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Scempio Rai, Morgante&Montante, affari privati con soldi pubblici, verità tardiva e giustizia negata. Di Natale: grazie per la solidarietà. Tornare in Rai? Impossibile, perchè…

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Ringrazio di cuore tutti coloro che, con commenti all’articolo dal titolo “Definitiva l’assoluzione per le denunce sul malaffare Rai. Di Natale: ecco perché nessuno ha impugnato la sentenza …” (leggibile qui), commenti espressi su fb e in vari modi, hanno mostrato attenzione e sentimenti di partecipazione, esprimendo apprezzamenti, anche oltremodo generosi e benevoli, nei miei confronti.

Non ho inteso raccontare mie vicende individuali, non credo che la cosa, per ciò solo, sarebbe stata interessante.

Ho inteso riferire fatti che a mio avviso possono riguardare tutti, per ciò che ci dicono su vari piani: lo stato di salute dell’informazione; la gestione e la vita interna della Rai che è la più grande azienda culturale del Paese finanziata dai cittadini con la più ingiusta delle tasse perché uguale per tutti: poverissimi e ricchissimi sono chiamati a pagarla nella stessa misura; lo stato di salute della Giustizia; il ‘cancro’ della corruzione, condotta propriamente criminale entrata però quasi con normalità nella prassi comune al punto da avere inquinato anche la magistratura; lo stato cui è ridotta una comunità nella quale norme di legge troppo vaghe ma soprattutto pratiche concrete troppo diffuse, con il sostegno decisivo del silenzio dei più,  favoriscono i disonesti e puniscono gli onesti; la condizione di metastasi determinatasi per effetto della tacita accettazione di questo sistema da parte di un numero altissimo di persone: alcune attivamente complici, tante altre semplicemente indisponibili – per paura o per lucida convenienza – a schierarsi dalla parte giusta o anche solo a dire una parola di chiarezza e onestà.

Potrei aggiungere molto altro ma chiunque nella vicenda può trovare anche motivi ulteriori rispetto a quelli da me indicati.

Ringrazio ancora per gli apprezzamenti che non credo di meritare: ho solo fatto ciò che a mio avviso è normale e dovuto. Lo rifarei sempre: ecco perché parlarne pubblicamente è il risultato prezioso, forse l’unico, che la vicenda ci offre ed è anche il risarcimento più grande e salutare, se potrà aiutare chiunque – potenzialmente in qualunque situazione data – a riflettere, a capire e a maturare il convincimento che la ‘cosa giusta’ si possa sempre fare, valga sempre la pena farla, a mio avviso sia doveroso farla ma, in ogni caso, puntare su di essa sia sempre l’investimento migliore: di se, della propria coscienza, della propria essenza di membro di una comunità nella quale il bene comune è di tutti e di ciascuno e quest’ultimo ha la ‘responsabilità’ di essere parte del primo e non un corpo estraneo che possa vivere in controtendenza.

Raccogliendo spunti e domande contenuti nei vari commenti aggiungo qualche pensiero.

Il primo. Credo che la ‘giustizia ulteriore’ del mio rientro in Rai non sia possibile per una ragione molto semplice. La Rai non è giuridicamente obbligata (ha ‘vinto’ la controversia di lavoro avente ad oggetto il licenziamento, sia pure con le armi potenti e raffinate del sistema ‘Montante-Morgante’) e quindi dovrebbe volerlo per scelta. E a me pare che non lo voglia affatto, ed anzi che voglia tutt’altro.

Non mi riferisco alla Rai che mi licenziò con le armi della menzogna e del falso e che negli anni successivi è rimasta ferma sul punto, appaltando a quel sistema ‘Morgante-Montante’ la sorte ‘legale’ (!) del giudizio dinanzi a Tribunale, Corte d’Appello e Corte di Cassazione. E’ chiaro, ovvio – ed anche superfluo qui a dirsi – che quella Rai avrebbe fatto carte false (come ha fatto) per tenermi, dopo avermi messo, fuori.

Mi riferisco – anche – alla Rai di oggi, dove non vedo alcun segno di mutamento di linea: quindi una Rai dove in ogni caso io non saprei, non potrei e non riuscirei a stare.

Ma non è solo la Rai, come azienda, a non volermi. Come e più della Rai non mi vuole il sindacato dei giornalisti, al quale peraltro sono iscritto. E non si tratta di una sigla sindacale tra tante, sicché uno possa scegliere la migliore o la meno compromessa. Si tratta dell’unica sigla sindacale, di categoria, esistente.

