In viaggio per le secche di Circe e il racconto – emozione, per emozione, pezzo per pezzo – dei ritrovamenti: un vaso di Pandora che, 22 anni dopo, è ancora da scoperchiare – 3
Proseguiamo nel racconto dei ritrovamenti…
“Nel giugno del 2003, durante una battuta di pesca subacquea, presso il sito delle “Secche di Circe”, rinvenivo alla profondità di nove metri, un enorme ancora di metallo a forma di croce. La documentai tornandoci in giornata con un’immersione successiva, usando una macchinetta di queste subacquee che produceva la Kodak. Feci degli scatti e li portai a sviluppare dal fotografo Massimo Assenza, che mi diede una pellicola molto più sensibile e mi invitò a tornarci e a produrre degli scatti. Con questa pellicola da oltre 1200 asa e con una macchina fotografica subacquea, stiamo parlando di una macchine non digitale ma a pellicola tornai per fare le foto all’ancora. In quella occasione pensai di ipotizzare vettorialmente quale poteva essere la traiettoria di un’ipotetica nave in caso di naufragio. Posizionando le secche, ipotizzando la corrente di un mare in aumento in condizioni meteomarine avverse, andai verso valle, quindi verso la spiaggia e venni attratto da due seppie che si stavano accoppiando. Scendendo mi accorsi che i due animali erano vicino a un oggetto, che inizialmente mi sembrava essere un sasso. Quando mi avvicinai vidi che non era un sasso, bensì erano le costole di una imbarcazione. La nave venne fuori perché in quei giorni vi fu una violenta mareggiata e quindi si portò la sabbia che la copriva”.
Sempre in acqua ed in quale zona?
“Si, sempre in acqua. sempre nella zona delle “Secche di Circe”, quello è un vero e proprio cimitero, le navi che passavano da quel tratto di mare cozzavano negli scogli e affondavano. Il relitto Gugliotta, chiamiamolo così, non ha immagini perché è sepolto dalla sabbia ed è ancora lì. Quello delle tre ancore è ancora lì, ogni tanto vengono fuori le ancore. Il terzo relitto è ancora lì, mentre l’ancora venne recuperata. Lo stesso giorno però trovai il relitto e accadde che avendo la macchina fotografica con la pellicola a 1200 asa andai a rilevare e a testimoniare anche la presenza lignea. Quindi andai dai Carabinieri che mi rilasciarono un verbale, fornì loro le coordinate e chiaramente parlai anche di questa presenza lignea”
Proviamo a riassumere i ritrovamenti…
“Dal 2003 agli anni successivi i grandi ritrovamenti sono rallentati, se non che nel 2004 ritrovai praticamente un manufatto in pietra che per caratteristiche costruttive, per composizione, tanto si accosta all’Ossidiana Pantesca. Su questa pentola, l’archeologo Saverio Scerra, avanzò l’ipotesi, che potesse trattarsi, vista la composizione di pietra vulcanica che assomiglia tanto per petrografia all’ossidiana di Pantelleria, di un contenitore per il fuoco greco, dove gli elementi chimici si disponevano per differente peso specifico in un determinato modo, il precursore della moderna nitroglicerina. Sostanzialmente è come se mettessimo acido nitrico e alcol assieme, usando il glicerolo come liquido separatore delle due composizioni, altrimenti avremmo un’esplosione immediata. Per il fuoco greco il procedimento era lo stesso: si usava l’olio minerale degli iblei in superficie, lo zolfo, dell’entroterra e poi la calce viva, all’impatto avevamo praticamente la combustione. Questo è il quarto ritrovamento.
Nel 2005, frequentando sempre il tratto di mare delle Secche di Circe” rinvenni un piatto di terracotta acroma che consegnai prontamente ai carabinieri con un verbale di consegna. Insieme al piatto trovai anche alcuni dischi di metallo, immaginai subito che potessero essere delle monete, tant’è che poi cercai di recuperare tutto ciò che fosse visibile per metterlo al sicuro. Nonostante tutto questo non mi sono mai permesso di deturpare il sito di rinvenimento, non eseguendo la benché minima opera di scavo, perché sono stato da sempre cosciente dell’importanza di non alterare mai alterare il sito, però riguardo alle monete che erano a vista insieme al piatto mi sono deciso a recuperarli perché la zona è frequentata, da persone che pescano in tutti i modi e quindi è difficile che un piatto di 32 centimetri di diametro rimanga occultato.
