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Il teorema di Libera e di un certo ‘sistema’: chi dà notizie non autorizzate e chi osa esaminare l’..univerità è mafioso. L’aggressione per via giudiziaria alla stampa che informa, il querelificio Ciotti-Rando, la chiusura di Prima Pagina, il Pm … indipendente (dal fatto e dal diritto). E sullo sfondo intreccio di relazioni, scambi, influenze, affari, interessi.

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Tra le tante querele promosse da Libera e dal suo vertice, il presidente Pio Luigi Ciotti e la sua vice Vincenza Rando appositamente delegata a questa attività, contro la stampa ‘colpevole’ di dare notizie e contro persone e personalità varie accusate di esprimere opinioni critiche – se le une (le notizie) e le altre (le opinioni) non sono gradite agli interessi di chi ha il comando dell’associazione e ne detta la linea – abbiamo riferito, per il suo valore emblematico, quella contro il giornalista Giuseppe Leonelli. I casi sono tanti, ma questo può raccontare in modo più efficace il rapporto di Libera con principi come libertà di stampa, diritto di manifestazione del pensiero, trasparenza della res pubblica, controllo sociale sui fatti ricadenti nella sfera degli interessi generali, valori che sono presidio del bene comune e dei principi fondamentali garantiti dalla Costituzione.

Abbiamo visto nell’articolo precedente come il giornalista Leonelli, all’epoca dei fatti – agosto 2016 – direttore del quotidiano Prima Pagina, sia stato querelato per diffamazione semplicemente per avere fatto il suo dovere di giornalista che è quello di riferire fatti veri di pubblico interesse. In nessuna norma dell’ordinamento della Repubblica il principio costituzionale della libertà di stampa trova eccezione nel caso in cui le notizie divulgate risultino sgradite agli interessi di qualcuno, in questo caso il tandem Ciotti-Rando che gestisce ‘Libera, Associazione, nomi e numeri contro le mafie’, un nome che, da solo, dovrebbe scoraggiare e reprimere ogni pulsione di fastidio verso la libera stampa, la libera informazione, il libero pensiero, la libera critica, il libero confronto, la libera domanda di aria pulita e di trasparenza contro il puzzo del compromesso, l’ambiguità del silenzio e della reticenza,  l’opacità degli interessi che sono l’alimento di cui si nutrono le mafie.

Il caso è emblematico perché l’attacco contro il giornalista modenese non si limita ad una querela che, ad un primo vaglio – rilevata l’evidente e oggettiva verità delle notizie pubblicate – avrebbe dovuto essere cestinata, ma è sferrato, sempre dalle trincee di ‘Libera’, anche con altre armi come l’accusa a Leonelli, per avere egli scritto notizie vere e solo per questo, di sostenere la mafia.

L’articolo di Leonelli viene pubblicato da Prima Pagina il 17 agosto 2016. Il giorno dopo, 18 agosto, il responsabile di Libera nella provincia di Modena Maurizio Piccinini divulga una nota (leggibile qui  su La Pressa, il quotidiano attualmente diretto da Leonelli e fondato dopo la chiusura di Prima Pagina) in cui, dopo avere elencato i meriti di Enza Rando nel suo impegno per Libera e contro la mafia, prosegue e conclude: << …Enza viaggia in continuazione da nord a sud per rappresentare Libera, e non solo Libera, nei processi contro il crimine organizzato. Enza, i mafiosi, i camorristi, gli ‘ndranghetisti, siano essi sedicenti persone normali, o imprenditori, o politici, li guarda in faccia tutti i giorni nei processi. Chi, ignorando tutto ciò, attacca Enza Rando con accuse tanto assurde quanto grossolane, si colloca oggettivamente al fianco delle mafie».

A Piccinini non passa neanche per la mente o non importa affatto che in quell’articolo non vi siano accuse, tanto meno assurde e grossolane, ma notizie, vere e documentali, inerenti fatti che lo stesso Piccinini e, prima ancora, Rando dovrebbero, semmai lo volessero, affrontare nel merito e, se del caso, spiegare. Invece nessuna parola sulla fondatezza o meno di quelle notizie; ma solo la loro apodittica ‘derubricazione’ ad accuse (perché, se nulla viene detto sulla loro veridicità?), addirittura assurde (perché, se non se ne eccepisce la verità?) e grossolane (ancora una volta, perché?).

L’intervento di Piccinini è grave, pericoloso, inquietante.

Inquietante, per il grave pericolo che comporta, è il qualificare come ‘attacco’ contro qualcuno il semplice dare notizie vere e di pubblico interesse su quel qualcuno personaggio di rilievo pubblico beneficiato da soldi pubblici (qualificazione – della notizia vera ridotta ad attacco – tollerata in Corea del Nord e degna di questo regime, probabilmente); inquietante è anche il nesso postulato da Piccinini tra l’<<ignorare tutto ciò>>, <<attaccare … con accuse ….>> e <<collocarsi oggettivamente al fianco delle mafie>>.

