Caso Cavallotti, la docente Stefania Pellegrini sull’eventuale rivalutazione dei sequestri preventivi e delle confische: “questione assai grave”
L'intervento della professoressa dell'Università di Bologna alla Terza Assemblea della CGIL a Palermo
È successo di nuovo.
Lo Stato di diritto ha bisogno di sostegni fermi per impedire il suo abbattimento, come le assi di controventatura di una casa. Per questo esistono le leggi, per impedire a forze esterne o interne di sopraffarlo. Il 13 settembre 1982 è stata prodotta una di queste assi, posta in diagonale tra la trave della Giustizia e la colonna portante della Libertà. Contrassegnata dal numero 646 e conosciuta come Legge Rognoni-La Torre, si tratta di un’asse fondamentale per superare il problema della costante insufficienza di prove che impedisce di condannare i mafiosi. Questa legge consente infatti di sequestrare i loro beni in misura preventiva, di privarli non solo della loro forza economica, ma anche della possibilità di accrescerla e proseguire con infiltrazioni sempre più pericolose, in attesa che il procedimento penale arrivi a sentenza. In questa metafora dello Stato come un eterno cantiere, le assi vanno saldate e rafforzate periodicamente. Ma cosa accadrebbe se le persone incaricate iniziassero a martellare la trave o la colonna portante? Questo è ciò che avviene ogni volta che l’antimafia commette una stortura, un abuso, un errore. Il caso Saguto e il caso Montante sono solo gli esempi più famosi, ma di certo non gli unici; tante piccole irregolarità hanno afflitto lo Stato di diritto, e molte lo affliggono tuttora, nel nome dell’antimafia.
In occasione della Terza Assemblea della CGIL, svolta nell’Aula Bunker di Palermo il 29 aprile col titolo “Contro mafia e corruzione”, nessun intervento ha osato sollevare la questione, anzi. Come se l’antimafia negli ultimi trent’anni fosse stata immacolata, come se oggi fosse perfetta, consapevole e in grado di contrastare realmente il fenomeno mafioso, sono seguite sei ore in cui hanno fatto da padrone interventi autoreferenziali e osannanti sull’applicazione delle misure attuali. Per maggiore completezza sull’argomento, si consiglia questo approfondimento.
Un intervento distintosi dagli altri, invece, è stato tenuto da Stefania Pellegrini, professoressa ordinaria del Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna, dal 2024 direttrice del Collegio Superiore dell’ateneo e dall’anno accademico 2007/2008 titolare degli insegnamenti di Sociologia dei processi economici e dinamiche del lavoro, di Sociologia del diritto e di Mafie e Antimafia; quest’ultimo per gli studenti del quinto anno, come precisa lei stessa.
Ma qui io non sono come docente solo di un corso di Mafia e Antimafia, sono qui soprattutto per essere direttrice di un master in Gestione e riutilizzo di beni sequestrati, che ho volutamente dedicato a Pio La Torre. […] Avrei voluto — e avrei dovuto, forse vi aspettavate questo da me — parlare della tematica di cui mi sto occupando nei vari incontri, cioè dell’attacco sistematico a livello nazionale, ma anche a livello dell’Unione attraverso provvedimenti della CEDU, alle misure di prevenzione e in generale proprio allo strumento di aggressione patrimoniale. Però non farò questo, e mi limiterò a raccontare una storia.
Nel 2025 la professoressa Pellegrini ha pubblicato un volume che riporta nel titolo L’aggressione su più fronti alle misure di prevenzione patrimoniali, è quindi nota la sua posizione. Non è chiaro, invece, quanto margine di confronto consenta oltre quella linea accademica e politica in cui sembrano tutti d’accordo e ignorano con ostinazione il punto di vista delle vittime di queste misure di prevenzione, come Pietro Cavallotti.
