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Libera, ‘Don Ciotti’ e i favori di Montante nei diari segreti in cui schedava i potenti. Il ‘brand’ delle bici mai esistite, sul falso mito alimentato dagli strani ricordi di Camilleri

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Dopo le due già viste nei precedenti articoli, c’è una terza annotazione, ripetuta in varie date, del nome di Pio Luigi Ciotti, presidente di ‘Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie’ nei diari segreti di Antonio Calogero Montante, l’impostore spacciatosi per un decennio simbolo antimafia, ma nella realtà dei fatti accusato di concorso nell’associazione mafiosa ‘Cosa nostra’, nonché imputato di essere il capo di due associazioni per delinquere. Per una è stato condannato in primo grado a 14 anni di reclusione, mentre si è in attesa della sentenza d’Appello nel processo nel quale la Procura ha ribadito la richiesta di condanna, sia pure con una lieve riduzione della pena. Per l’altra –  in cui Montante deve rispondere anche di corruzione insieme, tra gli altri, a Rosario Crocetta, a due assessori del suo governo, Lidia Vancheri e Maria Lo Bello, all’ex presidente dell’Irsap Maria Brandara, all’ex presidente di Sicindustria Giuseppe Catanzaro, ad ex alti ufficiali dei Carabinieri ed esponenti della Polizia di Stato – è in corso l’udienza preliminare avente ad oggetto il rinvio a giudizio.

Il 20 maggio 2008 Montante annota: <<intervista radiofonica Caterpillar Radio2, donazione 2 bici della legalità, donate perché vicini a Don Ciotti>>.

Altra annotazione appena quindici giorni dopo, il 9 giugno dello stesso anno.  <<Senigallia, cater-raduno, donazione asta nuziale 2 bici Montante di € 3.300,00 in favore di Libera associazione antimafia che fa fruttare i beni confiscati>>.

Scorrendo i diari, quattro anni dopo, nel 2012 troviamo un’altra nota il 3 giugno: <<Caterpillar, intervista Antonella Nigro Cater-raduno, asta legalità Senigallia>>. Altro evento fissato nei diari è quello del 30 giugno successivo: <<asta a favore di Libera di Don Ciotti, questionario grande protagonista bicicletta 3>>.

Sulla valenza di tali annotazioni e sulla loro attendibilità, finora sempre comprovata in giudizio, ci siamo soffermati: Montante scriveva ogni cosa per sé stesso (e ha fatto di tutto per non fare trovare i suoi archivi segreti) al fine di avere precisa memoria dei favori che gli venivano chiesti e che spesso rendeva, nonché all’occorrenza esercitare sicuro controllo dei favoriti, se e qualora Montante si attendesse gratitudine, benevolenza, o anche solo morbidezza nel caso in cui si fosse trovato in difficoltà come, dal 2015 quando diventa pubblica la notizia che dall’anno prima egli sia indagato per reati di mafia. Cosa che avviene nel momento in cui egli accentra su di sè un potere enorme e varie cariche come quella di presidente di Confindustria Sicilia, di vice presidente di Confindustria nazionale con delega alla legalità, di presidente della Camera di Commercio di Caltanissetta, di membro del consiglio direttivo dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla mafia e tante altre.

Inoltre Montante, come svela l’inchiesta sfociata nel processo ancora in fase iniziale a Caltanissetta, dispone a piacimento del governo della Regione in carica da novembre 2012 a novembre 2017, soprattutto nei settori nevralgici per le imprese e gli interessi economici, al punto che di fatto nomina egli stesso, potendosi permettere di sceglierlo anche tra i suoi dipendenti o nel suo ‘cerchio magico’, l’assessore alle attività produttive che a lui risponde: carica infatti affidata in quel quinquennio a Linda Vancheri e Maria Lo Bello, coimputate nel processo richiamato.

Ovviamente quei diari sono anche un brogliaccio ad uso criminale laddove, anziché favori quasi ‘innocenti’ come quelli a Libera finanziata con diverse migliaia di euro attraverso il ricavato della vendita delle biciclette, essi contemplano – e oggi raccontano – ben altro.

Ma – che siano donazioni come quelle a Libera o atti ben più compromettenti – sul perché Montante annoti tutto non v’è dubbio. Egli sta rendendo favori dei quali un giorno potrebbe chiedere il conto, anche nella forma tacita di un segno di gratitudine. Peraltro nel caso che qui ci riguarda, Montante illustra perfino didascalicamente il perché della sua scelta dei beneficiari delle biciclette: la “vicinanza a Don Ciotti”.

Difficile contestare che egli voglia rendere e renda effettivamente un favore a Ciotti, ai suoi interessi e ai suoi affari nel campo delle attività di Libera di cui è il capo. E quando indica proprio Libera come destinataria della donazione, Montante spiega ulteriormente il perché con queste parole: <<Libera, associazione antimafia che fa fruttare i beni confiscati>>.

Questa casella del diario di Montante ci rimanda al 2008 quando egli è solo il vice di Ivan Lo Bello a capo di Confindustria Sicilia in un ticket, insediatosi due anni prima e ben presto schierato per la costruzione di una colossale impostura proprio come un caterpillar, capace di muoversi su ogni terreno, per lucrare i vantaggi e il potere della svolta antimafia che si rivelerà per ciò che era: una falsità, un imbroglio, una menzogna, un trucco per scalare e occupare posti di potere altrimenti preclusi.

