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Il mondo sempre verso una crisi energetica più profonda

L’illusione del carbone e il ricatto dell'emergenza: perché il ritorno al passato non salverà la rete elettrica!

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Di fronte alla nuova fiammata dei prezzi energetici e ai rischi di approvvigionamento del gas, l’Italia torna a posare lo sguardo sulle vecchie centrali a carbone. Ma tra limiti tecnici, quote di emissione europee e transizione incompiuta, la misura rischia di rivelarsi un tampone costoso e concettualmente arretrato. Cresce sempre di più e ad ogni livello scientifico ed istituzionale, il dibattito sulla riattivazione o sulla proroga operativa dei gruppi termoelettrici a carbone. Un argomento scottante (scusate l’eufemismo giornalistico!) è tornato prepotentemente al centro della scena politica ma anche economica. In una congiuntura segnata dalla volatilità estrema dei mercati energetici internazionali e dalla necessità inderogabile di garantire la continuità della rete elettrica, la tentazione di attingere alle risorse fossili tradizionali si ripresenta come un’opzione tattica di riserva. Tuttavia, analizzare questa misura al di là delle dichiarazioni d’emergenza rivela le criticità profonde di una strategia basata sul continuo rinvio delle scelte strutturali.

Il Paradosso Economico: quando la “riserva” non conviene più!

L’ipotesi di far funzionare a pieno regime impianti storici come quelli di Civitavecchia, Brindisi o i poli sardi si scontra, prima di tutto, con una rigida logica finanziaria. Affinché la generazione a carbone torni a essere economicamente competitiva rispetto alle centrali a ciclo combinato a gas, devono verificarsi due condizioni simultanee e difficilmente sostenibili a lungo termine:

  1. Prezzo del gas costantemente elevato: Il benchmark al TTF di Amsterdam dovrebbe superare stabilmente le soglie critiche di emergenza per rendere il margine del carbone conveniente.
  2. Costo dei permessi di emissione (ETS): Il sistema europeo Emissions Trading System penalizza pesantemente le fonti ad alta intensità di carbonio. Senza una deroga o un ammorbidimento dei prezzi dei certificati di CO₂, il costo per megawattora prodotto dal carbone rischia di azzerare qualsiasi reale risparmio per i consumatori finali, gonfiando la bolletta a causa dei costi ambientali.

Di conseguenza, tenere le centrali in “riserva fredda” o riattivarle a regime minimo comporta costi fissi di manutenzione e adeguamento ambientale che finiscono per pesare sulla collettività senza garantire un immediato e significativo abbattimento dei prezzi.

La transizione a singhiozzo: trappola ambientale e dei costi!

Il ricorso alle misure straordinarie svela la fragilità intrinseca del modello energetico nazionale. Negli ultimi anni, la pianificazione del phase-out dal carbone entro scadenze ravvicinate si è basata su due pilastri fondamentali: il gas come combustibile di transizione e un’accelerazione decisa sulla penetrazione delle fonti rinnovabili e dei sistemi di accumulo.

Il problema è che questa transizione è avvenuta a singhiozzo. Come illustra chiaramente lo schema sottostante, l’incertezza normativa e i ritardi autorizzativi nell’installazione di nuovi impianti eolici e fotovoltaici mantengono il sistema elettrico esposto a qualsiasi shock esterno, creando un pericoloso circolo vizioso.

Abbiamo creato l’immagine che segue per aiutarvi a fissare meglio il concetto espresso.

Il carbone viene così rispolverato non perché rappresenti un piano industriale per il futuro, ma perché svela l’incapacità del sistema di concretizzare le alternative in tempi brevi. Ogni volta che si invoca l’emergenza per rallentare il phase-out, si invia un segnale di incertezza agli investitori nelle energie pulite, perpetuando la dipendenza strutturale dalle fonti fossili.

 

Oltre l’emergenza: la necessità di un’autonomia reale!

Se utilizzare i gruppi a carbone come paracadute di estrema sicurezza è una decisione comprensibile sul piano della sicurezza nazionale immediata, trasformare l’emergenza in una scusa per rallentare gli obiettivi di decarbonizzazione porta a due rischi sistemici per il Paese:

  1. Perdita di competitività industriale: Mentre i partner europei ed esteri accelerano sull’elettrificazione da fonti a basso costo, l’Italia rischia di rimanere imbrigliata in costi di generazione mediamente più alti a causa delle penali sulle emissioni.
  2. Impatto ambientale e sanzioni: Il prolungamento dell’operatività degli impianti a fossili pesanti riapre il tema delle autorizzazioni integrate ambientali (AIA) e del rispetto dei target climatici al 2030, esponendo il Paese a possibili contenziosi e sanzioni.

