Gaza nel ricordo di ieri e nel dolore di oggi!
l prezzo del ritardo. È trascorso un anno ed un mese esatto da quei fatidici 21 e 22 maggio 2025, col mondo con il fiato sospeso. La diplomazia occidentale, senza alcuna soluzione, davanti al vicolo cieco di Gaza! I giorni del 21 e 22 maggio 2025 non saranno ricordati come un giorno di ordinaria diplomazia, ma come il momento in cui la faglia tra il calcolo politico e l'urgenza della sopravvivenza si è spalancata definitivamente. Non dimenticheremo mai l'attesa di 14 mila innocenti ed il mondo col fiato sospeso. Il ricordo di quei tragici giorni.

C’è un momento esatto in cui la politica internazionale termina di essere una articolata gestione delle crisi e diventa invece un ritratto deformante delle ipocrisie di tutti noi, nessuno escluso. E’ passato un anno ed un mese esatti da quei fatidici 21 e 22 maggio 2025, che resteranno indelebili nella memoria recente di ognuno di noi. Un punto di concentrazione drammatica. Quei giorni verranno sicuramente ricordati nel calendario delle date infamanti, come i giorni in cui il freddo e spietato calcolo geopolitico occidentale, si è scontrato frontalmente con la contabilità naturale e logica della fame, svelando al mondo intero la premeditata colpevolezza strutturale e tardiva delle nostre istituzioni globali, preposte alla fantomatica salvaguardia umana. Non potremo mai dimenticare i tanti lunghi mesi, in cui la terribile guerra nella Striscia di Gaza è stata vista e trattata dalle cancellerie dei “Paesi sviluppati “come una semplice partita a scacchi, scientificamente posta sull’idea del logoramento. Ma il ricordo di quei due giorni 21 e 22 maggio 2025, resterà impresso in tutti noi. Quei giorni, la scacchiera del gioco dei “Paesi ricchi” è saltata sotto il peso di una realtà di fame e morte non più negoziabile.
Il dato politico più interessante e certamente dirompente rispetto al passato, quei giorni arrivò da Washington. Un dato che ha fatto registrare uno strappo che di colpo ridefinisce la mappa delle alleanze mediorientali. La decisione della Casa Bianca e personalmente da Trump, di rivedere (e forse archiviare) l’asse incondizionato Israele-Usa e con il governo di Benjamin Netanyahu, ovviamente non è assimilabile ad un’improvvisa “illuminazione morale”, ma possiamo certamente definirla figlia di un pragmatismo cinico a cui ci hanno abituato tutte le superpotenze mondiali. Nel 1981, il grande saggista Alberto Ronchey, definiva Usa-Urss, due “Giganti malati”. Aveva ragione, in estrema sintesi, il suo libro prediceva che il vero pericolo per l’equilibrio mondiale non risiedeva nella forza distruttiva delle due superpotenze, ma nella loro debolezza interna, che avrebbe rischiato di renderle inevitabilmente instabili e imprevedibili nel corso del tempo. Ai due giganti malati, da qualche tempo si è aggiunta anche la Cina che, sotto l’apparente forza dell’espansionismo, nasconde invece diverse vulnerabilità strutturali critiche, che partono dall’ inversione demografica (ricordiamo il fallimento totale della “politica del figlio unico” che ha portato ad un evitabile invecchiamento della popolazione) e arrivano alla riduzione della forza lavoro, alla crisi immobiliare e all’indebitamento colossale dei governi locali. Tutti gap economici che frenano la crescita, bloccata senza pietà anche dalla trappola del reddito medio, crollato sulle difficoltà di convertire un’economia basata su investimenti e manifattura a basso costo, in una economia mirata sui consumi interni che fondamentalmente non esistono. Con queste patologie in atto, l’occidente storico europeo avrebbe dovuto prendere in mano la situazione, ma sappiamo che l’UE, in questo momento, nello scacchiere internazionale, conta quanto il 2 di coppe con la briscola a spade.
La formula giornalistica “Trump molla Netanyahu” che sentiamo anche oggi, ha descritto efficacemente la presa d’atto di un fallimento strategico: persino l’alleato più storico e protettivo in quei fatidici 21 e 22 maggio 2025, ha dovuto riconoscere che ogni sforzo politico speso per coprire l’operazione militare israeliana oramai è finito. Scegliendo di procedere con nuovi piani diplomatici regionali e bypassando la leadership israeliana, gli Stati Uniti hanno lanciato un segnale chiaro: in politica internazionale nessuno gode di un credito infinito, specialmente quando la difesa di quell’alleato si trasforma in un costo d’immagine insostenibile per la leadership globale.