Nel 2008 Montante in questa scalata è ancora notevolmente al di sotto delle vette che via via raggiungerà negli anni seguenti, soprattutto nel 2012 quando diventa il capo di Confindustria Sicilia e vice di quella nazionale, per poi entrare, a fine 2014 nel consiglio direttivo dell’Anbsc.

Da questo frammento dei diari segreti apprendiamo che sei anni prima della sua conquista di un posto nel board dell’Agenzia che ha in portafoglio beni per quindici miliardi di euro di valore, Montante plauda alla capacità di Libera di <<far fruttare i beni confiscati>> e consideri questo un dato tanto rilevante nella propria sfera di interessi soggettivi da fissarlo come causale della donazione.

Del resto egli nel 2008 ‘sta studiando’ da anti-mafioso e vuole impadronirsi di tutti gli strumenti, delle finzioni, dei magheggi e dei trucchi che possano farlo sembrare tale, nonostante, grazie all’inchiesta nata nel 2014, scopriremo che egli da molto tempo, fin dal 1990, in realtà sia nel cuore di un boss mafioso e ancora oggi, quale indagato, sia chiamato a rispondere di fatti per i quali è accusato di avere concorso a ‘Cosa nostra’.

Si comprende perciò benissimo che egli voglia beneficiare e favorire sia ‘Don Ciotti’ (il cui nome annota sempre, nonostante l’estrema sintesi dei dati appuntati, in questa versione con tanto di ‘titolo’ a precedere il cognome) in quanto tale, sia Libera come associazione <<che fa fruttare i beni confiscati>>.

La gestione dei beni confiscati è sicuramente un affare che lo attrae e lo interessa, come rivelerà la sua incredibile – comica, se non fosse tragica – nomina nel 2014 nell’Anbsc ad opera del ministro Angelino Alfano, un ministro a sua disposizione o ‘istituzionalmente a lui genuflesso’ se vogliamo usare le parole scolpite nella sentenza di un Tribunale della Repubblica.. Montante, già nel 2008 quando ancora non è padrone di tutte quelle leve del potere che via via saprà conquistare, sente, spinto da tali suoi interessi, di nutrire riguardo a Ciotti e a Libera e di beneficiarli con il dono delle sue biciclette. E cosa, per l’ex meccanico di Serradifalco, siano e rappresentino le sue biciclette vedremo più avanti.

Che quei favori vi siano non vi è dubbio alcuno. Che Libera e Ciotti li accettino con naturale soddisfazione, neanche, ovviamente senza nulla togliere all’intento apprezzabile di destinarne il ricavato alle nobili finalità statutarie dell’associazione. Ma il punto non è, qui, ciò che Libera fa quando, nel 2008 e nel 2012 ripetutamente accoglie quei favori, ma ciò che dalla loro concessione Montante si attenda – se e quando mai dovesse avvertirne l’esigenza, come avvenuto dal 2014 in poi – e se, una volta divaricatasi così platealmente la strada della falsa icona antimafia accusata invece di concorrere agli interessi mafiosi da quella di Libera nata per combattere la mafia, quest’ultima sia rimasta condizionata da quei favori ricevuti e perciò incapace di imboccare l’unica via consentita dalla sua natura statutaria e dalla sua identità costitutiva, o dubbiosa sulla rotta da seguire, titubante, ondeggiante, reticente, ambigua, o ancora – posta dinanzi ad un bivio – sia risultata ‘né-né’ potremmo dire con espressione ricorrente in questi giorni per definire chi non si schiera tra uno Stato invasore, la Russia, ed uno invaso, l’Ucraina, nel cui territorio sovrano il primo bombarda la popolazione inerme, distrugge le città e fa strage di civili.

Chiunque potrà rispondere come creda alla domanda su quale strada, una volta smascherato il finto imprenditore antimafia, abbia effettivamente imboccato Libera, però tenendo ben presenti i fatti che abbiamo meticolosamente ricostruito negli articoli precedenti: il silenzio di Ciotti e di Libera durato diversi anni, interrotto solo da una chiara attestazione di amicizia e vicinanza a Montante quando da quasi due anni egli è accusato di essere un mafioso e da oltre un anno l’opinione pubblica ne è a conoscenza. Anche a volere tralasciare qui il Ciotti sentimentalmente vicino all’indagato per mafia ‘Antonello’, il suo è un silenzio imbarazzante che sugli aspetti cruciali dura tuttora: e siamo a fine marzo 2022.

Neanche dopo la condanna di Montante, emessa dal Tribunale di Caltanissetta il 10 maggio 2019, Libera prende posizione. Tant’è che dieci giorni dopo, in occasione della presentazione a Catania del libro di Attilio Bolzoni ‘Il padrino dell’Antimafia’ contenente un capitolo – ‘Una docile Antimafia’ – in buona parte dedicato a Libera, Nicola Grassi, presidente dell’Asaec, l’associazione antiestorsione Libero Grassi, come riferisce il quotidiano La Sicilia il 20 maggio di quell’anno, afferma: <<il sistema Montante rappresenta la patologia di un fenomeno molto grave, la profonda crisi che il movimento antimafia sta vivendo. Da parte di alcune associazioni antimafia, come Fai e Libera, all’indomani della condanna non ci sono stati commenti: bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che si è sbagliato, per rifondare questo movimento, e invece è proprio questo che si fatica a fare>>. Ed è ciò che, ancora oggi, Ciotti continua a non fare.