Buona parte del suo intervento è dedicato al racconto del caso di Bellaria Igea Marina, sollevato a dicembre 2025 dalla trasmissione Report. Per riassumerlo brevemente, dopo un provvedimento definitivo di confisca derivato da un’operazione antimafia nel cosentino, un ristorante del territorio viene assegnato al comune romagnolo, su cui investe quattrocentomila euro per ristrutturarlo e trasformarlo in una residenza per persone disabili. Dopo l’inaugurazione a gennaio 2024, il 14 febbraio la Corte d’Appello di Catanzaro conclude il procedimento con la restituzione dei beni all’imprenditore e, valutata l’ormai destinazione pubblica del bene come “irreversibile”, il 13 ottobre 2025 decreta la restituzione “per equivalente”; in altre parole, il Comune deve versare 396.500 euro all’imprenditore. Per correttezza, occorre sottolineare che le date riportate sono tratte da un’interrogazione parlamentare del 10 dicembre 2025 e che la testata cosentina Iacchité è stata l’unica ad aver riportato un’attenta ricostruzione dei fatti complessivi inerenti all’imprenditore – distinguendo i diversi procedimenti che lo coinvolgono – e al relativo sequestro, in un articolo dell’8 dicembre 2025.
Ma Stefania Pellegrini riporta quest’ordine cronologico dei fatti:
Peccato che nel 2018, all’insaputa del Comune di Igea Marina e senza alcuna comunicazione da parte dell’Agenzia, si instaurava una revocazione della confisca per nuovi fatti sopravvenuti, e nel 2022 si dispone la revoca. Quindi nel 2024 l’Agenzia trasmette al Comune il decreto di revoca dell’assegnazione.
Sarebbe rilevante chiarire le tempistiche per determinare le responsabilità ed eventuali problemi di comunicazione da parte dell’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati. Ad ogni modo, la professoressa solleva il caso all’assemblea del 29 aprile perché è del mese precedente la notifica dell’atto di precetto al Comune di Bellaria Igea Marina. E lei, particolarmente sensibile al guaio che il Comune deve fronteggiare, propone che vengano impiegate le risorse economiche del Fondo Unico Giustizia. È un caso di specie perfetto per analizzare solo alcune falle giuridiche delle misure di prevenzione, perché discutere sui beni di un imprenditore oggetto di più vicende giudiziarie alimenta l’illusione collettiva di poter eludere una riflessione tanto angosciosa quanto fondamentale: la normativa prevede dunque che una persona possa essere privata del bene a prescindere dalla sua innocenza? La risposta è affermativa, l’articolo 46 del Codice Antimafia prevede proprio la restituzione per equivalente. Ma l’intervento della professoressa non solleva questo problema, anzi.
Allora, c’è tanto da fare a tutti i livelli. A livello locale, perché io non voglio pensare che la storia del Comune di Igea Marina sia conclusa così, non lo voglio pensare. Bisogna trovare comunque una soluzione che sia anche una soluzione politica, perché è un boomerang incredibile. Dobbiamo pensarlo a livello nazionale, perché c’è una proposta di legge che cerca di risistemare le cose e dobbiamo stare molto attenti. E anche a livello sovranazionale, perché non dobbiamo dimenticare che il 31 marzo è stata rimessa alla Grande Camera il caso Cavallotti, elevando questo caso a ‘caso pilota’ per rivalutare la natura giuridica delle misure di prevenzione patrimoniali, ed è una questione assai grave.
Non dice altro sui Cavallotti, gli imprenditori di Belmonte Mezzagno colpiti da misure cautelari e preventive sin dal 1998, assolti con formula piena e ciononostante colpiti ancora dalle misure di prevenzione. Da questa persecuzione giudiziaria quasi trentennale, poiché seguono tutte le problematiche parallele di carattere sociale ed economico che si riflettono ancora oggi, della loro impresa sono rimaste le ceneri da dare in pasto alla sezione Fallimentare del Tribunale di Palermo. Abbiamo approfondito il caso Cavallotti qui.
Dunque, è successo di nuovo. Nel 2024, l’interrogazione parlamentare dei pentastellati con Federico Cafiero De Raho in testa aveva già provato a lanciare l’allarme sul ricorso alla CEDU dei Cavallotti, parlando persino del rischio di “calpestare” l’eredità di Paolo Borsellino. Guarda caso, non viene citata l’eredità di Giovanni Falcone, che già in tempi non sospetti aveva sollevato non poche perplessità sull’ampia applicazione delle misure di prevenzione. Perplessità che questi tempi hanno dimostrato fondatissime.