Mentre Washington devia la propria rotta per salvare il salvabile, l’Unione Europea offriva il solito, logorante spettacolo delle sue contraddizioni interne. Una UE, come al solito paralizzata dalla ricerca di una linea comune, che alla fine, è storicamente sempre impossibile da trovare. Va infatti registrata la risposta che diede un blocco di diciassette Paesi, guidato con fermezza da Madrid che ha spinto per un cambio radicale di programma, chiedendo sanzioni commerciali contro Israele e accelerando sul percorso di riconoscimento dello Stato di Palestina, come atto di rottura etica. Ma quei giorni di maggio, abbiamo trovato anche un gruppetto di “illuminati Paesi UE” che è distinto come al solito, per il comprovato tempo biblico di (non) agire. Infatti, come potremo mai dimenticare la cautela di Roma e Berlino, che si sono aggrappati ad una anacronistica e antica prudenza diplomatica (rivelatosi poi una passiva complicità) ma che all’atto pratico, ha bloccato ogni azione punitiva e coercitiva che i tempi e le situazioni del momento avrebbero richiesto? Questa spaccatura, non ha fatto altro che confermare ad ogni livello, l’irrilevanza geopolitica di un’Europa capace di indignarsi, ma strutturalmente incapace di decidere quando la storia richiede risposte immediate e coraggiose.
Ma la vera e più dolorosa tragedia di quelle ore fatidiche non si è consumata nelle cancellerie europee o nello Studio Ovale. Si è consumata nei corpi e nei respiri di quattordicimila bambini a Gaza, sospesi dalle Nazioni Unite sull’orlo di un’inedia irreversibile. Ma è in questa spaventosa forbice temporale che risiede il cuore di ogni nostra riflessione: la diplomazia occidentale viaggia sempre alla lentissima velocità dei vertici internazionali, delle limature dei comunicati stampa e dei veti incrociati; la carestia, invece, viaggia alla velocità spaventosa del metabolismo umano. Quarantotto ore di quei fatidici 21 e 22 maggio 2025, per morire di fame sono un battito di ciglia per un diplomatico intento a mediare un testo, ma sono un’eternità per un neonato intrappolato in un assedio medievale incompatibile con il secolo presente.
Il paradosso si è fatto fisico attorno alla retorica dei valichi logistici. Mentre Netanyahu confermava l’intenzione di mantenere il controllo militare assoluto della Striscia, i camion carichi di farina e beni di prima necessità rimangono immobili a Kerem Shalom, bloccati da una burocrazia bellica che ha trasformato il cibo in un’arma di pressione. L’efficacia militare si spogliava così di qualsiasi narrazione difensiva, mostrando al mondo intero il suo vero volto più crudo: la riduzione di un intero territorio al “luogo più affamato del pianeta”.
Ad oggi, giugno 2026 la situazione a Gaza si è ancor più aggravata e rimane estremamente precaria e instabile, caratterizzata da una tregua fragile che viene regolarmente interrotta da raid militari e da una crisi umanitaria senza precedenti. Circa il 90% della popolazione di Gaza rimane sfollato. Migliaia di persone continuano a sopravvivere in tendopoli di fortuna esposte alle intemperie, mentre l’80% delle abitazioni e delle infrastrutture urbane è andato distrutto o gravemente danneggiato. La strage dei bambini è la piaga senza limiti. L’Unicef ha lanciato un duro atto d’accusa proprio nei primi di giugno 2026, denunciando che dal solo annuncio del cessate il fuoco (ottobre 2025) a oggi sono stati uccisi almeno 265 bambini e oltre 400 sono rimasti feriti, evidenziando come non si possa parlare di una reale pace se i minori continuano a morire. Rimane ancora la drammatica cifra di almeno 11.000 persone disperse, i cui corpi sono intrappolati sotto le macerie e non ancora identificati o recuperati. L’assistenza umanitaria è ridotta ai minimi termini a causa delle forti restrizioni ai valichi di frontiera di cui la più grave è la mancanza di farmaci e beni base, con l’accesso all’acqua potabile gravemente limitata.
Il lascito profondo di quei giorni neri che non dimenticheremo mai e di quelli che ancor oggi riusciamo a stento a raccontare, ci dicono che vi è stata una ridefinizione formale delle alleanze o nel peso specifico delle sanzioni mancate. La lezione imparata sta nella consapevolezza che la sicurezza militare e la strategia geopolitica, se private di un limite umanitario invalicabile, producono solo macerie morali ed immortali. Quei 21 e 22 maggio 2025, rimarranno nella storia dell’uomo, come la nera testimonianza storica di un Occidente che ha scoperto troppo tardi che alcune distanze non si possono colmare con i compromessi delle aule di potere e che il tempo, quando scade per gli ultimi della Terra, scade definitivamente per tutti, buoni e non. Ed oggi, a distanza di oltre un anno, a Gaza si continua a morire. Che Dio possa perdonarci.