Ma torniamo ai fatti in sequenza. Due mesi dopo, il 13 luglio, Ciotti, in Sicilia a Castrofilippo per un evento, trova finalmente parole forti e chiare. Ma non contro o nei confronti di Montante (che per la prima volta, cinque anni dopo l’inchiesta che lo vede accusato di mafia, definisce ‘questo signore’: e per chi, avendo a cuore l’anima di Libera, si voglia accontentare, è comunque un passo nuovo verso una presa di distanza mai avvenuta prima), bensì contro coloro che trovano strano il comportamento di Libera ai quali infatti Ciotti risponde: <<Non ho biciclette, non ho fatto conferenze con questo signore, non ho chiesto soldi a nessuno….>>. Quindi una presa di posizione, dai toni piccati e unicamente difensiva, nella quale continua a mancare totalmente ogni parere o pensiero su Montante, fosse anche di semplice presa d’atto della verità giudiziale. In proposito abbiamo già rilevato negli articoli precedenti quanto questa scelta di Libera sia distante ‘anni luce’ dalle posizioni sempre assunte prima, fin dalla nascita, su imputati e condannati, sulle inchieste contro la mafia, nonché sull’attività di magistrati e forze dell’ordine.

Qui è appena il caso di rilevare l’espressione di Ciotti <<non ho biciclette>> che egli pronuncia con l’effetto di sviare l’attenzione dal nodo cruciale dei fatti. Nessuno lo ha mai accusato di avere tratto vantaggi o favori per sé, addirittura tramite il possesso di beni per uso personale, come egli, con la sua frase potrebbe lasciar credere. Altri, come vedremo dopo, hanno ricevuto a titolo personale e tenuto per sé i regali di Montante, tra cui le ‘mitiche biciclette’ sulle quali ha costruito e lanciato, con la forza di centinaia di altolocati ‘pedalatori’ vip, la sua impostura.

Ma a Ciotti nessuno ha mai rimproverato nulla al di fuori della sua azione di guida di Libera: reticente, ambigua, nel migliore dei casi equidistante tra l’autorità giudiziaria che combatte la mafia e un indagato per mafia, l’amico Antonello come Ciotti lo chiama quando da 14 mesi tutti – e lui da più tempo – sanno che è accusato di concorso in associazione mafiosa. Infatti l’equidistanza citata si addice solo al ‘migliore dei casi’ del suo esprimersi – con parole o con silenzi – perché in altri Ciotti sembra più vicino a Montante che ai magistrati che lo indagano. L’intervista del 16 marzo 2016 a Meridionews, ampiamente analizzata negli articoli precedenti, è eloquente. Ma qui può essere utile ricordare anche la presenza fisica di Ciotti, il 22 febbraio 2016, a Torino, al fianco di Ivan Lo Bello, per lanciare il kit della legalità.

Come al solito, attenzione alle date: 22 febbraio 2016. Montante da quasi due anni è indagato per mafia e da oltre un anno la notizia è pubblica. Da dieci anni egli è il ‘gemello’ di Lo Bello in una sensazionale scalata al potere in nome di quella che si rivelerà una messinscena contraria, e perfino antitetica, alla verità. E i segni della reale natura di questo allestimento ingannevole – che alcuni abbiamo colto ben prima – emergono pubblicamente e agli occhi di tutti già a gennaio e febbraio 2015.

Nell’anno intercorso tra tale momento e il 22 febbraio 2016, Lo Bello – un giorno sì, e l’altro … pure – esprime solidarietà a Montante e si colloca nettamente dalla parte opposta rispetto a quella in cui stanno magistrati onesti, preparati e coraggiosi che per fare emergere la verità resistono ad ogni intimidazione, minaccia e aggressione.

Lo Bello peraltro non è solo il gemello di Montante: in quel momento è il capo di Unioncamere, ovvero la rete nazionale delle camere di commercio che in Sicilia massicciamente, ma anche altrove, supporta le armi del sistema messo in atto dall’imprenditore di Serradifalco. Sorprende e lascia basiti che quindici o più mesi, pur nel comprensibile sbandamento di chi in buona fede abbia creduto in Montante, non siano bastati a Ciotti per avvertire almeno il dovere della prudenza ed evitare di schierarsi fisicamente fianco a fianco con Lo Bello in quella parata che continua ad esaltare l’impostura della finta legalità con la quale i due ‘gemelli diversi’ hanno scalato le vette del potere, in parte in modo analogo e parallelo, in parte no per via del sistema propriamente e platealmente criminale messo in atto da Montante e utilizzato a pieno quando ha cercato di sventare alla sua maniera l’inchiesta della Procura di Caltanissetta per mafia nei suoi confronti: evenienza che non aveva affatto considerato, sentendosi impune ed immune grazie alla falsa narrazione costruita sapientemente con il sostegno attivo di media compiacenti; grazie al livello delle relazioni, alla gratitudine dei suoi tanti beneficiati alcuni dei quali ‘mostri sacri’ al di sopra di ogni giudizio e di ogni sospetto, alla patente di anti-mafioso che le sue amicizie e le sue frequentazioni dovevano garantirgli.