Il ‘tutto ciò’ elencato da Piccinini sulla vita di Rando perché dovrebbe risultare ‘ignorato’ dal semplice limpido esercizio di un diritto costituzionale fondamentale per la democrazia come la libertà di stampa con il suo correlato, per i giornalisti, diritto-dovere di cronaca e di critica che comporta ogni giorno la pubblicazione di notizie ‘nuove’? Peraltro, come rivela lo stesso termine letterale, se non fossero nuove non sarebbero notizie, ovvero cose da rendere note perché, evidentemente, non lo sono!

Magari sarà vero ciò che Piccinini racconta su Enza Rando fin da quando era consigliere comunale e vicesindaco a Niscemi ma non è che non scriverlo tutti i giorni, trent’anni dopo, significhi ignorarlo, nè che ciò sia una colpa; né in ogni caso questo racconto e quei fatti possono sequestrare l’informazione e il diritto di critica, né porre Rando al di sopra dei principi costituzionali di trasparenza della cosa pubblica: ciò equivarrebbe a collocarla, insieme a Pio Ciotti a maggior ragione in quanto capo indiscusso e numero uno di Libera, in una sorta di girone dei tiranni e dei dittatori con i quali la libertà di stampa è incompatibile.

Sconcertante, gravissimo e altamente diffamatorio – sì, esso sì, diffamatorio – è l’abominevole colpo finale che il dirigente di Libera assesta alla libera stampa che, come nel caso di Leonelli, ha la schiena dritta, serve il valore pubblico dell’informazione e, poiché ciò non accade spesso, andrebbe lodata e, se del caso, incalzata nel merito dei fatti.

Dicevamo del nesso inquietante tra la narrazione sulle ‘imprese’ giovanili e sui meriti di Rando, le notizie giornalistiche presentate come ‘attacco’ e l’oggettivo fiancheggiamento della mafia.

E’ uno schema simile a quello su cui, per esempio, Antonio Calogero Montante ha costruito la sua scalata al potere prima dentro Confindustria e poi in quasi tutti i gangli vitali delle istituzioni, nel suo caso – secondo quanto emerso nei processi in corso – per fini criminali e per avere buon gioco nel mascherare, tenendole lontane da occhi indiscreti, le associazioni per delinquere che oggi è accusato di avere costituito e capeggiato. L’analogia riportata concerne solo, per quanto qui ci riguarda, lo schema dato da una premessa (per Montante e le sue cricche un sapiente storytelling farcito dalla denuncia tempestiva di minacce funzionali e intimidazioni provvidenziali) quale che sia, tale comunque da sostenere la pretesa che ogni notizia, riflessione critica o dubbio siano impediti o, quando qualcuno osi, criminalizzati. E’ il totale travisamento dei principi costituzionali fondativi della realtà democratica, è il ribaltamento della realtà.

E la cosa più grave è che il dirigente di Libera non sia solo in questo delirio totalizzante che mette il bavaglio alla libera stampa, rivendica immunità e impunità assolute in nome di una narrazione offerta come un lasciapassare oltre le barriere erette dalla Costituzione a presidio dei valori basilari della Repubblica e dei diritti e libertà fondamentali.

A dare manforte a Piccinini, in questa pretesa inquietante sono in tanti tra i quali Stefano Vaccari, allora – nella legislatura 2013-2018 – senatore Pd e componente della Commissione parlamentare antimafia.

Neanche Vaccari, così come l’articolo sopra richiamato rivela a proposito di Piccinini, contesta la veridicità delle notizie, ma ritiene legittimi gli incarichi alla Rando (ma che c’entra? Forse è vietato parlare di ciò che è legittimo? Ciò che è pubblico, anche se legittimo, ricade per definizione nell’attività d’informazione) e conclude: «…Voglio dire di più: insinuare il dubbio nell’opinione pubblica su Libera Modena, a partire dal ruolo che gioca un suo esponente di spicco per le competenze ed esperienze acquisite in tanti anni di attività professionale, è fare il gioco delle mafie, indicando i nemici e accreditandosi come loro amici. Io credo che Enza e Libera debbano rispondere, come sempre hanno fatto, con le loro condotte e i loro progetti di educazione alla legalità e di coinvolgimento di tanti giovani nel recupero di beni confiscati. Mi fa rabbrividire come si possono sentire forti le mafie in questo momento. E penso ad Enza, dentro le aule di giustizia, e a come possa avvertire tutto questo».

Difficile dire quale tra le due posizioni, di Piccinini e Vaccari, possa essere più grave e pericolosa come attacco, esse sì, alla libera stampa e alla sua preziosa funzione.

Dato atto che né ‘Enza’ né ‘Libera’ hanno seguito il suo consiglio di rispondere con le condotte e con i progetti perché innanzitutto lo hanno fatto a colpi di querele, per Vaccari <<insinuare il dubbio>> (ovvero il semplice informare con le ovvie notazioni critiche e opinioni, il tutto sempre all’insegna del dubbio che è il sale del confronto e della dialettica democratica) è <<fare il gioco delle mafie>>.

Non solo Vaccari criminalizza la libera stampa quando essa adempie cristallinamente al suo dovere e, oggettivamente come l’articolo documenta, rimane ancorata al suo ruolo naturale e costituzionale. Per Vaccari adempiere a questo dovere (riferendo fatti veri di pubblico interesse relativi a soggetti di cronaca esercenti pubbliche funzioni) significa <<fare il gioco delle mafie indicando i nemici e accreditandosi come i loro amici>>. Incredibile ma – purtroppo – vero!

