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Boys don’t cry – Anatomia di una narrazione distorta

La violenza contro gli uomini esiste e va riconosciuta. Ma cosa succede quando viene raccontata attraverso dati fragili e narrazioni distorte? Si chiarisce il fenomeno o si oscura, ancora una volta, la sua matrice di potere patriarcale?

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Boys don’t cry cantavano i The Cure nel 1979: un brano che ancora oggi suona come una denuncia dei canoni di virilità imposti a chi si riconosce nel genere maschile. Boys don’t cry è anche il titolo del servizio televisivo di Rajae Bezzaz andato in onda all’interno del programma Striscia la Notizia il 30 gennaio scorso. Cinque minuti di quella che sul sito web del programma si definisce un’inchiesta, in cui il tema della violenza domestica subita dagli uomini viene affrontato con non poche criticità informative e narrative.

La scorciatoia del confronto

Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti introducono il servizio stabilendo implicitamente un paragone: si parla di femminicidio e di violenza di genere, ma esiste un altro volto del maltrattamento domestico, spesso confinato nel silenzio. La stessa impostazione narrativa è riproposta nell’incipit del servizio. La storia di Manuel – nome di fantasia della vittima che apre il racconto – si alterna alla retorica del fallimento sociale che accompagna ogni discorso sulla violenza subita dalle donne. Una contrapposizione pericolosa, poiché i due fenomeni sono imparagonabili per portata, e al tempo stesso un’occasione mancata per indagarne le motivazioni sommerse. L’unico elemento comune tra la violenza domestica ai danni di una donna e quella ai danni di un uomo è la cultura del possesso, del controllo e del potere: tre dimensioni che rimandano inevitabilmente all’ordinamento patriarcale della società, da cui nessuno, indipendentemente dal genere, può dirsi immune. L’educazione patriarcale incasella il ruolo maschile nella dominanza e quello femminile nella sudditanza, ma è più di una semplice distinzione di ruoli. È educazione alla violenza, interiorizzazione delle dinamiche di subordinazione e sopraffazione a cui sono sottoposti, seppur in forma diversa, uomini e donne. Il fatto che storicamente controllo e possesso si esercitino soprattutto a danno del genere femminile spiega sia la profonda distanza numerica tra i fenomeni sia la difficoltà di riconoscimento e denuncia nei casi di violenza subita dagli uomini. Le storie di Manuel, Luca e Giuseppe Morgante riportate da Rajae Bezzaz non rappresentano “l’altra faccia della violenza”: sono piuttosto una parte integrante, seppur residuale, degli effetti della cultura patriarcale. Ed è per questo che la soluzione non si trova nella narrativa della contrapposizione, ma nel riconoscimento del minimo comune denominatore.
Queste storie devono essere raccontate. Deve essere raccontato anche l’atteggiamento sminuente delle forze dell’ordine e la percezione di abbandono da parte dello Stato. Un abbandono che, tuttavia, non può essere messo in correlazione con i finanziamenti destinati alla tutela delle donne vittime di violenza: un’associazione forzata, che potrebbe potenzialmente generare conseguenze fuorvianti. Può, ad esempio, far apparire come una femminista convinta la ministra Eugenia Roccella – quella del Family Day e dell’aborto come “il lato oscuro della maternità” – quando risponde prontamente alla provocazione sui fondi stanziati per i Centri Antiviolenza, richiamando l’assenza di una casistica tale da giustificare procedure emergenziali anche per gli uomini vittime. Sul tema dei dati interviene Patrizia Montalenti, fondatrice di Ankyra, progetto che dal 2013 si rivolge a uomini e donne che subiscono o hanno subito violenze o maltrattamenti intra ed extrafamiliari, che sottolinea l’assenza di statistiche ufficiali. Ed è qui che Bezzaz strappa una promessa alla ministra Roccella: “sensibilizziamo il Ministero dell’Interno sulla raccolta dei dati e il mio Ministero [Famiglia, Natalità e Pari Opportunità n.d.r.] cercherà immediatamente di verificare cosa succede sul territorio e quanti sono questi casi”.

