il contratto di lavoro che a gennaio 2022 contiene già un primo assegno ad personam di €.15.000,00.
Una combinazione stupefacente e uno scambio di ruoli che incanta per la disinvoltura con cui interessi materiali e posizioni individuali entrino negli atti della Pubblica amministrazione prodotti dai titolari medesimi di tali interessi e posizioni.
Pare che nessuno abbia mai sollevato dubbi sugli assegni, nonché sul loro inserimento nella base di calcolo sulla quale determinare l’ulteriore premio di risultato, proprio per il raggiungimento di quegli stessi obiettivi per cui era stato riconosciuto un assegno ad personam superiore alla stessa retribuzione tabellare dirigenziale.
Dalla stessa determinazione citata emerge che Guccione, direttore dell’Ati, e Cammarata, presidente, il 12 settembre 2022, sottoscrivano un addendum al contratto con il quale al primo viene riconosciuta, ai sensi dell’art.110, comma 3 del Tuel, Testo unico enti locali, un’indennità aggiuntiva “ad personam” di € 50.000,00 annui limitatamente al periodo di attuazione dell’intero programma di finanziamento relativo al REACT-EU, PON Infrastrutture e Reti 2014-2020 con decorrenza 1° settembre 2022, mentre nulla emerge sulle ragioni dell’altro assegno ad personam di €.15.000,00.
L’assegno d €.50.000,00 riconosciuto per l’attività relativa ai finanziamenti PNRR viene giustificato in relazione a quanto previsto dal comma 3 dell’art.110 del D.Lgs. n.267 del 2000. Ma l’indennità ad personam, ai sensi del comma 3 dell’articolo 110, va «commisurata alla specifica qualificazione professionale e culturale, anche in considerazione della temporaneità del rapporto e delle condizioni di mercato relative alle specifiche competenze professionali».
Nel caso di incarichi dirigenziali a contratto che un ente locale assegni ad un funzionario (caso di Guccione, all’epoca funzionario regionale) non ricorrono le condizioni poste dalla norma, che devono essere necessariamente tutte compresenti: qualificazione professionale e culturale (è il possesso di requisiti di eccellenza; nulla esclude che un funzionario possa disporne, ma è evidente la straordinarietà e la rarità del caso, ed in ogni caso nulla è detto al riguardo); la temporaneità del rapporto in quanto l’indennità ad personam è implicitamente pensata per “rendere attrattivo” l’incarico nei confronti di chi dai propri particolari requisiti di competenza ed eccellenza, tragga la fonte del proprio reddito e per causa dell’incarico rischi di porsi temporaneamente al di fuori del filone operativo fonte di reddito (l’indennità ad personam è pensata in favore di professionisti, operanti nel mercato concorrenziale, per i quali non è possibile il contemporaneo esercizio della libera professione, e visto che l’incarico a contratto è a tempo determinato e non può costituire stabile fonte del reddito, si consente l’indennità ad personam come compensazione, fattispecie qui insussistente perché Guccione è un funzionario dipendente della Regione, del quale peraltro conosciamo l’intera singolare carriera, e non un libero professionista; le condizioni di mercato relative alle specifiche competenze professionali comportano che l’indennità ad personam non valga per chiunque risulti destinatario di un incarico a contratto, ma solo nei confronti di incaricati reperiti tra professionisti e non dipendenti subordinati.
Quindi l’indennità ad personam, attribuita per il raggiungimento di obiettivi ad un funzionario dipendente è del tutto estranea alle previsioni della norma e appare illegittima.
Nel frattempo giunge conferma ufficiale del doppio incarico espletato da Guccione, direttore dell’Ati di Enna e amministratore unico di Iblea Acque. Con determinazione del 5 dicembre scorso il presidente Cammarata prende atto che Guccione si è messo in ferie fino al 3 febbraio prossimo e in tale periodo assegna le sue funzioni ad interim al responsabile finanziario dell’Ati prospero Sanfilippo. Nel frattempo è avviata la procedura per la nomina di un nuovo direttore (l’incarico di Guccione scadrà a dicembre 2026).
Quindi Guccione è, attualmente, ancora dipendente dell’Ati Enna che lo ha autorizzato a prestare, ormai da oltre due mesi, anche le funzioni di amministratore unico di Iblea Acque.
Una situazione grave e palesemente illegittima secondo le norme di legge vigenti.
L’art.12, comma 4, del D.lgs n39 del 2013 ritiene incompatibili i seguenti incarichi: «Gli incarichi dirigenziali, interni e esterni, nelle pubbliche amministrazioni, negli enti pubblici e negli enti di diritto privato in controllo pubblico di livello provinciale o comunale sono incompatibili: a) con la carica di componente della giunta o del consiglio della regione; b) con la carica di componente della giunta o del consiglio di una provincia, di un comune con popolazione superiore ai 15.000 abitanti o di una forma associativa tra comuni avente la medesima popolazione, ricompresi nella stessa regione dell’amministrazione locale che ha conferito l’incarico; c) con la carica di componente di organi di indirizzo negli enti di diritto privato in controllo pubblico da parte della regione, nonché di province, comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti o di forme associative tra comuni aventi la medesima popolazione della stessa regione». Più chiaro di così? Guccione è dirigente esterno di ente pubblico, l’Ati Enna, e quindi il suo attuale incarico è incompatibile con la funzione di amministratore unico di Iblea Acque, e cioè organo di indirizzo di ente di diritto privato in controllo da parte dei comuni
Tornando alla vicenda principale e al tema di fondo, in conclusione, abbiamo cercato di dare risposte – in mancanza di quelle dello stesso Guccione, nonchè dei vertici di Acquaenna scpa e di Ireti spa che abbiamo invano sollecitato su vari punti delle vicende trattate – attraverso la ricostruzione dei fatti.
Tra le voci consultate e i pareri ascoltati ci siamo imbattuti in quello secondo cui il nuovo assetto di Iblea Acque spa sia una sorta di ‘cavalllo di Troia’ per la gestione pubblica dell’acqua. Non abbiamo strumenti per scoprire con certezza se questa sia solo un’opinione che, come tutte, merita di essere considerata, o un fatto. Perciò la porgiamo così, confidando soprattutto nella coscienza critica e nell’autonomia di pensiero di chi legge, alle quali speriamo che i fatti documentati possano offrire un valido soccorso.