E come se non bastasse Vaccari cerca il colpo ad effetto quando attinge ai suoi sentimenti per raccontare i brividi che prova <<al pensare come si possano sentire forti le mafie in questo momento>>.

Non vorrei ripetermi, ma devo osservare che anche in queste parole c’è tutta la potenza di una mistificazione che falsa la realtà.

Torniamo all’articolo ‘incriminato’. Nessuna contestazione sulla verità delle notizie in esso contenute, solo la qualificazione di liceità dei fatti riferiti da Leonelli e quindi la pretesa del silenzio: assurdo in democrazia, anche perché, diversamente, si dovrebbe teorizzare che di tutti i fatti non costituenti reato la stampa non si possa occupare, il che equivarrebbe a dire che nulla si possa pubblicare, atteso che bisognerebbe attendere che qualcuno stabilisca cosa sia reato e cosa no. E in ogni caso la realtà che in democrazia la libera stampa ha il diritto-dovere di indagare, ricostruire, raccontare e fare conoscere quando di interesse pubblico, è ben più vasta di quel minuscolo frammento dell’agire umano classificabile alla voce ‘reati o ipotesi di reato’.

Per fortuna ci guidano le norme della Costituzione: Ciotti, Rando e con lei i suoi difensori d’ufficio Piccinini, Vaccari e gli altri, se ne facciano una ragione.

A chiunque possa dare fastidio e quali che siano gli interessi ipoteticamente ‘danneggiati’, la divulgazione di notizie vere di pubblico interesse e riferite in modo corretto (o, come usa in linguaggio giuridico, ‘continente’) è sempre lecita ed anzi auspicabile nell’interesse di tutti e proprio nell’interesse di quei valori e di quelle finalità che Libera per prima dice di volere perseguire.

Per la cronaca Vaccari ha una storia di impegno politico quale funzionario di partito (Pd e suoi predecessori), assessore e poi per dieci anni, dal ‘1995 al 2004, sindaco di Nonantola (Comune che, come visto nell’articolo precedente, almeno nel 2012 e 2013 affida incarichi a Vincenza Rando); quindi assessore provinciale a Modena dal 2004, riconfermato nel 2009, nella giunta presieduta da Emilio Sabattini, artefice nel 2010 della nomina di Enza Rando nel Consiglio di Indirizzo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena.

Da questo organismo la vice di Ciotti alla guida di Libera transita poi, nel 2015, nel Consiglio d’amministrazione della stessa Fondazione, per volere del sindaco Giancarlo Muzzarelli, la cui moglie, Alessandra Pederzoli, in quel periodo risulta revisore di Sorgea, azienda che, come abbiamo visto, conferisce altri incarichi a Vincenza Rando.

Nel cui curriculum colpisce l’analogia lessicale, anche nelle virgole e nelle virgolette, delle consulenze svolte per due enti diversi: il Comune di Nonantola e la Provincia di Modena. Di quest’ultima Rando nel periodo 2004-2011 (quando assessore all’Ambiente è Vaccari) risulta “consulente legale della Provincia di Modena in materia di Espropriazione per pubblica utilità (T.U. D.P.R. 08.06.2001 n.327) e successive modificazioni e integrazioni) e Appalti (2004-2011)”.

Negli anni 2012-2013 Rando è … invece consulente legale del Comune di Nonantola (MO) in materia di Espropriazione per pubblica utilità (T.U. D.P.R. 08.06.2001 n.327) e successive modificazioni e integrazioni) e Appalti (2012-2013)”.

Stranezze del caso, a prescindere dalla casualità dell’impegno di pubblico amministratore del dirigente Pd Vaccari nei due enti, il Comune di Nonantola e la Provincia di Modena. Oggi Vaccari, non rieletto in Parlamento nelle ultime elezioni, in campo politico è dirigente Pd (dal 2019 responsabile Organizzazione della segreteria nazionale) e nel lavoro professionale è responsabile Relazioni esterne di Unieco Holding Ambiente di Reggio Emilia, assunto il primo giugno 2018, appena cessato l’incarico parlamentare.

L’articolo di Leonelli e gli elementi emersi sul contesto delineato svelano un fitto incrocio di scambi, collaborazioni e incarichi che ovviamente nulla toglie all’afflato sincero e alla stima che probabilmente nutre la libera valutazione degli atti e dei comportamenti dei soggetti coinvolti e nei rapporti tra di loro quando si tratta di prendere posizione su questioni così profondamente sentite, al punto da indurre persone come Piccinini e Vaccari, appartenenti l’uno a Libera (di cui conosciamo valori fondativi e finalità) e l’altro ad un partito come il Pd, che ha l’aggettivo ‘democratico’ nel nome, ad avversare la libera stampa come potrebbero fare – e in questo caso, per l’evidente diversità del movente e degli interessi in gioco, non ci sarebbe da sorprendersi – figure dispotiche che non ammettano la libertà d’informazione o prepotenti che si sentano intoccabili: Montante organizzò molteplici attività criminali proprio per colpire e fermare la libera stampa dopo la pubblicazione su la Repubblica in prima pagina da parte di Attilio Bolzoni della notizia, vera, dell’inchiesta per associazione mafiosa che lo riguardava.