Campioni piccoli, conclusioni enormi

In effetti, una raccolta dati rigorosa appare necessaria non solo per esplorare il fenomeno, ma soprattutto per fornire una risposta scientificamente solida alle ricerche parascientifiche che alimentano il dibattito e che rischiano di diventare ricettacolo di retoriche ostili. Tra le più citate negli ambienti associativi ed informativi che si occupano di violenza sugli uomini figura l’Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile, pubblicata nel 2012 sulla Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, e condotta da Pasquale Giuseppe Macrì e altri otto ricercatori. Diciotto pagine che sembrano smentire radicalmente le convinzioni sulla residualità del fenomeno. La ricerca si basa sull’adattamento per un campione maschile del questionario somministrato alle donne dall’ISTAT nel 2006. Le risposte alle oltre 60 domande e le relative proiezioni sull’intera popolazione maschile tra i 18 e i 70 anni producono risultati che colpiscono per la loro entità.

Secondo Macrì et al. nel 2011:

  • Cinque milioni e trentuno mila uomini avrebbero subito almeno un episodio di violenza fisica per mano di una donna nel corso della vita;
  • Tre milioni e ottocentomila uomini avrebbero subito almeno una violenza sessuale;
  • Oltre sei milioni di uomini avrebbero subito almeno una violenza psicologica;
  • Oltre due milioni e mezzo di uomini avrebbero subito almeno un atto persecutorio.

Dati allarmanti soprattutto perché dichiarati come raccolti con le stesse domande utilizzate dall’ISTAT per indagare la violenza di genere e proiettati sulla popolazione totale attraverso le medesime metodologie statistiche.

Ma il campione preso in analisi è della stessa portata? Decisamente no. Come dichiarano gli stessi ricercatori, l’indagine ISTAT ha coinvolto venticinquemila donne, a fronte dei mille e cinquantotto uomini: un campione ventiquattro volte inferiore. E soprattutto non probabilistico. I questionari sono stati infatti somministrati ai soggetti maschi maggiorenni che si sono offerti di partecipare, non a un campione estratto casualmente dalla popolazione. Questo implica che i partecipanti potrebbero non rappresentare l’intera popolazione di riferimento e che le conclusioni non siano statisticamente generalizzabili al totale degli uomini italiani. Viene dunque da chiedersi se un simile criterio di campionamento abbia una qualche valenza statistica e, di conseguenza, scientifica.

La fionda: balistica del rancore 

Sembrano non essersi posti questa domanda i membri di Ankyra, che sul proprio sito indicano quella ricerca come l’unica fonte consultabile sulla violenza sugli uomini. E che anzi, fanno di più. Tra febbraio e agosto 2025 l’associazione ha diffuso un questionario anonimo online, concepito da un team accademico in parte composto dai ricercatori del 2012, che ha raccolto 3.876 risposte. A darne notizia è Lafionda.com nell’articolo Indagine sulla violenza femminile sugli uomini: 15 milioni le vittime, che presenta i risultati preliminari e rivendica la collaborazione con Ankyra per la diffusione del questionario. Una collaborazione che non si limita alla ricerca: nel marzo 2025, Ankyra e Lafionda.com hanno realizzato insieme un video per la divulgazione della “Dichiarazione di New York per uomini e ragazzi”, documento che si propone di promuovere un approccio olistico ai diritti umani e all’uguaglianza. Tornando all’articolo, Giorgio Russo – l’autore – chiude con un’osservazione che vale la pena riportare integralmente:

Qui in Europa la Bestia che inquina le relazioni tra uomini e donne, cioè il femminismo e il business economico politico e mediatico che gli gira attorno, è ancora in buona salute, sebbene oltreoceano sia ormai ridotto all’ombra di sé stesso, come dovrebbe essere ogni estremismo inquinante.