La vera sicurezza energetica non passa dalla riaccensione dei camini del passato, ma dalla capacità di realizzare infrastrutture di accumulo a rete, velocizzare le autorizzazioni per le rinnovabili e diversificare in modo strutturale le fonti. Ogni giorno trascorso a discutere di carbone è un giorno tolto alla costruzione dell’autonomia energetica di domani.

Sulla base di queste gravi prospettive, in Italia si è riacceso da qualche tempo, un forte dibattito attorno al possibile ritorno dell’energia nucleare. Questa discussione, accantonata per anni dopo i referendum del 1987 e del 2011, è guidata da una convergenza di fattori strategici, tecnologici ed ambientali:

  • Sicurezza e indipendenza energetica: Le recenti crisi geopolitiche e l’estrema volatilità del mercato del gas hanno evidenziato la vulnerabilità del sistema elettrico italiano, troppo dipendente dalle forniture estere. L’atomo viene riproposto come strumento di stabilità strutturale.
  • Obiettivi di decarbonizzazione (Net-Zero 2050): Per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e ridurre le emissioni di $CO_2$, le sole fonti rinnovabili (solare ed eolico) soffrono di discontinuità. Il nucleare viene considerato una fonte continua a zero emissioni in grado di fornire la potenza di base (baseload) indispensabile a stabilizzare la rete.
  • L’evoluzione verso il “Nuovo Nucleare” (SMR e AMR): Il dibattito attuale non riguarda le imponenti centrali tradizionali del passato, ma i reattori di nuova generazione. Si parla soprattutto di Small Modular Reactors (SMR) e reattori di IV generazione, caratterizzati da taglie ridotte (sotto i 300 MW), sistemi di sicurezza passivi integrati, tempi e costi di cantiere ridotti e minore produzione di scorie.
  • Tassonomia e politiche europee: L’Unione Europea ha inserito l’energia nucleare (insieme al gas naturale) nella tassonomia verde, riconoscendola come attività sostenibile per la transizione energetica e facilitando l’accesso ai finanziamenti europei ed internazionali.
  • Presenza di una filiera industriale d’eccellenza: Nonostante lo stop agli impianti sul territorio, la ricerca scientifica e l’industria italiana (con attori come ENEA, Ansaldo Nucleare, newcleo ed Eni) non hanno mai smesso di operare a livello globale nello sviluppo di tecnologie nucleari e nella ricerca sulla fusione.
  • Iniziative legislative e di governo: È in corso un iter normativo mirato a definire una cornice giuridica aggiornata per la sperimentazione, l’integrazione del nucleare nel mix
  • energetico nazionale e il superamento dei precedenti vincoli.

Quali prospettive future?

La crisi energetica che il sistema economico e industriale si trova ad affrontare dimostra come le soluzioni emergenziali — dal ricorso tattico ai gruppi a carbone ai tamponi di breve termine — siano soltanto palliativi costosi e concettualmente superati. Affidarsi continuamente a risposte di retroguardia espone il Paese a costi di emissione crescenti, instabilità della rete e perenne ricattabilità geopolitica.

Il superamento definitivo della vulnerabilità energetica richiede una visione strategica basata su una triade di soluzioni di futuro:

  1. Accelerazione decisiva sulle rinnovabili e sugli accumuli: L’integrazione massiccia di fotovoltaico ed eolico deve essere affiancata da investimenti prioritari in sistemi di stoccaggio su larga scala (batterie industriali e impianti idroelettrici di pompaggio) e sul potenziamento delle infrastrutture di trasmissione della rete.
  2. Valutazione del “Nuovo Nucleare” di base: L’inclusione dei reattori modulari di nuova generazione (SMR) nel mix energetico può offrire quella produzione continua a zero emissioni (baseload) indispensabile per stabilizzare il sistema nei momenti di picco o di scarso apporto delle fonti intermittenti.
  3. Efficienza, digitalizzazione e mercati flessibili: La decarbonizzazione passa anche da una gestione intelligente della domanda (demand-response), dalla riqualificazione energetica del parco immobiliare e dallo sviluppo delle comunità energetiche rinnovabili.

In conclusione, la vera sicurezza energetica non si ottiene riaccendendo i camini del passato nei momenti di affanno, ma costruendo un mix equilibrato, programmabile e tecnologicamente avanzato. Solo superando la logica dell’emergenza permanente sarà possibile garantire al Paese indipendenza strategica, prezzi competitivi per famiglie e imprese e il pieno rispetto degli obiettivi di sostenibilità climatica.