Per tornare ai fatti che sono il tema di questo articolo, abbiamo visto come tra le amministrazioni e le aziende pubbliche targate Pd che conferiscono incarichi a Rando, c’è Sorgea, Società multiservizi ambientali, di cui è revisore Alessandra Pederzoli, moglie del sindaco di Modena Muzzarelli il quale, proprio da sindaco, tra l’altro, come abbiamo visto, spinge Rando nel Consiglio d’amministrazione della Fondazione Cassa di Risparmio Modena.

Sorgea e Muzzarelli sono investiti da un ciclone mediatico quando, a novembre del 2013, divengono noti i numerosi incarichi della moglie Pederzoli, e ciò a seguito del controverso fallimento della società partecipata En.Cor di Correggio e, nell’aprile 2015, dell’indagine su un appalto ad Ischia di Cpl Concordia. A gennaio 2016, nel processo ‘Aemilia’ contro la ‘ndrangheta prima infiltratasi e poi insediatasi nel territorio emiliano, emerge anche che la dirigente dell’ufficio Urbanistica del Comune di Modena Maria Sergio (moglie del sindaco Pd di Reggio Emilia Luca Vecchi) ha taciuto l’acquisto della propria casa da uno degli imputati, Francesco Macrì, poi condannato in quanto ritenuto prestanome delle ‘ndrine.

Da rilevare che Maria Sergio, dirigente Urbanistica del Comune di Reggio Emilia, si trasferisce in quello di Modena quando, nel 2014, nel primo viene eletto sindaco il marito Vecchi, subentrando a Graziano Del Rio (del quale era il braccio destro) dimessosi l’anno prima per fare il ministro.

La donna, nativa di Cutro in Calabria, parente del boss della ‘ndrangheta Francesco Sergio, fratello di suo nonno e nonno di un imputato nel processo Aemilia, secondo un collaboratore di giustizia avrebbe reso favori a imprenditori originari di Cutro quando era dirigente del Comune di Reggio Emilia in relazione ad alcune operazioni immobiliari nell’area di Pieve Modolena. Lo stesso Del Rio  – si richiama in proposito un articolo di Affaritaliani.it (leggibile qui) – cessato dalla carica di sindaco nel 2013 e da quel momento ministro e membro di tutti i governi di legislatura fino al 2018, interrogato dai magistrati della Dda di Bologna, offre versioni lacunose, ondivaghe e parziali sui suoi viaggi a Cutro e sui rapporti tra il Comune di Reggio Emilia e quello calabrese (sostenendo peraltro un gemellaggio che invece non c’è). E nel 2019, allora presidente del gruppo Pd alla Camera, Del Rio deve spiegare dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia (in proposito un articolo leggibile qui) il perché delle visite a Cutro: <<per un gemellaggio tra comuni e tra cooperative emiliane e della Locride impegnate contro la mafia, non per fare campagna elettorale>> chiarisce ricordando anche un protocollo di legalità stipulato con il prefetto di Reggio Emilia Antonella De Miro nel 2011.

E sullo sfondo rimane enorme come un macigno il dato di una comunità di Cutro che a Reggio Emilia elegge consiglieri, esprime amministratori comunali e conta moltissimo negli affari della città, nonché dei viaggi di Del Rio nel comune della Locride e, soprattutto, della potenza criminale della cosca Grande Aracri ramificata in Emilia come documentano l’inchiesta e il processo denominati, appunto, Aemilia e ben presente e attiva anche nei traffici d’influenza e nei rapporti che conducono ad alcune delle più importanti leve del potere, anche istituzionale.

Per riprendere il filo dei fatti da cui siamo partiti, nonostante interrogazioni parlamentari e un vibrante dibattito pubblico, Maria Sergio, la dirigente dell’Urbanistica del Comune di Modena strenuamente difesa dal sindaco Muzzarelli, non lascia l’incarico, mentre il coniuge, dirigente Pd, che insieme a lei – la cui parentela con un boss mafioso non è certo motivo di responsabilità, ma solo un dato da tenere presente nella conoscenza e nella comprensione della realtà – è incorso nella brutta avventura dell’acquisto della casa da un mafioso, dal 2014 è sindaco di Reggio Emilia.

Peraltro nel 2016, quando Sergio non è più dirigente del Comune di Reggio Emilia ma di Modena, emerge che un piano urbanistico approvato su richiesta di privati, tra cui parenti della stessa Sergio, negli anni precedenti ha avuto la sua firma come riferiscono diversi organi di stampa tra cui Il Resto del Carlino in un articolo (leggibile qui).

Quanto all’inchiesta Aemilia, il più grande processo alla ‘ndrangheta mai celebrato in Italia, è attesa fra due giorni, venerdì 6 maggio, la sentenza della Corte di Cassazione, ultimo atto di un’inchiesta che a gennaio del 2015 ha svelato il radicamento trentennale della mafia calabrese tra Reggio Emilia e Modena. Nella sentenza di primo grado, arrivata a ottobre 2018, sono stati inflitti 1.200 anni di carcere, poi ridotti a 712 dalla Corte d’Appello, ma oltre 40 condanne tra cui quattro ergastoli come quello a Nicolino Grande Aracri sono stati comminati con il rito abbreviato.

