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Giustizia minorile, l’inversione di rotta: Come la svolta del governo Meloni ridisegna la giustizia minorile.

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Per decenni, il sistema penale minorile italiano (nato con il D.P.R. 448/1988) è stato studiato in tutta Europa come un’eccellenza. Il principio guida era: “il carcere è l’extrema ratio”, la priorità sono la rieducazione e il recupero esterno con facilitazioni al re-inserimento. Il Decreto Caivano in seguito, nel bene e nel male, ha inserito nuove regole, abbassando le soglie per le misure cautelari e ampliando i reati da arresto. La nostra indagine, cerca di affrontare queste annose problematiche ed analizzare come si stia passando, nel bene e nel male, da un “modello educativo” ad un “modello contenitivo” e soprattutto, cosa comporti questo strappo, a livello etico, culturale e sociale.

Sulla rassegna stampa di stamattina 25 luglio 2026, diversi quotidiani hanno riportato In prima pagina la questione del carcere per i minori e lo scontro politico su questo grande problema etico e di giurisprudenza. L’attacco del Pd” è chiaro e non lascia scampo sulla questione:” Con Meloni vostri figli in cella!”. La premier di contro ha ribadito: “Certezza di inquisizione e pena solo per minori che delinquono”. In conferenza stampa il ministro Nordio è stato ancora più chiaro: “Fino ad oggi l’imputabilità del minore doveva essere accertata positivamente caso per caso, perché c’era una sorta di presunzione di non imputabilità di base, cioè la possibilità che, causa l’età nell’arco compreso dai 14 ai 18 anni, non compiuti), al minore potesse essere riconosciuta l’incapacità di intendere e di volere, già d’ufficio. Con questa norma, noi invertiamo sostanzialmente l’onere della prova, nel senso che diamo per presupposta, ovvero partiamo dall’idea, e quindi proviamo, la presunzione di capacità di intendere e di volere da parte dell’ultra-quattordicenne infra-diciottenne, salvo ovviamente la prova contraria, che può essere trovata e dimostrata a seguito di indagini che possono essere disposte dal pubblico ministero o dal giudice nei casi di competenza”. In un video messaggio successivo, la Premier ha rincarato la dose: “Puniamo i ragazzi che pensano di fare come vogliono. Chi aggredisce, chi rapina, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni”.

Il sovraffollamento degli IPM: una tassa da pagare a caro prezzo

In tutto questo marasma e nella discussione politica che ne consegue dobbiamo però tenere conto di una serie di problematiche legate alla questione. Prima fra tutte il problema degli IPM (istituti di detenzione/correzione per minori).

Partiamo dal presupposto che non esiste un “prototipo del delinquente minorile” allo stesso modo di come non esiste per gli adulti. Chi sceglie di delinquere lo fa indipendentemente da origine, razza, colore della pelle, religione o estrazione sociale. Ovviamente il posto di provenienza e l’estrazione sociale, come anche l’educazione e cultura di base, fanno tantissimo. Ma esistono anche eccezioni che poi confermano la regola.

A seguito del Decreto Caivano (entrato in vigore il 15 settembre 2023), la popolazione detenuta negli IPM italiani è passata da circa 380 ragazzi (fine 2022) a sfiorare i 600 (tra 570 e 580 negli ultimi rilevamenti), registrando un aumento vicino al +50%. La custodia cautelare è divenuta quasi una prassi (come per gli adulti), così oltre il 65% dei ragazzi in carcere è detenuto in attesa di giudizio. Se si considerano i soli minorenni (escludendo i giovani adulti tra i 18 e i 25 anni), la percentuale minorile di chi è dentro in custodia cautelare, supera l’80%.  Niente carcere quindi per condanna, ma molta misura preventiva. Sostanzialmente si entra in cella prima che un processo sia stato incardinato e quindi ci sia stata sentenza con una pena definitiva. Questo status quo, ha praticamente ribaltato il principio della custodia cautelare come risorsa estrema, su cui si era molto combattuto, nelle varie riforme del codice penale.

Oltre lo stigma: tra minori stranieri e la cultura dei “Maranza”

Per capire cosa succede negli IPM occorre superare una semplificazione del dibattito politico: la sovrapposizione tra diverse realtà giovanili.

