Festival di sanremo 2026 … 5 giorni di kermesse, dove lo “steotipo-base” domina.
Chiuso il 76° festival della Canzone italiana, senza colpi di scena. Solite critiche, solite minestre già riscaldate condite con le solite critiche e delusioni finali. Qualche sprazzo d’arte musicale all’orizzonte fra il vecchio che si ripropone e il nuovo che, a gomitate massicce, avanza.

Cala il sipario sul Festival della canzone o meglio dell’immagine. Anche questo spettacolo “ metabolizzato per giorni”, ci regalerà poche melodie da ricordare, da canticchiare in auto o mentre si fa una scampagnata con gli amici. Una volta, la televisione di Stato era “la televisione”. Unica, monotematica, a volte brutale, censurante, ma sempre con velleità “veltroniana” di “visione popolare” e, a sprazzi, anche acculturata. Negli anni ha rinnovato tutto. Poi, finito il tempo del monopolio totale, grazie ad una concorrenza spietata, si è dovuta riformare, riadattare, riassettare con una miriade di reti tematiche, ma sempre con la rete ammiraglia costretta a “preoccuparsi di far numeri ad ogni modo”, prima di tutte le altre reti. Nel 1951, la Rai prende per mano la kermesse sanremese. La musica allora, era rappresentata solo dalla tradizione napoletana e Napoli era per tutti, il “Paese ’do sole, mandolino e delle canzoni del cuore”. Così, Sanremo Festival, nasce proprio da una costola del Festival di Napoli. Creato infatti come rassegna natalizia dedicata alla canzone napoletana, nel salone delle feste del Casinò nel 1931, dopo anni di vicissitudini ed il passaggio in varie città italiane, proprio il quel fatidico ’51 di una Italia postbellica in ricostruzione, il festival lega il proprio nome alla città di Sanremo. Da allora, fra delusioni, periodi d’oro e periodi da dimenticare, per mamma Rai il Festival di Sanremo, diventa lo spettacolo di punta annuale. Uno sforzo organizzativo immane, sempre per raggiungere obiettivi più vistosi e al riparo da una concorrenza spietata. Nel tempo infatti, annotiamo anche diverse” intromissioni”(sgraditissime alla televisione di Stato) di altri grandi Network televisivi, che hanno voluto proporsi alla Città dei fiori, come valide alternative, soprattutto dopo diversi flop d’ ascolti sanremesi negli anni. Ma niente di eclatante, solo timide apparizioni concorrenziali, tutto, alla fine, è rimasto immutato.
SANREMO VER. 2026
E così, fra alti e bassi negli anni, arriviamo al “Sanremo versione 2026”. Per molti “la solita pappa”, per altri “la speranza di veder nascere “una mitica melodia che travolgerà l’universo”, per altri ancora, lo svago di un “grande spettacolo” che regala 5 giorni di svago, fra allegria e ricordi malinconici. Per i cultori della musica italiana, Sanremo è visto come un’esperienza mistica, un miracolo che inocula una specie di “anestesia musicale e di immagine” che non lascia spazio ad altro. Scelto a condurre il solito, statico, inamovibile Carlo Conti “uomo bicentenario” con l’elisir non brevettato “dell’antinvecchiamento “. Tutto sembra lievitare come in una pagina della bibbia, dove staticità e antichità sono la prassi ovvia. La Rai, dopo il figlio degenere ed intemperante di nome Amadeus, da due anni ha rimesso tutto in ordine. Conti è il perfetto restauratore, incorruttibile, quasi senza muscoli mimici, il presentatore che anestetizza tutto ed incassa ottimi ascolti. La tradizione italica è salva. Con lui, a differenza del suo predecessore, non esistono “coristi fuori dal coro” e così tutto viene rimesso nell’ovile della noia mortale. La formula è semplice. Un cast di 30 “Big” (il termine, scusate il paragone, ricorda sempre il soprannome di qualche capofamiglia nell’America degli anni ’20) riporta sul palcoscenico vecchie glorie, con un restyling forzato ed imbarazzante (vedi Patty Pravo) e nuovi volti, ovviamente pilotati in mosse e comportamenti come i migliori robot-giocattoli degli anni ’80. Case discografiche e “team productions” (oramai si chiamano così, perché è più figo) fanno cambiare loro “look” ed espressioni come fa il puparo, nell’epica ricostruzione della “Valle di Roncisvalle”. Tutto è organizzato, presentato, con una meticolosa precisione scenica teatrale. Fra le tante, spicca “il ballo-bacio- abbraccio” (durante l’esibizione) con la mamma” (figura per cui noi italiani siamo identificati fra gli umani” più mammoni al mondo”. Ma non mancano le “spiccate opinioni politiche” con tanto di proclami ed ammonimenti dalle poche parole a fine esibizione. Ovviamente il “look ad ogni costo” è la parola d’ordine del Festival. Non manca nulla, dallo sgambamento inguinale da “sexy Amsterdam way” , fino al variegato “tattoo multicolor”, che ci riportano all’arte cosmica germanica o del dadaismo più celebre degli anni ‘20. Ovviamente “tutto controllato” da un accordo “Rai-Stato-Chiesa” degno dei migliori amarcord degli anni dei segreti oscuri. Non siamo riusciti a capire la figura magica della Pausini, appioppata come co-conduttrice per cinque sere (non si sa da chi) nel tentativo (mal riuscito) di etichettarla come “la più amata dagli italiani” (come la pubblicità di cui la stessa cantante è testimonial da anni). Un ruolo difficile da interpretare che, a parte la simpatia del personaggio, bravissima come interprete, sinceramente ha deluso in un ruolo non suo. Sarebbe forse stato meglio presentarla come “super-ospite” (anche questo appellativo è figo) nella sua veste di ottima performer musicale. Del resto il grande Baudo non aveva sbagliato (come sempre, vista la sua enorme ed autentica competenza musicale). La ragazza di Faenza era, ed è, un fenomeno quale interprete musicale, ma dovrebbe avere la capacità di limitarsi solo a questa sua grande dote. Lei dice di essersi divertita nei 5 giorni del festival, ma non abbiamo contezza dell’opinione dei telespettatori. Permetteteci ogni lecito dubbio.