Ora al vaglio della Cassazione per l’atto finale rimane la posizione di 87 imputati giudicati con rito ordinario. Per gli altri la sentenza definitiva è arrivata da tempo.

Dopo questa divagazione, utile per cogliere il contesto e i cerchi concentrici che allargano il campo di ogni singolo fatto, torniamo alla querela di Libera contro l’articolo di Leonelli colpevole di avere pubblicato la notizia degli incarichi (da noi elencati a grandi linee nell’articolo precedente) a Vincenza Rando da parte di enti e aziende pubbliche del Modenese a guida Pd e alla criminalizzazione, addirittura con ‘aggravante’ mafiosa, dell’articolo ad opera di un dirigente di Libera, Maurizio Piccinini, e di un dirigente Pd, Stefano Vaccari, all’epoca senatore componente della Commissione parlamentare Antimafia e attualmente responsabile Organizzazione della segreteria nazionale Pd.

Al profilo di Vaccari abbiamo accennato. Per la cronaca Piccinini, referente provinciale di Libera a Modena dal 2015, è uno stimato docente universitario, ordinario di Fisica generale dell’Università di Bologna, con un passato politico, fino a tempi recenti, di pubblico amministratore Pd e di centrosinistra (nei piccoli centri i partiti al momento del voto rinunciano alle proprie insegne) nel Comune di Savignano sul Panaro e nell’Unione Terre di Castelli.

Considerati il profilo culturale e la sensibilità democratica di Piccinini, desumibile anche dall’impegno politico e istituzionale, sorprende quell’attacco alla libera stampa. Ma non ci troviamo soltanto dinanzi ad un problema sociologico o psicosociale. C’è anche una questione di giustizia.

Infatti succede che, come abbiamo anticipato, Ciotti in un convegno, il 25 novembre 2016 a Modena, annunci di avere depositato due querele contro l’articolo di Leonelli (colpevole, abbiamo visto, di divulgare notizie vere e di pubblico interesse), il quale, da parte sua, ha già querelato Piccinini che gli ha dato del mafioso.

E qui è sconcertante ciò che succede in un campo diverso dai due finora esaminati: Libera e il suo mondo di affari e interessi nel primo caso; il sistema nel territorio di gestione della cosa pubblica emanazione quasi totale di una sola area politica dominata da un partito, il Pd, nel secondo caso.

Ci riferiamo al campo della giustizia, chiamata a valutare la vicenda attraverso la sorte da assegnare alle querele contrapposte.

Che finiscono, entrambe, sul tavolo dello stesso pubblico ministero. Il quale chiede l’archiviazione di quella di Leonelli contro Piccinini e procede invece per quella del duo Ciotti-Rando contro il giornalista, trasmettendo in questo caso gli atti alla Procura di Ancona, competente per territorio perché Prima Pagina è un quotidiano cartaceo stampato nel capoluogo marchigiano.

Un magistrato della Repubblica ritiene quindi da una parte diffamatorio riferire in forma corretta notizie vere e di pubblico interesse e dall’altra pienamente lecito dare del mafioso a chi non solo non lo è ma è accusato da qualcuno, in piena dolosa consapevolezza, di esserlo unicamente per avere compiuto un atto – che è l’esatto opposto del sentire e dell’agire mafioso – consistente nell’esercizio di un diritto costituzionale posto non solo e non tanto a protezione di un bene individuale, ma del bene pubblico supremo il quale ha nella trasparenza, nella conoscenza, nella libera stampa e nella dialettica democratica il suo presidio.

E’ difficile commentare la duplice scelta compiuta da questo pubblico ministero. Osserviamo con amarezza e, se permesso, con ironia, di trovarci dinanzi ad un caso di … indipendenza della magistratura: indipendenza … dalla realtà, dalla verità, dai fatti, dalla legge, dal diritto, nonché dai valori (ius e prudentia) che della giurisdizione sono l’essenza.

Per fortuna ad arrestare almeno una delle due mosse di quel Pm ci pensa un Gip del Tribunale di Modena, Salvatore Romito, il quale, rispetto alla querela di Leonelli contro Piccinini, il 4 luglio 2018 respinge la richiesta d’archiviazione e ordina l’imputazione coatta.

<<L’accostamento, dedotto in termini di assolutezza, tra chi attacca Enza Rando ed il porsi oggettivamente al fianco delle mafie – osserva il giudice (il ‘nostro’ … Giudice a Berlino!) – costituisce con tutta evidenza una lesione dell’onore e della reputazione del destinatario di tale valutazione, in ragione del noto disvalore attribuito alle organizzazioni criminali ed ai relativi fiancheggiatori, cui il Leonelli risulterebbe ascritto semplicemente per aver redatto una inchiesta giornalistica, con argomentazioni la cui fondatezza non è lecito esaminare in questa sede>>.

Per il giudice, si legge nel provvedimento, quell’espressione utilizzata da Piccinini non può rientrare nel diritto di critica, difettando sia <<nell’aderenza a fatti storici concreti e verificabili>>, sia nella <<continenza della valutazione espressa>>.