Ma chi sono questi simpatici moderati?

Basta scorrere alcuni degli ultimi post della loro pagina Facebook, seguita da oltre ventunomila persone. Prendiamone tre a titolo esemplificativo. In uno si commenta il voto positivo del Parlamento europeo sul riconoscimento delle donne transgender come donne, accompagnandolo dagli hashtag #malatimentali e #abolireUE.  In un altro le lezioni all’affettività vengono liquidate come “mere lezioni di sottomissione tramite i sensi di colpa”. In un terzo, che rilancia un articolo dal titolo “Femminismo tossico: quando i diritti degli uomini vengono calpestati”, un utente commenta: “Vi sbagliate, non potete dare titoli così fuorvianti, non potete scrivere certe cose, il femminismo è SEMPRE tossico, così fate credere che ce ne sia uno non tossico”.

 

Insomma, più che un portale di analisi sul tema delle relazioni tra uomini e donne – come si autodefiniscono – la pagina Facebook sembra più il risultato di un meticoloso lavoro di costruzione dell’habitat naturale di uomini (e qualche donna) che cercano un posto per canalizzare frustrazioni ed umiliazioni quotidiane.

L’osservatorio creativo

Ma non si dica che ci si è fermati alle apparenze. Su Lafionda.com un’intera sezione è dedicata all’Osservatorio Statistico curato dalla redazione, che monitora quattro fenomeni: i casi falsi di femminicidio nel 2025, il conto delle false accuse messe in atto dalle donne, la raccolta di notizie in merito alle violenze su minori e anziani e, infine, quella sulle notizie di violenze perpetrate dalle donne a danno di uomini. Sebbene ognuna di queste aree di studi meriterebbe un’analisi puntuale, è opportuno restare sul tema delle violenze contro gli uomini. I dati disponibili a partire dal 2020 sembrano, a una prima lettura, preoccupanti.

Solo per il 2026, in meno di cinquanta giorni, sarebbero 56 le notizie apparse sui mass media che riportano reati commessi da donne ai danni degli uomini. A prova della bontà del dato, sul sito sono disponibili i link. Chi scrive li ha consultati. Tutti.

Il quadro che emerge, però, più che allarmante è grottesco. Dei 56 casi elencati, almeno sette riguardano arresti per resistenza a pubblico ufficiale o danneggiamento di Pronto Soccorso. Altrettanti si riferiscono a condanne o arresti per reati commessi da coppie (adescamento, truffa, ricatti sessuali o minacce). Almeno sei riguardano condanne per rapina, tentata rapina o appropriazione indebita; due si riferiscono ad omicidi stradali. Compaiono inoltre una condanna ad un’ispettrice di Polizia Penitenziaria e a otto agenti per la mala gestione di un carcere minorile, una condanna alla titolare di un’azienda a seguito di un incidente sul lavoro (la cui vittima era il suocero), quella ad una direttrice per la mala gestione di un CPR e la condanna per mafia a Rosalia Messina Denaro.

Al netto delle ripetizioni di alcuni link, il numero più vicino alla realtà sembra aggirarsi attorno ai diciotto casi. Ma è necessaria un’ulteriore precisazione: almeno dieci di questi riguardano condanne, e non si può escludere che siano già stati contabilizzati negli anni precedenti. Rischiano, dunque, di essere stati contati ogni volta che sono riemersi sulla stampa.

Dare spazio alle vittime maschili è necessario; farne una contro-narrazione competitiva e fuorviante lo è molto meno. Quando la complessità viene sacrificata in nome della provocazione, tra numeri ipertrofici e statistiche elastiche, il rischio è che si costruisca un’emergenza narrativa più che reale. Così si perde di vista l’unica costante: la violenza è questione di genere, ma di potere. Una cultura fondata su controllo, possesso e subordinazione, che affonda le proprie radici nell’ordinamento patriarcale della società e non fa sconti neanche a chi la incarna.