Una vittima di malagiustizia ignorata dallo Stato, completamente estranea ai fatti contestatigli e colpita da sequestri e confische persino dopo l’assoluzione, in che modo può calpestare l’eredità di chi ha dato la vita per una società più giusta? Ma non sarebbe stata questa la domanda da porre a Stefania Pellegrini, a cui abbiamo chiesto l’intervista e ha risposto gentilmente che non intende dare seguito all’ingiustificato attacco del Sig. Cavallotti, probabilmente in riferimento alla replica pubblicata sui social da Pietro Cavallotti.
Le domande sarebbero state focalizzate proprio sulla natura del diritto che lei difende e su quella bellissima dichiarazione all’inizio del suo intervento il 29 aprile:
La memoria è fatta di impegno e l’impegno è fatto di elaborazione intellettiva, ma anche di tanta emozione. E i due elementi devono essere necessariamente connessi.
Elaborazione intellettiva ed emozione. Comprendere la condizione di innocenza è frutto di elaborazione intellettiva, ma lo stato d’animo di chi subisce un ergastolo patrimoniale su fatti giudicati insussistenti dallo stesso tribunale può essere compreso solo dal fattore emotivo. E sì, i due elementi devono essere necessariamente connessi per sollevare un dubbio semplice ma cruciale: non costituisce una violazione della presunzione d’innocenza? La CEDU ha posto questa domanda all’Italia, che si concede il lusso di compiere sequestri per mafia persino in assenza di un’accusa per mafia. Questa cosiddetta contiguità mafiosa, forte del concetto di “partecipazione” che viene distinto dall’appartenenza alla mafia, con quali limiti opera affinché non criminalizzi chiunque svolga un’attività d’impresa nel Meridione? E non si tratta di quel vittimismo con cui troppo spesso le persone meridionali sono state tacciate per omettere le carenze dello Stato, è un dato di fatto che il “territorio favorevole” alla contiguità mafiosa è l’intero Sud Italia se non sono garantiti dei limiti alla discrezionalità. Si tratta dunque di un sollecito a emigrare? A maggior ragione che una moltitudine inquietante di aziende sotto amministrazione giudiziaria – non è possibile quantificarle con esattezza, perché lo Stato non dispone di questi dati né sembra interessato ad attivarsi per la loro elaborazione – è oggi in liquidazione o fallita, col pretesto che in assenza dei proventi mafiosi non è possibile gestirle; e questo avviene nonostante il comma 5 dell’articolo 35 del Codice Antimafia preveda che l’amministratore giudiziario deve incrementare la produttività del bene, non darsi alla pazza gioia con stipendi e nomine di coadiutori. Non è mai sorto il dubbio che la gestione di decine e decine di aziende nelle mani di un solo amministratore – ancora oggi, perché quel sistema attribuito a Silvana Saguto non è certo di sua matrice e non ne detiene l’esclusiva – rischi di contribuire alla distruzione economica del Mezzogiorno? Proprio la professoressa Stefania Pellegrini, nel convegno milanese “Dieci anni di Codice Antimafia – le misure di prevenzione: bilanci e prospettive” del 29 settembre 2021, ha dichiarato di essere convinta e agguerrita sostenitrice che per far sì che un bene torni a buona vita sia necessaria una conoscenza a 360 gradi da parte dell’amministratore giudiziario. In quell’occasione, che ha definito festa di compleanno del Codice Antimafia, ha parlato della buona conduzione dell’amministrazione giudiziaria, che per poter funzionare ha bisogno della condivisione, del confronto di tanti professionisti ed è una buona ricetta quella di creare una connessione anche con le parti sociali, anche con il tessuto sociale nel quale il bene insiste. Se a queste dichiarazioni si aggiunge la sua manifesta propensione a un diritto “in action”, ossia in costante evoluzione e miglioramento, cosa la preoccupa dell’eventuale rivalutazione delle misure di prevenzione a fronte dell’immane disastro istituzionale, sociale ed etico riscontrato nel caso Cavallotti? Un disastro su cui si è espresso anche il portoghese Paulo Pinto de Albuquerque, già giudice della Corte Europea dei Diritti Umani. A proposito di Europa: quando viene dichiarato che gli strumenti antimafia italiani sono invidiati da tutto il mondo, viene tenuto conto di queste gravissime pecche? Perché, se così non fosse, sembra che l’Italia voglia “esportare l’antimafia” come gli Stati Uniti d’America hanno voluto “esportare la pace”.