Ne scaturisce così il processo che vede Piccinini imputato per diffamazione e il cui dibattimento è in corso: prossima udienza a settembre e conclusioni imminenti.

Deve invece ancora cominciare, ma ad Ancona, quello contro Leonelli difeso dall’avvocato Umberto Rossi del foro di Modena il quale lo assiste anche, in questo caso quale parte civile, nel giudizio poc’anzi richiamato e prossimo alle conclusioni in cui è imputato il dirigente di Libera.

il Pm di Ancona infatti ha ritenuto, nonostante l’incontestata verità delle notizie pubblicate da Leonelli, di esercitare l’azione penale ma, dopo sei anni,  il dibattimento non è ancora cominciato, arenatosi su una citazione diretta a giudizio poi annullata su giusta eccezione dell’avvocato Rossi (il reato contestato, diffamazione a mezzo stampa, al tempo era punibile con la reclusione fino a sei anni, tale quindi da escludere la citazione diretta a giudizio) con restituzione degli atti al pubblico ministero e conseguente prosecuzione dell’azione attraverso il passaggio obbligato dell’udienza disciplinare. Ma nel frattempo la Corte costituzionale è stata investita, su ordinanza dei Tribunali di Salerno e di Bari, della questione di legittimità della norma applicabile in quel procedimento, l’art. 13 della legge 47/48, nota come legge sulla stampa, il quale, nel caso di diffamazione aggravata dall’attribuzione di fatto determinato, prevedeva la pena congiunta della reclusione da uno a sei anni e di una multa.  La Consulta, anche sulla spinta della Corte europea dei diritti dell’uomo che promuove fortemente la libertà di stampa, ne scoraggia ogni limitazione o intervento repressivo e ritiene incompatibile la pena detentiva con reati d’opinione, ha preso tempo invitando il Parlamento ad intervenire e, constatatane l’inazione, di recente, il 22 giugno 2021 ha deciso la questione annullando la norma contenuta nell’articolo 13 della legge sulla stampa e lasciando in vita l’art. 595 del codice penale il cui terzo comma, nel caso di diffamazione a mezzo stampa, consente al giudice di comminare alternativamente una multa o la reclusione da sei mesi a tre anni, opzione questa implicante una pena detentiva valida solo in casi eccezionali e ben circoscritti, come – nella casistica corrente – quelli di istigazione all’odio o alla violenza (in proposito qui   un articolo scientifico sulla sentenza della Corte costituzionale e sull’ordinamento vigente che ne risulta).

Solo di recente quindi il procedimento è potuto ripartire, il 28 marzo scorso, con l’udienza preliminare avente ad oggetto la richiesta di rinvio a giudizio dell’imputato Leonelli da parte del pubblico ministero: udienza preliminare nel frattempo non più necessaria alla luce dell’annullamento, da parte della Corte costituzionale a giugno scorso, dell’art. 13 della legge sulla stampa che, facendo venir meno la pena detentiva fino a sei anni di reclusione, riporta la fattispecie nella previsione dell’art. 550 del codice di procedura penale che consente al pubblico ministero, per i reati punibili fino ad un massimo di quattro anni, la citazione diretta a giudizio.

E così sarà quel pubblico ministero a trascinare direttamente in un processo Giuseppe Leonelli per l’articolo pubblicato il 17 agosto 2016.

Torniamo quindi ai fatti di quel periodo. Abbiamo visto come il giorno dopo la pubblicazione, il 18 agosto, intervenga il responsabile provinciale di Libera Modena Piccinini qualificando come azione mafiosa quell’articolo, pur veritiero in ogni dettaglio e vertente su fatti di pubblico interesse. Leonelli lo querela per diffamazione e, dopo l’incredibile richiesta d’archiviazione del Pm, questi deve imputare Piccinini su ordine del Gip: il dibattimento, come rilevato, dopo sei anni è ancora in corso e, si spera, considerata la prescrizione incombente, prossimo alla conclusione.

In quei giorni d’agosto 2016 il caso tiene banco a lungo sulla prima pagina del quotidiano modenese (il cui nome peraltro è – anzi era fino a quando è stato stampato e diffuso – Prima Pagina) come abbiamo visto nell’articolo precedente che nella foto ci mostra l’edizione del 22 agosto, mentre in questo l’edizione riportata è quella del 19 agosto.

Il 6 ottobre 2016 Prima Pagina pubblica un articolo che parla di ‘Avviso pubblico’, il braccio di Libera dentro la pubblica amministrazione, rilevando come su 300 mila euro di bilancio annuale, ben 260 mila siano destinate a spese di gestione lasciando solo briciole per le iniziative antimafia.

Per la cronaca Avviso pubblico, ‘Associazione di enti locali e regionali per la formazione civile contro le mafie’, risulta costituita nel 1996 con sede legale proprio nel Modenese, a Savignano sul Panaro, il piccolo comune del quale, come abbiamo visto, dal 1999 è consigliere comunale e vice sindaco Maurizio Piccinini, poi dal 2015 referente provinciale di Libera e artefice dell’accusa di ‘mafia’ a Leonelli.