Sia chiaro, con Ciotti e lo Bello a Torino a lanciare il ‘kit della legalità’ vi sono tante altre personalità, ma Ciotti è il capo carismatico di Libera che ha in dote un eccezionale patrimonio di idealità e speranze il quale muove milioni di persone in buona fede e inoltre egli, oltre un anno prima, è messo in guardia da Attilio Bolzoni quando, prima che la notizia diventi pubblica, il giornalista lo esorta a tenere l’associazione alla larga dagli affari di Montante e da un evento annunciato con la Camera di Commercio di Caltanissetta presieduta da Montante che la usa come ‘cosa propria’: lui che, secondo l’ipotesi d’accusa formulata dai magistrati, da oltre un quarto di secolo concorre a ‘Cosa nostra’.

Proprio nel processo in corso dinanzi al Tribunale di Ragusa, Bolzoni racconta la sua amarezza e il suo stupore per non essere riuscito a fermare iniziative di pubblico allineamento di Libera alla rete e agli affari di Montante, nonostante – mesi prima di pubblicare, il 9 febbraio 2015, l’articolo-scoop sull’inchiesta della magistratura nissena – abbia personalmente informato Ciotti delle accuse di mafia che l’autorità giudiziaria ha formulato nei confronti del presidente di Confindustria Sicilia. E se neanche la notizia, allora riservata, ma certa e documentata, data da Bolzoni a Ciotti per il suo bene e la tutela dell’integrità d’immagine sua e di Libera non  basta a fermare la macchina dell’intreccio degli interessi, c’è da ritenere che la vicinanza dell’associazione, in tutte le sue articolazioni, con gli affari e gli interessi di Montante sia così solida e struttturata che neanche Ciotti, suo capo, per quanto di riconosciuto carisma e onestà personale, possa o voglia intaccarla. E non voglia o non possa farlo neanche per lungo tempo dopo, come attestano i tanti fatti successivi analizzati.

<<Prima del libro – afferma Bolzoni in udienza a Ragusa – io ho parlato con don Luigi Ciotti perché … la mia compagna è stata una delle fondatrici di Libera. E ad un certo punto, all’inizio della vicenda-Montante, sentì un giorno che stava parlando di Montante, io non avevo detto nulla alla mia compagna, a casa non parliamo di queste cose, e allora dissi: “digli a don Luigi di non fare protocolli di legalità con questa gente perché, non gli ho detto è indagato, non l’ho detto nemmeno alla mia compagna, gli ho detto: “perché c’è un’indagine vaga”… E mi ha messo in contatto con Ciotti e gli ho detto: “guarda, stai attento di non fare protocolli con questi perché a me risulta che è sotto indagine per mafia”. Dopo qualche settimana ho scoperto da una lettura che c’era un incolpevole, un incolpevole rappresentante di Libera, perché secondo me non sapeva nulla. Era il responsabile, credo regionale, non mi ricordo come si chiama, che è andato a Caltanissetta alla Camera di commercio per iniziare una sorta di protocollo di legalità con la Camera di commercio di Montante. C’erano anche dei magistrati, me l’hanno raccontato loro, ma erano tutti ignari del fatto che Montante fosse indagato. L’unico che lo sapeva ero io. E però mi ha colpito che queste persone fossero presenti alla Camera di commercio dopo che io avevo avvertito il presidente di Libera…>>.

Bolzoni durante l’esame dibattimentale parla anche dell’uscita pubblica di Ciotti al fianco di Lo Bello: <<…a questo punto, siamo nel febbraio 2016, leggo sulla rete un convegno di Libera a Torino tra don Ciotti … con accanto il socio principale di Montante, Ivan Lo Bello ex vicepresidente di Confindustria con delega alla legalità e presidente di tutte le Camere di commercio italiane Unioncamere. La cosa mi stupisce perché era il gemello di quella falsa rivoluzione dell’antimafia in Sicilia, erano Montante e Lo Bello. Mi stupisce perché c’erano le carte scoperte…>>. Quindi, neanche oltre un anno dopo e neanche nelle manifestazioni pubbliche, viene meno la vicinanza di Libera e di Ciotti con la rete degli interessi di Montante e del socio che lo spalleggia.

Ma torniamo al nome di Ciotti nei diari segreti di Montante, alle biciclette donate a Libera e alla precisazione sdegnata di Ciotti (<<non ho biciclette>>) nel 2019, dopo la condanna di Montante: elementi che ci portano su uno dei piani più suggestivi dell’impostura.

Quando Montante decide di indossare la maglietta dell’imprenditore antimafia, lo fa costruendo una narrazione che possa rendere forte, anche sentimentalmente, quell’immagine così diversa dalla realtà, fino al suo opposto.

E così si inventa un nonno, omonimo, costruttore di biciclette di grande pregio, vendute in tutto il Sud d’Italia alla Casa Reale e all’Arma dei Carabinieri.

Giornalisti e scrittori si mettono con entusiasmo al suo servizio. Uno di questi è Gaetano Savatteri, l’autore di ‘Quattro indagini a Màkari’ (Sellerio 2021) da cui è tratta una fiction trasmessa di recente da Raiuno in prima serata.