Da un lato ci sono i minori stranieri non accompagnati (MSNA) — che rappresentano oltre il 40% dei detenuti minorili —, ragazzi arrivati soli in Italia, spesso privi di rete familiare, che non parlano la lingua e non hanno un domicilio dove trascorrere una misura alternativa al carcere. Per loro la cella diventa una risposta burocratica alla povertà. Discorso completamente diverso vale per le seconde e terze generazioni, i cosiddetti “maranza”. Questi ragazzi sono nati o cresciuti in Italia. Parlano con gli accenti delle nostre città, frequentano le nostre scuole, condividono i codici di consumo, la musica trap e i social media dei loro coetanei italiani. Va chiarito subito che il termine maranza non identifica solo “giovanissimi stranieri”, il termine maranza indica “un giovane che fa parte di gang o gruppi di strada rumorosi, riconoscibile per atteggiamenti spavaldi, un look vistoso e l’uso di uno slang tipico, totalmente assenti da regole  o civili inquadramento sociali, dediti più delle volte, all’uso di armi di diverso genere, del tutto contrari ed antitetici alle istituzioni e alle autorità”. Il termine, assimilabile alle a parole storiche come “tamarro” o “coatto”, oggi è sinonimo si una sottocultura urbana legata allo scontro. Molte azioni individuali o sociali si ritrovarono in testi di musica rap e trap in cui questi gruppi spesso si identificano.

Per loro, la deriva verso il reato non è una questione di mancata alfabetizzazione, ma un cortocircuito identitario, la ricerca di uno status e di una reputazione in periferie che percepiscono prive di ogni futuro, dove la logica del far west la fa da padrona.Chiudere questi gruppi o singoli facente parte di questa cultura, in un IPM senza offrire percorsi reali di formazione rieducativa specifica, significa confermare la loro narrazione di rabbia ed esclusione, trasformando la cella nel palcoscenico definitivo del loro riscatto criminale.

IMP italiani: storia di un fallimento certificato. Ci siamo permessi di riportare un supplemento alla nostra piccola indagine, sui principali IPM italiani, che dimostra lo stato di assoluto disagio e l’effetto fallimentare prodotto da una serie di decreti e norme approvati nel tempo, ai limiti di un Paese civile.

Beccaria (Milano).

Il punto di rottura e costituito dal sovraffollamento. Esso ha toccato nel 2024/2025 picchi storici del 150% rispetto ai posti regolamentari.

L’uso eccessivo di psicofarmaci. Un’inchiesta basata sui dati dell’ASST rivela che al Beccaria l’uso di antipsicotici e benzodiazepine sui ragazzi è aumentato di oltre il 110% in cinque anni. Quando mancano le attività rieducative previste, il contenimento chimico rischia di diventare il principale strumento di gestione dell’ordine.  L’impossibilità di “azioni rieducative continuate”. A causa dei continui disordini e delle inchieste per maltrattamenti che hanno travolto la struttura, decine di ragazzi sono stati trasferiti d’urgenza in altri IPM d’Italia (come Torino, Genova o strutture siciliane), spezzando di colpo (e quindi causando traumi) ogni percorso educativo avviato.

Casal del Marmo (Roma)

Pressione abitativa abnorme.

A fronte di una capienza di 57 posti, la struttura ha raggiunto vette di 70 presenti, costringendo ad aggiungere brande e letti a castello in celle pensate sostanzialmente per due persone. Le rilevazioni del Garante mostravano la presenza di soli 8 educatori su 13 previsti e 51 agenti di Polizia Penitenziaria su 81 in pianta organica, mostrando, oltre al sovraffollamento, quindi anche il grave problema di “personale realmente al collasso”. La nostra indagine rileva anche una promiscuità problematica. Infatti il Casal del Marmo, è uno dei soli due IPM in Italia che ospita sia ragazzi che ragazze, rendendo quindi la gestione degli spazi ancora più complessa in condizioni critiche di sovraffollamento.

Nisida (Napoli)

Storicamente un modello per i laboratori di artigianato e teatro, la convivenza forzata tra quattordicenni spaventati e ventenni già radicati in dinamiche criminali crea attriti costanti che il personale fa fatica a mediare. Le rivolte e i roghi di materassi al Nisida, poi esplosi in diversi istituti non sono semplicemente “episodi di criminalità”, ma il sintomo strutturale di un sistema dove i ragazzi restano chiusi in stanza anche per 18-20 ore al giorno per mancanza di personale e spazi di decompressione.

