In viaggio per le le Secche di Circe: l’Osso a Globuli, i 24 esemplari, la facies di Castelluccio, i Siculi e un mistero archeologico lungo 34 secoli ancora tutto da risolvere – 4
I ritrovamenti che permettono di ipotizzare l’esistenza di contatti fra luoghi diversi, anche lontani, nei periodi antecedenti la colonizzazione greca, non avvengono soltanto in mare ma anche sulla terraferma.
Ad esempio, c’è il famoso “Osso a Globuli” della facies di Castelluccio, che è stato trovato a Malta come è stato trovato a Modica, Scicli, Ragusa, Santa Croce Camerina e Comiso, a testimonianza che qualcuno in quel periodo, XXIII-XV sec, a,C., quantomeno è arrivato a Malta.
Gli ossi a globuli sono a tutt’oggi un piccolo mistero dell’archeologia. In Sicilia sono stati finora ritrovati 24 esemplari, che si aggiungono a un esemplare proveniente da Tarxien (Malta), due dalla Puglia, uno da Lerna (Peloponneso) e tre da Troia.
Si tratta di placchette ricavate da ossa lunghe – non si sa se animali o umane – sezionate in senso longitudinale e lavorate sulla faccia esterna per ottenere, tramite una sorta di bassorilievo estremamente raffinato, una fila di bugne, i cosiddetti globuli.
Castelluccio (Noto, SR) è il sito che dà il nome a questa facies storica, ed è anche il luogo in cui è stato fatto il rinvenimento più cospicuo di questa tipologia di manufatto.
È ancora assolutamente dubbia la funzione di questi oggetti: tuttavia, è da tenere in considerazione che la facies di Castelluccio fu tra le prime della preistoria siciliana a far uso di sistemi mnemonici, come i “marchi da vasaio”, o i cosiddetti “contrassegni”, chiamati in ambito archeologico con il termine inglese token.
Si tratta di piccoli oggetti d’argilla che rappresentano unità di calcolo, come, ad esempio, una misura di cereali o di capi di bestiame; erano modellati in forme singolari, spesso geometriche, facilmente riconoscibili, identificabili e duplicabili; sulla superficie di alcuni di essi sono anche incisi dei segni. Nulla esclude che anche gli ossi a globuli possano essere dei memory tools, magari per conteggiare un numero di gravidanze.
Duccio Belgiorno -Direttore del Museo civico di Modica negli anni ’90 del secolo scorso- ha proposto un’altra suggestiva ipotesi, tutta da verificare: gli ossi a globuli potrebbero essere strumenti musicali a carattere rituale del tipo “rombo”, ancora oggi utilizzati come strumento sacro in molte popolazioni di interesse etnologico, in riti propiziatori alla caccia o nelle cerimonie funebri
Anche su questo argomento abbiamo sentito l’opinione di Antonino Giunta, appassionato della materia
“Seguendo le indicazioni dello studioso Claudio D’Angelo posso aggiungere, a supporto di tutto ciò, quanto lo stesso sostiene a proposito del Cippo di Ibla. Nell’estate 2010, su un’altura posta di fronte al colle in cui sorgeva l’antica Hybla (oggi Ragusa Ibla), durante i lavori di ristrutturazione di un casale, l’archeologo prof. Saverio Scerra ha rinvenuto un’antica lastra, riutilizzata nel pavimento di una stalla, sulla quale era incisa un’iscrizione anellenica posta su cinque righe.
Dalle caratteristiche grafiche è emerso che l’iscrizione si pone tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C”.
Il prof. Enrico Caltagirone dopo un accurato studio della lastra afferma:
“Si tratta certamente di un’importante iscrizione Sicula, nello specifico di un cippo di confine che regola le norme di comportamento tra confinanti. Raffrontando questa pietra con altre Etrusche che ho studiato in passato, posso affermare che era consuetudine da parte dei “legislatori” regolamentare la gestione territoriale tra confinanti, norme che poi venivano trascritte su cippi posti a confine così da essere visibili e dunque rispettate.
La scritta recita:“M(…)TUGOS TILUTULIKA HOSEPIMUTI (…) LAIAPETENE”
MITUGOS”..
“Il professore Enrico Caltagirone – prosegue Giunta – che ha studiato l’origine di queste lingue ed è un glottologo, studia i caratteri che sono stati rinvenuti sia nel Cippo di Ibla che nel Guerriero di Castiglione ricostruendo tutto il percorso dei Siculi, perché praticamente erano un popolo che aveva delle conoscenze militari,, della scrittura e lettura, erano quindi un popolo istruito”.
La traduzione completa è la seguente: “È stato misurato e stabilito il passaggio, aperto e allargato per le mandrie e per la stessa famiglia… (congiungendo) la casa all’acqua da bere”.
“Mi preme evidenziare – conclude Antonino Giunta – che la presenza di questo cippo non fa altro che confermare che il popolo dei Siculi non fosse analfabeta, ma che utilizzasse la propria lingua per rendere pubbliche le disposizioni di legge”. Questa pietra rappresentava la legge di un giudice, quindi se esiste una pietra derivante da una sentenza scritta, all’epoca esisteva già un sistema che si avvaleva della giustizia e la gente doveva saper quantomeno leggere. E’ stata trovata, in una corrispondenza di Ramses III con un re mesopotamico, un geroglifico che parla di un popolo che viene dal mare e viene praticamente chiamato Shekelesh o Siculi. Sono dei popoli che si sono mossi per una carestia dalla parte euroasiatica, attraversando i Balcani e scendendo per il Peloponneso. Prendono il nome di Dori in Grecia, di Siculi in Sicilia, di Shardana in Sardegna e probabilmente di Etruschi nell’Italia centrale. Il megalitismo maltese, siciliano e sardo hanno tutti un filo di connessione, rappresentano una cultura ben precisa”.
4 – continua
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