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Il 25 Aprile, festa della Liberazione e… delle polemiche

Anche quest’anno le celebrazioni del 25 aprile 2026 sono state segnate da una forte partecipazione popolare ma anche da gravi episodi di violenza e accese polemiche politiche un po' in tutta Italia ma in particolare a Roma e Milano.

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La trascorsa “Festa del 25 Aprile” purtroppo non si smentisce mai. Quella che sarebbe dovuta essere una festa nazionale, per condividere valori di libertà, contro ogni forma di dittatura ed oppressione dei diritti umani, è ancora una volta diventata (come ogni anno) il peggior terreno di “scontro aperto nazionale”. Nel giorno della celebrazione. il 25 aprile scorso, a Roma, due coniugi iscritti all’ANPI, sono stati feriti da colpi di pistola ad aria compressa (soft air), mentre partecipavano al corteo al Parco Schuster. Il colpevole dello stupido gesto è stato un giovane di 21 anni, successivamente fermato dalla polizia, che ha ammesso subito le proprie responsabilità. Fortunatamente, trattandosi di una pistola ad aria compressa con pallini di plastica, non ci sono state ferite gravi, ma i poveri malcapitati sono stati ricoverati in ospedale per le cure del caso. Il responsabile, Eitan Bondì, ha dichiarato di aver agito per motivi politici, definendosi membro della Brigata Ebraica (legame però smentito ufficialmente dall’associazione). Un fatto da ritenere grave è quello che, durante la perquisizione nell’abitazione del giovane, è stato rinvenuto un arsenale di armi vere (fucili, mitragliette e pistole automatiche), che suggerisce una pianificazione che va oltre l’insane gesto dimostrativo durante il corteo. Altro dato inquietante è che nella capitale lo stesso giorno, sono apparsi anche manifesti neri con scritte offensive contro i partigiani e la Resistenza stessa. A Milano la Brigata Ebraica è stata duramente contestata da gruppi pro-Palestina con insulti e slogan. Per evitare scontri fisici, la polizia in tenuta antisommossa, sempre giorno 25 aprile, ha scortato la delegazione fuori dal corteo, decisione che ha scatenato forti critiche da parte della comunità ebraica e di diversi esponenti politici. Volendo analizzare le ragioni delle tensioni a Milano bisogna partire dal citato “caso della Brigata Ebraica” scortata fuori dal corteo, per motivi di sicurezza, come spiegato dal Viminale. Ovviamente il tutto affonda le radici nell’annoso conflitto mediorientale. Alla base vi è anche una dinamica di sovrapposizione della “Memoria del passato” alla situazione “conflittuale del presente”. Molti collettivi pro-Palestina percepiscono oggi la Brigata Ebraica non come simbolo storico della lotta al nazifascismo, ma come una proiezione attuale dello Stato di Israele e delle sue criticate politiche militari. La contestazione, partita da un corteo di protesta è subito sfociata in insulti antisemiti (come il deplorevole  coro “siete saponette mancate”) e slogan che equiparano il sionismo al fascismo, rendendo impossibile la coesistenza di diverse anime del corteo.

Multifattorialità delle proteste

È pacifico che a determinare questo scenario abbiano contribuito diversi fattori strutturali: in primis i conflitti globali odierni. Le guerre in Ucraina e a Gaza hanno frammentato il fronte antifascista. L’esposizione di bandiere della NATO, dell’Ucraina o di Israele è diventata motivo di scontro fisico in diverse città (come a Bologna e Genova). Oltre a ciò va detto (e questo avviene da diversi anni, però) che alla base c’è “un consapevole uso della Festa” come terreno di scontro aperto anche fisico. Esperti sociologi e storici sottolineano come il 25 aprile sia diventato, per alcuni gruppi radicali (sia di destra che di sinistra), un’occasione per testare la tenuta dell’ordine pubblico e la visibilità delle proprie istanze geopolitiche. Va anche sottolineato (diverse testate giornalistiche lo hanno fatto esplicitamente) che la gestione dell’ordine pubblico di quest’anno è stata mediocre non tanto nella forma, quanto nella sostanza. Infatti la decisione delle autorità di allontanare i gruppi contestati (per motivi di sicurezza) è stata interpretata da molti come una resa alla violenza dei contestatori, alimentando il dibattito politico sulla libertà di manifestazione. Il Viminale è finito sotto accusa soprattutto per la decisione di allontanare la Brigata Ebraica a Milano. Alcuni parlamentari, come Lia Quartapelle (PD), hanno annunciato interrogazioni al ministro Piantedosi per la gestione dell’accaduto. Da parte sua il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato all’unità nazionale da San Severino Marche, mentre è sembrato a tanti poco propositivo per il futuro quanto dichiarato dal Presidente del Senato Ignazio La Russa, in relazione ai fatti accaduti:” la festa rimarrà divisiva finché si verificheranno tali incidenti”. La Premier Giorgia Meloni ha condannato le violenze e l’antisemitismo, anch’ella però ricevendo critiche da parte delle opposizioni per non aver stigmatizzato con la stessa forza le celebrazioni nostalgiche del fascismo avvenute a Predappio e Dongo.