Le radici della crisi negli IPM italiani

Alla base di tutto, risulta fondamentale una mancanza prioritaria degli spazi vitali di contenimento. La cosiddetta mancanza degli “spazi di decompressione”. Molti IPM sono vecchi edifici ristrutturati. Se aumentiamo del 30-50% gli ingressi senza ampliare cortili, palestre e aule e le stesse celle, la convivenza forzata in spazi ristretti d’estate o durante il weekend, trasforma gli istituti in vere e proprie polveriere. Non va sottovalutato, il “vuoto d’Isolamento”, con celle chiuse fino a 20 ore al giorno per carenza di educatori. C’è una vera e propria “barriera Linguistica” che innesca gravi problematiche di re-inserimento sociale. Il 42% dei detenuti (soprattutto MSNA – minori stranieri non accompagnati) non è italiano. Nonostante ciò, mancano assolutamente mediatori linguistici. Il grosso della popolazione detenuta negli IPM è in larga maggioranza costituita da giovani arrivati da Egitto, Tunisia e Marocco. Spesso non parlano italiano, non hanno parenti sul territorio, non hanno neanche un avvocato di fiducia né un luogo dove trascorrere una misura alternativa al carcere. L’istituto diventa quindi per loro un “deposito forzato”. Posta la carenza di mediatori culturali ed educatori, in assenza quindi di figure capaci di decodificare il disagio e la lingua, l’unica interazione quotidiana rimane quella con il personale di custodia che ovviamente non è specializzato al compito di educatore. Ovviamente, mancando la figura dell’educatore specializzato o quantomeno risultando troppo esiguo il numero deli operatori (al fine di coprire i turni), le attività scolastiche o di laboratorio si fermano di colpo ed i ragazzi restano chiusi in cella anche per 18-20 ore al giorno.

Il contenimento” farmaco-chimico”.

Con queste situazioni in itinere giornaliero, risulta chiaro (ma non scientificamente, sociologicamente e psicologicamente corretto) l’uso continuo e quindi l’Impennata di utilizzo di psicofarmaci sedativi. Secondo moltissimi recenti studi scientifici riportati da diversi dipartimenti universitari, l’uso degli psicofarmaci in queste situazioni, fa scattare la famigerata “trappola del sollievo”. Un farmaco sintomatico, inteso come farmaco sedativo (come ad esempio una benzodiazepina), agisce come un estintore sull’ansia o sull’insonnia. In sostanza, spegne l’incendio immediato, ma non agisce sulle cause (ritmi di lavoro insostenibili, sovraccarico informativo, isolamento, precarietà). Quando il sintomo viene silenziato artificialmente, si rischia di perdere il campanello d’allarme che indica proprio che qualcosa nella propria routine, va cambiato. La “medicalizzazione” del disagio sociale è una pratica da abolire o quantomeno limitare, sotto il controllo di personale e medici specialisti.

Da un punto di vista sociologico, l’impennata nell’uso di psicofarmaci riflette una tendenza a trasformare problemi ambientali o collettivi in patologie individuali. Se la società impone ritmi che generano ansia diffusa, la risposta standard rischia di diventare ” la cura per il tuo cervello” anziché ” la ristrutturazione dei tuoi ritmi e delle tue esigenze rieducative”. Si passa così dalla ricerca dell’adattamento psicologico alla dipendenza da un supporto chimico per tollerare l’ordinario. Si crea così un pericolosissimo circolo vizioso biologico e psicologico. Dal punto di vista clinico, l’uso continuo e non monitorato a dovere, porta a due grandi problemi. 1) Assuefazione e tolleranza: il cervello si adatta alla molecola, richiedendo dosi maggiori per ottenere lo stesso effetto sedativo. Si crea così la cosiddetta “ansia di rimbalzo” cioè, quando l’effetto svanisce, i sintomi iniziali riemergono amplificati, convincendo la persona che senza la pillola non sia più in grado di funzionare o andare avanti. In sintesi, il farmaco è uno strumento d’emergenza prezioso per gestire la crisi acuta, ma usato come strategia di adattamento quotidiano cronico, finisce per sostituirsi allo sviluppo di strumenti personali e sociali di gestione dello stress. Tantissimi studi clinici e scientifici dimostrano quanto detto.

In conclusione della nostra indagine

Quando cala la sera su strutture come il Beccaria , Casal del Marmo o Nisida, dietro le sbarre il silenzio non parla di redenzione, ma di attesa e tensione trattenuta. L’inversione di rotta sulla giustizia minorile è giunta a un bivio storico: si può continuare a trattare il disagio degli adolescenti come una questione d’ordine pubblico, saturando celle e alimentando la rabbia, oppure si può restituire valore al modello educativo che per decenni ha reso l’Italia un faro in Europa. Perché tra le mura di un IPM non c’è solo in gioco il destino penale di un minorenne, ma la qualità della democrazia che gli sta mettendo le manette.

In questo scontro politico e culturale tra la retorica del rigore e la cultura della rieducazione, la vera domanda che dobbiamo porci come comunità “non è se un reato debba essere punito, ma cosa vogliamo ottenere da quella punizione”. Un sistema che rinuncia a educare un sedicenne per limitarsi a isolarlo ammette impliciti fallimenti: quello della scuola, quello della famiglia, quello dei servizi sociali. Ridisegnare la giustizia minorile a colpi di decreti emergenziali può soddisfare la pancia del Paese nel breve periodo, ma lascia aperta la ferita più profonda: trasformare gli IPM in magazzini d’emarginazione, significa condannare questi ragazzi non solo per quello che hanno fatto, ma negare loro per sempre ciò che avrebbero potuto diventare.