Commemorazioni ed ospiti
A proposito di commemorazioni, si era parlato ad una dedica dell’itero festival al celebre presentatore siciliano, ma sinceramente, abbiamo visto molto poco (a parte qualche piccolo richiamo mnemonico) rispetto alla grandezza di chi ha contribuito, nel tempo, a rendere grande la Rai nel mondo. Va bene comunque anche questo, perdonateci le considerazioni da irriducibili nostalgici siculi!
Per il resto, un copione già trito e ritrito in pasto agli italiani ed italiane, con Max Pezzali a dare un senso al danaroso investimento pubblicitario a sei zeri, di “mamma Costa crociere” e, per la gioia di ogni amante dell’estetica “donatelliana”, lo spiattellamento in prima serata, dei “pettorali” e delle eccelse fattezze mediorientali ( come cantava la grande Gianna) del Sandokan turco Can Yanan che, ad onor del vero, nel suo ottimo italiano, ha baciato la mano, secondo l’antica usanza ottomana, ad un Kabir Bedi (oramai asceta mistico) che, riesumato a forza dal suo prezioso sarcofago, è stato catapultato sul palco dell’Ariston senza pietà. Non capiremo mai come, dopo 50 anni di contaminazione e di parziale vita italica, il gigante indiano, parli un italiano masticato, ancor peggio di quello di Mal dei Primitives o Shel Shapiro. Nota positiva, la presenza di Nino Frassica, un diamante fra gli zirconi. Altro ospite importante e degno di ogni riguardo, Stefano Siani. Presentato alla vigilia della quarta serata come “mister x” il comico napoletano, e stato co-conduttore e grande mattatore tenendo la platea sempre inchiodata sulla sedia durante i momenti di comicità.
Vincitori e Premi
Analizzando, come detto e ridetto, tutto è andato secondo copione. Grazie ad un “mai compreso e contorto regolamento di votazione”, Sal Da Vinci vince ma non stravince (il giovane Saif, arrivato secondo, gli aveva dato oltre tre punti di distacco al televoto), l’accoppiata “non vincente” Masini-Fedez, da tutti data come favorita, si piazza “solo” al quinto posto (con una rabbia nascosta da entrambi e tenuta a forza alla proclamazione del posizionamento). Ovviamente consola poco il duo, il premio Bardotti per “il miglior” testo “Male necessario”, che onestamente è apprezzabile. Una eccellente e bellissima Ditonellapiaga con il brano “Che fastidio” si aggiudica il premio Bigazzi. La canzone è stata valutata dai musicisti della sempre eccellente orchestra sanremese, come la migliore scrittura musicale, struttura armonica e la più complessa e sofisticata costruzione melodica dell’intero festival. Grande delusione per l’eccellente Serena Brancale. L’artista pugliese ha saputo regalare intense emozioni con un brano dedicato alla madre, nato alla ripresa da un grave momento di scoramento, dovuto proprio alla grande perdita affettiva. Alla Brancale va il premio Lucio Dalla ( brano più votato dagli esperti media web-tv) e il premio Tim ( brano più votato sui social della prima azienda italiana di telefonia), a dimostrazione (come successe con Sergio Cammariere anni fa o Chiara Civello recentemente) che il pubblico di massa non è ancora pronto a recepire nei dettagli la musica d’autore ( definita un tempo d’élite) preferendo i motivi musicali più semplici e meno complessi legati ad una trazione nazional-popolare, mai superata dal tempo. Con 26 voti su 102, il cantautore romano Fulminacci si aggiudica il premio assegnato dalla sala stampa, tv e web con il brano “Stupida sfortuna”, mentre Il giovane cantautore Filippucci ha trionfato nella categoria giovani con il brano “Laguna”. Premi alla carriera per la Caselli, il solito Mogol ed il redivivo Fausto Leali.