Un ultimo problema da rappresentare, se dobbiamo parlare delle misure di prevenzione di oggi, riguarda un ulteriore effetto collaterale che stiamo riscontrando in un’inchiesta a Barcellona Pozzo di Gotto, che sembra sia l’effetto specularmente opposto al caso Saguto. Nel caso di specie l’imprenditore, condannato per mafia, ha continuato ad amministrare l’azienda sequestrata e poi confiscata per ben quattordici anni. Dunque, l’attuale sistema delle misure di prevenzione che l’antimafia non vuole toccare per nessuna ragione – e per cui gli onorevoli pentastellati si sono appellati all’eredità di Paolo Borsellino – ha finora consentito, da un lato, che imprenditori innocenti venissero perseguitati e distrutti patrimonialmente senza alcuna possibilità di ripresa; dall’altro, che mafiosi proseguissero floridamente l’attività durante la confisca. E se la professoressa Pellegrini non è a conoscenza di questi paradossi imbarazzanti, così come tutti gli intervenuti all’assemblea del 29 aprile e ad ogni altro convegno che tratti di mafia e antimafia, si può sapere in virtù di quale consapevolezza è possibile combattere la mafia? Quella di oggi, non quella di ieri. Perché, come disse qualcuno in un convegno di Roma del 14 dicembre 1990, pretendere di contrastare un fenomeno attuale con strumenti vecchi e obsoleti non può che rivelarsi una strategia perdente.
Debbo dire con chiarezza che noi pecchiamo di memoria storica. Da quando sono entrato in magistratura, ho sentito come una cantilena ricorrente il fatto che le misure di prevenzione – e su questo concordo in pieno – sono un mezzo antidemocratico, e che il vero centro della punizione del responsabile è il processo penale. Che le misure di prevenzione hanno esportato la delinquenza in Italia, che sono necessariamente un doppione rispetto al processo penale e sono soprattutto in funzione vicariante quando non si sono raggiunte sufficienti prove di responsabilità. Ed è stato proprio questo ordine di idee che ha portato alla recentissima legge del marzo ’90, in pratica ha reso inoperanti le misure di prevenzione. Adesso devo notare che dopo pochi mesi anche nel decreto-legge si ritorna indietro, si è tolta la subalternità della misura di prevenzione rispetto al procedimento penale. E rispetto a fatti di assoluta modernità, pensare di adottare strategie di contrasto con strumenti vecchi e obsoleti e, soprattutto, che costituiscono un unicum in tutto il sistema giudiziario occidentale è una strategia già perdente che non serve a nulla. Serve soltanto a creare ancora una volta dei martiri dello Stato, delle persone che affermano di aver subito delle profonde ingiustizie, e in buona parte è anche vero, perché questo avviene quasi sempre con le misure personali e anche adesso con le misure patrimoniali. Bisogna avere le idee chiare su quello che è il fenomeno criminale che abbiamo di fronte e una volta effettuata un’analisi, la più approfondita e più puntigliosa possibile, adottare un piano organico d’interventi, che sia coerente sul piano della legislazione e sul piano della concreta attuazione dei programmi per il contrasto alla criminalità organizzata. A me fa specie che mentre si discute ancora su fatti che sono veramente gravi si pensa di poterli affrontare in maniera ancora artigianale, sempre deludenti, se le strutture che saranno chiamate ad affrontarli non saranno adeguate rispetto all’ampiezza e alla gravità del fenomeno.
L’intervento è di Giovanni Falcone, al convegno romano “Lotta alla Criminalità”, organizzato proprio dalla CGIL.
Pecchiamo di memoria storica, ecco perché è successo di nuovo.