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Italia: Mancini, atto secondo. L’uomo dell’Europeo per una missione Mondiale

Otto anni dopo il primo incarico, Roberto Mancini torna sulla panchina azzurra per ricostruire una squadra e riportare l'Italia ai Mondiali del 2030. Tra entusiasmo, polemiche e una seconda occasione tutta da dimostrare

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«La speranza nostra è quella di mettere insieme una Nazionale che giochi bene e che vinca in breve tempo». Con queste parole Roberto Mancini si presentava otto anni fa alla prima intervista da Ct della Nazionale e, a distanza di otto anni, queste stesse parole risuonano più attuali che mai. L’obiettivo è quello di tornare a dare un’identità e una solidità a un gruppo che in questi anni è andato incontro a una débâcle clamorosa, mancando, oltre a quella del 2018, la qualificazione ai Mondiali del 2022 in Qatar e del 2026 negli USA. Malagò ha individuato nel tecnico 61enne di Jesi la giusta guida per imbastire questa svolta che si dovrà concretizzare, senza alcun alibi, con la qualificazione alla Coppa del Mondo del 2030. È cosa nota che Mancini sia sempre stato il favorito di Malagò per la naturale intesa che deve esserci tra presidente e ct e, nel loro caso, l’affiatamento prescinde dal mero ambito lavorativo: «Una coppia che nella vita prescinde da tutto, è una coppia molto legata». Così il presidente federale ha definito il suo rapporto con il nuovo commissario tecnico a margine di una partita di calcetto. In virtù, però, della rivoluzione avviata con la defenestrazione di Gravina, si è provato a discostarsi dall’”usato garantito” (che poi così garantito non è, considerando la mancata qualificazione ai Mondiali dopo la vittoria dell’Europeo del 2021 proprio per mano di Mancini) per respirare una ventata d’aria fresca che ha visto l’approdo – in via Gregorio Allegri 14, sede della FIGC – di Maldini come direttore tecnico e presidente del Club Italia e di Leonardo come advisor. Avventura durata meno di uno schiocco di dita: la bocciatura, infatti, di Andrea Pirlo – legata al suo ruolo di ambasciatore commerciale della società di scommesse russa Fonbet – come commissario tecnico della Nazionale si è riverberata sui due dirigenti che, non accettando compromessi, si sono dimessi.

«Ho ritenuto a quel punto che la persona che dovesse diventare commissario tecnico fosse Roberto Mancini». Malagò, nella giornata di ieri, commenta così la scelta di rimettere sulla panchina azzurra colui che l’11 luglio 2021 portò l’Italia a vincere l’Europeo. Sempre otto anni fa, alla prima da allenatore degli azzurri, Mancini dichiarò che nutriva il sogno di aiutare a riportare la Nazionale dove meritava. Sembra tutto un déjà-vu: il ritorno di Mancini, le parole perfettamente calzanti col momento e le scelte, che un tempo sembravano innovative ma che oggi risultano invece necessarie, come quella di puntare sui giovani. Ecco che ritorna il tema del tempo, il tempo che scandisce i ritmi, le scadenze, gli impegni. Il tempo di cui parla lo stesso Malagò, ma di cui aveva parlato, sempre otto anni fa, il Mancio; quel tempo che sembra sempre abbondare ma che scorre via veloce come granelli di sabbia su un palmo di mano quando il vento soffia forte: non ce n’è tanto, anche se il 2030 sembra distante anni luce. Arare, seminare e raccogliere: con queste metafore afferenti all’ambito bucolico – senza dimenticare il ticchettio dell’orologio – il presidente della FIGC traccia la strada per il cammino verso i prossimi Mondiali: «Il campo deve essere arato, deve essere seminato e devi andare a fare un raccolto nel minor tempo possibile». Piaccia o no (e i sondaggi sono più per il no di un Mancini bis), anche se è ormai troppo tardi, l’ex allenatore, tra le altre, di Inter e Manchester City è l’unico che ci ha regalato una parata azzurra negli ultimi vent’anni, proprio grazie alla vittoria degli Europei del 2021. L’endorsement è arrivato anche da parte di Fabregas che ha detto sul nuovo ct azzurro che gli è sempre piaciuto e che lo seguiva anche ai tempi del City. A Roberto Mancini non si perdona sostanzialmente la fuga da Coverciano per inseguire un ingaggio milionario in Arabia Saudita, circa 25 milioni annui per gli amanti delle cifre; scelte dunque dettate da motivi chiari ma spiegate in modo un po’ incerto. «If you want a top player, you have to pay a good salary». Insomma, è chiaro, no? Sicuramente non è stato il progetto a spingere Mancini a virare verso Oriente. Alla luce di tutto ciò, dunque, perché vale la pena affidarsi a un Mancini bis e perché no? I motivi del sì riguardano in primis il fatto che è stato l’ultimo allenatore vincente sulla panchina azzurra; è un allenatore che sa riconoscere e valorizzare il talento dei giovani, per citarne alcuni: la convocazione di Zaniolo quando non aveva ancora esordito in Serie A, il lancio di Cancellieri, a cui riconosce un grande potenziale, e quello di Scalvini che proprio con lui potrebbe ritrovare spazio in Nazionale. Bel gioco, frutto di un 4-3-3 traslato in fase offensiva in un 3-2-5, puntando su ampiezza, profondità e pressing. Perché invece non è una buona idea rimettere Mancini sulla panchina azzurra? Sicuramente il tradimento della Nazionale italiana per un’altra nazionale, quella dell’Arabia Saudita nello specifico, il fatto che rappresenti un ritorno al passato in un momento storico in cui si invocavano invece cambiamento e rivoluzione e la mancata qualificazione ai Mondiali del 2022 in Qatar. Al netto degli schieramenti, Mancini è il nuovo ct della Nazionale italiana di calcio e per lui, nel breve periodo, si prospetta una prima missione chiamata Nations League, che ha anche il sapore di un test. Il 25 settembre si gioca infatti a Roma Italia-Belgio e il 28 dello stesso mese si vola invece in Russia per Turchia-Italia. Gli azzurri avranno a disposizione solamente due allenamenti prima del debutto in Nations League. Inutile dire che, sulla carta, siamo i meno accreditati, ma come sempre a parlare sarà il campo.

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