A proposito di Avviso pubblico le fonti documentali segnalano che presidente, tra gli altri, ne è stata Vincenza Rando e vice presidente, dal 2013, Piero Gurrieri in rappresentanza del Comune di Vittoria quando ne era assessore (amministrazione a guida Pd) e anche nel 2015 e 2016, quindi in periodo successivo alle dimissioni dalla carica date a novembre 2014. Per una casualità documentale Gurrieri, giurista noto e affermato nel campo del diritto amministrativo, è indicato anche come socio di Vincenza Rando nello studio legale modenese e, prima, dello studio a Niscemi Gurrieri-Rando-Di Martino, avvocato quest’ultimo, Giovanni Di Martino, socio di Rando negli anni dell’impegno professionale di questi nel Nisseno in Sicilia, nonché sindaco di Niscemi dal 2007 e vice presidente di Avviso pubblico prima del collega Gurrieri il quale è stato anche consulente legale del Comune di Niscemi negli anni in cui vicesindaco era Vincenza Rando.

Dopo questa notazione sulla natura, sugli scopi e sull’attività di ‘Avviso pubblico’ nel tempo, torniamo all’articolo di Prima Pagina del 6 ottobre 2016 leggibile così come ripreso da Tp24 (qui) e dal quotidiano La Pressa (qui).

Tra agosto e ottobre 2016 quindi Prima Pagina tratta gli incarichi conferiti da enti e aziende pubbliche a guida Pd a Vincenza Rando, mettendo in luce il fitto intreccio di relazioni tra Pd, i pubblici amministratori che lo dirigono, Libera, scambi, attività, interessi, relazioni; inoltre parla di Avviso pubblico che è emanazione di Libera, toccando così un altro fronte dello stesso tema. A fine ottobre Prima Pagina cessa le pubblicazioni perché così decide, a causa di problemi finanziari, l’editore Dino Piacentini, costruttore di simpatie renziane e finanziatore della Leopolda il quale nelle settimane e nei mesi successivi si lancia, insieme ad un altro imprenditore del mattone, Massimo Pessina, di fede berlusconiana, nel tentativo di salvare il quotidiano L’Unità, organo del Pd che vive anni di crisi e che il partito, allora guidato da Renzi in quei giorni alle prese con la sua battaglia per la vita (il referendum costituzionale), cerca di tenere a galla.

Questa la successione dei fatti nella loro esposizione neutra, libera da ogni congettura su nessi di causalità che non risultano provati e che neanche ipotizziamo, ma i fatti certi, quelli sì, meritano di essere raccontati, contestualizzati, analizzati.

E a novembre 2016, quando Prima Pagina non c’è più, ne accadono altri di fatti che vanno ricostruiti in sequenza ed esaminati.

Il 25 novembre Pio Luigi Ciotti, numero uno di Libera, a Modena per un convegno fa sapere di avere depositato due querele contro Leonelli e contro Prima Pagina per l’articolo del 17 agosto precedente.

Il giorno dopo Vincenza Rando denuncia che nella notte, tra venerdì 25 e sabato 26 novembre, il suo studio legale è oggetto di un furto con incursione vandalica, probabilmente a scopo intimidatorio, da parte di ignoti.

Quel giorno quindi la notizia delle querele presentate da Ciotti, da Rando e da Libera contro Leonelli e contro Prima Pagina e quella della denuncia di un raid vandalico o furto nello studio Rando s’intrecciano. E ciò non solo per l’evidente associazione temporale, ma, nella prospettazione di qualcuno, perfino in un nesso di causalità che, ancora una volta e ancora di più, tende a criminalizzare la libera stampa e l’articolo – veritiero, corretto e meritorio come abbiamo visto – di Leonelli.

E il giornalista, nel frattempo privo del suo giornale chiuso dall’editore, deve intervenire per affermare concetti ovvii che in pochi però pare vogliano tenere presenti.

Ecco una sua nota (leggibile qui) inviata a vari organi d’informazione, considerato che il quotidiano da lui diretto non c’è più, per volere dell’editore il quale non ha risorse finanziarie sufficienti per tenere in vita Prima Pagina, quotidiano locale, ma ne ha per lanciarsi in soccorso del Pd e salvare L’Unità, quotidiano nazionale.

Intanto nell’intreccio temporale dei fatti del 25 novembre 2016 accade che il magistrato inquirente che si occupa del caso, il procuratore di Modena Lucia Musti, dia pubblicamente notizia delle azioni legali di Libera contro Prima Pagina e rilasci attestazioni di solidarietà a Libera e a Rando per la denuncia dell’incursione nello studio legale, nonostante nulla ancora se ne sappia, men che meno il movente di chi ha agito.