Nel 2008 Savatteri, giornalista del Tg5 e scrittore, pubblica ‘La volata di Calò’ (Calò è il diminutivo di Calogero Montante, nonno del rampante Antonello, ma la ‘volata’ vive e rivive – questo è il messaggio – soprattutto nelle gesta del nipote) libro da cui sono tratti uno sceneggiato e diversi allestimenti teatrali. Nel romanzo si narra del giovane Andrea Camilleri che su una ‘bicicletta Montante’ corre sotto le bombe, nel luglio 1943, tre giorni dopo lo sbarco alleato in Sicilia, a cercare il padre di cui non ha notizie lungo la strada che da Porto Empedocle conduce a Serradifalco.

La casa editrice, le librerie, anche quelle globali online, nonché siti istituzionali, fonti letterarie e giornalistiche esaltano il racconto. Vediamo qualche esempio (per una percezione più completa basta leggere qui).

Nel presentare il libro, ecco cosa si legge del personaggio narrato, Calogero Montante: <<Artista della meccanica, protagonista dell’industria, dal suo paese di zolfatari siciliani Calò Montante lanciò i suoi “Cicli Montante” in tutt’Italia: la biografia col piglio narrativo di un’avventura>>.

La prefazione è un racconto di Camilleri, biografico, non un’avventura fantastica ma testimonianza di vita reale vissuta, il suo viaggio disperato sotto i bombardamenti insieme al cugino Alfredo, tre giorni dopo lo sbarco degli alleati anglo-americani in Sicilia, a luglio 1943, quando il futuro romanziere di successo non ha ancora compiuto 18 anni.

«A un quarto circa del percorso – racconta Camilleri – Alfredo forò per la terza volta. E io decisi di abbandonarlo al suo destino, visto che la mia bicicletta procedeva imperterrita, salda, forte, non subiva forature, la catena rimaneva sempre ben ferma al suo posto, i raggi nelle cadute non si rompevano, il manubrio non si piegava di un millimetro, una vera meraviglia. Ripresi, da solo, il mio viaggio. E ogni tanto le parlavo, alla bicicletta, carezzandole la canna come se fosse la criniera di un cavallo».

Le parole di Camilleri sono associate nella promozione del libro a brani come questo: <<Prima e più dell’automobile, la bicicletta è stato il mezzo di trasporto per eccellenza della società di massa. Meccanica sofisticata e leggera, disponibile a tutti, il suo essere simbolo molto umano di modernità e di futuro affascinò subito gli spiriti liberi e industriosi. E storia di uno spirito libero e industrioso è questo libro: di un uomo che voleva soprattutto andare in bicicletta e cominciò a costruirne raggiungendo l’apice della perfezione, consegnando un nome ardimentoso, la marca ‘Montante’, alla storia delle due ruote e al loro mito. Calò Montante, classe 1908, scomparso ultranovantenne nel 2000, una vita fantasiosa e in movimento dedicata alla meccanica. Dietro la cui avventura trascorrono le prime gesta dello sport popolare, il Giro d’Italia, la rosa ‘Gazzetta dello Sport’, il brivido del vento e della velocità, la prima mitologia dell’on the road. La biografia di un protagonista audace e innovatore dell’industria moderna. La cui parabola esemplare si svolge, per il carattere fantastico e ossimorico che spesso e volentieri la storia rinserra, nel luogo più antimoderno forse dell’Italia novecentesca: in Sicilia, a Serradifalco, arida terra di zolfare>>. E poi ancora possiamo leggere: <<Questo nuovo romanzo di Gaetano Savatteri, scrittore e giornalista di origini agrigentine,  narra la storia della vita, che sa di leggenda di Calò, Calogero Montante, che s’incontrerà con quella di Camilleri nel 1943,  nella Sicilia che conosce da vicino le devastazioni della guerra. L’incontro tra i due personaggi in realtà non avverrà mai, ma un oggetto collegherà le loro vite: una bicicletta “Montante”. In quell’estate del ’43 Calò combatte sul fronte jugoslavo  mentre Camilleri, che da quindici giorni non ha più notizie del padre si avventura insieme a suo cugino Alfredo in una lunga marcia di cinquantacinque chilometri da Serradifalco a Porto Empedocle a pedalando su una bicicletta “Montante” prestatagli dalla zia Concettina>>.

Dopo il formidabile incipit di un mostro sacro delle vendite in libreria, Savatteri scolpisce la vicenda di Calò con i crismi della verità storica e un esagerato effetto agiografico che, sulle spalle di Camilleri, regge anche al vaglio dei lettori più esperti e smaliziati.

A nessuno sfugge la forza di questa narrazione. Camilleri è scrittore di grande successo e intellettuale di alta reputazione. Il tragitto percorso in bicicletta è quello che, collegando Porto Empedocle con Serradifalco, unisce i destini di due grandi: Camilleri e Montante senior il quale, allora trentacinquenne con la forza della sua bici gli salva la vita e gli consesnte quella missione di grante sentimento. La bicicletta dal marchio così prestigioso aggiunge lignaggio seducente, gesta romantiche e grandezza sociale all’immagine – farlocca – di Montante junior, icona antimafia.

Ora però, dopo questa narrazione – e la documentazione di essa alla quale ci siamo dedicati – torniamo alla realtà. Dove troviamo subito un problema. Quelle biciclette non sono mai esistite, prima che il ‘geniale’ imprenditore di Serradifalco, nato nel 1963 e che quindi ha 43 anni quando con Lo Bello conquista Confindustria Sicilia, non le scorga nella sua fantasia.