I Pooh, immensi per 60 anni di cristallina e geniale carriera , vengono relegati al Suzuki Stage, avrebbero certamente meritato l’Ariston. La favola di Arisa, più da cartone animato che da Festival, non convince la maggior parte dei fantomatici votanti. Sinceramente (come recita un suo brano) pensiamo che questa sia stata l’ultima partecipazione dell’artista potentina al Festival, poi, ovviamente nulla si può ipotizzare in futuro.
A proposito di futuro, con una “finta mossa a sorpresa” ( il contratto è già firmato e depositato da mesi), Carlo Conti ha ufficializzato in diretta il passaggio di consegne per il prossimo Sanremo 2027 al giovane e talentuoso Stefano De Martino. Speriamo che nel Dna e nell’ossatura del presentatore napoletano, ci sia quella grande intraprendenza che ha reso famosi i partenopei nel, mondo, anche se con i paletti conservatori e burocratici della dirigenza Rai, tutto deve sempre essere staticamente prevedibile. I nostri più cari e felici auguri non mancano certamente.
In conclusione cosa dire del Festivale di Carlo Conti?
Nonostante ogni sforzo e gli ascolti delle ultime due serate, va sottolineata la nostra poca positività di bilancio finale. È stato un festival con diversi errori tecnici (microfoni, audio, ecc.) che non sono contemplabili, per una organizzazione così prestigiosa. Per il discorso Conti, si registra una conduzione un po’ amorfa, stereotipata su tutte le altre targate Conti e sostanzialmente in linea con tutte le sue conduzioni in Rai. La metodica e lo scorrimento della “time line “del festival è apparsa sempre “tradizionale e senza mai “uscite fuori dal coro”. Una conduzione con pochissimi mutamenti (e mai di rilievo) dell’ultimo istante o idee che si possano definire originali. Il conduttore toscano si è leggermente lasciato andare a qualche timida improvvisazione (sempre controllata però) solo durante qualche esibizione dei duetti- cover e nella finale (grazie alla genialità di Frassica), ma nulla che possa rimanere ai posteri come le immense trovate di “memoria baudiana”. Nella nostra mente infatti rimangono ancora freschi ed indelebili quei momenti in cui conduttori e compagni cercavano di alleggerire l’atmosfera con gag e gradite improvvisazioni, o la grandezza nel riuscire a controllare momenti di grande difficoltà sociale e/o nazionale. Conti è rimasto in palese difficoltà (smorzata in parte dalla professionalità della bravissima e sensibile co-conduttrice Giorgia Cardinaletti) sulle notizie provenienti in diretta dal Medio Oriente ed Iran. Una delle cose da notare è la capacita di Conti nel bloccare senza pietà cantanti in gara ed ospiti (ma anche i colleghi di condizione) nell’idea da “Gestapo” del rispettare i tempi, oltre alla poca attitudine interiore, di mostrare sempre poca empatia verso chi arriva a portare “qualcosa di proprio” sul palco. Questo ritmo rapido ed incalzante (fra l’altro ingenerato dallo stesso ampio numero di partecipanti, poi voluto dallo stesso Conti), pur avendo l’obbiettivo di non portare la fine delle serate all’alba, sinceramente infastidisce parecchio lo spettatore e contribuisce notevolmente a classificare questo festival come fra i “più piarti” di sempre. Del resto, un festival senza la fantasia e l’imprevedibilità è per gli italiani, come la pasta senza alcun condimento. Conti resterà nella memoria come impeccabile come presentatore e direttore artistico, elegante nella forma e nei contenuti (per quanto di poco si è visto) ma certamente verrà anche ricordato per la freddezza e lo stile di conduzione poco brioso. Non sempre l’eleganza è sinonimo di genialità, in questo caso diremo forse di noia.
In ogni caso Conti è conscio di aver portato a compimento un biennio sanremese con ottimi risultati di pubblico, cosa su cui non tutti avrebbero scommesso dopo i precedenti risultati di Amadeus. Alla fine però, gli dobbiamo riconoscere il modo intelligente di “uscire di scena”, sicuramente nel momento giusto e forse, lasciatecelo dire, inteso come una palese forma di liberazione catartica. Ovviamente, siamo sicuri che di questa staffetta, Conti pubblicamente nel futuro, ne rivendicherà l’assoluta paternità. Ad ogni buon conto,da ora in poi toccherà al giovane De Martino. Che Dio, la Rai, ma soprattutto il pubblico (da cui è tanto amato) lo aiuti! Chi vivrà, vedrà.
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