Peraltro, per la casualità della cronaca, di recente è stato denunciato che Musti, nel frattempo procuratore generale reggente della Corte d’Appello di Bologna, a marzo scorso ha subito una duplice intimidazione: una macchia di vernice rossa sul suo portone di casa e una lettera minatoria in ufficio. Musti nella cerimonia d’apertura dell’anno giudiziario in corso, da Pg facente funzioni ha parlato di ‘distretto di mafia’ in Emilia e negli anni ha legato il suo nome all’accusa in tanti processi sfociati nelle condanne per gli omicidi di Brescello e Reggio Emilia e nelle inchieste ‘Grimilde’ ed ‘Aemilia’ contro le ‘ndrine ormai radicate nella regione e, in particolare, nel Modenese e nel Reggiano. Ovviamente, come è giusto quando vengano segnalati episodi di possibile intimidazione verso chi opera contro i poteri criminali, è scattato un coro di solidarietà. Come a novembre 2016 per Vincenza Rando e come centinaia di volte in tante situazioni, anche le più disparate.

Per tornare ai fatti dell’autunno modenese di sei anni fa, della querela depositata da Ciotti-Rando e della lettura pubblica che alcuni ambienti fanno del furto o incursione vandalica contro lo studio Rando, parla ModenaToday in un articolo del 28 novembre 2016 (leggibile qui).

Ma la cosa grave, drammatica e sconvolgente è che alcuni associno il presunto furto o presunta incursione nello studio Rando ad una campagna diffamatoria riconducibile agli articoli di Prima Pagina dell’agosto precedente. E questi ‘alcuni’ sono figure ed esponenti del Pd e di Libera, secondo quanto rivela lo stesso Leonelli in una nota pubblicata il 29 novembre da ModenaToday (leggibile qui).

Per la cronaca, la denunciata azione criminale avrebbe riguardato la stanza di Vincenza Rando e quella di un giovane legale operante nel suo studio professionale, Christian Mattioli Bertacchini, dirigente Pd, come riferisce Il Fatto quotidiano (qui).

Quindi il quotidiano modenese Prima Pagina dopo la pubblicazione degli articoli su Libera, su Rando, sul Pd e sugli enti pubblici da esso amministrati, sugli incarichi e sugli intrecci che abbiamo visto (notizie vere e mai contestate) viene, nell’ordine: 1) chiuso dal suo stesso editore che poco dopo si lancia in soccorso degli affari del Pd; 2) viene querelato da Libera e il suo direttore Giuseppe Leonelli è messo alla sbarra; 3) questi viene altresì criminalizzato da esponenti di Libera e del Pd che lo accusano di servire la mafia, ma in effetti serve la libera informazione, il bene pubblico e la democrazia; 4) viene messo nel mirino anche in relazione a responsabilità quanto meno morali in ordine ad un presunto atto criminale denunciato da Vincenza Rando e i cui autori rimangono misteriosi perché le indagini svolte sono archiviate e si risolvono in un nulla di fatto.

Tempo dopo è la stessa Rando – la quale dal 26 novembre 2016, per il solo fatto della denuncia, incassa molteplici attestazioni di solidarietà compresa quella del Consiglio comunale – a dare notizia dell’archiviazione senza esito alcuno e, in assenza di ogni riscontro, a fornire la propria versione: sono stati ‘ladri intellettuali’ interessati solo a leggere delle carte. Mistero!

In proposito ecco (leggibile qui) un articolo de La Pressa che riferisce dell’annuncio dato da Rando dell’archiviazione delle indagini sull’ipotizzato furto del 25 novembre 2016: la data è questa anche se per errore in qualche passo dell’articolo ne viene indicata una diversa,

In effetti le notizie di stampa diffuse nell’immediato, dal 26 novembre 2016, parlano del furto di un hard disk. Ma questo elemento via via scompare e quando gli inquirenti devono prendere atto di non avere trovato un solo elemento utile a risolvere il giallo e devono desistere, la ‘vittima’ del reato denunciato parla solo, come documenta l’articolo sopra richiamato, di un ‘furto di lettura’.

Per la cronaca l’articolo di Leonelli incriminato contiene dati documentali visibilmente tratti da fonti aperte: i siti degli enti pubblici e delle aziende partecipate con le loro delibere e gli atti relativi concernenti gli incarichi conferiti e le somme elargite a Rando.

Quindi i ‘ladri di lettura’, se mai ci sono stati, vanno cercati altrove.

I pochi fatti certi sono solo quelli da noi ricostruiti e ciascuno può valutarli come meglio crede. Di sicuro c’è che solo chi li ha commessi conosce la piena verità e noi, fatta eccezione per i soli dati certi, possiamo fermarci alle congetture.

Per fortuna della libera stampa e dell’inestimabile valore sociale che essa rappresenta in una società democratica, Leonelli e altri giornalisti sono riusciti poco tempo dopo a dar vita ad un altro quotidiano, La Pressa, tuttora attivo e presente con la sua informazione nella realtà modenese.

Ma la vicenda ci racconta purtroppo il pessimo stato di salute della libertà di stampa nel nostro Paese, almeno se dalle astratte enunciazioni solenni passiamo alla realtà viva dei fatti concreti, a cominciare dalle querele degli intoccabili e dalla forza che in nome dei loro interessi si abbatte sui … toccabili.

8 – continua

Gli articoli precedenti sono stati pubblicati il 6 febbraio (leggibile qui), l’11 febbraio (leggibile qui), il 24 febbraio (leggibile qui) l’8 marzo 2022 (leggibile qui) il 26 marzo (leggibile qui) il 25 aprile (leggibile qui ) e il 29 aprile (leggibile qui).