Il 25 aprile, da sempre una data problematica

Il 25 aprile è storicamente sempre stata una data complessa in Italia, pur essendo nata con l’intento d’essere un momento di unità nazionale. Sebbene celebri la Liberazione dal nazifascismo (1945), il suo significato e la sua celebrazione sono stati spesso oggetto di accesi dibattiti e divisioni.

Ma quali sono i motivi principali per cui è considerata una data problematica?

Alla base l’ideologia di una Memoria condivisa contro una Memoria divisa. Sebbene il decreto del 1946 la istituì come festa nazionale per sancire la rinascita democratica, ampi settori della società hanno sempre faticato a riconoscersi in una memoria comune. Altra motivazione è certamente quella legata ad una forma di eredità ad una forma di guerra civile nell’immediato periodo post bellico (le brigate partigiane che vendicavano stragi  precedenti delle squadracce fasciste. ecc..). Per decenni, una parte della destra italiana ha percepito la festa come una celebrazione “di parte” (legata soprattutto alle brigate partigiane comuniste), ignorando o sminuendo il contributo di cattolici, liberali e dei soldati alleati. Altra parte rilevante è apportata da un continuo Revisionismo. Periodicamente emergono tentativi di equiparare le violenze commesse durante e dopo la guerra da entrambe le parti, alimentando polemiche sul valore “morale” della Resistenza. Come scrisse il grande Duccio Galimberti “va sempre considerata la frammentazione geografica ma soprattutto politica della Resistenza”. Il fronte che liberò l’Italia era estremamente eterogeneo (comunisti, socialisti, cattolici, azionisti). Già nel dopoguerra, con l’inizio della Guerra Fredda, queste divisioni si riflessero senza barriere nelle piazze. Le celebrazioni sono diventate spesso terreno di scontro (anche fisico) tra la sinistra (che rivendica l’egemonia storica della Resistenza) e il centro-destra (spesso accusato di freddezza verso la ricorrenza). Va anche detto, da recenti studi statistici, che ancor oggi, solo il 52% degli italiani dichiara di celebrare attivamente la festa, mentre il 43% non lo fa in quanto “non conosce il vero valore di tale festa”. Inoltre, negli ultimi anni,  va ricordato che il 25 aprile è diventato un “appuntamento annuale in piazza” per proteste di altra natura, che esulano totalmente dalla natura di tale celebrazione e soprattutto dalla storia italiana. Un esempio su tutti: la questione palestinese. Le contestazioni alla Brigata Ebraica (che va detto partecipò attivamente dal ’43 in poi alla Liberazione) sono diventate una costante, trasformando i cortei in scontri legati alla politica mediorientale. A questa va aggiunta, da 2 anni a questa parte, la contestazione alle Bandiere NATO e Ucraina: Recentemente infatti, anche l’esposizione di simboli legati alle alleanze internazionali attuali, ha causato frizioni all’interno dell’ANPI e tra i manifestanti.

Su tutto questo va considerata la modalità di gestione governativa degli avvenimenti legati alla Festa. Ogni governo, a seconda del colore politico, ha dato una sfumatura diversa alla giornata. Mentre presidenti come Mattarella o Pertini hanno sempre cercato di presentarla come la “festa della libertà di tutti”, alcuni leader politici passati (ma anche recenti) hanno alimentato la polemica definendola una data “divisiva” finché non si fosse celebrata una “memoria di tutti i caduti” senza distinzioni (vedere le ultime dichiarazioni di Ignazio La Russa)

In sintesi, pur essendo il pilastro della Repubblica Italiana, il 25 aprile rimane uno specchio di fratture ideologiche mai del tutto sanate nel Paese. E questo dimostra la mancanza di unità nazionale tanto raccomandata e auspicata dai Padri Costituenti.

Quanto dovremo aspettare per vedere un popolo unito festeggiare?