Lo accerta il Tribunale di Caltanissetta il quale, passando al vaglio l’imponente lavoro investigativo della Procura, certifica: la produzione di biciclette Montante comincia il primo aprile (giornata di … ‘pesci’ e goliardate) 2011.

Agli atti dell’inchiesta acquisiti al dibattimento si legge (il brano è testuale, anche nell’uso estensivo delle maiuscole): <<..Ed invero, da un lato può dirsi accertato che il MONTANTE ha iniziato a produrre biciclette con il marchio “Montante Cicli” solo in data 1.04.2011. attraverso la società  ITALIAN DESIGN EVENT MONTANTE S.R.L. (costituita con atto del 18.10.2010) della quale è amministratore unico, nonché proprietaria del 25% delle quote, NIGRO Antonella Valeria, mentre le rimanenti quote societarie sono equamente divise tra le due figlie del MONTANTE (Chiara ed Alessandra, ndr). Dall’altro lato, può però rilevarsi come sia stato lo stesso MONTANTE, nel corso del tempo, a veicolare l’immagine secondo cui la “Cicli Montante” sarebbe la più antica fabbrica di biciclette siciliana, sorta già negli anni ’20 dello scorso secolo grazie alla capacità imprenditoriale del nonno Calogero e che, in breve tempo, aveva iniziato a distribuire le biciclette “prodotte in tutto il Meridione dotando i reparti dell’allora Reale Arma dei carabinieri, della P.S., divenendo fornitore anche delle nobili case reali”. In tal senso, si pongono peraltro alcune annotazioni contenute nel file excel di cui si è già detto, dalle quali sembrerebbe evincersi che il nonno del MONTANTE avesse creato la prima bicicletta “Montante” nel 1927 e che lo stesso commerciasse in biciclette con una ditta individuale sorta nel 1930…In realtà, dagli accertamenti compiuti, risulta che Calogero MONTANTE è stato titolare di un’impresa individuale con sede a Serradifalco in via Garibaldi, dal 08.11 1957 al 30.12.1989, avente ad oggetto l’esercizio dell’attività artigiana di riparazione cicli e moto (e non, dunque, a quanto sembrerebbe di produzione delle biciclette)…Sicché, sia pure non propriamente aderente alla realtà dei fatti (almeno da ciò che documentalmente risulta), può dirsi in ogni caso accertato come sia stato lo stesso a MONTANTE ad ingenerare la diffusa convinzione che da tempo immemore la sua famiglia producesse biciclette a Serradifalco…Il VENTURI Marco (uno dei testi chiave dell’inchiesta, ndr), quindi, faceva anche riferimento ad ulteriori motivi di perplessità sul conto del MONTANTE riferibili alle aziende di questi, in particolare sottolineando che non esisteva alcuna storica impresa di famiglia per la produzione delle biciclette e che la società che produce i torroni – che aveva sempre dato per scontato che fosse del MONTANTE – non risultava invece essere ufficialmente sua e specificava che ne aveva fittiziamente intestata la titolarità a parenti di poliziotti…>>.

Il dato d’inizio attività non lascia dubbi. Il nonno è morto da tempo e il rampante imprenditore, forte dei successi conseguiti fin dal 2006 per mezzo della finta antimafia della ditta LoBello&Montante, vuole volare sempre più in alto e ha bisogno di ali adatte. Perciò comincia a costruire biciclette vere, non tanto per venderle, quanto per regalarle a centinaia di vip che abitano le stanze del potere e ingraziarseli. Ma non può bastare solo il valore materiale del regalo, elevato perché Montante non bada a spese e i pezzi su cui imprime il marchio ‘Montante Cicli’ sono prodotti di alta qualità. Occorre un quid, un ‘di più’ di forte evocazione sentimentale. Ed ecco la storia inventata di sana pianta.

Non che il nonno omonimo non fosse esistito. Ma egli per poco più di trent’anni, dal 1957 al 1989, fu solo un riparatore di biciclette in un’officina di pochi metri quadrati, in via Garibaldi a Serradifalco: mai qui una bicicletta fu costruita o prodotta.

Dinanzi al rapporto, alla distanza, ma anche al filo emotivo tra realtà e narrazione, viene da fare i complimenti a Montante il quale sa certamente come si costruisce una fiction, che egli vende come una storia vera, bella e romantica, ed ha un garante d’eccezione: Andrea Camilleri.

E’ infatti del ‘papà’ di Montalbano, come abbiamo visto, la prefazione a ‘La volata di Calò’, pubblicato nel 2008, due anni dopo la presa di Confindustria Sicilia e un anno dopo il lancio della ‘svolta antimafia’ operata dal duo LoBello&Montante: venduta dai giornali come cronaca quotidiana, in effetti è solo finzione, utile per affari di ogni tipo.

Il dato rilevato sull’inizio dell’attività di produzione biciclette è quello formale ricavato dagli atti di registrazione. In effetti le biciclette vere, costruite per essere regalate, debuttano nel 2006, l’anno della presa di Confindustria Sicilia quando da tempo è in atto l’ascesa di Montante dalle file locali nissene dell’organizzazione.