Questo piatto è stato ritrovato in un’area molto importante, quella che ci ha restituito, a distanza di 20 anni, il relitto greco scavato dall’università di Udine e dalla Soprintendenza del Mare. Si tratta di quello che viene normalmente identificato come il “relitto di Santa Maria del Focallo”, ma che si trova in altro luogo, la nave costruita con tecnica a guscio e datata al VI secolo a.C. Io ho trovato legni e chiodi ma successivamente ho trovato una cosa molto importante: due punte di lancia, una integra e una più danneggiata, la prima venne consegnata dal sottoscritto al sindaco di Ispica perché perché è l’autorità del luogo e può prendersi l’incarico di conferire alla Soprintendenza il reperto che lui ha acquisito. E’ stata una questione di praticità. L’anno precedente al rinvenimento di queste punte di lancia avevo, nel 2020, già segnalato il relitto, ma a distanza di un anno non vi fu nessuna attivazione perché la Soprintendenza soffrì la perdita di Sebastiano Tusa e vi fu un riordino dei vertici ma anche una saturazione del reparto subacqueo, perché doveva portare avanti dei progetti già finanziati e approvati che, in caso di interruzione, avrebbero portato alla perdita dei finanziamenti. Nel mare di Marausa, infatti, c’era un cantiere aperto che si doveva portare a conclusione, ma nel frattempo questo relitto qualora si fosse scoperto per vie dei marosi avrebbe rischiato la depredazione. Fortunatamente non è successo nulla, così abbiamo tenuto segreto il sito, lo abbiamo frequentato pochissimo ed io mi sono sempre impegnato a non divulgare niente, seguendo scrupolosamente le istruzioni della Soprintendenza, delle Forze dell’Ordine.
Durante un’immersione sportiva ricreativa assieme all’amico Paolo Ciacera, con il quale praticamente ho condiviso tantissime avventure di pesca e di mare, ci siamo trovati di fronte ad una cosa che ci ha un po’ spiazzato. Avevo in precedenza trovato materiale bellico e ordigni inesplosi, che ho sempre segnalato alle Capitanerie di Porto, alcuni sono stati fatti brillare con l’intervento di artificieri e altri sono stati verificati e ne è stata appurata diciamo l’inerzia. Con l’amico Paolo ci siamo praticamente trovati di fronte ad un cannone ad avancarica, come quello che si vede nei film dei pirati, penso sia medievale. Ci siamo praticamente tutti e due intestati la scoperta di questo cannone, rinvenuto a nove metri di profondità. Dopo la pubblicazione dei primi articoli sono stati anche sorpresi dei personaggi in trasferta proprio nella zona delle “Secche di Circe, Porto Ulisse e Pantani Longarini”. Queste sono zone tutte legate fra loro sia dal punto di vista storico che etnografico, ma“ purtroppo anche come luogo di frequentazione di scavatori clandestini.
Perché quella zona si chiama Longarini? Longani era una divinità dei corsi d’acqua, dei fiumi e dei laghi, quindi i nomi, dei luoghi giungono fino a noi quasi inalterati, portano delle verità che sono praticamente inalterabili. “L’isola dei porri”, le “Secche di Circe” a distanza di mezzo miglio, con il porro selvatico che era il componente principale di tutti gli intrugli, il molì, che poteva fare una pozione per trasformare gli uomini in porci o un antidoto, a seconda del metodo di preparazione. Quindi l’ingovernabilità delle imbarcazioni dovuta alla presenza della secca, incastona nel periodo omerico questo specchio acqueo: con il Porto di Ulisse, le Secche di Circe e l’Isola dei porri noi abbiamo tre elementi che legano praticamente il mito di Ulisse ai nostri luoghi. Ma non è tutto, perché “le grotticelle di Cirica” che oggi sono state erose in gran parte, all’epoca davano riparo alla foca monaca, che a testimonianza di qualche pescatore quasi centenario era presente nei nostri litorali. La foca monaca, vivendo in quelle grotte, dove l’acqua entra per via del moto ondoso, comprimendo l’aria dal suo interno e facendola fuoriuscire da fenditure a forma di getti, emetteva un suono polifonico che veniva associato al canto delle sirene. Quindi non possiamo far finta che tutto questo sia dato dal caso, dovremmo altresì valorizzarlo, perché la mitologia fa parte della nostra identità. Questo è stato anche il contenuto del mio intervento nel documentario prodotto da Martin Scorsese, ho parlato di come si incastonando il mito di Ulisse nel nostro territorio, Siamo al settimo ritrovamento. Nel 2017 iniziai ad usare un drone “personale e ad incrociare la fotografia aerea prodotta dal drone con i dati rilevati da Google Earth. Andando a ritroso nelle foto di Google Earth, riuscivo a stabilire la variazione di insabbiamento del fondale, a coefficiente negativo. Verificando con il drone le zone che venivano scavate dalla corrente e facendo delle immersioni di pesca mi accorsi che non mancavano i rinvenimenti. A “Porto Ulisse” rinvenni un altro relitto, il relitto “Giunta due”, che però non venne mai registrato con il mio cognome.
La scoperta del relitto a chi venne intestata?
Il relitto fu dato come un rinvenimento della Guardia di Finanza, presumo che per un attimo si sia temuto che il sottoscritto richiedesse premi di rinvenimento a cascata e avrebbero dovuto quindi corrispondere somme da record”.
3 – continua
Qui la prima puntata – Qui la seconda puntata