A scendere in campo con un blitz, anche solo per sventare sul nascere la remota possibilità (una minaccia!) che io potessi rientrare in Rai non è stata (solo) l’azienda con i suoi dirigenti asserviti alle trame di potere e d’affari che la vicenda descrive. E’ stato anche il sindacato unitario dei giornalisti italiani, l’unica organizzazione sindacale dei giornalisti, la quale, non solo non si è mai schierata dalla mia parte di lavoratore licenziato, ma di recente – quando le armi del sistema Morgante-Montante erano ormai spuntate, almeno sul terreno giudiziario – nel procedimento civile per condotta antisindacale che avrebbe potuto sfociare nella declaratoria di inefficacia del licenziamento, si è precipitata, anche a costo di pagare, per impedire che il Giudice potesse pronunciarsi. Terrorizzata evidentemente tale organizzazione sindacale (Federazione nazionale della stampa italiana, nonché l’Usigrai e l’Associazione siciliana della stampa che ne sono parte) all’idea che io potessi tornare in Rai per la – nuova – decisione di un giudice dopo l’esito pilotato della causa di licenziamento. Questa storia, dai risvolti singolari e illuminanti, l’ho raccontata in un articolo del 22 dicembre scorso (leggibile qui).

Chi abbia voglia di leggere può trovarvi a mio avviso elementi di vivissima attualità nella vita di tutti, non solo in quella di addetti ai lavori, giornalisti, editori, ecc…

Il secondo pensiero. In tanti mi hanno chiesto perché di questo caso, ovvero la sentenza avente ad oggetto la mia assoluzione per calunnia e tutte le vicende sottostanti e retrostanti, non si parli sui giornali o perché esso <<stenti a conquistare il giusto spazio mediatico e politico>>.

Non saprei dare una risposta esauriente. Posso solo prendere atto che nessun giornale, non solo nazionale ma neanche siciliano o locale  – e tutti ne sono a conoscenza – ne ha parlato. In Sicilia registro, almeno finora sul processo per calunnia e sulla vicenda sottostante (mai trattata dai media oltre la notizia del mio licenziamento ad opera della Rai nel 2013), la sola eccezione di Italyflash che non è tecnicamente una testata ma un blog che però svolge una preziosa azione meritoria nel diffondere notizie oscurate da altri e nel curare approfondimenti su verità scomode che solitamente non si trovano nel circuito dei flussi informativi correnti alimentati dalle realtà prettamente editoriali: merito di Salvatore Petrotto, giornalista, docente, ex sindaco di Racalmuto, vittima del sistema-Montante (insieme all’intero Comune sciolto per mafia perchè si opponeva alla mafia e agli affari criminali dei signori delle discariche) e da anni protagonista di battaglie civili decisive per restituire all’intera comunità la verità e la giustizia negate.

Fra le testate giornalistiche propriamente dette, ad occuparsi del processo di Palermo finora sono state solo Vicenzatoday e Vicenzapiù: sorprendente per una storia siciliana che con Vicenza e con il Veneto ha poco a che fare.

La spiegazione, oltre che nella sensibilità e nella libertà editoriale di questi due organi d’informazione, sta nel fatto che molto tempo fa mi capitò di lavorare, per un breve periodo di quindici mesi, in quella città e molti ricordano ancora tante mie inchieste, come quella su casi di violenza sessuale in una parrocchia ad opera di preti pedofili per la quale fui trascinato in giudizio, querelato da un magistrato, allora pubblico ministero nella Procura di Vicenza, il quale in un libro scaturito dalla mia inchiesta televisiva si sentì accusato di avere insabbiato il procedimento giudiziario originato dalle mie denunce giornalistiche. Io fui assolto. Avevo detto la verità. Altro che insabbiamento: il Tribunale dovette prendere atto che <<quel fascicolo era diventato un sommergibile in immersione>> per esigenze che certo non erano quelle della giustizia terrena!

Ciò solo per rievocare un fatto che, quasi vent’anni dopo, accende ancora l’interesse di testate vicentine; ma non è l’unico in quanto mi capitò di fare tantissime inchieste in quel periodo in Veneto: tra le numerose altre potrei citare quella riguardante l’assessore al personale del Comune di Vicenza il quale di sabato mattina convocava le dipendenti nel suo ufficio per notificare loro la disponibilità a favorirle nelle esigenze di servizio o nelle ambizioni di carriera in cambio di prestazioni sessuali: e, ovviamente, la propria intenzione di sfavorirle, ed anzi ostacolarle, in mancanza di tali prestazioni.

Non so se il mio lavoro di quel periodo c’entri con l’interesse dimostrato da questi organi d’informazione locali così distanti dai luoghi della mia vicenda Rai, che sono in Sicilia. Ma qui nessun giornale, nessuna tv, nessuna realtà editoriale – eccetto questa che, a parte l’indipendenza e il coraggio dell’editore, non fa testo perchè sono io stesso a scrivere – ha ritenuto finora che la vicenda possa essere di interesse pubblico: o, almeno, di … proprio ‘libero interesse editoriale’.