Non sappiamo perchè Camilleri si decida a questo racconto, come testimonial di un prodotto mai esistito. Nella sua percezione e nella sua coscienza ciò che egli narra potrebbe essere tutto vero, tranne, quanto meno, il marchio della bicicletta rispetto al quale – siamo nel 2006 ed egli è scrittore di grande successo – decide di credere a Montante o – se non gli crede – comunque di spalleggiarlo con tutta la forza ingannevole della sua credibilità. In effetti Camilleri, già oltre dieci anni prima, nel 1995, in ‘Il gioco della mosca’ parla delle sue esperienze a Serradifalco durante la guerra, senza mai fare cenno a quel viaggio disperato e, soprattutto, senza mai fare cenno ad alcuna bicicletta.  Poichè le sue esperienze a Serradifalco durante la guerra sono brevi e circoscritte, difficile credere perchè, raccontandole nel ’95, nulla dica di quel viaggio e di quella bicicletta, l’uno centrale, l’altra protagonista del momento più memorabile di quel periodo della sua vita.

A raccontare tutto ciò, ben prima di noi adesso, è Giampiero Casagni, giornalista dalla schiena dritta perciò perseguitato, minacciato e aggredito da Montante, tanto che a lui la sentenza del Tribunale ha riconosciuto il risarcimento più alto concesso alle parti civili.

Giampiero Casagni è il primo giornalista in assoluto a rivelare l’inchiesta per mafia nei confronti di Montante: ancor rprima di Bolzoni, sia pure con un articolo molto breve, sul settimanale siciliano Centonove il 22 gennaio 2015.  E un mese dopo, il 26 febbraio, sempre su Centonove, Casagni firma un ampio servizio dal titolo ‘La volata di Montante’ in cui demolisce la verità de ‘La volata di Calò’ attraverso vari riscontri. Intanto attraverso l’intervista al sindaco di Serradifalco dell’epoca Giuseppe Dacquì allora trentottenne il quale ricorda del nonno di Montante e della sua officina-negozio in via Garibaldi e racconta che quando aveva dieci anni, quindi nel 1987, chiese a suo padre di comprargli una bici. Che però non era una bici-Montante e nella zona non c’era alcuna fabbrica che la producesse. E neanche suo padre, allora – nel 2015 – ottantanovenne, la ricorda.

Poi ci pensano l’inchiesta della Procura di Caltanissetta e le indagini della squadra mobile della questura nissena guidata da una dirigente di polizia di altissimo valore come Marzia Giustolisi a fare piena luce.

Nello stesso articolo del 26 febbraio 2015 Casagni riscontra poi i dati documentali e trova conferme dei ricordi del sindaco: ad una visura camerale risulta l’attività di commercio, manutenzione e riparazione di motocicli e relative parti ed accessori, in via Garibaldi a Serradifalco dall”8 novembre del 1957, con iscrizione il 3 marzo 1961 e cancellazione nel 1992. Nell’articolo poi si ricostruisce la realizzazione e la registrazione tra agosto e ottobre 2007 dei marchi dei ‘Cicli Montante’ e del ‘Gruppo Montante’ e di Camilleri si dice che attinge alla sua memoria per esaltare non solo le bici, ma anche il torrone cui, come poco fa abbiamo visto, fa riferimento il rapporto investigativo riportato. <<Per esattezza la ‘cubaita di Cartanissetta’ . Io personalmente – afferma Camilleri secondo quanto ricostruisce Centonove  – amo la cubaita, quella fatta dai soli tre componenti originari: mandorle, pistacchi e miele>>. E poi – si legge – Camilleri ricorda come “bambino, la scoprii nel cassetto del comodino di mia nonna Elvira, che aveva la curiosa abitudine di mangiarsene un pezzetto a letto prima d’addormentarsi. ” Che è, nonna?” ” Cubaita di Cartanissetta”. Fu un amore fulmineo”. La Cubaita che elogia Camilleri – scrive Casagni nel 2015 – è quella <<dell’Antico torronificio nisseno, sorto ben 8 anni addietro. Le gesta imprenditoriali di questa società, ma anche, fra le altre, dei Cicli Montante e della Msa, furono raccontante in una bella pubblicazione edita dalla Camera di Commercio di Caltanissetta … nel 2011, durante la presidenza di Antonello Montante dal titolo “Caltanissetta non è più sola”>>.

Casagni descrive poi l’elogio di Camilleri sulle confezioni di torrone e sul sito del torronificio nisseno di cui la visura camerale racconta <<una simpatica compagine societaria: formata, quasi per la metà del capitale, da Salvatore Aquilina dell’ufficio acquisiti della società di Antonello Montante, la Msa di Caltanissetta … due donne, Alessandra Salvaggio e Grazia Giuseppa Nicoletti, che sarebbero mogli di due poliziotti del servizio scorte, e un ex pasticcere dello storico Torronificio Geraci, Davide Scancarello>>. Casagni racconta poi gli ulteriori intrecci intorno al torronificio che, con un solo addetto, diventa fornitore della Camera di Commercio e di Confindustria Caltanissetta per gli omaggi e gli auguri delle festività, nonché unico partecipante alla vetrina agroalimentare nell’ambito del progetto “Sicily food Project” gestito dal direttore generale dell’assessorato alle Attività produttive della Regione, Alessandro Ferrara … Fuori dall’incontro fra le 30 aziende siciliane e i 36 buyers stranieri è rimasto il Torronificio Geraci, che ha appena qualche anno in più, attivo dal l870, porta nel mondo i torroni e il nome di Caltanissetta, e oltre ad esser stato fornitore ufficiale della Real Casa, è iscritto nel Registro delle Imprese Storiche Italiane ed inserito nell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali>>·

Storie di biciclette, torroni, vino e scrittori. Dei primi due abbiamo parlato. Un cenno brevissimo agli altri.

Lo facciamo con le parole di Salvatore Petrotto, altra vittima di Montante, anche come sindaco integerrimo di un Comune, Racalmuto, fatto sciogliere ‘per mafia’, nel senso che siccome si opponeva alla mafia e non era permeabile alle sue lusinghe, nè docile verso le sue minacce, essa, la vera ‘mafia’ con in mano le leve istituzionali, lo fa sciogliere per offrire campo libero agli affari di Montante e al signore delle discariche suo alter ego.

Petrotto su Italyflash del 13 settembre 2018, dopo avere ripercorso innumerevoli gesta di Montante fino alle sue false lauree, scrive: <<un uomo geniale che in una nazione qual è l’Italia, tra le prime produttrici di vino al mondo è riuscito, assieme alla CMC di Ravenna, una delle più grosse imprese edili italiane, a sponsorizzare ovunque, persino all’EXPO di Milano, ma anche al Vinitaly di Verona, l’unico vino che non c’è, che non esiste! Si tratta, nel nostro caso, di un rarissimo e carissimo prodotto vitivinicolo di fantasia, il cosiddetto ‘vino 640’,  il vino della ‘Strada degli scrittori’. L’iniziativa è servita all’omonima associazione per  ottenere inizialmente qualche decina di migliaia di euro dall’impresa che sta curando i lavori di raddoppio di una strada a ridosso della quale, tra  Agrigento e Caltanissetta sono nati gli scrittori  Pirandello, Sciascia, Camilleri, Rosso di San Secondo ed Antonio Russello. Negli anni successivi tale brillante idea di marketing territoriale è costata alla Regione Sicilia alcuni milioni di euro; unitamente alla ‘reclame’  delle famosissime biciclette e dei torroni, anch’essi frutto della fervida immaginazione creativa di alcuni intellettuali autoctoni, di ispirati commediografi, romanzieri, guitti e chansonnier…>>.

Per tornare alle biciclette, in sella alle quali in questo articolo siamo partiti, anche lungo le donazioni a Libera e a Ciotti, nel percorso tracciato dai diari segreti di Montante, agli atti del processo sono 307 gli esemplari elencati con rigorosa annotazione dei beneficiari.

Una lunga sequenza di regali che comincia il 21 dicembre 2006 con Camilleri e Fiorello. Il 28 febbraio 2007 è la volta di Luca Cordero di Montezemolo, il 24 aprile successivo tocca al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il quale un anno dopo nominerà Montante cavaliere del lavoro.

Tra gli oltre trecento prescelti troviamo Giancarlo Caselli all’epoca procuratore a Torino e da quattro anni presidente onorario di Libera, l’allora presidente del Senato Franco Marini, il capo della Polizia Antonio Manganelli, il presidente del Coni Sandro Petrucci, dell’Enac Vito Riggio, il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata poi arrestato insieme a Montante e imputato in un filone del processo, politici come Enzo Bianco, Beppe Lumia suo mentore negli affari siciliani, l’allora capo redattore di Tgr-Sicilia Vincenzo Morgante il quale a lui si rivolge per fare carriera in Rai, l’ex presidente di Confindustria, della Luiss e dell’Eni Emma Marcegaglia, la presidente dei giovani imprenditori di Confindustria Federica Guidi, l’allora direttore della Gazzetta dello Sport Carlo Verdelli, ancora politici come Alfredo Mantovano, Stefania Prestigiacomo, Maurizio Lupi, Lidia Vancheri, giornalisti come Gianni Riotta, Marino Bartoletti, Cristina Parodi, Giorgio Mulè, Fabrizio Del Noce, l’allora amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni pregiudicato e collezionista di pendenze giudiziarie.

L’elenco completo dei 307 beneficiari pubblicato da Site.it è leggibile qui .

Preme rilevare che 35 dei 307 hanno ricevuto il loro dono da un indagato per mafia che sapevano essere tale. Sono i beneficiati dopo il 9 febbraio 2015, tra i quali il capo della Polizia Alessandro Pansa, la Questura di Milano con nove bici in ‘pacco unico’, un politico come Vito lo Monaco allora presidente del Centro intitolato a Pio La Torre, l’eroe antimafia ucciso dalla mafia il cui figlio Franco, ‘colpevole’ – dopo gli scandali Saguto e Montante – di avere osato ipotizzare qualche possibile errore di Libera è stato espulso da Ciotti. Presidente di ‘Libera’ il quale non tollera, non ammette e non consente un ‘pensiero Libero’ diverso dal suo o non allineato ai suoi interessi, neanche se ad esprimere questo pensiero è Franco La Torre, esempio cristallino (e non solo per il cognome che porta) di onestà, integrità, eticità, impegno incessante per la giustizia, la dignità della persona umana, la pace, l’ambiente, il bene comune.

5- continua

Gli articoli precedenti sono stati pubblicati il 6 febbraio (leggibile qui), l’11 febbraio (leggibile qui), il 24 febbraio (leggibile qui) e l’8 marzo 2022 (leggibile qui)