Terzo pensiero, in risposta ad altre domande che mi sono state poste: non mi fermo qui e agirò in giudizio. Lo farò sulla base dei fatti che ho raccontato, dei tanti altri che per ovvie ragioni di sintesi non ho ancora avuto modo di raccontare e delle tante pieghe degli intrecci, palesi e oscuri, che il torbido contesto denota: contro la Rai innanzitutto, non solo e non tanto per i miei interessi individuali (anche questi, nei limiti del giusto e del possibile), quanto per il rispetto che si deve ai cittadini-contribuenti, a tutte le persone oneste e alla comunità che ha il diritto di pretendere e di ottenere spiegazioni pubbliche anche per sperare che ogni abuso di questo tipo non sia considerato una pratica di semplice, facile e sicuro esercizio, protetta da una certezza d’impunità.

Anche fuori dalla Rai, laddove ve ne siano le condizioni di agibilità giuridica, chiamerò a rispondere chiunque debba farlo: il mio persecutore, poi anche calunniatore, innanzitutto: Vincenzo Morgante; altri dirigenti o ex dipendenti Rai anche in modo diretto se ve ne saranno le condizioni; magistrati se del caso; chiunque abbia tramato contro la verità soprattutto se abusando di pubbliche funzioni.

Sia chiaro, non mi faccio grandi illusioni sulla possibilità che delle tante malefatte tutti siano chiamati a rispondere. Ma non sarò certo io a rinunciare al tentativo.

Quarto pensiero. Mi è piaciuta l’immagine di Davide e Golia e ringrazio per l’accostamento per me gratificante. Io non ho mai scelto di battermi in ragione della valutazione delle probabilità di successo. L’ho fatto – e lo rifarei sempre – come unica scelta possibile, dovuta e necessaria, in applicazione naturale di quella abusatissima  citazione, in parte dovuta a Immanuel Kant e al suo aforisma “Fai ciò che è giusto, anche se il mondo dovesse perire” (ma ciò che è giusto non farebbe mai perire il mondo). La citazione, divenuta un proverbio francese (fais ce que dois, advienne que pourra) più o meno è nota con queste parole: fai ciò che devi, accada quel che può. Parole che a me piacciono tanto e che ad ogni latitudine sono entrate nel linguaggio comune, molto meno nelle azioni concrete per ispirarle, guidarle, sostenerle.

Visto che ho citato senza volerlo il grande filosofo tedesco, potrei qui prenderne in prestito un altro meno celebre aforisma che si può tradurre così: <<pazienta per un poco: i calunniatori non vivono a lungo. La verità è figlia del tempo: presto la vedrai apparire per vendicare i tuoi torti>>. Un prestito che accetto con totale disincanto: non mi interessa alcuna vendetta, ma solo verità e giustizia. E purtroppo dal basso dell’esperienza concreta della vita so – rispetto all’alto del pensiero di Kant che pure fa bene ad esprimersi in quel modo – che tante volte la verità non appare affatto o non appare tanto presto da arrivare in tempo nella vita. Nondimeno le sue parole sono un balsamo sulla coscienza morale, a volte lacerata, di ciascun individuo. Perciò mi sento di accogliere pienamente, totalmente e nell’effettività coerente dell’agire, il suo appello a pazientare e la previsione di breve vita per i calunniatori.

Altro pensiero. Questa vicenda in un libro? Ne ho scritto, di volta in volta e parzialmente, quanto basta per riempirne uno e tanto altre cose potrei aggiungere. Ma la vicenda mi riguarda troppo perché in un libro possa riuscire ad espellere totalmente me stesso dalle sue pagine. Non credo perciò che renderei ai lettori il servizio che vorrei. O almeno non credo di esserne capace.

Ogni volta che qualcuno, con sincerità e convinzione, mi offre questo suggerimento, penso sempre che altre storie, altri temi, altre vicende – prima e più di questa – meriterebbero di essere raccolte e raccontate con la ricostruzione e l’esposizione unitaria che un libro richiede.

Infine gli apprezzamenti e i messaggi di stima. Grazie di cuore a tutti. Non credo di meritarli anche se comprendo da cosa nascano: ciò che dovrebbe essere ovvio e naturale, purtroppo nella realtà concreta non lo è affatto. E la regola diventa eccezione. Perciò parlarne pubblicamente e riflettere nella dimensione civile e politica (siamo tutti membri della polis) è utile, prezioso e salutare. Per il bene di tutti e di ciascuno.